Il nove ottobre era una sera come le altre, l’autunno, i primi freddi, l’anno scolastico iniziato da poco, i compiti mezzi fatti e qualche pensiero leggero per il giorno dopo. La mattina del dieci ascoltai la radio, faceva parte del rito della colazione. La notizia del Vajont, della frana del monte Toc, sovrastava le altre notizie. Si percepiva una disgrazia grande, la radio diceva che era colpita Longarone e poi Erto e Casso, ma questi paesi molto meno. Non c’era misura del disastro, parlavano di un’onda che aveva scavalcato la diga e poi si era riversata su Longarone risalendo i declivi e trascinando tutto verso il fiume. Nessuna stima delle vittime, solo che stavano affluendo i soccorsi, gli alpini, l’esercito.
Andai a scuola con quella notizia, ne parlammo prima dell’inizio della lezione, poi, fatto inopinato, l’altoparlante che avevamo in classe si mise in funzione. C’era un annuncio, il preside parlava a tutti comunicando che una grande tragedia era avvenuta e che uno o forse più nostri compagni, stavano tornando a casa. Erano studenti come noi, solo fuori sede e attratti dalla buona reputazione della scuola. Non sapevano nulla della famiglia. La mattina scorse grigia, senza troppa voglia di scherzare, qualcuno riuscì a portare in classe una copia dell’edizione straordinaria del Gazzettino. C’erano molte foto ma erano macerie, come dopo un bombardamento. Si parlava di centinaia di morti forse di più, ma i morti non c’erano, trascinati dall’acqua che aveva riempito la Piave. Il fiume sacro che raccoglieva disgrazie.
C’era scuola anche il pomeriggio, arrivava qualche notizia in più, i morti erano sempre senza numero ma crescevano. La sera, tornando a casa, cambiai le solite abitudini di perditempo, mi sembrava che la città fosse più buia o forse era il fanale della bicicletta che non bastava più. La sera con le edicole affollate, i gruppetti di persone davanti ai bar, era strana, in un sovrapporsi di voci che davano interpretazioni, che amplificavano la disgrazia con le congetture, i dubbi. E se la diga fosse crollata? Il disastro si faceva più netto e parlandone a casa, ripetevano le parole della radio, della televisione. I giorni successivi aggiunsero particolari sempre più neri, i morti che non si capiva quanti fossero, i ritrovamenti a chilometri di distanza, l’opera degli alpini e degli altri corpi mobilitati, le interviste, il racconto dell’orrore dei ritrovamenti, il cimitero devastato. E tutto questo per una distanza che portava al mare, con una conta degli assenti che non era numero ma scomparsa, come mai fossero stati e invece erano persone con affetti, legami, vita, presenza nelle strade, nelle case. Tentavo di capire chi erano i miei compagni di scuola che erano andati alla ricerca della famiglia, cercavo un viso, un cappotto, un taglio di capelli nella memoria, mi pareva, ma era solo un lampo che non Illuminava, pensavo che forse li avevano trovati i genitori, i fratelli, i nonni o forse erano scomparsi e cercavano con i militari. Nessuno ci diceva nulla e non ho mai saputo.
Nessuno degli insegnanti parlava più del necessario, non ci fu nessun tema in classe. Parlavamo di più a casa o tra noi, poi sempre meno. Le perizie che avevano assicurato la sicurezza della diga e dell’invaso erano state fatte nella nostra orgogliosa e centenaria università e un senso vago di colpa invade a le strade, le parole, gli stessi palazzi, appariva che il disastro si poteva prevedere, che era certa una frana ma prevista più contenuta. E i morti a chi dovevano chiedere conto? Nei mesi che valicarono l’inverno è poi negli anni successivi venne fuori il peggio, le case comprate per avere gli indennizzi, le somme ridicole per togliere le parti lese dai processi, mentre come per la prima guerra mondiale, il fiume o il mare, ogni tanto restituiva qualcosa, a ricordare che a monte era accaduto un disastro che aveva interrotto migliaia di vite e che non c’era rimedio né possibilità di sanare ciò che non sarebbe mai stato. La nostra era pietà e rabbia, era un senso di ingiustizia generatore di infinite domande, ma noi eravamo sicuri fino a prova contraria, eravamo inermi non al caso, non solo a quello ma all’avidita, all’imperizia, era toccato a innocenti e questo non aveva una ragione, non era fortuna, non era caso, non per così tanti, era qualcosa che ci sfuggiva come ci fosse una volontà vieta, buia, deviata che colpiva perché non eravamo nulla. E a questa si aggiungeva la parte peggiore dell’uomo:l’avidità. Anche ora è così ma allora non lo sapevamo. Noi avremmo vissuto, gioito, costruito esistenze nuove, fatto cose semplici e difficili, avremmo accumulato tempo e vita, loro no e nessuna giustizia li avrebbe risarciti di nulla di quello che era loro, solo loro, e gli era stato tolto.
