bastava dirlo

Mica sono scemo avevo visto che non era andata bene, che il lavoro non aveva raggiunti gli obbiettivi, nonostante le ampie rassicurazioni ottenute, i presupposti positivi. L’avevo pure scritto nella relazione conclusiva, mettendo le ragioni per cui ciò non era avvenuto, le nuove azioni da effettuare. Non si è mai approfondito. Ma bastava parlarsi, dire che non si continuava, e lì sarebbe tranquillamente finita. Invece si è chiuso con una raccomandata. Certo necessaria, c’era un contratto, però annunciarla, dirselo sarebbe stato più bello. Si avverte quando le cose non procedono, sono le telefonate, le mail senza risposta, le riunioni rinviate indefinitamente, le attese che non concludono. Poi tutto si conclude comunque, ma non c’è stato un vero chiarimento e un tempo utile ad altro, s’è perduto inutilmente.

È così in ogni relazione che finisce. Quando si capisce che non c’è futuro basterebbe dire le cose come stanno, invece di lasciare che sia l’impersonale, la burocrazia dell’anima a chiudere. Sembra esista una pusillanimità dei buoni rapporti che porta a procrastinare ciò che si è deciso. E anche un togliersi il disagio o addirittura la colpa. Di che, di cosa? Se dispiace, si condivide. Capisco che è difficile, ma questo degrada una possibilità di ulteriore comunicazione, non aiuta a trasformare il rapporto. Sarei tentato di dire che preclude un bene diverso, anche se ciò che ha fatto scattare le considerazioni è lavoro. Solo che per me è difficile non metterci emotività.

Non è tutto uguale, l’amicizia passa anche attraverso la condivisione delle difficoltà e il dire che non si può più.

mattino

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Mi piace far entrare la luce appena sveglio, il gesto ampio che fa scorrere la tenda sui suoi anelli. La luce che la gonfia di sole.

Mi piacciono i pesci blu che si susseguono in fantasie africane. Gli uccelli grassocci delle fantasie nordiche che attendono il mio passaggio e la luce, le tende diverse che si aprono.

Mi piace il primo sguardo al modo grande e piccolo che conosco e che sta fuori, tra le case, così pieno di persone e di vite che solo intuisco.

Mi piace la luce, l’aria che entra dalla finestra aperta.

Mi piacciono i gesti che ripetiamo in case differenti e il legame che ci tiene assieme pur distanti.

Mi piace il pensiero che è solo sensazione e non deve ancora nulla.

Mi piace il sorriso ai caffè che ciascuno berrà, alla giornata che inizia.

Mi piacciono i pensieri ancora leggeri, ancora senza fretta, ancora liberi come i sogni appena lasciati. 

nessun sforzo vede più della serenità

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Da qualche parte c’è un punto luminoso,

piccolo come una stella,

lo cerco,

tra tante altre piccole luci,

sereno.

E’ un buco nell’universo

che lo taglia e lo ricuce,

la sostanza, ne mostra appena,

l’accenna, indelebile intuito,

e mi riguarda.

solista

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Le camere d’albergo si assomigliano tutte. Anche quelle a cinque stelle. E’ l’odore che non va via. Odorano di moquette anche se non c’è. Ma forse è solo stanchezza. Nella stanza del solista non mancano mai i fiori, all’inizio coprono l’odore, ma poi quando si è stesi si sente. Dev’essere l’odore di non avere un luogo. Un luogo vero, non la casa. La casa c’è. Bella. Ricordo la casa di Rostropovich a Mosca, era un intero palazzo, comprato un pezzo alla volta e riempito di ricordi e di desideri avverati. Però, forse è stata più casa sua quel concerto ai piedi del muro di Berlino appena abbattuto, con i ragazzi e la speranza attorno.

