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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

pensiero assurdo e banale

Mi chiedevo, era un pensiero assurdo e banale, se restasse una memoria nella forma che il corpo prima aveva riempito  o nell’aria che l’aveva immediatamente colmata. Se le particelle di noi che erano sublimate, i ferormoni spanti, la stessa polvere che si era staccata dagli abiti, se tutto questo e molto d’altro si fosse in qualche modo mantenuto con una propria identità prima di confondersi con il resto portato dal vento che colma le assenze. E se allo stesso modo, in maniera più duratura, le emozioni non avessero impregnato i muri più delle ombre controluce, se i mormorii dei sogni, le parole belle e sensuali avessero trovato qualche poroso anfratto in cui restare in traccia. E così le urla, il dolore, i sussurri, lo scoppio delle risa, persino gli sternuti e i colpi di tosse, tutte le manifestazioni di energie cinetiche, acustiche, olfattive, non avessero tenuto memoria sovrapposta di sé tanto da creare, degli uomini, degli animali, di tutto ciò che si muove e che non a torto chiamiamo vita, un substrato disponibile. E che in questo progressivo spalmarsi di pennellate dell’accadere ci fosse qualcosa che era profondo per età e per persistenza, una sorta di archetipo che si andava affinando in ogni luogo in cui eravamo stati e che in determinati posti, le camere da letto ad esempio, o i soggiorni e perché no le cucine o le anticamere, ci fosse una piccola spinta sussurrante che indicava la svolta a un sogno, la luce a un pensiero, il richiamo improvviso a un ricordo che era materia del fare.

Oh certo non mi lasciavo sedurre dal dejà vu, oppure da quei piccoli movimenti che solo la coda dell’occhio sembra poter cogliere e che testimonierebbero presenze in attesa di essere decifrate, piuttosto pensavo che sappiamo così poco dell’impalpabile, che gli atomi e le molecole hanno loro memorie e leggi che ricordano. Così mi pareva bello pensare che quando siamo stesi su di noi si stenda la vita, quella vissuta e pure quella che deriva dalle nostre profondità mal conosciute e che quasi mai esploriamo. Che essa ci parli perché è ben viva in noi e sia in grado di narrare cose che sembravano perdute alla percezione; che ci inviti a riflettere e capire quel noi, così negletto dalla banalità del ripetere, attuando una sorta di riassunto che ci indica chi siamo per davvero, quante possibilità abbiamo e cosa di noi è stato vissuto o lasciato a mezzo, per spingerci, prima di scivolare nel sogno che esso pure è continuazione di quel discorrere tra noi, a capire di più noi stessi. Poi ci penseranno l’aria, l’intonaco e le pietre a sussurrare qualcosa che renda storia il sonno.

Lo aveva compreso così il vecchio Freud quando stendeva i pazienti nel sommier e dietro loro ascoltava? Era questa, una sua embrionale comprensione che a seconda di come è messo il nostro baricentro rispetto alla gravità, diversi sono i pensieri e le possibilità che essi generano? Dei molti modi dello stare stesi, magari su un prato guardando nuvole ed erba ingigantita dalla vicinanza, oppure nel silenzio che segue una fatica lunga mentre il cuore ancora batte forte, o ancora in un treno che corre e sembra annullare ciò che c’era alla partenza nell’attesa dell’arrivo, o nel riposare ozioso del pomeriggio, nello star vicino dopo aver fatto all’amore, nell’intraprendere una lettura che preceda il sonno, in questi e in mille altri modi, il pensiero si stende con noi, pesca dal nostro profondo e da quello che sta attorno, ci invita ad ascoltare e parlandoci di cose che accadono, che sono accadute, che accadranno.