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una maglietta 3 euro, una camicia 5 euro, un jeans 12 euro



Nelle bancarelle si sovrappongono gli abiti, i colori, i tessuti. Le mani mescolano tutto, alzano, guardano controluce, poggiano sul corpo, interrogano il venditore, l’amica, l’amico, chiedono di provare. Non si può, non c’è camerino, solo lo specchio e il sovrapporre, l’immaginare come sarà poi addosso. Si ride, si scherza, si contratta, ma il prezzo è così basso che alzandolo di poco si prendono due capi. Le coppie si allontanano ridendo con un sacchetto di plastica non biodegradabile.
Però una volta, magari una sola volta, mentre prendete in mano una camicia, un maglione, che tastate con i polpastrelli, che annusate come se il colore avesse odore, pensate alle centinaia di migliaia di chilometri di tessuti che vengono prodotti ogni anno. Pensate ai milioni di pecore che oziano lente brucando la poca erba a disposizione, pensate alla sera quando si raggrumano in un recinto e dormono l’una sull’altra, pensate ai cani insonni, ai pastori che si riparano con mantelli pesanti se non hanno un tetto, pensate alle mani che toseranno senza creanza, a quelle più gentili che carderanno, pettineranno la lana in posti così lontani da essere meno di un punto sulla carta geografica.
Immaginate gli sterminati campi di cotone, che cresce verde d’acqua e di sole, seminato con cura, irrorato di pesticidi, ha sviluppato una tonda, gonfia lanuggine che fa oscillare lo stelo maturo e ora pensate al raccolto con le grandi macchine che tagliano, separano, comprimono mentre sputano gli steli nell’aria. Pensate al lino, tagliato, battuto, lavato a lungo, sfibrato e privato della sua corazza per essere filato. Pensate a tutto questo racchiuso in balle enormi avvolte di plastiche che le tengono strette senza amarle, solo perché non fuggano nel vento i fiocchi in attesa che treni, navi, carri, spalle, camion portino verso i mercati.
Pensate ai magazzini affacciati sulle banchine dei porti, fatti di legno o di mattoni con alte volte in penombra, di rado freschi, spesso soffocanti di calore e polvere, bagnati con acqua per evitare le autocombustioni. Pensate agli angoli di mondo dove la seta è stata raccolta in balle fatte di migliaia di matasse incolori e anch’essa è in attesa di un porto franco dove verrà lavata, colorata, riconfezionata in morbide trecce e cambierà nazionalità e valore. Pensate che in tutto questo coltivare, accudire, raccogliere, filare, c’è una sapienza così antica che ha sostituito le pelli degli animali con le fibre, unendo morbidezza e bellezza, rubando i colori ai molluschi, alla pietra, agli insetti e inventando il modo di conservarli, espanderli, generando arte e piacere da portare sulla pelle. Pensate che tutta questa sapienza è diventata merce e si avvia alle macchine per tessitura, ha già viaggiato molto, spesso tornerà dov’era nata. Tagliata, cucita, confezionata, sarà trattata, comprata e venduta a peso, a numero, a taglia per poi riprendere la strada dei trasporti, grossisti, negozi.
Ed infine noi.
Quando penso a tutto questo lavoro, mi prende una vertigine da dimensione e non riesco a confrontare il prezzo di ciò che pago con la consapevolezza di ciò che l’ha generato, mi pare che il lavoro dell’uomo non esista, che ci sia una interminabile catena di sottrazione che ha portato alla ultima contrattazione e che ciascun passaggio abbia tolto qualcosa di dovuto a chi è l’artefice di ciò che le dita stringono con un pensiero narcisistico di bellezza propria. Dovuta come un sacrificio a un dio.
una maglietta 3 euro, una camicia 5 euro, un jeans 12 euro
ottobre

Primo ottobre. Oggi vorrei una giornata elegante, piena di stile. Lo stile è il dialogo interiore che si mostra.