E’ difficile da capire, ma quando inizia un concerto, in una sala ci sono centinaia di persone, spesso ben più di mille. Sono sedute a fianco le une alle altre. A volte si conoscono, a volte sono stati messi assieme dal caso. Ogni testa pensa per suo conto, ha problemi, vita e desideri suoi. C’è l’attesa del concerto, spesso si parla perché non si sa stare in silenzio, comunque il brusio, le risate, gli stessi silenzi, attendono e intanto pensano ad altro. Poi quando arriva il solista, c’è l’applauso liberatore. Chissà che significa quell’applauso, forse è il benvenuto, la spinta di incoraggiamento, l’espressione dell’attesa. E quando inizia il concerto, c’è il silenzio, ma l’attenzione non è immediata. Quelli bravi, solisti intendo, catturano subito l’attenzione, gli altri fanno fatica. Per un poco ci sono i pensieri personali e non c’è estraniamento di chi ascolta. Accade anche quando c’è un buon oratore, ma con la musica è più difficile, perché la musica lascia pensare. Il solista lo sa e quando inizia deve isolarsi, pensare a sé e alla musica, non a chi ascolta. E’ una questione sua, per questo il palcoscenico può diventare una casa, un qualsiasi luogo in cui si suona, può essere una casa, ma non quella stanza d’albergo. Quello è il ricettacolo dell’ego ipertrofico, dei dubbi che ci sono, prima e dopo ogni prova, della stanchezza, dei mali veri o immaginari, del tempo dopo l’esaltazione, della sconfitta, della gloria di chi ha ascoltato. Ma non è una casa.

Questa sera Radu Lupu ha suonato  Schubert e Schumann, ha stupito e attratto, ha riempito di vita propria le note di due secoli fa, ha aperto squarci nelle convinzioni, ha messo in discussione punti di riferimento. E’ stato grande. Aveva male alla schiena e si vedeva. Camminava con lo stomaco in avanti e non si piegava, chissà quanto di quel dolore è finito nelle sue mani e si è trasformato in un nuovo modo di vedere la sonata in fa maggiore, oppure i Kinderszenen. C’erano scoppi di note e pianissimi. Non li ricordavo così, ero abituato all’interpretazione morbida e romantica. Poi mi è parso che questa fosse l’interpretazione romantica e le altre un po’ slavate. La testa si è svuotata ed io, assieme a moltissimi credo, abbiamo lasciato che la musica ci prendesse. C’erano i soliti colpi di tosse, i piccoli rumori che in un concerto non mancano mai, come se la musica tirasse fuori anche il disagio, il male che c’è dentro. Accade sempre quando c’è silenzio e nella vita convulsa che facciamo molto meno, significherà pure qualcosa.

Ho pensato che il solista è un grande artigiano prima che un artista, che il suo lavoro è il risultato di una fila interminabile di errori tolti dal risultato. E che quegli errori non generano il giusto, l’assoluto, il definitivo, ma che il risultato diventa a sua volta un punto da cui partire. E’ più facile con le parole, si tolgono o si gonfiano di aggettivi e alla fine qualcosa avrà una forma che sembra perfetta, ma le note sono quelle. E’ possibile agire sulla durata, sui tempi, ma alla fine non lasciano scappar via, sono un confronto perenne. E’ la loro forza e ciò che fa la differenza tra i grandi e i mediocri esecutori. Stasera anche se è stato davvero grande, avrei preferito che non applaudissero subito, in fondo il solista aveva fatto una fatica enorme per arrivare ad un punto, a un silenzio. Ecco avrei preferito si fosse rispettato di più quel silenzio. E che lui lo avesse portato con sé, in quella camera dove dormirà, come un segno, non di gloria, ma di condivisione profonda, e che pensandoci, stanotte, non ci fosse per lui quell’odore di albergo, ma quello di casa. 

siamo in due a farci le stesse domande

Soffia un vento di nulla,

neppure scompiglia i capelli, 

Eolo è forte

od almeno si crede tale:

stolto,

non tocca l’anima

ben chiusa alle intemperie.

frammento sul tempo

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… dovresti considerare se ciò che si vive sia un luogo utile alla vita, alla propria crescita. Il tempo s’assottiglia con gli anni, non è più sangue grosso privo di riflessione, che tumulta, spuma, e si perde inconsistente in mille luci di momento. Il tempo ora è lama affilata, che rade, seziona, classifica, e ci segue e ci precede per suo conto. Sembra poco il tempo eppure non sappiamo spesso che farne. Ci fa paura e con il nostro mordere il presente lo vorremmo ubriacare, ma alla fine ci accorgiamo d’aver contemplato ombelichi bene annodati di cui resta ben poca sostanza per sentirci più quieti.

