ti volevamo bene Berlinguer

ti volevamo bene Berlinguer

Mi chiama all’ora di pranzo. Sono mesi che non ci sentiamo, ogni tanto un moto d’affetto, gli auguri, come un abbraccio e poi si vive ciascuno per suo conto. Sorrido per l’ora che richiama abitudini antiche: un tempo era impensabile telefonarsi in orario di lavoro. 

Ci vediamo giovedì 27, ci sarai? Ho già chiamato altri, vengono tutti. vediamo il film e poi una pizza. Saremo in parecchi, immagino. E’ bello rivedersi, come allora…

Il film è quello di Veltroni su Berlinguer. abbiamo età comparabili e c’eravamo tutti allora, prima e poi. Anche quella sera di giugno. Difficile spiegare cosa fu Berlinguer, volergli bene era voler bene a noi. Era la vita diversa che volevamo, una società in cui ci fosse posto per quelle parole che risuonavano dentro, dare sbocco a ciò che ci metteva assieme. Era un’altra cosa Berlinguer, era il coraggio, la dignità, la volontà di cambiare che avevamo. O almeno credevamo di avere. Si poteva perdere ma non era mai per sempre. Ancora una volta, ancora in piazza, ancora a pensare, discutere, proporre, lottare. Anche davanti alla Fiat perché era giusto. Battaglia di retroguardia ci dissero e poi via i punti di scala mobile, ma se si guardano gli incrementi di produttività e l’incremento dei salari anche degli ultimi dieci anni si capisce che il Paese cominciava allora ad impoverirsi.

Eravamo, credevamo, sentivamo, sembra un discorso da reduci, ma è la storia di una generazione che ha perso e non voleva perdere, una generazione nata dopo la guerra, cresciuta in un Paese dove sembrava possibile il benessere per tutti eppure c’erano le classi sociali. Un’Italia dove sembrava possibile passare da una classe all’altra, da una condizione all’altra; bastava lottare per un’idea comune di equità, di crescita, di cambiamento condiviso. Questa dell’idea comune di futuro era la visione della politica, bastava essere rigorosi, fare in maniera diversa, essere conseguenti e le ruberie, il malaffare, sarebbero stati sconfitti. Non c’era l’impressione dell’inutilità, si poteva e si doveva cambiare. E gli strumenti erano quelli della democrazia. Un popolo. Parola grande, ma ci sentivamo un popolo. Il popolo della sinistra. Molti di noi erano passati per il ’68, poi ci eravamo divisi. Molti nel PCI, altri nei vari partiti di allora, ma era la lotta di massa che era emersa come vincente: in molti si poteva cambiare. Per questo i congressi di partito erano partecipati, appassionati, fonte di discussione che durava. Per questo alla fine emerse lo scontro con Craxi e con i socialisti. Erano due visioni concorrenti della società, da un lato quella dell’ascesa dei singoli, del consumo, della società da bere, dall’altra l’idea collettiva dei diritti di base, di pari opportunità in cui inserire il merito, ma prima veniva l’eguaglianza per vivere con dignità. Berlinguer era per noi il rappresentante di tutto questo, il carisma non il potere. E con Pertini era l’idea stessa del rigore e della giustizia vissuta.

Difficile dire la quotidianità di chi ci credeva, di chi si sentiva parte di quel progetto. Era la vita che ne veniva mutata, che aveva regole proprie, rifiuti orgogliosi, volontà. E non era per niente triste, si rideva, si andava in vacanza come si poteva, molti campeggi, canzoni comuni, voglia di vivere. Difficile pensare che sia stata tutta una fantasia, una illusione disciolta nel benessere di quella classe media che allora stava meglio di adesso. Anzi per un po’ sembrò che potessimo vincere, poi si scatenò l’inferno. La P2, i servizi, le stragi, le brigate rosse, la violenza come prassi politica. Man mano cresceva la possibilità di arrivare al governo democraticamente, aumentavano le difficoltà e la violenza politica. Per Berlinguer che aveva proposto l’unione delle grandi forze cattolica e comunista per cambiare il Paese e rammentava il rigore, la diversità di un vivere e di una crescita che non consumasse uomini e pianeta, diventava difficile, ma non demordeva e noi con lui.  Non fu casuale che in quel clima di attacco contro il PCI, maturasse il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. Eppure anche dopo quell’assassinio che ha cambiato la storia d’Italia, la battaglia non era ancora perduta. Berlinguer rappresentava una via d’uscita da quel marasma, noi lo sentivamo così: coraggio e dignità nella politica.

Come oggi si può trasmettere tutto questo se non lo si vive? Sembra basti chiedere in politica, ma non è così, fare politica è soprattutto dare. E Lui dava senza limite e noi lo sentivamo. L’hanno definito un’icona poi, invece era uno di noi, lo sentivamo così, autorevole come può esserlo un fratello grande, vicino e al tempo stesso in grado di guidarci con sicurezza. Come le spieghi oggi queste cose? Sembrano discorsi da reduci, magari giovedì qualche lacrima verrà fuori, ma resta una cosa vissuta non solo da noi, ma da un’intera generazione. Poi bisogna che il tempo faccia il suo corso, che maturi un’idea comune e la volontà di realizzarla, che qualcuno raccolga una bandiera, rappresenti una volontà, un entusiasmo che giustifichi il mutare delle aspettative, delle vite. E’ sempre accaduto, accadrà. 

9 pensieri su “ti volevamo bene Berlinguer

  1. Hai saputo fissare uu aquilone nel punto più alto del cielo. Visibile a tutti,ma a me una seconda lacrima,fresca. La prima è òrmai stabile e calda fin da quel lontano giorno del suo ultimo appuntamento. Col popolo lavoratore,quello onesto,quello più vero,reale e più caro al suo cuore. Un grande grande abbraccio. Quello che accomuna. Come quel Tempo. Mirka

  2. Al di là di ogni idea politica Berlinguer era un leader, un vero Politico, come non ce ne sono più…..

  3. @tramedipensieri: pensavo a quegli anni, vorrei credere che oltre i tanti errori, non solo ci sia stata buona fede, ma che un’idea che ancora cova sotto le ceneri dell’individualismo trionfante ci sia e che la possibilità di sentirsi popolo, ovvero parte di un progetto comune, possa rinascere.

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