O forse no, non parlerà e si chiuderà in un silenzio che ci farà sentire più soli e temere di non comprendere appieno chi siamo. Dipenderà in piccola misura anche da noi, ma è bello pensare che di tutto ciò che con noi si muove resti traccia e scia e che tutta questa flebile, preziosa energia abbia un persistere che solo un poco ci riguarda: l’abbiamo generata, adesso farà come crede e da sola si muoverà nell’universo.

caro Raffaele

codicesociale su post lamentoso, visionario e politico

Leggo sempre con molto interesse i Suoi post, a dire il vero li trovo estremamente godibili quando parlano della vita, dei sentimenti in genere, piuttosto che quelli relativi a questioni di tipo politico-sociale.
In realtà noto il disperato tentativo, da parte di un Signore di sinistra di recuperare un’identità di un partito che ormai non ha assolutamente più nulla di sinistra, soltanto, come diceva qualcuno solo chiacchiere e distintivo, solo chiacchiere e distintivo…
Quindi lasciamoli morire in pace, occupano uno spazio vuoto, come gli scanni che hanno in parlamento; quello che hanno potuto dire e fare, l’hanno già dimostrato, incapaci, volgari, egoisti e presuntuosi; autoreferenziali come il Narciso che si specchia nel fiume, mediocri interpreti di una rappresentazione pirandelliana, servili rispetto al dio danaro.
Mi consenta un consiglio, in tutta umiltà: faccia come me, si metta dalla parte del torto, in attesa di un altro posto in cui mettersi, è molto più dignitoso!!!

Cordiali saluti
Raffaele

Caro Raffaele, anzitutto mi scuso a nome di WordPress che aveva messo il suo commento negli spam, invero in una compagnia allegra ma troppo faticosa per le performance sessuali richieste in più lingue, almeno per me che su questi temi preferisco la discrezione e la realtà. Ma veniamo alle sue parole che mi hanno colpito positivamente e fatto pensare. Mi sono chiesto da che parte sono e in cosa spero, che senso attribuisco ai miei gesti, ormai limitati, che direzione assuma il mio impegno.

Non nego la confusione, la speranza che si mescola con il vissuto, entrambe condizioni pericolose per l’analisi della realtà. In verità sono da molto tempo dalla parte del torto, se questa possa essere individuata nel restare pervicacemente in minoranza e nel non rinunciare a discutere, proporre, partecipare. Da quando me ne sono andato dal pd, partito che non avevo contribuito a fondare perché anche allora ero dalla parte di chi era contrario alla sua nascita, ciò che è accaduto in Italia e nel mondo, mi ha fatto riflettere assai sulla sinistra e sulle sue possibilità di futuro. Mi sono anche convinto che quanto accade in paesi in cui la sinistra ha ancora qualche presa, questo accada più per ragioni locali che per costanti universali. Quindi essere dalla parte che la realtà riserva non a chi la nega ma a chi si oppone ad essa, ovvero il torto, diventa una condizione naturale. Non spero nel pd, partito mai nato per davvero e luogo di legittime ambizioni politiche che però ben poco hanno a che fare con la parte che dovrebbe essere rappresentata da quel partito. Non mi ritrovo nella piccola sinistra che ha tentato di ritrovare gli smarriti nel bosco, senza capire che queste persone non avevano sospeso la fiducia ma l’avevano proprio tolta. Non mi riconosco nella mera testimonianza, negli atti dogmatici di fede che rimandano ad analisi molto condivisibili ma astratte da una realtà che potrebbe essere modificata solo con una rottura traumatica, ovvero una rivoluzione. E non vedo proprio chi abbia tempo e voglia di fare una rivoluzione egualitaria, solidale e portatrice di libertà in questo paese e in questa Europa. Potrei dire che chi ha ricordi è meglio stia a casa, frequenti il piacere delle sue passioni quiete e lasci che il mondo vada come meglio crede perché ogni impegno in fondo, è un atto di superbia e onnipotenza e mentre non muta nulla attorno lascia sempre meno energie. Ma senza l’impegno non esisterei, di questo me ne sono reso conto e come da tempo non penso di avere più una ragione universale, mi aggrappo a quelle piccole pratiche che attengono al noi, che vogliono più legalità, maggiore solidarietà, una libertà che non abbia altro limite che la legge e l’offesa dell’altro. Utopie, che mi riportano all’io. Strano vero che chi parla di noi, lo faccia in prima persona come se questo fosse un bisogno individuale e non una analisi applicabile alla collettività. 

