Accade, anche troppo spesso, e forse non può essere altrimenti, che i nostri bisogni, le piccole contrarietà offuschino tutto ciò con cui ci rapportiamo. Non siamo oche giulive. E tu sorridevi di questo dire, nella stagione in cui tutto dura poco e sembra eterno. Sorridevi e già proponevi un’attesa maliziosa e felice. La leggerezza con cui si tratta l’alba o il primo canto dell’allodola è conseguenza d’una curiosità appagata, delle lenzuola spiegazzate, della patina di profumato sudore di cui la pelle s’è cosparsa. Ma anche dell’età, se questa parola ha senso per chi la pronuncia e sempre si riferisce a qualcosa che non c’è, ma si osserva in altri. Eppure una costante serpeggia nelle nostre vite ed è il non aver misura della gioia, oggi in special modo che rarefa il noi ed è lancinante l’io. Colgo e partecipo la tua pena, amica mia, e la diluisco nella mia. Che di certo non è più importante. La sento in te, che rende pesanti le parole, afoni i silenzi, eppure ancora penso che altro ci potrebbe essere e che ti ho conosciuta triste o felice ma sempre leggera. C’è una frase che si pronuncia distrattamente, spesso in fondo a un discorso in cui uno solo ha parlato e l’altro ha consolato come ha potuto: e tu come stai? E in quello stare s’aprirebbe un mondo che fino a quel momento è rimasto serrato, e sarebbe un insieme di desideri sconclusionati, piccoli fallimenti, racconti dell’oscurità più che della luce. Spesso si tace e si dice: bene, sto bene, perché non si confrontano i malesseri, ma nel silenzio, amica mia, le cose ingigantiscono e la solitudine, quella dell’assenza del poter dire e poi del mutarsi assieme, diventa un cerchio di gesso da cui sembra impossibile uscire. Se qualcuno non gioca con noi e ci libera, com’è nel tempo delle corse e dei baci cercati, si resta prigionieri della disattenzione.
Di questo sapere di te e di me che vola leggero ed è consapevole della presenza reciproca spesso c’è bisogno e però ce ne dimentichiamo, immemori che le felicità condivise si ricordano ma soprattutto si creano. Abbiamo bisogno di tracce che ci facciano camminare assieme, di un sentire che contenga la pazienza amorosa che dia il senso a quella frase: e tu come stai?
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il peso dell’anima
Tutto il peso dell’anima è nel nome,
l’essenza invece è sparsa ovunque,
a volte luccica di pioggia e arcobaleni,
altre è corazza che impedisce,
o è legno che cresce e accetta nodi.
Più spesso è aria che s’incontra in un bacio, altre volte è solo carne che s’incontra ed esulta,oppure tace.
E il peso del silenzio dell’anima qual è?
Infinito, così si sente,
come la colpa che non si merita, la decisione malpresa,
o la delusione incipiente.
Allora l’anima avrebbe bisogno di parole che non pronuncia e vorrebbe sentir dire,
d’un soffio che la convinca
che non lei,
ma la parte inutile del mondo le pesa addosso..
Tutto il peso dell’anima è nel nome
in quel soffio che vola
ed è organza, seta, trama di colore
che vola e avvolge e riscalda
e parla.
E, a chi l’ascolta, amando, parla.
la vita è eterna
Lo sappiamo che la vita è eterna, anche la nostra vita. Lo vediamo in ogni bellezza che ci colpisce, in ogni attenzione che rivolgiamo al nostro corpo quando lo riconosciamo. Lo vediamo in ogni cosa lasciata in disparte per essere centellinata con la giusta attenzione, lo cogliamo in un colore che non ha un nome ma vibra splendente della sua lunghezza d’onda, lo sentiamo nel sole che preme sui vetri e che orienta i girasoli che s’affollano nei vasi. Lo possiamo intuire nella penombra che, perfetta, disegna ogni arco di portico e si ripete mai uguale, ogni giorno, la possiamo sentire nelle battute scambiate tra un venditore di verdure, una vecchia cliente e un ragazzo sui pattini che distribuisce assaggi di coca cola light. Lo sappiamo senza che nessuno ce l’abbia detto ed è dentro di noi che la sentiamo questa eternità che quando si accoccola serena, ci rincuora e ci dice che tutto è nuovo non che tutto passa.