Potremmo vederlo davvero, il tempo, in noi stessi, e darne giusta misura se ci peritassimo di vederci allo specchio, però questa è operazione che esige libertà dall’assomigliare e pazienza nel capire. Ci si accontenta troppo spesso d’un complimento che ci porta distante da ciò che si vive davvero, ha il difetto che dura poco e c’è già bisogno d’un altro e poi ancora, in continuazione, per non vederci davvero. Chissà perché non vogliamo vederci e dove sia maturato questo giudizio così negativo che ci fa cercare in noi qualcun d’altro. E tutto questo non fa capire se si sta bene dove si è, e se questo ci sia utile a vivere. Mi piacerebbe una tarantella del tempo dove si mescola gioia, attesa e ironia e il modo di vivere fosse parte di tutto questo. Nella tarantella c’è la maschera e il reale, ed entrambe sono la stessa persona, …

sogni di poliestere

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Quella che sembrava una testa, 

e uno sguardo di minaccia,

si rivelò una tenda, un poco accartocciata,

e in realtà gli occhi erano fiori blu,

pervinche o fiordalisi,  ma in file un po’ banali, 

era vera la luce usata, 

il buio che inzuppava le case attorno

e una discreta solitudine

propagata e uniforme nella notte.

Bastò chiudere una persiana,

farsi qualche domanda e,

ad una ad una, le risposte, sfilarono in parata.

Conosciute da buon tempo,

allegre sembravano salutare con la mano

mentre le cullava il sonno,

finché, incuranti di tempo e luogo, furono sogni, e

fu così che venne la mattina.

Alzando la persiana,

c’era profumo di risveglio e di caffè e, 

la tenda, senza volto ed occhi

ora, allineava fiori blu contro la luce

e si gonfiava ingorda

d’essa, traboccante dai vetri,

dalle risposte,

dalle strade,

ma non pareva nulla,

era solo poliestere d’una finestra a fronte

che al più occultava qualche pensiero,

desiderio od ansia simile alle mie,

troppo poco per un sogno nella luce.

l’inutile ad altri e l’utile a sé, nel ricordo

Il ricordo è molto più interessante a noi che a chi ci ascolta e significa per noi cose che spesso non si possono comunicare, eppure la nostra comunicazione è infarcita di ricordi, di fatti più che sensazioni, perché troppo scoperte esse, troppo nude nel mostrare lati deboli di difesa, meglio l’epica del ricordo, la sua magnificazione di noi. Ma cosa racconta a noi il banale, l’inutile del ricordo?

