caldo

Son contento del mio colletto coreano,

del lino sulla pelle,

e così affronto il sole, la calura tra le case,

la mia camicia azzurra mi protegge

e lascia scivolare il fastidio delle giornate,

in cui trovare uno scopo è già vittoria.

Caponatina

imageDomattina mi sveglio un po’ prima,

preparo verdure a cubetti,

cucinerò cose gialle, verdi e violette:

qui una punta di bianco

e la’ del rosso a screziare,

in questo tempo occorre amore,

per sommare calore al calore

e angoli di fame futura (si chiama desiderio e speranza)

per poi dipingere un pranzo

che vada un poco nel cuore.

era del cartaceo

foto (27)

Oggi ci sono i nativi digitali, io appartengo al cartaceo, era sporca d’inchiostro, inchiodata alla dimensione delle pagine. Meglio l’A4 per scrivere, ma più o meno, senza sottilizzare, ché già il formato americano è troppo lungo. Meglio la carta pesantuccia, facciamo oltre i 90 g/mq. Facciamo, ma in realtà è un piacere scrivere ovunque: sulle buste in verticale, sul verso di fogli stampati, sullo spazio bianco lasciato dai sintetici adulatori dei comunicati, sui fogli A4 piegati per lungo, a metà. E chissà in quanti altri luoghi si può scrivere, tenendo una penna con tre dita e senza percuotere una tastiera con sette, otto. Eppure sia un pennino o una sfera (preferisco il primo o almeno l’inchiostro liquido) ad accarezzare la carta, tirare file lunghe di caratteri, riconoscersi, nelle volute, nel taglio delle t, nella chiusura delle vocali, nel cancellare (bello riconoscere il proprio modo di cancellare, ché in questo si coglie dove è svoltato il pensiero, tornato indietro, c’è la traccia della scelta barrata nella parola oppure il diniego a leggere, che si vergogna di ciò che era sfuggito. Dove leggi questo nei nativi digitali?), in tutto questo c’è il procedere spinto dalla forza incoercibile di un pensiero, da una voglia che si somma, che trabocca, che prende per mano. Eh, già, per mano. Controllare i muscoli della mano, del braccio, la pressione è diversa, segue le emozioni, si vede. Non potrei con una tastiera, dovrei descrivere ciò che è impalpabile e che vale per me, per la mia sensibilità, per il peso dei miei pensieri. Non potrei per me che ammiro i calligrafi cinesi e giapponesi, che scorro un testo cercando il carattere di chi l’ha scritto. Oltre, dentro, tra il testo. Già, il testo. Vanno bene i testi a stampa per tutti, per quegli schizzi di endorfine e adrenalina che provocò l’emozione dello scrivere e che ci tornano addosso, ma leggere un testo scritto a mano è qualcosa che supera il limite della pudicizia, espone la nudità perché mostra una nascita.

Il calligrafo si ferma, si bea, si perde nel carattere e come per il lessicografo, seziona dentro di sé per farlo, taglia il resto, mostra il particolare, sembra trascurare la storia, mentre si ferma su chi scrisse e scrive, e legge negli spessori, nelle distanze, l’umore, l’arte veritiera ed esigente dello scrivere. Arte, perché propria e senza veli che non siano i propri, ma spesso oltre questi trasuda e non c’è tecnologia che freni, si sovrapponga, insegni e guidi, ma solo qualcosa che estrae, espone ciò che risiedeva in fondo ad un’anima. E sarà riconosciuto da molti come propria cosa, quel descrivere, oppure così dissimile da essere unico, e importa poco se l’una o l’altra condizione si verificherà: qualche sintonia, in qualche luogo, sancirà la magia di un incontro senza fisicità, solo sensazione comune.