Un’amica mi manda fotografie da Lisbona, ha il tempo giusto del viaggiatore, guarda, gode del sole e della musica di strada, beve birra e caffè, si muove curiosa. Il suo pensiero solleva il desiderio di andare, di seguire l’istinto che non consuma ma si sofferma, che si perde, si stanca e si ritrova. Ogni sera e ogni mattina, nuovo.
E allora di che lamentarsi? Del tempo che passa? Della noia? Della complicazione e del modo di vivere, oppure di noi, dell’insoddisfazione che si racchiude nelle parole: non ho tempo. Mai abbastanza sembra, mai conforme a un dovere che deve dare un senso, una utilità indimostrabile e lontana. Persino del dire si accavallano le parole. Mai come adesso le parole sono state tante e divorano la curva del tempo, lo allontanano da noi, lo nutrono di imperativi mentre la comunicazione mette assieme ed è fluida. Non usa il devo ma il sono. Allora dire poco allunga il tempo e lo rende uno scialle in cui avvolgere se stessi e il senso, ci fa guardare benevoli alle parole che si accumulate e fa scoprire che troppe sono fruste, usate senza attenzione, mentre altre giacciono nuove e meravigliose nella nostra mente. Così il passato si stende davanti, si apre e diventa futuro, non sale sulle spalle e diventa piombo. Noi siamo il nostro tempo, noi con i nostri immensi ricordi, noi con il crogiolare dei piccoli fallimenti, noi con le pagine che attendono pazienti, noi con la certezza che si può andare, sempre, da qualche parte, e sarà nuova se sapremo sentirla nostra. Non d’altri, nostra come il nostro tempo.
per fezione
Come briciole si perde la perfezione per strada, l’idea era buona e si è franta nel modo giusto creando una silloge di specchi. Ciascuno rifletteva l’altro in una infinita ripetuta realtà e il tempo si fermava tra l’una e l’altra immagine, sospeso e in attesa. Non si capisce nulla? Meglio parlare del minuto che s’incontra per caso ( e non è mai per caso), un volto, uno stare, un mettere argine al pensiero che disturba. Tutto serve. Sapessi quanti cani devo tenere a bada e nessuno è mansueto perché ognuno difende un territorio ben preciso: l’urgenza. La sua urgenza. Così nel contenere, ti regalo un’immagine, la forchetta che affonda nella millefoglie. Fuori dell’ombrellone bianco il sole mangia i colori, ma qui la crema chantilly esce tenera di giallo, esce e si lascia raccogliere dalla punta della forchetta. Se non ci fosse un parlottare attorno si sentirebbe il crepitio della sfoglia che si frange, il profumo del caffè che attende, il gusto che manifesta l’imperio del senso. Che rimanda ad altri gusti e desideri, allegoria di specchi del pensiero. L’urgenza è tra il prolungare e il finire, che comunque s’estingue in un ultimo sapore, ma quel sapore durerà a lungo. Ecco che la perfezione lascia una scia ma si consuma, dev’essere consumata, non deve interpellare oltre la soglia della sazietà. E ancora un’immagine aiuta, è la lama di luce che si apre una strada netta, entra e si ferma, solo lo sguaiato aprirebbe intera la porta, chi conosce l’imperfezione propria, gode della danza del pulviscolo, se ne incanta, immagina e coglie vita dove c’è polvere. Fuori una tenda sbatte in sincronia col vento, ed ha momenti d’attesa prima di vibrare, come l’amore, potrei dire, che oltrepassa una riga e poi un’altra e infine ha un suo ritmare tumultuoso con lento accarezzare.
scrivo storie
Scrivo storie. Le raccolgo, oppure le possiedo perché sono miei ricordi. A volte le storie diventano così mie che non le condivido. A volte i ricordi cambiano perché vedono dietro quello che c’è stato, non sono più solo fatti, ma motivazioni, necessità. Così ho scoperto che la colpa non è una cosa semplice da definire e neppure da attribuire e che chi ha vissuto, ha ancora molto da vivere se ascolta quello che dentro gli racconta il giusto e l’ingiusto. Ho scoperto, ma tardi che vedo le cose cose che vedono gli altri, ma con i miei occhi e il mio passato e questo diventa una storia.