Non c’era davvero nulla d’interessante in quel luogo. Di certo non i grandi cartelli pubblicitari 6×3, che fortunatamente coprivano case assolutamente identiche nella banalità a quelle di 30 km prima. E mi chiedevo, ridacchiando, cosa si provasse ad avere come panorama davanti alla finestra una pubblicità. Forse c’era la noia e poi l’attesa della novità della prossima affissione, ma anche la prigionia dell’ossessione del consumo: terribile, come vivere perennemente in un super mercato. Poco distante, c’era la costa e il mare, non si vedevano, ma erano pur sempre gli stessi nella loro bellezza indifferente delle geografie politiche. La strada e la segnaletica avevano cambiato solo la lingua, e non erano particolarmente curiose, quindi, oltre a un pensiero di fastidio, non c’era un motivo per ricordare quel posto, eppure ritornava in mente. Perché? E siccome, assieme a quel ricordo, tornavano anche altri luoghi: la casa di Cannes con il grande murales di Harold Lloyd, il percorso verso St. Raphael lungo la costa, l’artigianato improbabile di Roquebrune, i profumi di Grasse, Mougins con le sue stradine in pietra, ed erano tutti luoghi di significato e belli, mi chiedevo cosa differenziasse quell’incrocio dai mille altri visti in Francia o altrove. Non riuscivo a capirlo perché non c’era alcuna necessità di ricordare una rotatoria all’imbrunire, un brutto albergo e una serie di edifici anonimi ripartiti a raggiera lungo le strade. Eppure quella immagine tornava (e torna), assieme all’albergo scempio sul mare, visibile di lì a poco all’inizio della Tourbie. Ma l’albergo aveva il fascino respingente della ricchezza priva di limiti, mostrava il privilegio per pochi di vedere l’intero golfo, sospesi nel cielo, in una ostentazione di potenza del denaro che aveva la perversa bellezza di un acuto. Qualcosa d’innaturale e impossibile a tutti, se non ad uno, scritto e realizzato per lui, dopo un sogno e per questo vero e fragile, senza un futuro, immagine bella del brutto, dell’impossibile alla norma, oltraggio che lascia silenti, ma non sgomenti, perché la natura provvede, avrebbe provveduto, per l’acuto, come per l’albergo, a cancellare e tutto sarebbe decaduto e ruinato, ma intanto era lì a dimostrare che c’è una sprezzante grandiosità nell’uomo e che esso può riconoscere, proprio nella transitorietà, la violazione dell’ordine naturale in un’opera che confonde l’unicità con la bellezza, ma resta a sfidare chi ascolta o vede. Quindi un gesto che rimane e che contrasta la morale, ma non tanto a lungo da non poter essere perdonato dalla sua fine. Del resto non avevo forse visto in Svizzera quei condomini a gradoni che seguivano il declivio della collina e la rivestivano di terrazze verso la valle. E lo stesso non si riproduceva, poco oltre quella rotatoria, in decine di terrazze verso il mare, lato di piramidi tronche e quadre, che massimizzavano l’utile e l’esclusività dei luoghi, prima impervi, in un’orgia di denaro immobiliare. E non era tutto questo grandioso nella sua perversità, con il fascino della ferita, del segno che interrompe la bellezza naturale, in fondo essa stessa arrogante nella sua potenza e monotona nel succedersi uguale. Era il fascino bello del male che mostra la sua faccia vogliosa di possesso, oppure una sfida alla natura, che avrebbe certo vinto, ma almeno per un poco sarebbe stata impegnata in una battaglia per lei inusuale presa com’è dalle sue forze e indifferenza? Ecco forse tutta quella architettura violenta era una sfida alla indifferenza della natura e la costringeva a mostrare la sua reale potenza all’homo faber.

Di tutto questo, che si mescolava in una sensazione di repulsione e fascino, restava appena l’atmosfera o il ragionamento, mentre di quella rotatoria, di quell’inizio di strada, della concessionaria d’auto, dei negozi buttati là per bisogno e già chiusi, degli appartamenti illuminati, dei residence bui che si sarebbero riempiti di turisti, del freddo di quelle stanze in aprile, di tutto ciò, restava una sensazione e un’immagine forte: di sera, di luce che si spegneva, di precarietà nell’entrare in un mondo che sotto pulsava di altri significati, come ci fosse una vena nascosta e vitale. E questi significati, a me, allora ed ora, erano preclusi, ma c’erano e mi sollecitavano a loro modo e li avrei potuti decifrare, se solo avessi trovato il bandolo di quel filo che era nella mia testa, più che tra le persone, mettendo assieme ricordo, sentire e ciò che stava attorno. Insomma ciò che vedevo, percepivo, ricordavo, con una operazione che io solo potevo fare e che non serviva a nessuno, se non a me, ed era trasformare il banale in significato illuminante, capire attraverso un particolare, un luogo, infine me. 

