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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

il tango del tempo

Per scoppi, come se nel ventre oscuro s’accumulasse un’infinita bolla che deve uscire, così lo specchio nero del mondo sale. Per vie oscure sublima in rocce polite, in creste taglienti, il mondo ci attraversa lo sguardo e l’anima, è indifferente, guarda sé, neutrino che segue un pensiero senza limite. Non si cura, non ascolta se non per sue vie che radicano infinite, che non fanno domande, non si voltano e procedono mentre attendono un passo da noi, indecisi su dove andare.

Mai è il suo nome mentre interroghiamo il caso, seguiamo la possibilità e la chiamiamo speranza. Mentre parliamo al suo posto, mettiamo in bocca le battute al mondo e attendiamo parli, finché il silenzio diventa insopportabile e allora di nuovo la parola, la nostra, riempie un luogo, risuona nelle nostre orecchie. Miracolosa la parola fino a un nuovo silenzio, fino ad un’abitudine interrogante che tace e rapprende il poco che resta nell’aria e in noi.
Così il silenzio accompagna a lungo e quando trasuda in timore significa che non è finito a tempo debito per carenza di ascolto, di empatia.

Il tempo non ha debiti, casomai crediti e chiede conto mentre, in disparte, s’accumula il non fatto o ciò che dev’essere ripensato e ripreso nell’ interminabile gioco dove ciò che si scarta è sempre maggiore di ciò che si sceglie e però, il tralasciato, non scompare, sta quieto in attesa.

Di grandi coni d’infiniti grani è fatto ciò che resta in disparte. Ne vidi di enormi nei porti, si stagliavano contro il cielo, limitati solo dalla gravità e dall’attrito tra particelle. Potevano essere zolfo, e allora il colore giallo riempiva l’aria d’indebita allegria, oppure erano carbone lucente e grasso che assommava all’aria, polvere e piccoli mulinelli, che tingevano cupi il cuore, o erano minerali di ferro, rame e manganese che beffardi riflettevano la luce in caleidoscopi rivolti al cielo,  o ancora coni di rottami tagliati da trance impietose, ridotti a parvenza di ciò che erano stati funzionanti, ma ancora vivi nelle tracce dei colori che li avevano vestiti. Erano arlecchini di passato, e mentori e presaghi, indicavano ciò che il desiderio sarebbe diventato.

Quei coni enormi, nati da benne indifferenti, erano acquattati in attesa d’un nuovo essere. Così è il tempo che non si compie, che non ha fine e linea di percorso: è granuli e gravità che rotola in nuovi equilibri e leviga le forme. Capsule d’attesa in un porto e possibilità scartate prima che divengano rimpianti.

Anche il cuore è un cono che si staglia verso il cielo e ha innumeri grani che danzano nel silenzio d’una musica d’attesa: un tango per il tempo che promette, accenna e non si compie.

il tango del tempo

Perché ora ti fidi, hai detto che non finiresti più.

Forse era la sfrontatezza sicura di chi attende,

o la luce che sorride dell’ignota possibilità

e del segreto d’una scaramanzia in attesa d’avverare.

Allora, nel suo fidarsi, il corpo s’è disteso: 

dismessa l’arroganza il seno 

il viso interrogava in attesa d’espressione,

e intanto, in un silenzio sorridente, hai porto la guancia,

perché era ora d’andare.

E di scoprire almeno il poco e l’importante

di ciò che s’era trascurato nel mettere da parte.

limiti

La complicazione mi respinge perché non riesco a penetrarla a sufficienza in poco tempo. Tutto attorno va verso la semplificazione, ma senza quel processo di analisi e di vaglio che porta a una comprensione profonda. Piuttosto le cose vengono presentate come assiomi e come tali da accettare. Viene tolto tutto quello che potrebbe generare il dubbio e l’approfondimento, così resta solo una parte dei ragionamenti.

Le mezze verità che non solo non aiutano a capire ma comprendono la fatica di essere smontate perché sono mezze falsità. La fatica è accettare ciò che viene detto senza discernere, mentre per troppi ormai la tendenza è delegare ad altri il comprendere.