Caro Raffaele, non ho verità, qualche principio a cui non rinuncio e alcuni ideali che non sono mai stati un peso. Non posso difendere un partito in cui non ci sono e nella mia condizione di “cane sciolto” non ho nulla di dogmatico a cui attaccarmi, capisco però che il mondo sta mutando. Rapidamente e in direzione imprevedibile. Servirà una bussola, una direzione nella quale muoversi proprio per essere, come lei diceva, dalla parte del torto. Ecco questa bussola la costruisco guardando e cercando il buono che emerge, le contraddizioni, in una parola, mi fido ancora dell’uomo come genere collettivo e penso che alcune condizioni siano ancora possibili perché esso si salvi da se stesso. Capisco che è poco, che il ragionamento è arruffato, ma avevo premessa la mia confusione e il non avere verità da spendere. Un tempo l’analisi della modernità era una buona prassi per interpretarla e cercare di guidarla, ora c’è un sentimento ambivalente che oscilla tra il luddismo e la fede illimitata nella tecnologia come risolutrice di ogni problema. Naturalmente tutto questo testimonia la grande confusione collettiva, la mancanza di guide che si preoccupino di un bene comune, ma se non ci fossero moltissime persone che ora sono insoddisfatte, che ritengono che capire venga prima del fare, che si cimentano con nuovi paradigmi, tutto sarebbe perduto. Ma io credo ci siano Raffaele, credo che siano contro e a favore di qualcos’altro e che non abbiano torto. Cerco di capire da loro, per l’egoismo di avere un senso in questa società.

E’ poco, me ne rendo conto, ma non saprei fare altrimenti. 

La ringrazio di cuore, la riflessione continuerà e avere qualcuno con cui parlare è davvero un regalo.

Roberto

fidare

C’è stato un tempo in cui si incontravano le parole, erano esatti pezzi d’incanto fatto di confidenza, intimità, fiducia, desiderio. Tutto poteva essere detto perché si annodava in un procedere assieme. No, non poteva esserci alcun male e quindi timore. Parole dette in attesa dell’amore o stesi dopo averlo fatto, guardando il soffitto per ascoltarne meglio il suono, erano parole sussurrate, criptate per orecchi estranei, inzuppate del senso infinito che solo un rapporto profondo può avere. Non di rado erano parole titubanti per la grandezza che contenevano, eppure coraggiose per il presente che scrivevano. Parole senza paura che aprivano porte, che innocenti affrontavano la verità senza timore. Parole dolci e appaganti che riempivano e stremavano di dolcezza. Parole trattenute, oppure sciolte in un silenzio sorridente, lasciando al corpo il compito di dire. Parole svergognate, felici di mostrarsi a quegli occhi che soli potevano vederle. Parole così intime che non si sarebbero dette a sé.

È un tempo che volendo si rinnova e di cui la parola è segnale del fidare e fidarsi.

Fidare ha un senso arduo quando, attorno, il potere cospira per esaltare la minaccia. Nessuno ne resta immune anche dentro le mura, perché sibila tra noi, mette inquietudine e fa tacere, mentre fidare è una riflessione che si abbandona, che mentre coglie il buono ha l’urgenza del raccontare. E in molti modi lo dice, con i linguaggi di tutti i sensi; così fidare è controcorrente, e fa bene anche su chi ci è vicino, rassicura e tiene assieme. Più stretti, con parole che raccontano ancora di noi e non solo dei suoni che stridono oltre le finestre. Certo è difficile cogliere la sfumatura che apre un uscio e non temere la luce, ma che saremmo noi senza le nostre verità sussurrate che diventano fare, azione, vita? 

consigli di vita comune

Non dire che scrivi poesie, non dirlo da nessuna parte, è un demerito, una cosa tua, un vizio. Non dire che ti piacciono le parole, siamo nell’età dei fatti, le parole sono vuoti involucri di senso, bolle che scompaiono dopo un breve volo senza lasciar traccia. Alludi, lascia spazi perché chiunque pensi di aver capito, il segreto è essere banali, citare altri con frasette prive di contesto. Sorprendili appena, poi taci come dovessero riempire la frase, ma fallo con parsimonia, sennò ricorri ai luoghi comuni, ai pensieri stantii, hanno sempre un sacco di estimatori. Piuttosto dì che hai fatto questo, quest’altro, quell’altro ancora, fa capire non che hai vissuto per qualcosa di differente che non fosse il lavoro, però senza elargire tutto quello che ancora potrai dare.