Era marzo e c’era già estate. Accade così in Eritrea. La mattina era piena di sole e percorrevo una strada tra due campi minati. Accade spesso in questi luoghi che manchino i soldi per togliere quello che può far male, allora si tracciano percorsi. La strada era asfaltata e bambini in fila indiana ne percorrevano il ciglio tornando a casa da scuola. Avevano le divise colorate delle scuole da cui venivano. Erano bellissimi come solo i bambini e i popoli che hanno preso geni da altri popoli sanno essere.
I bambini conoscevano il limite, non c’erano gare a rincorrersi, si parlavano, ma l’uno alla nuca dell’altro. E ridevano oppure ascoltavano in silenzio, aspettavano di essere al sicuro per sovrapporre le voci.
C’era un territorio precluso attorno e nessuno ci poteva far nulla anche se si stendeva libero alla vista e c’erano alberi, jaracande in fiore, fichi d’India pieni di frutti e case vuote che si consumavano al sole. Le case di mattoni cotti al sole si addolciscono piano piano, lasciano andare una polvere rossa di argilla sottilissima che poi trovi dappertutto, sulle cose, sugli abiti, sul corpo. Ci si abitua, come alle mine. Tempo prima una compagnia di sminatori danesi aveva lavorato in quei luoghi, era un aiuto alla popolazione locale. Poi il governo aveva chiesto loro di pagare per fare il lavoro di assistenza perché nessuno poteva portare aiuto in un posto solo ma doveva dare un contributo al governo e i danesi se n’erano andati. Erano rimasti sentieri poco segnalati e insicuri in una estensione enorme di terra, un tempo coltivata, abitata e fertile, ora punteggiata di carcasse di veicoli e carri armati. Era la rappresentazione del supplizio di Tantalo, c’erano i frutti ma non si potevano raccogliere. Ogni tanto qualcuno ci provava, poteva andar bene o male, ma un vecchio che aveva un’età senza rughe mi aveva spiegato che non provavano quasi più: perché aggiungere morti a una guerra finita da dieci anni?
La sensazione era di essere prigionieri della poca sicurezza possibile, di muoversi solo con gli occhi. Andavo piano e arrivando nella piccola città vedevo i bambini che entravano nelle case di mattoni crudi cotti al sole. Era come vivere su una carta geografica: si andava dal punto A al punto B, si seguiva la strada e poi si restava tra le case. Alcuni, i più vecchi, conoscevano l’italiano, parlavano volentieri. Avevano un discorrere fatto di lunghi intervalli di silenzio, come per cercare le parole e raccogliere le idee. Offrivo loro una birra e passavo il tempo guardandomi attorno. Uno si offerse di farmi da guida, accettai solo di essere portato in periferia, se esiste una periferia in un pugno di case. Appena fuori, sotto un grandissimo sicomoro c’era una scuola coranica. I bambini erano attorno al maestro e avevano delle tavole di legno su cui erano scritti delle sure in arabo. Leggevano assieme, ad alta voce. Come mi videro, ci fu il silenzio, il maestro parlò con chi mi accompagnava e capii che disturbavo e dovevo andarmene. L’albero era immenso e allontanandomi vidi uno dei bambini, che avevo incontrato sulla strada arrivando, era ancora con la sua divisa rossa e blu. Stava seduto su un ramo e ascoltava, poi si voltò guardandomi, pensai al Zaccheo del Vangelo. E mi sorrise. Tornammo, il paese era davvero piccolo e nell’unica osteria c’erano i mercanti di cammelli che avevano finito il loro lavoro, offrii il pranzo alla mia guida: youghurt di latte di cammella e il pane injera per intingere e pulire la scodella. Era una guida semi silente, gli chiesi del passato e del presente. Rispondeva parlando della stagione, del caldo che arrivava e del mercato, che oltre ai cammelli, si era ridotto a sole merci cinesi o quasi, mentre le donne continuavano a tessere scialli di garza per avvolgere la testa e le spalle, che poi faticavano a vendere. Era un po’ triste per questo, ma era il mondo che arrivava. Ci salutammo, gli diedi un po’ di denaro e mi sorrise come il bambino: ero uno straniero, pagavo qualcosa, ma non c’erano né stranieri né lavoro. Ero in un luogo che non permetteva di muoversi come si voleva, ma io sarei tornato e lui non sapeva dove andare.