Ho un dialogo per capello. I capelli sono pochetti, ma sufficienti a far confusione. Lo stile non è confusione, ma una precisa opinione di sé. Dipanare e trovare il bandolo. Esiste sempre un bandolo e un bandolero (stanco).
Il primo ottobre si andava a scuola, i banchi erano altissimi, incrostati di ferite alla lacca nera che li rivestìva come i nostri grembiulino. Erano irti di intagli, di schegge, di storie passate: avevano fatto la guerra e ne erano usciti liberi e malconcio. Ne erano passati per quei banchi di ragazzini prima di me, avevano lasciato unto, sedili lisciati e pensieri in forma di simboli. L’odore d’inchiostro era lo stesso, la continuità generazionale, il primo ricordo oltre a quelle carte geografiche incerte sui confini. Un profumo acuto, una droga che creava dipendenza e macchie. Eccellevo nelle seconde, occorre stile e le macchie qualche volta mi facevano piangere, altre volte mi fermavo ad ammirare nelle loro curve perfette, nei bordi merlettati. Dipendeva dalla carta. Chissà se Rorschach lo sapeva… della carta e delle macchie che cambiano, intendo. Comunque ci guardavo dentro e immaginavo: Rorschach l’ho scoperto così, oppure lui ha scoperto me. Bella cosa essere scoperti dalla persona giusta: accade quasi mai.
Si era appena arrivati a scuola e si festeggiava subito Cristoforo Colombo. Anzi quell’immaginetta di lui, in piedi, che riceveva da indigeni piumati e ossequienti, oro e omaggi. In cambio il nostro elargiva civiltà, benedizioni e collanine di vetro. Con quel mantello corto, i calzoni con lo sbuffo e il corsetto mi sembrava ridicolo, mentre gli indigeni, pur rivestiti quanto bastava a marcare la differenza e ad eliminare il nudo, mi sembravano più interessanti e pieni di stile. Non sarebbe stato meglio se fossero stati gli indiani a scoprirci? A me non sarebbe piaciuto essere scoperto da Colombo, e mentre meditavo sulla necessità di essere scoperti da una persona piacevole, mi scopriva il maestro. Vedeva che ero distratto, che parlottavo tra me e facevo disegni con le macchie. Le raffinavo. Cioè conformavo Rorschach a me. Il maestro non conosceva la psicologia del ‘900 e la cosa finiva in una domanda secca, cioè mi chiedeva cosa stava dicendo, come soffrisse di amnesie o di improvvise incomprensioni. Se non lo sapeva lui cosa stava dicendo come potevo io, nella mia cosciente ignoranza aiutarlo. Ma insisteva e attaccava il mio cognome alla richiesta, con una lieve indecisione sulla pronuncia. Volevo chiedergli se l’accento fonico andava sulla prima vocale prima dell’ultima sillaba e mi pareva di sentire il dubbio fugace, in quella testa grigia, così piena di cose da insegnare, ma pure di fatti suoi che erano come i miei, extrascolastici (però i suoi contavano di più). No, va proprio sulla prima vocale, tout court, e lei lo pronuncia alla tedesca. Non potevo dirlo, ma io il mio cognome lo conoscevo bene.
Finiva sempre male, non riuscivo ad aiutarlo a ricordare quello che stava dicendo e così si confermava il mio assioma, ovvero che essere scoperti dalla persona sbagliata non mi piaceva.
Non lo sapevo, ma gran parte della vita si passa ad attendere di essere scoperti dalle persone giuste, dalle situazioni giuste. Ma per essere scoperti bisogna saper vedere, discernere, cogliere ed essere sufficientemente disponibili e curiosi. Quel tanto che basta per capire che c’è un dentro e un fuori e il fuori non è, per sua natura, ostile, ma spesso è indifferente e poco giusto per noi, e mai comprensivo. Il fuori ha fretta e poco stile, arraffa quello che c’è, ma se vogliamo dirla tutta dipende anche da noi. Lo stile intendo. E allora faccio in modo che la giornata abbia la possibilità di scoprirmi, i tempi giusti, gli attimi colti. Avete mai considerato che gli attimi sono colorati, mai grigi? Così di attimi ne colgo un bel po’, ne faccio un mazzetto e li guardo col giusto rispetto, amore, considerazione. Completo il cogli l’attimo col suo significato: la persistenza del bello che include e non svanisce. Anche questo è stile.