Ci fu un tempo in cui questo non c’era e ci sarà un tempo -lo è già questo- in cui sarà diverso. La tecnologia rende differenti, cambia l’uomo, e ciò che c’era prima diviene obsoleto come l’abilità per farlo, ma le idee e il modo di produrle, resta. Cambiano solo i limiti in cui tutto questo avviene. Così chi usa la propria calligrafia si bea un poco dell’abilità inutile che possiede, come facevano i suoi nonni che sapevano convenientemente scrivere ciò che serviva e raccontavano a voce ciò si poteva narrare con una abilità che faceva sembrare sempre nuovo e attuale ciò che già si sapeva. Storie vere, senza caratteri scritti, che sospendevano il fiato o facevano esplodere il sollievo e quel raccontare gli bastava perché era pieno di segni, di sospensioni, di voce che mutava, che sarebbe stato impossibile mettere nei fogli, nei caratteri, nelle pagine da leggere faticosamente. Ci fu un predominio dell’oralità, poi venne la scrittura, ma coesisterono entrambe a lungo, oggi è più difficile.

Sono un nativo cartaceo, molto inchiostrato, e il mondo è già digitale, insomma una curiosità antropologica tra poco. Mi sembra strano non sentirmi fuori posto, continuare a provare il piacere sensuale di scrivere con una penna, tener da conto questa condizione come una diversità che conta, considerare che ciò che scrivo ora su una tastiera, è qui a fianco e ha i suoi caratteri allineati sulla carta. Mi sembra lo strano che provoca la meraviglia, non la paura d’essere superato, ma lo stupore di vedere come procede il mondo e cosa perde per strada. C’è la tirannia dell’utile come possono sopravvivere le abilità manuali? Però in questo angolo di passato mi trovo bene, e mi avvicino a cose e persone per me un tempo inimmaginabili, al calligrafo cinese o giapponese che ammiro nel suo dipingere, alle parole che perdono senso se non sono scavate nei caratteri, al riconoscere i propri simili in ciò che lasciano come tracce, al fermarsi con curiosità davanti a una pagina scritta a mano. Mi basta e avanza.

le rigidità del passato

Al Mart di Rovereto c’è una mostra di Adalberto Libera sulla città ideale. La vedrò, e farò i conti con me, ancora una volta. Come mi accade con Strauss o Wagner, oppure con Leni Riefensthal o Casorati. E qui mi fermo perché i nomi diventano troppi e il disagio aumenta. E’ la contrapposizione tra un giudizio negativo assoluto sulla ideologia e sulla prassi del fascismo o del nazismo e la sua capacità di produrre e inglobare arte, capacità intellettuali forti. Come se il male non avesse la possibilità di generare il bello. Il discorso non è facile, in fondo la distruzione dell’intelligenza assieme alla cultura dei popoli vinti è costante nella storia dell’umanità, perché non dovremmo farlo anche noi in una damnazio memorie che elimini dalle menti tutto ciò che è stato? Eppure si sente che di quel bello nato in un periodo disgraziato saremmo amputati, che mancherebbe qualcosa nel nostro pensare. forse un modo è quello di ricordare ciò che avvenne e insieme riconoscere la capacità dell’uomo di essere anche altro, di avere in sé la contraddizione che lo porta verso il superamento del negativo che pure contiene. Pensieri quasi giulivi sulla capacità rigeneratrice del bene, del giusto, ma anche riconoscimento che nell’uomo c’è tutto, il bene e il male  e che far prevalere il primo è un processo continuo, fatica e impegno.

Comunque non tutto fu distrutto e di quel periodo razionalista le opere sono lì, inopinatamente astratte, ma vive ed esercitano fascino. L’architettura di Terragni, Pagano, Figini, Pollini e per l’appunto, Libera sono parte del nostro vivere. Classici contemporanei. Basti pensare all’E42, al palazzo dei congressi dell’Eur che, pur nella incompiutezza compiuta dell’expo mai avvenuta del 1942, sono spazio racchiuso, pensiero realizzato e disegnano una concezione dell’uomo e della funzione in linee pulite, nitide. Anche la pulizia del razionalismo, mi pone domande, il nitore e la geometria come si sposavano ( e infatti non era univocamente) con il fascismo? Certo l’ordine, la forza che emana la pietra e il bianco, la linea dritta, il tema della volontà di potenza, sembrano riportare ad un pensiero privo di contraddizioni, ma il pensiero fascista non era così consequenziale, anzi. Mi faccio domande e faccio i conti con questa tentazione di eliminare tutto ciò che accompagnò quegli anni e poi perdo il confronto, guardo, traggo piacere dalla forma e dall’intelligenza e mi restano le domande sul bello e sul bene. 