Il processo che comporta sciogliere la complicazione è anzitutto rendersi conto che essa è un insieme di forze che producono effetti. Chi semplifica deve scartare ciò che non serve, ma fa parte di ciò che accade e questa apparente inutilità sta nell’ombra e pesa con la sua presenza. La complicazione costringe a rimandare comprensioni profonde, complica anche altre parti della vita, esonda in territori che dovrebbero esserle preclusi. Il rimandare comporta l’accumulo e l’accumulo porta al non governo. Ovunque. La complicazione toglie il governo delle cose, non è solo questione di comprensione, è il pensiero che qualcosa andrà chissà dove e noi con lui, senza poterlo mutare.

parole friabili come biscotti

Nei sentimenti pare funzioni così: Se mi do a te per amore, tu devi preservarmi come ciò che è più prezioso per te, accettare la mia diversità, far sì che essa diventi, con la tua, elemento unico e comune.

Qual è la natura dell’amore che entra dove non sai di esserci, che imbeve ogni impermeabile ricordo, che rompe il tempo e si trasforma in friabile pietra di sogno. Come agisce l’amore che cambia ciò che si vede, si tocca, si sente e mentre si sparpaglia attorno diventa punta acuminata che scrive e sanguina o lenisce il cuore. Sapere di cos’è fatto e poterlo un po’ per volta raccontare, come fanno i poeti che ad ogni ultima parola aprono una porta anziché chiuderla.

Sapere per intuito la dolcezza che tiene assieme l’attesa del bacio e il suo abbraccio alle labbra. essere consci che ci sono tanti abbracci e altrettanti baci, infinite attese e felicità sconosciute e ognuna è differente, ognuna ha una persona, un momento, genera un ricordo che riassume una vita nel suo amare.

Lasciare che i pensieri volino, incertezze nell’aria, assieme alle foglie in questo autunno che non finisce, che non sbocca in un gelo che stringe assieme i corpi. Guardarsi attorno e vedere che nessun passo va ancora di fretta e sentire che le parole sono lente, il pulsare è fatto di sguardi, di mani strette che cercano la punta delle dita, di cappotti troppo gonfi di piuma, di voli d’uccelli sconosciuti che cercano altrove rifugio.

Depositare nel cuore le attese, lasciare che ogni dolcezza maturi e affidare a ciò che cancella se stesso, ma non noi, non la pazienza e la passione, non la richiesta, il bisbiglio della cura e del desiderio. Trasporre tutto questo in parole friabili come biscotti e disseminarle in luoghi fatti di distrazione e inconsistenza, dove solo gli uccelli prestano attenzione.

la sublime inutilità di questo luogo lo rende poetico:
è un mandala costruito con la pazienza dei giorni,
le intemperanze e il ribollire dello sdegno,
nessuno t’obbliga, è vero,
ma forse tutti siamo gatti curiosi,
e le vite altrui sono meraviglia, banalità, carezza leggera.
Un soffio che si spande
e fa girare il capo,
come qualcosa che ci riguarda
ed è già sfuggito.

oggi è l’anniversario dei morti sul lavoro alla Tyssen

Oggi è l’ anniversario dei morti nella fonderia della Tyssen di Torino. È stata definita una tragedia. Lo è stata certamente per i loro familiari, per chi ogni giorno rischia la vita nel luogo di lavoro, per chi non può fare a meno di continuare a lavorare in condizioni precarie e malsane.

Ascoltando la voce di due donne, l’ una moglie e l’ altra madre di due operai morti bruciati, ho pensato al fatto che questo dolore per loro non ha fine. Ho pensato a una giovane amica che si occupa di trovare lavoro a chi non ce l’ ha, ai compagni del sindacato che fanno fatica a far capire che lavorare non deve uccidere. Ho pensato alla Fornero che non sapeva cosa volesse dire stare su un tetto con il mal di schiena a 60 anni e forse nessuno lo sa in parlamento, a chi si alza all’ alba o va a letto a quell’ ora per lavorare. Sono gli stessi che lavorando restano poveri, non riescono ad arrivare alla fine del mese e non pensano più alla pensione. Ho pensato alle fabbriche che ho visto, agli operai che ho conosciuto e all’ inquinamento che c’era ed è tornato nei luoghi di lavoro. Ho pensato che è cambiato poco, quasi nulla e che spesso ora si sta peggio, tanto che un buon padrone è quello che paga a fine mese non quello che ti dà un lavoro dignitoso.
È triste questa Italia dove qualcuno si può vantare della precarietà generata dal job act e dalle tante leggi che favoriscono chi ha il potere di dare un lavoro ma non chi lo compie. Ho pensato a cos’è oggi il lavoro, alla sua funzione, alle sacche di privilegio che si sono allargate e a chi paga le pensioni a chi ha lavorato. Ho pensato a tutti questi anni inutili in cui i diritti si sono affievoliti e non hanno fermato l’emorragia di giovani che vanno  all’estero e non hanno creato nuovi posti di lavoro sani e stabili, con nuove competenze.