Il pomeriggio lo passai seduto all’ombra a bere birra chiara e la vita mi pareva asincrona e bellissima.
rta ovvero una mattina del mondo
La mattina si era svolta, come lo spiegare d’un lenzuolo antico. Un prenderne i capi ed aprire ciò che è molto più grande dell’apparenza, poi il distendere con quel movimento che imprigiona l’aria per scherzo e poi la lascia andare finché si forma una superficie liscia e tesa, grande per accogliere e sovrabbondare. C’erano lenzuola per tutte le stagioni in casa: quelle di canapa per l’estate che mia nonna conservava nel suo piccolo armadio e odoravano sempre di lavanda ed erano morbide d’uso e d’anni, e fresche e lisce con dei piccoli ingrossamenti del filato su cui si attardavano le unghie e i polpastrelli prima del sonno. C’erano le lenzuola di lino che uscivano dai calti dell’armadio di mia mamma, con qualche ricamo colorato e le iniziali, anch’essi riservati all’estate e alle occasioni d’una festa che s’accompagnava dalla vigilia alla settimana successiva. C’erano le lenzuola di flanella per le notti più fredde e per avvolgere i sogni rimboccati dal desiderio d’abbraccio. C’erano lenzuola di cotone, di vari colori che accompagnavano l’anno e l’umore intermedio. Insomma le lenzuola s’aprivano e si svolgevano per avvolgere. Così era stata la mattina, stesa e piena d’incontri, di sorrisi, di abbracci e di portici luminosi come parole piane. Era stata una mattina in cui il senso, una piccola sfera densa che dà ordine alle cose, fissandone una precedenza e conseguenza, era rimbalzato nella piazza, aveva convinto anche i riottosi (che tanto riottosi non erano visto che erano venuti per ascoltare, incontrare, celebrare), e si era poi sciolto nei piccoli capannelli, nelle discussioni, nello sciamare che metteva assieme luoghi differenti per un aperitivo, uno sguardo ulteriore, un pranzo. Insomma il rito era stato caro agli dei e l’ordine si era mantenuto con i singoli universi di ciascuno.
Ṛta è il termine sanscrito che descrive l’ ordine dell’universo, quella cosa grande che contiene e uniforma la realtà, ma è anche ciò che rappresenta l’universo attraverso il rito. Ṛta deriva da Ṛ (radice sanscrita di “muoversi”) e *ar (radice indoeuropea di “modo appropriato”), quindi significa “muoversi, comportarsi, in modo corretto”. Fare le cose per bene. Ed è riferito sia agli uomini che alle leggi che regolano l’universo. A ciascuno il suo compito in modo che ci sia l’armonia, il corrispondere tra realtà e il fare e a ciascuno l’universo dia secondo la sua necessità d’armonia.
Pensandoci, mi veniva in mente la meccanica della serenità, che non di rado contiene la felicità, ovvero fare ciò che si dice e dire ciò che si pensa. Che poi è anche il riproporsi dell’innocenza senza età, dell’etica del giusto che non include la costrizione ma si nutre di equilibrio e necessità.
C’era un legame tra tutto questo e il rimpiangere le scelte sbagliate, l’ozioso e cupo enumerare i fallimenti, l’incapacità di vedere il futuro come conseguenza di un pensiero attuale e felice?
Quando gli anni si accumulano con pennellate successive o viene fuori una lacca lucida e riflettente, che ha un colore così intenso che sembra risucchiare la luce al suo interno oppure si creano una serie di strati che si sfaldano nel presente e mostrano tracce di antica bellezza, ma anche crepe e disfacimento dei tentativi che non furono felici. Esiste una terza via che mette assieme il fare e il suo consolidarsi nel ricordo e nel presente ed è la sensazione di essere vissuto e voler vivere approssimando le regole che ci riguardano. In questo si è pietra porosa che assorbe il colore, lo mostra e al tempo stesso è se stessa. È il senso del limite che ci dice del corrispondere tra noi e quello che è fuori di noi, è quel sentire lo sguardo che ha il ricordo e vede il futuro nell’ordine che percepisce. In fondo un letto con le lenzuola ben stese e appropriate alla stagione era un atto d’amore, d’innocenza e d’ordine e già lo stendere era gustare ciò che sarebbe venuto come appropriato al sonno e a i sogni.