Celebra l’utile. Cos’è l’utile? Ciò che produce denaro per altri e per te, ciò che non è utile deve preparare all’utile. Se vai in vacanza ti riposi per lavorare meglio e di più, se hai una situazione sentimentale tranquilla meglio perché non sarai distratto nel produrre utile. Non avere passioni, va in palestra piuttosto, sfogati lì. Tra i cibi e il bere preferisci il secondo, parla di vini, impara a far girare il vino nel bicchiere, annusa e se non senti nulla o quasi, inventa, basta che tu resti serio con quel viso che ha un sorrisetto di conoscenza esclusiva. Non parlare delle tue debolezze, mai, ti uccideranno attraverso di esse, se devi piangere fallo come per le poesie, in segreto. Non devi avere emozioni per cose che non emozionano gli altri, la lacrima dev’essere rapida e sparire altrettanto in fretta. Delle immagini forti, dì pure che sono un pugno allo stomaco, entusiasmati, ma per poco, alla causa di chi è sconfitto poi torna normale alle tue cose, non permettere che nulla ti cambi davvero. Scrivi poco che possano leggere tutti, manda molte immagini da condividere. Mostra la gioia tua e di altri, non avere pudore di mostrare chi ti è vicino, punta sugli animali di casa e se non ne hai vanno bene i tramonti. L’immagine dura finché non arriva l’immagine successiva. Devi produrre molte immagini, avere molti followers sui social, anche nell’ambiente di lavoro e di vita devi curare il piacere di conoscerti. Ricordati che non sono amici ma stabiliscono il grado di approvazione, di conformismo che possiedi. Nessuno di questi si chinerà per toglierti dal fango, anzi diranno tutti che lo sporco l’avevi anche dentro, per questo non devi cadere e devi fare attenzione alle pozzanghere, in particolare a quelle del pensiero di chi è più forte di te, di chi è più avanti nella scala dell’utile e può farti le scarpe quando vuole.

Non giustificarti mai: non ti ascoltano e sei più debole ai loro occhi, casomai costringi gli altri a giustificarti nei tuoi vizi e quando vai fuori della norma, per farlo devi avere qualità che lo permettano, cioè qualcuno che pensa di trarre vantaggio nel farlo. Non badare alla tua ignoranza, alla miseria dei tuoi principi, chi ti sta sopra è più ignorante e più furbo e di sicuro ha meno principi di te. Se qualche volta ti accade di guardarti allo specchio, guarda le rughe, non sentirti l’alito, non guardare dentro, troveresti un deserto puzzolente: sei tu, come ti sei fatto perché non hai voluto andare fuori dalle righe. Ti hanno pagato per questo, di cosa ti lamenti? E mi raccomando, considera che per costruire questa miseria hai ucciso tutto quello che ti rendeva diverso, è stata una fatica, non dolertene e passa a benzodiazepine più forti.

post lamentoso, visionario e politico

Gli italiani e la sinistra si sono scordati della legge elettorale vigente, quella del PD di Renzi e Gentiloni che da la maggioranza assoluta al partito o allo schieramento che raggiunge il 40% dei voti. Già oggi Salvini è il nuovo presidente del consiglio e ogni giorno lo diventa di più. Il M5S è lo sgabello che consente tutto questo. Non capisco come gli strateghi del movimento non lo capiscano o forse questo vogliono: tornare a quella opposizione che li libera dalla realtà.

La sinistra e il PD tacciono sul pericolo incombente, perduti nelle interminabili analisi di identità, come se l’identità non fosse visibile appena fuori dalle sedi di partito, dagli alberghi delle inutili convention. Ed è la realtà di bisogni veri, a partire dal lavoro e la legalità, è la realtà che non vuole più i nomi usurati dal troppo passato.

Dovrebbe farsi strada la consapevolezza della sostanziale ininfluenza sulla realtà sociale e politica del Paese, delle decisioni e dei dibattiti di molti mesi e anni, avvenuta in un’area, la sinistra, che ha trovato nell’avversario politico le proprie ragioni di identità e non nell’interpretazione del nuovo e dei nuovi bisogni diffusi. Abdicando dalla rappresentanza, dalla alternativitá vera delle proposte e delle soluzioni, si scompare anche nel contrastare una destra pessima che sta conquistando il potere. Serve una sana professione di umiltà che dica non il buono fatto ma ciò che non si è colto e proponga uomini e progetti nuovi e radicali per il Paese.