Nei notiziari si enumerano i posti di lavoro che crescono, non si parla di come si lavora e comunque in questa corsa si tace di quelli perduti e del lavoro sottopagato

È  triste pensarlo in questo giorno che ricorda chi è morto perché hanno risparmiato sulle manutenzioni alla Tyssen e che altrove ancora accade perché questa indifferenza verso che lavora non è mutata e questo Paese ancora attende un piano che ne definisca la crescita e nel quale chi lavora e chi trae profitto da quel lavoro siano davvero alla pari.

mettiamo le cose al singolare plurale

Penso, a volte, che se anche ho poca acqua, non sono un pesce da fango, che le cose non mi vanno bene così, che se sono un privilegiato perché nato nella parte privilegiata del mondo e negli anni in cui c’era un ascensore sociale e si poteva avere un lavoro che assicurasse dignità, non mi basta essere di sinistra per tacitare le domande. Un tempo aiutava non poco l’ideologia, ed anche i comportamenti conseguivano; c’era un futuro condiviso, si discuteva sul presente, e pur non bastando le sole chiacchere, il futuro sembrava amico. Adesso non basta essere di sinistra, occuparsi di qualcosa, pensar bene e poi attendere.

L’oggi ha dei vantaggi, ma c’è una idolatria del presente e questo mondo dà occupazione ad un sacco di persone, mai come adesso accanto a qualche diritto individuale esiste una diseguaglianza crescente sia tra chi un lavoro ce l’ha e spesso non gli basta per non essere povero e ancor più tra chi il lavoro non l’ha proprio. Pare sia più difficile occultare la realtà però la si può manipolare con facilità, basta avere il controllo dei media e spesso le non verità diventano parte della realtà. Una meta realtà a cui le persone vengono spinte a credere, tanto nessuno è in grado di verificare la massa di informazioni che vengono immesse. Il mondo è sempre più Orwelliano ma non emerge con forza una ribellione, la stessa democrazia contiene il germe per la sua negazione quando ciò che viene offerto all’elettore non solo è una meta realtà , ma anche emerge l’idea che non sia possibile mutare la propria condizione né avere un futuro migliore diverso e comune.

Un tempo chi andava in un paese che aveva leggi giudicate barbare considerava folclore guardare le teste mozzate, la legge di quel paese era sacra e ciascuno si teneva le sue abitudini. Oggi si pensa di esportare la democrazia. E’ una balla perché l’asservimento all’economia è tale che ad ogni azione corrisponde un interesse e chi è ricco diviene straricco con un buon uso della “democrazia” in punta di baionetta. Solo se si guarda alle parole e non agli interessi, qualche passo verso l’uomo s’è fatto, ci sono persone che non sono indifferenti, che capiscono che l’ingiustizia non può essere il metro per preservare il benessere. Quando penso ai maggiori diritti attuali, naturalmente lo faccio per differenza rispetto ad un prima di 70 anni fa e non mi sogno di pensare che questo sia il migliore dei mondi possibili. Eppure mai come adesso l’ingiustizia emerge, circola, le differenze sono acute, il male fa più male a chi lo sente. Mi chiedo quale via esista oltre il capitalismo, per dare un senso al cambiamento, quale direzione prendere, cosa fare per non sbagliare troppo.