Buon primo ottobre.
quando ancora non s’accalcavano le forze oscure del tempo

Coriandoli di lettere, fotografie decolorate, ricordi a flusso senza unità di luogo, tempo, spazio. Sono le sensazioni a rammendare brani di tempo, perché il tempo è una belva che azzanna e disgrega anziché mangiare, ma è anche carezza d’acqua, pensiero che si scioglie, sonno incipiente. Ebbrezza da stanchezza e vizi giovanili, un surfare tra immagini che non ci sono e percezione d’ambiente. Di alcuni luoghi emerge una voce, la pietra calda consumata su cui mi sono seduto, chi era a fianco, l’odore di sudato che accompagnava ogni stanchezza dopo la corsa, le parole dette a bassa voce, l’attesa di qualcosa che doveva avvenire e riscattare il senso di colpa per tutto quello che doveva essere fatto e attendeva.
Non era ancora sera, ma già l’aria rinfrescava, dopo non molto, con l’ombra e il primo accendersi delle luci sarebbe arrivata una malinconia senza oggetto, un bisogno di calore, di cose al loro posto, di voci conosciute, di luci gialle e profumo di cena, ma intanto guardavamo dove un tempo c’era una porta e ora un muro, passavamo le unghie sulla pietra sconnessa dalla malta affrettata, attoniti dal bisogno di murare, di chiudere, di difendere. Erano così anche i ricordi brevi delle giornate perdute di cui non si teneva conto? Il futuro veniva avanti come le onde alte del mare d’agosto : inoffensive e piene di risate contro il cielo azzurro, per questo dissipare era un lasciarsi andare alla corrente, godere di ciò che il momento offriva e le nostre case erano, per noi, senza porte. Venivamo inseguiti dalle voci adulte che ci chiedevano se eravamo nati in barca, e ridevamo sbattendo imposte e lasciando luci accese. Non c’era nulla da ricordare, da murare, se non i segreti, quelli che venivano scordati dopo che si erano definiti tali o raccontati all’amico/a del cuore sotto vincolo di un tacere infinito disposto a durare anche mezz’ora. Non c’era quasi nulla da nascondere se non piccoli tesori di incerta provenienza, tali per rarità e soprattutto per la difficoltà di far coincidere un pensiero con un oggetto. Così nasceva il collezionista di francobolli, di sassi, di monetine, di pezzi di spago, di cartoline. Ho letto migliaia di cartoline non mie, di saluti rassicuranti, di baci senza sensualità e miriadi di così spero sia di te, ho guardato con l’episcopio luoghi immoti e lontani, con persone con abiti fuori moda a passeggio, fontane che avevano gettato acqua per decine d’anni per arrivare a me, terme e località marine, montagne con stelle alpine in primo piano. E dietro le grafie certe, incerte, incomprensibili, piene di sentimenti a mezzo tra convenzione e sentire, tutto era stato gettato, tenuto da parte il tempo necessario e poi consegnato ai pacchi di libri e lettere da smaltire per far posto. Veniva la sera e magari per cacciare le malinconie innominate avrei guardato sul muro le cartoline, oppure ciò che pennini e inchiostro sbavavano con le dita sudate, avrei pensato ai compiti da fare e a quelli fatti e forse in uno slancio di dovere notturno avrei regolato i conti con me stesso, ma a cosa servivano le porte murate?
Quanto abbiamo scritto, ci siamo scritti. E i pensieri, a valanga, inframmezzati da sensazioni sensuali, odori che stavano in qualche parte dell’ipotalamo, ma questo dopo quando eravamo già grandi e scrivere era un altro modo per essere assieme, per sentirci, annusarci nell’ultimo profumo indelebile di vicinanza e di timidezza. Forse abbiamo imparato a scrivere in quei pomeriggi bambini, in quelle pause in cui veniva ricapitolato l’oggi e predisposto il domani, ma per oscure vie in cui il mezzo si confonde con il fine e ciò che sembra collaterale e marginale, usurato, diventa invece vivido. Come i baci e gli abbracci che nelle cartoline erano bena altro: scienza degli addii, mentre dentro di noi erano tumultuosa speranza e desiderio.