E noi dobbiamo curare i sogni e le passioni, farli grandi e simili a noi, contenerli nell’universo e nel sole di una mattina d’inizio maggio, dove l’innocenza è ciò che si mostra ed è grande di semplicità. Come una bandiera, un sorriso, un colore, una voglia di essere ancora vivi nel fare il proprio compito. Incuranti di ciò che è stato e felici di ciò che potrà essere.
vicino al mare
Il negoziante, parlava italiano ed era comunista. Lo disse subito, sentendoci entrare, per mettere le cose in chiaro e rifiutare il mio scarso inglese. Credo. Rispondeva volentieri alle curiosità che sollevava: aveva partecipato alla guerra civile, poi si era ritirato in quel negozio che era più un corridoio che una stanza, con un bancone e pochi barattoli e bottiglie alle spalle, Due cesti per il pane, uova e della feta che galleggiava in una bacinella coperta da una moschiera, a fianco, una vecchia radio che suonava musica tradizionale. Era seduto su uno sgabello alto e ci interrogava sull’Italia. Sapeva e leggeva di Grecia , di Europa. Il mondo – e noi – entrava da una porta di ferro, a riquadri di vetri sporchi; era sempre aperta con un triangolo di sole che illuminava un vecchio frigo a pozzetto. Una continuazione del bancone con voragine coperta da plastica. Sotto il rumore del compressore sincopato, che staccava e riprendeva sordo, con la ventola che frullava aria calda. Dentro il pozzetto c’erano verdure, bruchi infreddoliti, birra e retzina. Eravamo entrati per un panino, ci dissuase, indicando un’osteria nel porto. Però aveva voglia di parlare. Ci diceva che l’Italia era a rischio, che non c’era fine al principio e il principio era la lotta tra chi stava peggio e chi non se ne accorgeva. Si era fermato, cercava la frase. Gli suggerii: a ognuno secondo i suoi bisogni. Sorrise e completò: da ognuno secondo le sue capacità. Continuava a parlare e a chiedere dell’Italia. Rispondevo e guardavo lo yoghurt greco fatto in casa, il miele in barattoli e in favo, i dolcetti di pasta filante, tutto sotto quelle cupole di rete antimosche. Quelle mosche che erano appiccicate ai nastri di colla che pendevano dal soffitto. Godevamo dell’ombra e sparivano le voglie di cibo: col caldo atroce che faceva fuori, quel corridoio sembrava un salotto fresco. Però era quasi l’una e lui voleva mangiare.
Uscimmo in quel sole dove nulla resiste a lungo e nulla si libra in volo sicché il cielo resta troppo azzurro e pulito. Inquietante. L’osteria non era distante. Un luogo da lavoratori e marinai, per loro era già tardi e i tavoli erano quasi tutti liberi. Nulla era pulito: la tovaglia, le posate, i bicchieri, ma nulla era davvero sporco, bastava non pensarci troppo. Era vita, ribollente vita che dormiva fino a notte, che s’appoggiava con i gomiti al secchiaio in cui galleggiavano sapone e resti di cibo, sopra le stoviglie. Mangiammo pesce arrosto con le mani, spezzando il pane e ridendo dell’acqua all’anice e della retzina e dell’ouzo finale. Tirammo in lungo finché si poté e poi uscimmo nel sole. Passando davanti al negozio entrai per ringraziarlo. Dormiva, la testa appoggiata sul bancone, il bicchiere mezzo pieno. Provai tenerezza, per lui, per la vita, per noi che andavamo e saremmo andati.