In questi giorni, nel mio territorio, tagliano alberi, 116 questa volta. Un bosco. Gli abitanti hanno raccolto 30.000 firme, la giunta è di centro sinistra. Allora le persone pensano, ci ascolteranno se diciamo che abbiamo già dato, che siamo la città più inquinata d’Italia, basta! E hanno ragione, anche se la vita media è cresciuta, da 40 anni respiriamo aria inquinata. Se poi a questo si aggiunge alla quarta linea dell’inceneritore che rovescerà altre tonnellate di CO2 in ambiente, oltre a PFAS e altro, sembra logico che un bosco in città sia risparmiato, visto che sono alberi di 18 metri, che li tagliano per mettere un terrapieno e una barriera antirumore. Che pazzia pensare che sia più efficace un terrapieno che un bosco, ma è così e stamattina all’alba li hanno tagliati tutti. Ecco che emerge la rabbia, altri protestano, l’opposizione non fa il suo mestiere, ma neppure quelli che dovrebbero difendere la diversità di un agire politico che comprende la salvaguardia dell’ambiente lo fa. Emerge la necessità che i fatti siano preceduti dal consenso, così la politica, l’impegno, e la realtà generano la differenza, perché non tutto è uguale e il futuro e il presente sarà diverso a seconda delle scelte compiute. Non è possibile dire mi oppongo e basta, pensare che poi la soluzione riguarderà altri. Non basta votare, bisogna controllare le promesse, arrabbiarsi se si è stati presi in giro.

C’è una linea che vedo ogni volta che mi sposto in l’Africa. E’ la linea dello sporco, sotto quella linea si devono abbandonare le abitudini, i concetti di pulizia personale, i cibi e la loro confezione diventano precari. E’ la linea della diarrea, degli anticorpi che mancano, ma non è questo il mondo che voglio, non penso allo stato di natura come l’età dell’oro. Quella linea c’era anche in Europa, anche in Italia negli anni ’50, faticosamente si è spostata verso il basso. La civiltà è stata fatta coincidere con la pulizia, con una cura diversa dell’abitare e del vivere, come bastasse importare sapone e detergenti, ma non è solo così; civiltà sono le abitudini che mutano e il darsi da fare, l’ intraprendere sé stessi, prendere il mano il proprio futuro per un progetto condiviso.

Quando penso a uno sviluppo differente, compatibile ovunque, senza spostare le lavorazioni nocive dove non protestano, penso ad uno sviluppo che riguarda il pianeta, non il singolo territorio. A che mi serve non avere centrali nucleari se queste sono appena oltre le alpi? E ora siamo nei guai perché quando l’energia costava poco, si poteva sprecare, ma perché spreco energia, perché le case si sono costruite senza criterio, usando materiali energivori quando già 40 anni fa esisteva l’alternativa? E’ l’uso dell’energia che posso gestire come deterrente per le centrali nucleari e contro l’incremento di combustibili fossili, cosa di cui tutti ora si dimenticano e che sono causa del disastro climatico. Il nemico non è l’impresa o la globalizzazione, ma è l’uso di accumulare cose che non servono, praticare la bulimia del possesso che contribuisce a far prevalere la parte deteriore di questo mondo e lo incentra sul profitto senza limite. Scordo tutto quello che mi sta attorno, ed è giusto sia così per gran parte del tempo, ma se comincio a cambiare le mie abitudini effettivamente il battito d’ali, mio e di molti, causerà un uragano. Rallentare ed usare diversamente il tempo, proprio perché me lo posso permettere, è cambiare, moderare, fare senza rinunciare al lavoro. Ripensare il lavoro e le politiche che lo rendano un diritto che dà dignità, riprendere in mano l’utopia perché senza di essa le cose non migliorano, la diseguaglianza cresce e non si sogna più, ma neppure si può star meglio. E soprattutto devo ricordarmi di credere che un mondo diverso è possibile e che dipende anche da me. Da noi.

lo scialo d’amore

Altrove gli occhi,

nubi ed erba bruciata d’autunno,

distratta la mano nell’acqua,

raccoglie,

spartisce,

ascolta il pensiero che rattiene lo sciogliersi,

per furia il vestito, i capelli 

e poi tutta,

seguendo lo scialo d’amore che preme.

Dispera il sentire,

ma la mente ribelle ricuce,

rammenda il racconto di sé

e ora l’acqua stringe nel freddo

e rilascia la mano,

come se il cuore,

nel battere vivido e netto,

fosse mordere di nuovo la vita.