Nella sera bambina non faceva ancora freddo, scrivere era un dovere come far di calcolo su vasche da bagno che perennemente si riempivano e che avevano scarichi misericordiosi per non allagare l’appartamento sottostante. Quanta acqua restava mettendo a confronto le portate di rubinetti mai generosi e fori che si era dimenticato di chiudere? Meditare sui numeri fino all’urlo di qualche adulto che chiedeva se ci si erano lavate braccia e gambe e chiuso lo scarico. L’acqua rimasta era poca perché il pensiero s’era perduto nella contemplazione dello scorrere, nelle bollicine e nel flusso, così ciò che lavava era color terra, con sinistre bolle di sapone marroncine, lo scaldabagno ancora non funzionava e l’acqua fredda che avrebbe trascinato via tutto era pronta ad aggredire. Allora, con un compromesso tra il colore dell’asciugamano e la qualità della pulizia l’operazione sarebbe stata chiusa, con brividi che risalivano l’intero corpo, ma senza la gioia del mare, solo freddo e stridor di denti: L’inferno del lavarsi quando non c’era voglia e i compiti erano da fare, la cena in tavola, le cartoline nella scatola da scarpe. Ma perché quella porta era stata murata, le finestre sempre chiuse, ma ogni tanto erano illuminate da luci che si spegnevano presto? Ecco il mistero da risolvere, magari chiedendo, magari durante i compiti, magari prima di dormire.
come i metalli quietamente sublimare
La sublime inutilità di questo luogo lo rende poetico
è un mandala costruito con la pazienza dei giorni, dei pensieri prima del sonno,
a cui le intemperanze e il ribollire dello sdegno, non hanno fatto offesa.
Qui nessuno t’obbliga a capire, è ciò che d’altri non si conosce sapendo di sapere. Come l’intelligenza nascosta nella stupidità.
Forse è vero,tutti siamo gatti curiosi,
e le vite altrui sono meraviglia, banalità, carezza leggera.
Un soffio che si spande
e fa girare il capo,
come qualcosa che ci riguarda
ed è già sfuggito.

costruir passioni

È un progetto nato per passione e scherzo, poi diventato cosa vera. Due ragazze, ma potevano essere ragazzi oppure un po’ per genere, bastava (non basta mai come in ogni amore), la passione per il teatro, per ciò che pare e diventa vero con la voce, il gesto, la movenza del corpo. E così è nata una stanza bianchissima, grande, uno spazio pieno d’aria, di sussurri che sono parole ripetute, di pulviscolo sollevato trafitto dalla luce, di talco attraversato e di sguardo attonito nel vedere il silenzio che si posa dopo una perfetta frase di pensiero pronunciata. Sopra c’è un cielo di tulle e foglie, uno strano albero volante sotto cui è dolce sostare, l’attesa è bene detta, forma un quieto posare d’armi e pregiudizi. Lo sfondo, indeciso s’essere sipario dell’altove o quinta, avvolge l’indefinito, mentre attende l’ingresso dell’attrice che compirà il rito. Tutti ne intuiscono l’alchimia che avvolge le parole dipanandole dal dito in cui sono messe in fila. Forse a ricordar qualcosa, come s’usava da bambini e i pensieri nei giochi fuggivano veloci oppure perché le frasi hanno una musica che si perde se non viene fermata in una riga, un nodo, un filo. Per dar forma al silenzio, s’attende lo sbocciar del gesto, la parola che pastelli il bianco, il suono, la lacca dell’accento, tutto nella fusione dei sensi per la mente di chi ascolta. Chi assiste, partecipa chiedendo d’esser preso per incantamento, vuol essere accompagnato nella realtà che si crea assieme. Ha il cuore e la mente aperti, accoglie e già nelle parole vola socchiudendo gli occhi. Vede lei, che ora, fuma nel suo vestito rosso, vede il suo sogno, assieme lo condivide, sorride, il tempo, il luogo sono svaniti, è rimasto l’incanto e la scoperta d’esser belli.
Appena oltre la porta, c’è uno. Spiazzo di cemento, potrebbe essere erba su cui è bello sedere, ignari i ragazzi giocano a pallone forte, a loro modo felici di quei gridi che ricamano il cielo.
quando abbiamo smesso di essere noi?
Anna sta appoggiata a uno di quei passeggini da vecchi che hanno sostituito il bastone, una mano si tiene, l’altra si solleva e fa gesti aggraziati di richiamo. Anna è davanti alla sua casa, sul marciapiedi stretto della via, chiede per favore di seguirla, entra nella porta con l’architrave in pietra e il fiore scolpito; c’è un piccolo corridoio, a destra una cucina grande, quadri e fotografie alle pareti.
Anna mostra una seconda entrata, larga, con la legna tagliata e bene accatastato, racconta che i ragazzi l’hanno portata dentro, disposta per bene in quel disbrigo che va verso il fazzoletto d’orto.
Mi mostra la sua camera, Anna, il letto ben ordinato, il cassettone, l’armadio, la finestra verso il verde, la tenda che non c’è.