Si dice di essere al servizio, bene, questa condizione anzitutto significa non servire gli interessi che hanno generato la povertà crescente, l’ineguaglianza, l’assenza di legalità. Bisogna essere differenti e credibili. Questo insegna il corpo elettorale, ma pare che la cosa non si voglia capire.

ruggine

Degli involucri fragili e tondi messi a guardia dell’io, uno in particolare merita d’essere indagato per la sua funzione di aggiusta crepe: la dignità del nostro tempo.

Essendo noi oggetti comunque fragili, la pressione che generiamo all’interno del sinuoso vaso che ci contiene è proporzionale allo scostamento tra desideri e ppossibilità. Più alto è lo scostamento tanto più alta è la pressione che genera dipendenza, ovvero bisogno, e infine, incapacità di vivere. Per questo generiamo ruggine, scaglie ossidate di io che si disperdono e consumano.

Meglio un vaso che si rompe e che potra aggiustarsi con saldature d’oro che un foro che s’allarga e diventa incolmabile.

Ruggine è la colpa di ciò che non si è fatto, ancora ruggine è l’abitudine che consuma il tempo. Ruggine è il lasciarsi affogare in luoghi comuni. Ruggine è il rimpianto che impedisce di vivere il nuovo. Ruggine è ciò che consuma i sogni e restringe il cuore.

questa città

Questa città è fatta di percorsi circolari. C’era prima di Roma, parlava la sua lingua con gli Etruschi, costruiva circonferenze e raggi.

Questa città non ha un cardo e un decumano, ma è stata distrutta almeno due volte. Completamente. Per questo c’è una strada diritta che unisce il sud al nord. Ogni rapace di terra ne costruisce una: serve per arrivare e portare via in fretta.

Questa città custodisce. E’ colma di segreti, di urne, di parole dette che vogliono dire altro, di ricordi senza lapidi, di cocci di bottiglia sui muri tra i giardini, di alberi che conservano gelosamente le loro ombre, di finestre che si aprono sui cortili interni, di portici e spioncini, di nebbie autunnali, di luci dietro le tende, di portoni senza un nome .

Questa città sussurra. Accompagna i passi, indica delle mete e poi sta zitta. Ha un segreto per ogni amante, una strada, un bacio, un androne, un vicolo, un’ombra che risucchia, un desiderio che si stende, una dolcezza che ha già l’amaro e poi di nuovo il dolce. 

Questa città per due secoli era un insieme di pecore e paura. S’addossavano le une agli altri e si tenevano, arrancando il tempo, spostando pietre, rimettendo muri dov’era passato il fuoco. Era palizzate e gambe veloci per fuggire, acqua e barche pesanti verso il mare. Ma anche amori e figli, lenta risalita, orgoglio d’un racconto. Pietre squadrate, tante, tantissime, disseminate ovunque. Abbandonate.

Questa città conduce discreta. Si poggia su solide zampe di felino, salta, si rovescia, attende d’essere lisciata e dilaga d’amore mentre sembra quieta. Guarda ed è guardata, è falsa nel mostrarsi a chi non l’ama. Lo sa ed è impudica. Generosa e acuta nel pensarsi, molle e ritrosa nel raccontar di sé. E’ sempre altro, ma appena un poco. Si sfuoca vezzosa per le rughe, disegna l’anima di chi l’accoglie, inerme.

Questa città ha ciottoli di fiume nelle strade e trachite larga sotto i portici, dolce nel camminare, spinge. E’ libera e lascia andare, non trattiene, aspetta. Si lascia circuire, sorride, addita affreschi e finestre che si sfaldano nell’aria. Non ha vento, è immota perché vuol essere penetrata.

Questa città si stratifica di tempo e cose, seppellisce e con poca voglia si rivela. Sotto c’è il passato e poi sette o otto strati di vite aggrovigliate. Nodi che emergono per caso, anse e tracce di passioni, che svelte si ricoprono per zittire domande inopportune. 