.

nascere a novembre

Nascere a novembre penso includa la pazienza della primavera,
il pensiero che guarda oltre i vetri appannati,
che vede i fiori e le foglie sugli alberi spogli,
e i prati bruni desiderosi di verde.
Sarà per questo che tu, come mai nessuno,
hai sopportato le mie malinconie,
il senso di fallimento
dei progetti diventati rovine, oppure da altri sottratti.
Sei stata in silenzio davanti al mio silenzio, ma il tuo parlava e rassicurava che c’era il tuo amore,
il tentativo immane di capire ciò che non si può capire.
Hai accompagnato la ricerca di qualcosa che mi pareva
e non sapevo bene cosa fosse,
hai ascoltato le mie speranze,
letto le prose non meno astruse dei versi, eppure li hai trovati belli
mentre io ne sapevo il piccolo valore.
Sei stata accanto e lo sei,
oltre ogni aspettativa,
mi tieni assieme quando mi scioglierei nel nulla,
cogli il senso di ciò che faccio e che a me sfugge.
Adesso so che non si fanno felici gli altri,
neppure quelli che amiamo,
ma che loro costruiscono con pazienza
ciò che serve per essere talvolta felici
e che questo è reciproco.
È così profonda questa comunicazione
che trova novità nell’abitudine,
il bello dove si nasconde,
la gioia di essere vivi perché c’è ancora attesa
e siamo stati salvati dalla solitudine.

sbavature

I suoni si gonfiano dalla vecchia radio;

morbidi sul rumore di fondo

assomigliano a colpe mai perdonate.

Onde medie e valvole imprecise, per scelta,

oggi riportano ai tepori rumorosi d’infanzia,

agli elastici un po’ lenti,

alla voglia di rimettere a posto indumenti

negli accordi che sbavano appena.

Basta tendere l’orecchio e s’ intuiscono pensieri,

che infilano imbuti di note:

pare, m’era sembrato, mi pareva,

bianchi e neri di suoni, simmetrie di sentimenti, rimbalzi.

La musica ? Non ci salverà, come i ricordi.

Il pensiero è altrove,

nella luce d’inverno che corre presto nella notte,

rossa ed umida in cerca di calore,

da far vibrare di carezze il cuore.

caso senza necessità

Si potrebbe pensare che succede, è il caso che mette assieme l’improbabile e il consueto, ma lo stesso è una carognata. Dal bar si vede il corso, le ragazze che chattano al cellulare, i 50 enni che dimenticano consapevolezze e che parlottano in cerca di amori a breve. E’ un posto bello, di quelli che dovrebbero essere finanziati dal comune, perché hanno un ruolo nel mantenere identità che non poggiano sul denaro. E’ un porto, questo bar, si attracca la barca, si prende il campari, lo spritz e poi si riparte. La vita è dentro e fuori. Non si alza la voce, la mattina si spacciano cappuccini per ragazzi e anziani in cerca di caldo, la sera forniscono da bere, una parola, un luogo: è una funzione sociale. Qualcuno capita per caso, altri lo sanno, alcuni sono amici di chi recita una parte, altri si conoscono da sempre. Ecco, però, se qualcuno che non hai mai visto attacca dicendo: ho visto le menti migliori della mia generazione, allora sei perduto. Eri andato per uno spritz e ti trovi con Ginsberg, Ferlinghetti, Kerouac e tutti i nostrani giunti in ritardo al beat e dimenticati.

Se ci pensi appena ti assale l’incompiuto, quello che hai lasciato indietro, con i sogni, i capelli lunghi, tutto quello che avresti voluto essere e non sei stato. I tentativi di distruzione, le paure, le codardie, i giorni gloriosi, tutto in un giro di chitarra, un assolo di sax con l’ accordo che colpisce al cuore. Quello che è venuto poi è stato un succedaneo, un treno pieno di signori, quando volevi piedi nudi e notti sterminate. Con la vita, ti sei raccontato che è arrivata la consapevolezza.

Piano, in testa, emerge l’ateo che tagliava dogmi e gole, era lui che dominava allora? o era un compagno con cui confrontarsi e basta. Come ci siamo ridotti, che miseria per chi non ha più un sogno decente da sognare. Dio, dio, dio, per noi che non crediamo, dov’è l’uomo adesso? Sangue non ce n’è più e non si vive di parabole interrotte, di possibilità mancate. Pensieri da vecchi. I vecchi non dovrebbero pensare, dovrebbero coltivare vizi, miserie e pensione, non dovrebbero guardare il mondo che non capiscono.

Due ragazze scambiano messaggi, parlottano, al primo accenno di pausa, (era un silenzio tra versi di una poesia di Corso) si alzano, e vanno verso altri rumori, altra vita.

Si conclude, tra applausi e yuuu, qualcosa in un tavolino poco distante. Cosa si conclude? Allora c’ero, c’eravamo e dovevamo guardate l’altro lato della realtà. Cosa abbiamo fatto?  Dove ci siamo perduti?