Ha bisogno che qualcuno le appenda la tenda che ha lavato e ora è sul cassettone, usciamo e scende una scala erta e stretta che porta in una cantina. È fresca, illuminata dalla finestra alta, a livello di terreno, ordinata come il resto della casa, lì c’è la scala.
Anna si inerpica mentre risalgo con la scala, è agile sui gradini, con la consuetudine che il corpo mette assieme alla mente e rende facile il muoversi familiare.
Le sistemo la tenda della sua camera, riporto la scala in cantina, mentre Anna non cessa di ringraziare, vorrebbe offrirmi un caffè, un liquore.
Le chiedo notizie dei visi che vedo nelle foto alle pareti, Anna sorride, questo è il figlio in California, questi i nipoti in Alaska. Tutti sorridono e guardano la mamma e la nonna, con quell’amore lontano che porta il pensiero ogni giorno verso chi è caro.
Anna è contenta, racconta che i nipoti telefonano ogni sera. Vive da sola Anna, il mondo è diventato a sua misura, è indipendente, ha il termosifone ma la sera accende la stufa economica e pare di sentire l’odore della legna, il calore secco che si spande nella casa, l’attesa della telefonata e la camera con il letto ben dotato di sogni, il bagno vicino, la giornata ben vissuta.
Anna vorrebbe sciogliere il vincolo di una cortesia ricevuta, ma è lei che ha fatto un dono, profuso serenità, nell’accettare un aiuto che la rende libera.
La strada, prima anonima, ha ora un luogo su cui posare gli occhi, rallentare il passo, sperare nella vista e in un saluto. Quand’è che abbiamo smesso di essere noi e siamo diventati soli?
temporale di città

Piccoli dolcetti al cacao si accompagnano al fernet e caffè nella larga tazza. Tra le strette piazzette e nel viale, passano ragazze con vestiti estivi corti e leggeri. Parlano con parole che si di stendono pigre le une sulle altre, ridono spesso. Qualcuna gesticola e si tocca i capelli e il corpo: sta raccontando qualcosa di sé. Gli uomini si fermano rallentando il passo in sincronia con le parole, tra una boccata e la successiva parlano e ridono, ma è una risata meno leggera, pesante di sottointesi.
Il mio sigaro è di dolce Kentucky, poco invecchiato. Lascia un fumo denso e l’ aroma corre nell’aria come un flusso, un ricciolo d’acqua da codice atlantico. Lo seguo con lo sguardo e mi pare un bel momento.
Appena oltre le case, tra i balconi pieni di gerani rossi, s’annida il rumore di chi va di fretta perché ha esaurito l’estate. La città, che è nata dal gioco di un gigante, si incanala tra linee sempre un poco curve, quando è stata scritta, dalle dita possenti di forza e sorriso, ne è venuta una spirale logaritmica e io sono al centro di quel dipanarsi di luoghi che sembra correre verso la periferia e perdersi in un verde confuso con l’azzurro, ma sono anche sulla retta del corso. E lì vedo staccarsi le ore come rintocchi pieni di identità e pensieri compressi in attesa di espandersi nel futuro immediato. Ma è cosa d’uomini e d’animali tutto questo affollarsi di possibilità e accadimenti… mi prendono pensieri quantistici, risuonano le discussioni di Bohr e Heisenberg. Che belle le parole usate per definire ciò che diviene reale solo se osservato, chiamato ad esistere nel momento, in quel luogo e poi liberato da ogni determinismo sino a diventare un tessuto inconsistente che regge la realtà. E penso ai giochi di bambino quando tenendo per i capi un telo si faceva rimbalzare la palla verso il cielo ed essa andava, per una imperscrutabile somma di forze e indecisioni, da una parte oppure da un’altra o da un’altra ancora. Infinitamente indecisa prima di balzare e al tempo stesso pronta verso una nuova possibilità. Così immagino la folla di pensieri e di direzioni non ancora prese attorno a me e le mie stesse, mentre il cielo scurisce e si carica di elettricità. L’aria non vuole cedere al temporale. È così limpida e piena di tanti piccoli suoni tiepidi conosciuti, che si basta. Tutto si accorda nell’attesa di qualcosa, il deciso e la possibilità. E tutti, quelli seduti e quelli che passano, presumono di sapere cosa accadrà tra poco o tanto, ma allo stesso tempo sono attenti ai segni, anche se ostentano una distratta noncuranza. Forse per questa arroganza lieve di un determinismo vitale, o per aggrapparsi a qualcosa di ben noto, si ude il cigolio degli ingranaggi del campanile e si sollevano ironici commenti di sollievo perché le cose sanno far ridere se proseguono nelle parole. E qui c’è un eppure che distrae e si scioglie in uno di quei pensieri che sembrano importanti e si vorrebbe appuntare da qualche parte ma che già nell’indecisione del come farlo, si perdono.