connivere

Se Berlusconi verrà condannato può essere che salti il patto tacito che coinvolge in modo largo e trasversale la politica del paese, ovvero l’insieme delle pratiche al limite della legalità, che consentono a una parte dell’economia, e delle fortune personali, di crescere e mantenersi. Questo Paese ha innumeri rendite di posizione, una politica che costa perché fondata, non sulla maturità dell’elettore, ma sulla capacità di scambiare favori, assicurare reddito, di esercitare potere indipendentemente dalla competenza e del merito. Si badi bene che questo non riguarda l’illecito evidente, ma è un modo di fare che pervade le vite di tutti. E tutto questo non riguarda la sola parte pubblica, ma anche il sistema privato, che attraverso le lobbies ha sempre pesato sulle scelte politiche industriali, sugli accordi internazionali, sugli appalti interni. Ciò accade da sempre, e tangentopoli l’ha dimostrato in modo inequivocabile, che il groviglio del lecito e dell’illecito accompagna una parte fondamentale del potere, quella della decisione del chi e cosa dare di pubblico. Non è che tutto sia marcio, anzi credo che gran parte delle procedure siano sane, però è un atteggiamento diffuso, un’acqua in cui nuotano i pesci e quindi con la tentazione costante a provarci approfittando di una impunità che proprio il potere sembra assicurare.

Se Berlusconi verrà condannato in via definitiva ed escluso dai pubblici uffici applicando la legge, una parte dell’impunità del sistema verrà toccata e con essa tutto il castello della distrazione e dell’omertà potrà essere messo in discussione. Resta da chiedersi se questo è ciò che davvero vuole il Paese e se questo sia in grado di sopportare, non la verità che già conosce, ma le sue conseguenze. Una per tutte, la modifica del sistema in corsa verso una pulizia che sostituisca la discrezionalità con il diritto, l’aggiustare con il rigore. Oppure se questo non causerà ulteriori crisi, e che dopo aver masticato qualche reo, a fauci quete, l’opinione pubblica non riporti la spinta verso il mantenimento dei privilegi, dello status quo, dell’ingiustizia e dell’ineguaglianza. Perché il sistema è pervasivo e appena scavando vengono fuori privilegi e diseguaglianze ovunque. Quando Craxi fu incriminato, in un discorso alla Camera chiamò in correo tutti i partiti, l’intero sistema, il Paese. Per il molto che ho avversato Craxi, posso dire che aveva torto nel dire che ciò era lecito non che non fosse vero. In quell’etica di allora, che è la stessa di adesso, tutti avevano qualcosa da perdere. Purtroppo dal 1992 non è cambiato molto, così il tema è rimasto sotto il tavolo e non si è affrontato per via politica, anzi ha preso altre forme ed è peggiorato, perché anche la necessità di far coincidere privato e pubblico nel potere, è stata messa in discussione, raccogliendo nel caso di Berlusconi, un consenso assolutamente imprevedibile. Come fosse questa la vera natura di gran parte del Paese. Per questo motivo la legalità diviene un’arma anziché un modo per ristabilire un equilibrio turbato, ed è rivoluzionaria se trova il suo compimento, perché toglie l’impunità del potere e rende uguali. Ma la legalità rende evidente il privilegio, le distorsioni esistenti, le rendite di posizione che, se non immediatamente ascrivibili all’esercizio discrezionale del potere, mostrano la loro ineguaglianza: nei territori, nei cittadini, nell’accesso ai diritti, in un processo di conseguenze dove la differenza non è la norma, ma l’eguaglianza.