Ciò che ci sta attorno è quello che abbiamo espulso,

senza digerire,

ci siamo girati per non sentir l’odore,

e lo stupore dell’incomprensione è in questi cumuli che non riconosciamo,

sono nostri, noi, che giocavamo ai dati pensavamo di essere senza dio,

il nostro stomaco, capiva più di noi.

Noi allora, e cosa siamo ora?

Nuove resilienze

La pioggia ha concesso una tregua, avremo tre giorni di sole e poi di nuovo pioggia. Questa lunga stagione di calore e siccità ha accumulato un’enorme energia, distribuendo nel mare e sulla terra. Non tutto riceve con la stessa gratitudine, il mare è troppo caldo e i granchi non diventano moeche, la terra si raffredda prima, l’aria lo racconta bene ma tutto interagisce col mondo vegetale e animale, che restano indecisi sul da farsi. L’autunno e l’inverno erano stagioni di quiete, ora i delicati sensori della memoria delle specie cercano di interpretare i segni, novelli auspici, per essere meno confusi sul futuro.

La pioggia forte ha sconvolto i piani, dopo tanta siccità il desiderio d’acqua rende fragile il terreno, gli argini, noi stessi. La fragilità in cui tutti viviamo dovrebbe costantemente preoccupare e far chiedere atteggiamenti conseguenti, lo capiscono anche alberi e insetti, e questo dovrebbe essere chiaro alla politica e a chi amministra, ma non è così.

Si invoca la resilienza, parola prestata dalle proprietà dei materiali, trasferita all’uomo, messa persino negli affari e nelle questioni sentimentali, declinata nel solo significato positivo, ovvero la capacità di ritrovare se stessi dopo un evento traumatico.
Ma esiste una parte che non viene esaminata, ovvero se ciò che ha determinato l’evento fosse o meno evitabile. Sembra strano che ciò influenzi la resilienza? No, se pensiamo che non siamo metalli o pezzi di plastica, se non pensiamo che le popolazioni che traversano mari e deserti poi alla fine arrivino uguali a chiedere asilo e vita, se per noi stessi non crediamo che tutto ciò che ci accade non ci cambi dentro, non muti, gli amori, le gioie, la specie.

Per questo nelle dichiarazioni di chi è investito dalle bufere di questi giorni o dalla possibile perdita del lavoro, fa emergere accanto alla resilienza, la rabbia o lo sconforto, o la rassegnazione. Tutte emozioni che non solo modificano la resilienza, la sua positività nel ricominciare, ma cambiano l’animo delle persone, la percezione di essere comunità e subentra una rassegnazione al degrado.

Così c’è anche una resilienza negativa che appartiene a chi ha il potere o detiene privilegi fondati sull’appropriazione di beni comuni, una resilienza che tiene strette le sedie occupate e rende impermeabili alle priorità della realtà, indifferenti al clima e alla guerra altrui, supponente sul mondo e sulla verità. Una resilienza che si nutre di parole e non fa nulla di concreto oltre far finta di esserci prima di tornare al sicuro, professionisti di ogni prima emergenza prevedibile. Sono i resilienti confacenti alla vischiosa gestione di un presente fatto di promesse. Fa cosi specie sentire l’annuncio del possibile rischio dei prossimi giorni  da parte di chi governa che ci si chiede chi doveva introdurlo nell’agenda delle priorità. Quando si capirà che gli eventi accidentali non sono in gran parte tali, allora la resilienza positiva consentirà di cambiare il modo di vedere il mondo di chi lo governa, di chi specula sulle disgrazie, di chi non fa bene il compito a cui è chiamato. E chi fa informazione questo dovrebbe capirlo, prevedere ciò che accadrà e dire chi ne è responsabile. Ogni giorno perché gli eventi hanno radici nel non fare e di questo bisogna parlare chiedendo non le scuse ma la decenza del silenzio di chi ha governato lasciando che la fragilità crescesse, cambiasse i ritmi vitali, diventasse tragedia per molti. E si dovrebbe pure dire che il denaro potrebbe cambiare le cose, che produrre, mangiare, muoversi, rispettare diversamente il mondo cambierebbe la storia e i conti in banca di chi continua a devastare e consumare ciò che è di tutti. Allora la resilienza potrebbe fare il suo lavoro ed essere amica del giusto vivere, non del sopravvivere.