Sono schiuma d’onda che disegna e ridisegna, senza lasciare traccia definitiva, ma tra il rumore secco delle chicchere nel secchiaio del bar, le voci dei passanti e il tintinnare di bicchieri, inopinato risuona alto un evviva! con quel tono squillante che hanno i tenori di coro. Tutti si voltano verso l’indeterminato qualcuno che brinda al momento, alla presenza, a chi paga, e forse anche ai seni della barista. Qualunque sia il motivo si scioglie nell’aria il pensiero d’una carta voltata e mostrata, un arcano maggiore, mentre cadono le prime gocce di tiepida pioggia.
la tempesta d’agosto
Gli asciugamani perdevano sabbia ovunque e avevano l’odore del cotone bruciato dal sole mischiato con la crema Nivea, anche le lenzuola avevano un proprio odore, mai più trovato, ed era quello del sapone marsiglia con un fondo di sole e vento. Su questi baluardi scorreva l’estate al mare con le sue cinque settimane di corse, di sudore, salso sulla pelle e spine nei piedi ustionati. Poi il mare scuriva, una mattina trovavamo in spiaggia molte più alghe e granchi del solito, come se la risacca si fosse destata svogliata e non avesse voglia con le sue lunghe dita prensili, di riprendersi i doni della notte. il cielo scaldava meno la sabbia ma era un lenzuolo candido che non lasciava trasparire l’azzurro. Dal lago arrivavano nubi, prima bianche, poi più scure e vento che sollevava sabbia percuotendo corpi e occhi, il mare si alzava, facevamo l’ultimo bagno della giornata in mezzo alla spuma bianchissima in un’acqua insolitamente calda.
I richiami dei genitori si susseguivano, diventavano urla e già preda del vento freddo e della sabbia, tornavamo verso casa. Lentamente, perché la sabbia non scottava, regolandoci con il temporale che stava arrivando. Mentre gli adulti chiudevano finestre e porte, portavamo le sedie sotto lo spiovente della casa e seduti in fila, cominciava il chiacchiericcio, gli scherzi e le risate che avrebbero reso la doccia un supplizio. Cominciava a piovere, il cielo divenuto scuro evidenziava i fulmini che si scaricavano in mare, le gocce grosse erano subito fitte. Allungavamo la mano per sentire il bagnato: era caldo, cambiava il colore delle dune che da giallo ocra diventavano di un grigio granuloso pieno di bolle, come fossero percosse. Dicevamo tra noi che quelli erano i lividi della terra come le nostre bluastre tracce di cadute. La sabbia assorbiva tutto, riarsa da settimane di sole pieno, a suo modo reagiva con un lieve vapore che il temporale abbatteva continuamente. Gli scarabei stercorari si erano immersi nella sabbia con il loro lavoro quotidiano, uccelli e gabbiani volavano bassi con picchiate improvvise, attratti da una improvvisa libagione di insetti e di piccoli pesci spinti a riva dalla risacca ora rabbiosa.
Attendevamo finisse, ci avevano assicurato che il brutto tempo non durava, ma erano il lago e il vento a determinare i temporali, e per noi queste entità lontane sembravano antichi dei che avevano una forza incoercibile sulle cose e sugli uomini. Di questo discutevamo, mentre le notte accendevano un lumino davanti all’immagine di un santo, per noi era tutto vero quello che ci veniva detto e quello che i nostri compagni di gioco avevano sentito nelle case. Per quelli di città, come me, c’era il racconto dei temporali sul canale dietro casa, i fulmini catturati dall’antenna dell’università, ma per chi veniva dalla campagna c’erano ben altri racconti, tetti scoperchiati, alberi abbattuti, la corsa per coprire il grano messo ad essiccare, le trombe d’aria di giugno che si scatenavano tra mare e terra e poi colpivano tracciando una scia che andava a distruggere raccolti e vigne, ma secondo un pensiero oscuro che colpiva gli uni e risparmia a gli altri, perché? Restavamo, noi di città, pieni di domande e intimoriti da tanta furia e dal pensiero che forse lo stringersi delle nostre case nelle vie strette, era l’antica paura e il rimedio a quelle tempeste e trombe d’aria che flagellavano la pianura e il litorale.