Mi si dirà che non c’entra, è vero non c’entra immediatamente, ma se esistono cittadini di serie a e di serie b, regioni a statuto ordinario e regioni a statuto speciale, enti inutili e lavoratori forestali altrettanto inutili, persone che fanno un lavoro che non porta nulla alla comunità eppure genera uno stipendio, trattamenti privilegiati, ordini professionali inattaccabili, farraginosità di legge che obbligano a spese inutili, tasse e accise di scopo che non hanno più oggetto, se mai l’hanno avuto. Tutto questo, assieme a mille altri esempi e pratiche, moltiplicato nella vita di tutti i giorni fa della questione dell’eguaglianza e della legalità la questione del cambiamento del Paese. Ma è questo che vogliono i cittadini?

Per questo mi chiedo se nel rifiuto alla condanna di Berlusconi non ci sia dietro una parte grande del Paese che non vuol cambiare, che rifiuta gli effetti perturbativi della condanna del potere, perché tutto viene messo in discussione. Se i templi ritenuti intangibili sono violati, quanto di questa fatica verrà trasfuso nel mutare le coscienze, nel riconoscere i propri piccoli privilegi, nel mutare gli stili di approccio al diritto, nel vedere ciò che ci riguarda?

Ecco questo è il tema che riguarda l’Italia, che diventerà cogente oltre il giustizialismo, e che nel far saltare il meccanismo del non vedere mostrerà ciò che è il Paese. Berlusconi cercherà di trascinare con sé l’Italia e stranamente scoperchiare il vaso della distrazione, del lasciar fare per non essere disturbato, sarebbe un merito, genererebbe una grande operazione di efficienza e di cambiamento oltreché di giustizia. Spero che questo accada ovvero che la connivenza finisca, ma anche che tutti noi siamo pronti a metterci in discussione.

pioggia al mare

La pioggia è iniziata confondendosi col mare. La riva si bagna indifferente dell’una e dell’altra acqua. La sabbia reagisce, si raggomitola in piccoli cerchi per racchiudere l’intrusa. E’ strana la pioggia d’estate al mare: i cerchi sulle onde, il nuvolone nero che è arrivato dal posto sbagliato (ma non era tramontana? non s’indovina mai col vento), gli sguardi che si alzano sorpresi.  Nulla sembra durare a lungo, eppure è tutto un rimettere reggiseni e magliette, raccogliere cose, giochi, bambini. Le sdraio e i lettini luccicano d’acqua sulle loro plastiche forate, intanto si stipano asciugamani e imprecazioni per la giornata perduta, per i bimbi riottosi, per la sera ancora lontana. Le grandi borse colorate inghiottono tutto e piccole file si muovono verso i parcheggi con asciugamani sul capo.

Solo anziani lettori, si spostano di poco sotto l’ombrellone e continuano a leggere. Di tanto in tanto sollevano gli occhi e guardano curiosi la sabbia che si fa bruna, mentre il sole già sfrangia di luce  la nuvola.

Destino?

Tu, fedele al buio che ti porti appresso, perché avresti dovuto essere diversa? Stessi modi, stessa sequenza. Forse per sentirsi, accettarsi, perdonarsi, non fare domande e affrontare un nuovo dolore di se’, meglio confondere le acque, attribuire ad altri la propria stanchezza, la paura di non essere amati. Rovesciare le situazioni finché l’immagine allo specchio si confonde. E poi sentire che e’ una nemesi che si compie. Ma dov’è stata la colpa? E chi l’espiera’ assieme a te? Noi siamo il nostro destino ed esso comunque giunge a compimento, ma e’ diverso accettarlo supinamente oppure lottare perché sia diverso. E’ solo più difficile perché la diversità ci rende differenti, ci toglie l’alibi delle abitudini e del conosciuto e soprattutto ci estrae dal bozzolo della predestinazione in cui noi, non il destino, ci siamo ficcati. La lotta con il daimon apparente ci spinge avanti verso quello profondo. E’ movimento ed e’ fatica muoversi. Tu non lo fai, attendi, e come sempre pensi sia il tuo destino. Verrai solo tu a questo appuntamento vuoto e ancora non ti riconoscerai.

inutili fedeltà

Noi siamo il nostro destino ed esso comunque giunge a compimento, ma è diverso accettarlo supinamente oppure lottare perché esso sia differente dall’apparenza. In entrambi i casi interagiamo con esso e ciò che si produce è un poligono di volontà che genera situazioni, fatti, realtà.