un bovolo
Un immenso, infinito toboga. Un bovolo, un vortice, in cui siamo scivolati, ridendo e vivendo mentre tutto roteava sempre più veloce. Gli anni delle città ancora da bere, i ruggenti ’70 pieni di musica, pelle al sole, di gioia di scoprire e del distrarsi infinito mentre i cortei si formavano. La testa in piazza della Repubblica pronta con gli striscioni, le ragazze, le parole sorridenti e gli slogan mentre piazza dei ‘500 si ingrossava di arrivi, di tamburi di latta, di bandiere, di megafoni Geloso. Garrule al sole romano, grida e bandiere miste assieme. Cosa garrulassero non è ben chiaro, ma era un grido di speranza contro il grigio del quotidiano senza alternative. Muoveva sinuoso nel vento delle vite che s’avvitavano come gli amori, della politica che ancora cantava e sostava per attendere gli altri, presidiava i luoghi del bene comune: una scuola, una fabbrica, un ospedale. Era il tempo in cui c’erano agguati e compagni (?) che sbagliavano. Eccome se sbagliavano. E neppure erano compagni. Era il tempo in cui la destra diventava tenebra circondata da scoppi di bombe, quando un viaggio in treno era uno scendere e un salire sperando che non fosse quello l’obbiettivo. Era il tempo dei rapimenti, quelli sardi e al nord, per denaro e del rapimento per eccellenza: quello di Aldo Moro che avrebbe generato una disgrazia di cui ancora non c’è fine.
Noi intanto precipitavamo verso un blu che sapeva di mare, di arditezze, di nudità nuove, di racconti intimi mai così sfacciati. Eravamo in un giro che risucchiava e mostrava quelli che restavano indietro, le paure di chi non si schiodava dal passato che non esisteva già più ed era assieme agli strafatti, ai persi per strada, agli insoddisfatti che riottosi non si muovevano dalle speranze già offuscate. Mentre la nostra testa girava e tutto era possibile, e nessuna notte era meno lunga del giorno, c’era chi correva in avanti e chi a ritroso, e si leggeva, il giornale da stritolare tra mani, il libro appena uscito, le frasi ripetute per rafforzare una convinzione, i dubbi da lanciare verso il sole o da sussurrare piano ai capelli che si baciavano con devozione desiderosa di tutto. Di tutto quel confluire, quel giudicare e correre verso qualcosa che non era chiaro, non profumava di ginestra e di olivo selvatico, non aveva solo l’odore della pietra dei ghiaioni al sole, il fresco del tuffo nell’acqua d’una baia senza persone, senza vento e senza barche. Non era il sentiero che si gettava verso la costa dei barbari e neppure la dolina in cui sostare in attesa che il sudore ghiacciasse. Non era che un gorgo infinito, caldo di promesse e di vita che inghiottiva senza chiedere da che parte tu venissi, ma noi eravamo noi, ipertrofici con piccoli ego e tanto noi, noi che scambiavamo pensieri, e abitudini, e modi di dire ripetuti per includere ciò che non era chiaro ma nel contesto doveva pur dire qualcosa.
Noi che leggevamo libri, che correvamo imbambolati al lavoro, che vedevamo nascere i nostri figli e non sapevamo ben che fare con loro perché tutto doveva essere nuovo. Noi che diventavamo pian piano borghesi comprando divani e tavole su cui mangiare assieme. Noi che ci perdevamo in quel correre attorno, nell’ascoltarci, nel guardarci, mentre il mondo esplodeva verso la caduta dei sogni, dei muri, delle certezze. In quel gorgo c’era un buco blu che ci avrebbe gettato in un altro universo, non il nostro, non quello da cui eravamo venuti gioiosamente distaccandoci, ma un universo speculare dove il sapere, il progresso, si chiamava tecnologia. Un bovolo che si originava da un bovolo, una clessidra piena di inesorabile passaggio verso un nuovo vortice colorato e rovescio dove noi che eravamo stretti gli uni agli altri saremmo stati pian piano distaccati. Dispersi, in tante piccole monadi che giravano e si allontanavano.
Prima si parlava, si discuteva, si viveva ammucchiati e distanti, poi saremmo stati sgranati, distaccati definitivamente. Una palata di grano e pula lanciata verso il sole che ricadeva con un suono secco di pensieri ormai solitari. Oro e paglia, ecco quello che eravamo e per questo degli anni sgranati non è rimasto nulla se non l’accumulare. Siamo pietre e intonaci, stanchezze infinite di vedere ciò che allora ancora non capivamo. Siamo usciti dal vortice per sederci su panchine che attendono la luce mutare e la luce muta, mentre sembra distaccare i particolari dal tutto e non ricompone più. Non più.