Il pomeriggio si consumava in fretta, eravamo alla fine d’agosto, tra una settimana saremmo tutti tornati alle nostre case, sarebbe ricominciato l’approntare quaderni e libri per la scuola, ma il gioco e la libertà avrebbe avuto l’ultimo sussulto cittadino fino a ottobre. Intanto guardavamo il cielo che ora cedeva alle lusinghe del sole. Questo dapprima era un disco bianco poi via via diventava più limpido e rosso per lo sforzo di spingere via le nubi. Guardando in lontananza dalla cima di una duna, si vedevano le navi ancorate e il mare ancora furioso, mentre il tramonto illuminava i nostri corpi e nelle ombre allungate c’era il fresco della sera, pieno di un odore sottile che solleticava il naso. Non sapevamo cos’era, ma ci pareva la coda di un drago ch’era passato. Era ozono, l’avremmo saputo con lo scorrere degli anni, per ora c’erano i richiami e le minacce delle madri, prima la doccia e poi la cena,.
la scuola di don Abbondio

C’è più coraggio in un riconoscimento di insufficienza e quindi nel ripiegare sulle posizioni più sicure, oppure nel tener testa, combattere oltre quello che si pensava e non recedere? In entrambi i casi se c’è onestà c’è anche coraggio e ognuno ha una sua risposta che vale sempre in quella vita che non è solo battaglia e tanto meno eroica. Penso alla vita quotidiana, alla difficoltà di fare il proprio lavoro, alla necessità di dire se si ama o meno una persona, al mettersi contro chi aggredisce portando idee trite e ritrite e che magari approfitta del becero conformismo. Il coraggio è una scuola dove si rafforza la coscienza di se6e la dignità, e non vale il teorema di don Abbondio che chi non ha coraggio naturalmente, non se lo può dare. Se si viene incoraggiati a dire ciò che si pensa, al tenere fede alle promesse, se si ha l’educazione a non compiacere ma a dire la propria verità, sopratutto nei sentimenti, non si è più felici, ma di sicuro più forti e coraggiosi.
Nei nostri tempi interessanti e ricchi di nebbia, il coraggio non è buona merce perché val più chi fugge, chi è un tartufo, chi assente al più forte e si mimetizza, chi non dice la verità. E bisognerebbe rispondere a questa domanda: perché il coraggioso alla fine sembra un visionario, un illuso, spesso un imbecille che non bada al suo tornaconto? Ma allora, se così fosse, perché il coraggio non viene derubricato dalle azioni possibili e semplicemente si elogia unicamente la fuga, che poi riassume tutti i modi dell’ignavia.
Si fugge per salvarsi, non per restare ed evitare le difficoltà, l’impegno, la fatica, e così pensare che ci sarà qualcun altro che la farà al nostro posto. Perché questa non è fuga ma codardia. E non raccontiamoci che nel mondo è normale che qualcuno si sacrifichi al nostro posto, un mondo che va avanti sul sacrificio di chi rispetta se stesso. Se così fosse sarebbe un mondo di ignavi, dove ciascuno pensa a sé e se c’è bisogno di essere presenti, si sta zitti perché aiutare, fare ciò che non è richiesto è comunque una forma di coraggio. Questo mondo assomiglia molto a ciò che stiamo diventando, chiusi nella furbizia e nell’individualismo, pronti a conformarsi anche attraverso l’assenza, il cinismo del tanto tutto è uguale. Bisogna pensarci almeno tra quelli che ancora avvertono il disagio di non essere a posto con sé stessi, tra chi si emoziona davanti a un fatto tragico che poteva essere evitato e pensa che l’uomo è portatore di dignità assoluta ma non sempre è così per la legge. Bisogna pensarci perché sulla strada dell’ottundimento siamo avviati da tempo, perché non vediamo che intelligenza e umanità devono accompagnarsi e che una qualsiasi intelligenza artificiale sarà spietata con noi. Abbiamo ancora la risorsa del sentimento, facciamola crescere in modo che i coraggiosi non vengano trattati da imbecilli.
p. s. Ho messo un brano (non casuale) di Maria Gudina, la pianista che ha attraversato lo stalinismo continuando a suonare musica “proibita” e che nei concerti portava una pistola sotto la gonna come soluzione al suo possibile arresto.