Questa città ha case con pietre antiche, impregnate di amori, di segreti sfrontati, di silenzi paurosi. E sogna. Di notte mischia ciò che è stato con ciò che ancora attende; senza  apparente ragione inquieta il senso. Al risveglio resta un eco, una domanda mentre ricomincia il giorno. E l’andar di fretta o lenti, ma dove, solo lei lo sa davvero.

pomeridiana

 

Si chiamano sale del commiato, hanno bisogno di una presenza e si riempiono e vuotano dopo i discorsi, ma in realtà non è mai un chiudere, un salutare per davvero. Stamattina la sala era zeppa di persone, moltissime in piedi, con i discorsi, le canzoni rivoluzionarie cantate assieme e infine l’Internazionale. Colpiscono le biografie raccontate, ci conosciamo e sappiamo tutti che non c’è enfatizzazione, che le cose pubbliche fatte in una vita sono veramente tante. Il privato resta pudicamente da parte ed è bene ci sia questa sfera che un tempo non era ostentata come accade ora nei social. Pensate a cosa accadrebbe se il big data mettesse assieme tutto ciò che abbiamo fatto filtrare di noi, lo riassemblasse in un racconto organico fatto di date e momenti, di fotografie, messaggi, mail e telefonate, di racconti, post, musiche, film e chissà quant’altro e poi lo pubblicasse come la nostra storia, mancherebbe la dimensione del fare taciuto, dell’essere noi per davvero nelle cose. Prevarrebbe l’io, un interminabile io che descrive speranze e solitudini personali, una sorta di racconto che è anche un rappresentarsi, mentre sono i gesti, le cose collettive costruite con pazienza che danno una dimensione vera.

Per questo Compagno l’età non è stata una scusa per tirarsi indietro, c’è stato sempre nella storia. Una storia apparentemente piccola, locale, come si usa nelle città medie dove ancora il quartiere fa la differenza, e un tempo la facevano le mura cittadine. Esser nati “sol sasso” aveva la connotazione della prima certificazione di appartenenza: non sulla terra, in campagna, ma nella città. I quartieri erano piccoli borghi con una identità di mestieri e per chi nasceva negli anni’20 una scelta maturava abbastanza presto, tra l’essere fascisti oppure no. Ammetto che le mie frequentazioni, la mia famiglia era di parte, naturalmente antifascista, ma se si vuole leggere quello che accadde nella guerra e dopo di essa si trova la traccia di un noi condiviso più grande, che si rafforzava ed entrava a fare parte delle vite plasmandole in conformità. Non era un perdere qualcosa ma un acquisire, un essere se stessi e insieme un’idea forte di cambiamento. Questo avveniva con i mezzi forti e semplici della parola, del condividere l’anguria d’estate, del prendersi cura di un vicino, del cantare e mangiare assieme, nel fare politica. Un vedere il mondo uscendo dalla porta e mescolandosi ad esso, non guardandolo dalla finestra. Un assommarsi di umanità che convergevano su persone che rappresentavano con la vita, la coerenza trasfusa nell’etica del bene comune, della giustizia, dell’eguaglianza vera e pratica di chi tende la mano, sia per rialzare, sia per chiedere aiuto.

L’umanità di Guerrino era questo, un essere insieme restando caparbiamente fedele a se stesso e a ciò che era importante per tutti. Stamattina un ex sindaco democristiano che l’aveva avuto come avversario politico, ma insieme amico, ha detto che loro, i giovani DC di allora, invidiavano un po’ questa capacità di essere tra la gente ed insieme di essere gente, che il sentimento di una collettività era un noi fatto di tante individualità. A me veniva in mente l’immagine del fiume che porta innanzi e ha una meta più grande, mentre per strada porta benessere ai luoghi che percorre, che si fa rispettare ma insieme unisce e trasporta e ha un prima che non interferisce col poi. Guerrino rappresentava visivamente la generazione di compagni che avevano semplicemente costruito una società, e con le difficoltà di trovare una sintesi, avevano percorso idee forti. Erano rimasti fedeli all’umanità che avevano attorno e che era lo specchio e la sostanza di ciò che volevano mutare. Così sono sorti parchi, messe panchine, piantati alberi, voluti asili nido, aiutati anziani a vivere nella loro casa. E tutto questo cercando di mutare la città e di capire il mondo. Essere in un contesto che ha una lingua propria non significava avere una barriera per il giusto, per l’equo, per la libertà di chi aveva altra lingua e altro colore della pelle.