Ma che lo dico a fare, sai già tutto, lo senti e lo vedi, ed è per questo che mi racconti più stanchezze che corse felici.
occupiamoci di cose generiche
Occupiamoci di cose generiche, lo specifico muove vortici di domande e genera inquietudine. Occupiamoci dell’oggi, anzi del giorno, che agli storici spetta il giudizio. Lasciamo perdere il ieri, quel che è stato è stato, le nostre memorie allo stato solido conservano migliaia di foto che non guarderemo mai.
Però permettetemi una digressione. Prima pioveva e c’era il sole, le ragazze camminavano in fretta, qualcuna sorrideva, dei ragazzi hanno tirato il cappuccio sulla testa e parevano contenti. Chi aveva un ombrello lo apriva. La strada scorreva di pedoni e biciclette, nessuno si fermava sotto i portici, sembrava godessero di una pioggia gentile che annunciava la primavera. È stato allora che ho notato l’esiguità delle mura del ‘300, il mozzicone rimasto con lo squarcio verso l’altro pezzo di mura. Dallo squarcio si vede il palazzo che fu del banco di Napoli, davanti c’è la discesa del parcheggio che si intrufola sotto le mura, sulla strada un tempo, ero bambino, c’era il fiume, le barche e solo a lato, in alto, le auto. In uno spazio ristretto le auto, perché l’acqua e la vista era più importante. Poco avanti, c’è la casa in cui Dante non soggiornò e forse non incontrò Giotto (ma era bello pensarlo e così c’hanno messo una lapide al riguardo), davanti alla casa c’era un ponte, a tre arcate, di epoca romana che univa l’università dei giuristi, il Bò con l’ospedale vecchio di san Francesco, il luogo in cui è nata la medicina moderna. A sinistra del ponte, dopo il Bò, le piazze, la civis con la sala della Ragione, i commerci. Ora ci passano i tram in quella riviera, gli autobus e le auto, ma oggi c’erano anche le ragazze che sorridevano nella pioggia di marzo, e quel muro così esiguo per difendere una città, mi diceva qualcosa di me, di noi. Ci fu un pretore che difese quel muro, un sindaco condannato dopo anni di processi, e quel sindaco non era Attila, ma come il predecessore che aveva tombinato il fiume, pensava che la modernità poteva fare a meno dell’acqua e del muro di cinta d’una vecchia città ormai esausta di ricordi. Erano persone per bene questi due sindaci, che interpretavano il progresso come ineluttabile e la modernità come un generico contenitore in cui tutti potevano stare. E si sbagliavano perché pensavano genericamente e non interrogavano l’anima delle cose (che poi coincide con quella delle persone se c’è appartenenza). Io sono un sognatore, mi piace l’assoluto e il relativo, ma maneggio male i ricordi e senza dare colpe penso che il generico è come il nulla, erode ciò che ci sta attorno. A noi che ricordiamo, non alle ragazze che camminano sotto la pioggia e guardano nel loro futuro.
Però e questo è il secondo però di cui chiedo venia, se ci abituiamo tutti al generico, al relativo, non ci sarà più spazio per l’importante. E che fine faranno le vite se non hanno una direzione propria. Se non abbiamo nulla di profondo di cui dirci davvero. Se non ci sarà nessun segreto da tirar fuori a fatica perché ci rivela davvero e ci consegna inermi all’altro, che fine farà l’eros? Se tutto è rappresentazione qual è la commedia e quale la realtà?