E’ solo più difficile esserne consapevoli sino in fondo e trovare l’energia necessaria perché non tanto l’obbiettivo, poca cosa spesso, si realizzi, ma perché ci sia la coincidenza di noi con l’azione, o con ciò che avviene. Quindi il conformarsi al caso è un agire conformandosi a sé, accompagnati dalla coscienza di noi stessi: essere nella corrente e gestire la nostra direzione conformemente a noi.  Perché la diversità ci rende differenti, ci toglie l’alibi delle abitudini e del conosciuto e soprattutto ci estrae dal bozzolo della predestinazione in cui noi, non il destino, ci siamo ficcati.

La lotta con il daemon apparente ci spinge avanti verso quello profondo. E’ movimento ed è fatica muoversi. 

Se non lo si fa, se si attende e si pensa sia solo il destino a governarci, cosa resterà di noi? Come ci assomiglieremo davvero? 

Verrai solo tu a questo appuntamento,

vuoto di te,

e ancora non ti riconoscerai.

 

 

 

 

vite semplici e vite complicate

SAM_0491Il mondo è semplice, i sentimenti sono semplici, noi siamo complicati. Ovvero siamo complicati perché non vogliamo che la semplicità si manifesti, perché siamo combattuti tra ragione e desiderio, perché il compromesso consente un equilibrio e soprattutto rinvia una scelta. Infatti la semplicità esige una disciplina che passa attraverso un scegliere e uno scartare, più che aggiungere. E invece le vite sono additive. Aggiungono complessità. Così sembra dolce il sapore di ciò che si decompone perché lasciato, mentre è amaro il sapore della linfa della scelta.

Cos’è la purezza primigenia se non la semplicità della scelta, anche, e quando, questa passa per il dolore della rinuncia, solo che nella purezza, in realtà non si lascia nulla perché tutto è reversibile, tutto può ricominciare, ma noi abbiamo assunto il tempo cronologico nelle nostre vite dove nulla ricomincia e tutto si somma. Questo vale anche per i sentimenti, naturalmente, dove ciò che viene dopo non è un prima che rivive, ma il perenne, eterno nuovo che riassume per suo conto il precedente. Forse per questo scegliamo le vite complicate, cerchiamo un’innocenza che è rispetto di regole, quando essa in realtà non ne conterebbe alcuna se non il seguire il vivere e il considerare che la colpa ( altro concetto cronologico che si somma) non esiste finché non viene vista e conosciuta da altri. L’innocenza così è semplice perché non ha un prima e un dopo, non complica la vita, si alimenta del presente è ha un futuro totalmente da scrivere, intonso, ma non è possibile perché esiste il controllo sociale e la colpa, così dobbiamo accontentarci. Per tornare all’età dell’innocenza si deve riconoscere un giusto condiviso, la scelta che ci fa vivere nell’approvazione e allora la vita semplice diventa un desiderio tra vite possibili che cercano di complicarsi il minimo necessario.

mi fido di te

Ciò che non ho mai detto è il sassolino,

deposto nelle tue mani,

quello che ora morbido ruota tra gl’ingranaggi della vita.

Ingranaggi, senti come sferraglia la parola ?

Sembra una vita di ferro rumoroso la mia,

invece è un sussurro che mi scuote appena,

e cerco le tue mani, che sembrano le mie,

mentre lui gira, nella bellezza delle ruote.

Ruote, vedi le spirali di tempo già percorso?

E’ memoria, mentre loro s’accarezzano con i denti,

come nei baci,

e scivolando, dicono di te,

del tuo muoverle discreta

che ridendo mostri dita chiuse piano su di un cuore,

è qui o qui?

Che potrà mai fare quel piccolo ciottolo di vita,

concrezione d’anima,

lampo di solidificato amore,

se non fermare,

ciò che scorre ora per suo conto,

e ruota in flessuosa morbidezza?