In questa cerimonia laica c’era anche il parroco ed era una cosa naturale perché la comunità comprende chi crede e chi non crede, ma entrambi si ritrovano in chi è di fronte al loro: l’uomo e i suoi bisogni. Di Guerrino si è sottolineata la schiettezza e la ruvidità che tradotto significa che era vero, senza infingimenti, poco diplomatico e affidabile in ciò che diceva, perché era il suo pensiero. Aveva mani grandi, da artigiano e da liutaio. Aveva fatto entrambe le cose: mobili e strumenti musicali, poi solo strumenti che dovevano essere un miracolo che trasformava il legno in armonia udibile oltre che belli da vedere. Assieme al suo, sono stati evocati molti nomi di donne e uomini che hanno condiviso questo fare comune, questo lottare per un ideale. Si conoscevano tutti, si frequentavano, erano un insieme di vite vere e di famiglie che mettevano assieme quanto di bello e forte genera il privato. Un’umanità irripetibile che ha costruito molto ed è stata molto assieme. Essere assieme era il senso di una politica e di una vita, una condizione che metteva davanti l’uomo, i suoi bisogni, e il cambiare, tutti, insieme. Per questo Guerrino era amato assieme a molti altri che hanno condiviso e sono stati generosi nel vivere. Non so se tutto questo sia finito, essere stato testimone e in piccola parte dentro quella realtà mi sembra una condizione che debba ripetersi, che l’essere uomini lo esiga. Magari in nuove forme ma che non possa essere che così perché solo assieme si va oltre il bisogno, la solitudine, l’ingiustizia.

Si chiama sala del commiato ma non si lascia mai ciò che si è vissuto come importante e vero. E neppure chi l’ha testimoniato, ci lascia mai, perché sennò saremmo soli e senza speranza, ma non è così. Non è mai così.

 

a sé, in disposizione

Un sogno o una malvissuta paura riga il giorno,

prima d’un crocicchio l’ignoto riposa,

silente ancora dorme con l’illusione e la certezza,

dolcezze che solo il cuore ospita serene, 

distratto, intanto, un lavorio di dita segue una piega di carne,

appallottola un pensiero:

c’è l’abbindolarsi che dell’altalena suona il moto tra terra e cielo, mentre immoto resta,

o il desiderio repentino all’alba, poi  dolce naufrago nel meriggio,

che nell’insoluto s’infratta, e inatteso scuote, di senso, i suoi piccoli sonagli.

La nebbia che non cade mai ci avvolge,

e apre,

all’abbraccio più dolce di dolcezza, e all’inverno il cuore,

come la tua mano, fredda prima e poi calda nella mia

che cerca e cerco. 

Ecco a che servo

e servire è mettersi a sé in disposizione.

 

passi tra le foglie

sdr

Un indeterminato fulgore di sole, di nubi cariche d’acqua, di cenci di brezza, di alberi spogli e di stoppie. E righe d’acqua, riflessi color seppia nelle pozzanghere, dossi di terra smossa, colline puntute di rami. E foglie, ovunque foglie, di colori inattesi o esausti, mai banali, sovrapposte a mucchi. gioco di cani, smosse dal vento, appiccicate dalla pioggia. Foglie nei colori dei lecci e del frassino che riottosi cedono al vento magnificenze e invidia di stagione. Alberi rassegnati che ora mutano foggia e mantello prima d’offrirsi nudi alla stagione e puntare l’attesa dei rami. Foglie e nebbia, scricchiolare di suole, pedate, freddo e bruma che s’inerpica al cielo controluce e spande, trabocca pace. Tanto che il camminare nell’aria ormai fredda chiede ancora tempo. Per sé, per gli occhi, per il pensiero che si stende, per l’attesa lieve della prima luce della sera, per ritardare la notte e il molesto sogno di giorni uguali mentre qui tutto è diverso, mentre qualcosa di nuovo  s’appresta…