Avete osservato che circola diffusa la paura di essere interpellati per davvero, che qualcuno ci chieda se abbiamo studiato come vivere domani, dopodomani. Con la competizione si sono risolte molte cose, si fa una corsa in qualsiasi campo, il lavoro, il divertimento, gli amori, uno vince e domani si ricomincia. Magari non gli stessi, non con lo stesso panorama perché nel frattempo qualcuno si è perso, un muro si è abbattuto, un tabù è stato espugnato, ma si ricomincia verso l’indefinito infinito senza chiedersi cosa sia davvero accaduto, cosa abbiamo provato. E credo sia perché anche se ce lo chiedessimo a chi potremmo dirlo davvero? A questo servono i poeti, che hanno il compito di mostrarci l’essenza delle cose, ma non compriamo libri di poesia se davvero non vogliamo andare nel profondo, se non vogliamo lottare con la realtà. Per l’apparenza, i poeti, basta citarli a spizzichi, con un tweet che suona bene ed è adatto alla bisogna e che sembra far bene per un attimo prima di restare uguali.
inutili consequenzialità
Avrei a disposizione una poesia dell’attesa, alcuni biscotti poco zuccherati e pieni di passato, una tazza di caffè e una parola a cui girare attorno. O raggirare. Invero fuori c’è dovizia di cose, una luce verticale, umida e netta come la gravità della pioggia, le linee dei coppi sui tetti, finestre assortite e ombre fugaci piene di daffare. Posso aggiungere i rumori tenui e rispettosi del vicolo, le intimità facoltative di sguardi distratti su tende poco chiuse. Un mondo limitato che si apre, che espira e si sofferma stupito nella magia che precede. Cosa? Qual è l’attesa e quale la parola. Nel mettere frasi piccole, descrizioni di azioni asciugate dal troppo, nell’uso discreto delle congiunzioni e delle virgole, si dipana un pensiero. Non è un’armata che a ranghi serrati procede da noi verso il mondo: il vicolo non lo tollererebbe e neppure il corso che lo accoglie sarebbe capace di districare il tumulto dei pensieri, delle sensazioni, dei ricordi, delle attese, dei contenuti, dei desideri e delle delusioni. No, avere un’accalcarsi di immagini non gioverebbe a chi legge, ma neppure a chi scrive. Per queste cose serve una poltrona comoda, la tazza di caffè nero e bollente, e lasciar scorrere il fiume che c’è dentro. Non interessa la piena ma il fluire ordinato. A volte neppure quello. Sono nell’ipotassi o nella paratassi? Se dovessi descrivere le cose che ritmano il giorno meglio sarebbe non perdersi nelle subordinate. Un diario asciugato che scandisce gli appuntamenti, corredandoli di piccole note. Un’impressione, un risultato, un rimando, oppure il nulla di un’ora. Le ore scritte perdono la loro efficacia nello scriversi: chi c’era dietro quell’incontro, cosa c’era attorno, e come ne siamo usciti? In un diario d’inessenzialità come sono gran parte delle nostre giornate, si collocano piaceri senza traccia e doveri sottolineati. Abitudini spensierate, costrizioni che non costruiscono ma tengono assieme come colle che simulano la continuità. Di tutto ciò che riempie ed è daffare, si rischia di restare senza nulla. Di accorgersi che la fine della settimana, o del mese è più un affare di stagioni che di mutamenti che ci riguardano. Eppure c’è una sopravalutazione del mutamento. Si dice che il cambiare spinga verso una felicità che ora non c’è. Si dice eppure si persegue l’immobilità o il cambiare impercettibile che assicuri la persistenza di ciò che si conosce. Dal personale all’impersonale, dall’io al noi procedo, come questo fosse il criterio per riconoscersi eguali. Almeno un poco, non nell’oggetto, ma nei modi, nell’esperienza che s’assomiglia. Il mio caffè con un biscotto che compro da quando ero ragazzo è l’idea del caffè di tutti, il meditare e il lasciar scorrere la libertà del pensare oppure il distratto assumere la caffeina necessaria alle prossime ore, al prossimo impegno. Fuori nella terrazzetta, battono sulla ringhiera i cd che dovrebbero allontanare i colombi, suonano i piccoli tubi che annunciano le brezze, vortica una girandola. Artefatti tra le erbe che ancora esitano, gli stecchi che forse rifioriranno. Questo è il pensiero segmentato per la paratassi, un seguire le fila che portano da qualche parte, ma quale essa sia non è dato conoscere, però si può goderne. E non è poco.
la colonna sonora era quella che c’è qui sotto, e i versi dell’attesa meglio attenderli.