il veneto non è venezia

Le parole che corrono di più, tra battute e sarcasmo, sono : pagliacciata, imbecilli, figuraccia. Bevono l’aperitivo e ridacchiano, questo è un bar frequentato da poliziotti e si sentono le valutazioni tecniche della retata di indipendentisti veneti, il reato, l’efficacia della minaccia. Sembrano rimpiangere, come han fatto non pochi giornali, gli altri terrorismi, quelli seri che da queste parti non hanno scherzato, le brigate rosse e nere, l’autonomia. E poi ridono sul fatto, la gravità penale che rende tragica una farsa, la futilità dell’agire che diventa segno di inadeguatezza, eppure… Eppure credo si stia sottovalutando un sentire che cresce e si espande in aree sinora immuni. Pensate cosa sarebbe accaduto a Torino se invece di avere una marcia dei 40.000, i quadri si fossero alleati con gli operai.

Provo a ragionare: Venezia è stata repubblica per almeno 900 anni, non c’è stato europeo che possa dire altrettanto, e al mondo non c’è mai stata una così lunga identità sociale tra governanti e governati. Cero è finito tutto nel 1797, ma è davvero finito tutto? Parlo del sentirsi una cosa a parte, conquistati ma non inclusi. Era già accaduto con gli austriaci, il 1848 a Venezia fu diverso rispetto a qualsiasi altra rivoluzione europea dello stesso anno, perché tornava su una bandiera già usata, non su una nuova, le idee erano nuove, non il vessillo. Comunque non molti anni fa, parlo del dopoguerra sino a metà degli anni ’50, le spinte alla specialità del Veneto erano forti ed erano interne alla D.C. che riuscì ad assorbirle. Ma come? Con una modernizzazione delle opere pubbliche e con una disattenzione alle regole che permisero lo scempio urbanistico spacciato per progresso. In realtà chi aveva inventiva e forza per lavorare, faceva quello che gli passava per la testa. Altrove è stato uguale, ma qui incontrava l’idea del far da sé, di uno stato lontano che facilitava una autonomia del fare. Questo trasformò un territorio agricolo in una serie infinita di aree produttive manifatturiere e industriali basate sull’autoimprenditoria. Quella piccola e familiare, anche quando cresceva. Qui si è praticata una autonomia di fatto e un individualismo corretto solo dalla Chiesa.

Senza aziende di stato, con una auto imprenditoria di metal mezzadri che trasformavano le stalle in aziende, per crescere economicamente, lo stato doveva esistere poco, imporre poche regole, consentire una evasione controllata. I consensi plebiscitari della balena bianca in Veneto, hanno occultato lo scarso legame ideale che esisteva tra questi territori e l’idea di Italia, anche perché questa idea non è stata molto esplorata neppure altrove, erano il conformismo e la convenienza i veri leganti tra politica e cittadini e siccome lo sapevano tutti, la politica nazionale ci ha sguazzato alla grande. Anche la lega di Bossi ha adoperato questo sentire, prima eliminando la liga di Rocchetta, uno degli arrestati, e poi spostando il baricentro in Lombardia, evocando al contempo quella bizzarria della Padania che non aveva né cultura né identità possibile. Sembrava al più un nome di formaggio di serie b, oppure una grande pianura alluvionale, ma qui i contadini tengono alla loro terra, è loro e non si confonde con quella lombarda o piemontese, come poteva essere sentita come una comune piccola patria? Diciamo che non aver avuto politici di rango che interpretassero il Veneto è nociuto alla causa della specialità della regione. Perché di questo si trattava e si tratta. Lo stato centrale non è in discussione, se non per le sue perversioni, a cui la Lega e il PdL governando il Veneto e anche il Paese, per 20 anni, non hanno messo alcun freno, anzi attribuendo secondo convenienza le colpe e scaricando le responsabilità. Quindi non si è risolto nulla. Le alluvioni degli ultimi anni, la crisi economica gravissima, hanno fatto risaltare la sproporzione tra ciò che si è promesso e ciò che si è fatto, lasciando le imprese e i cittadini privi della tutela precedente e soli davanti alla crisi. Si dirà che accade ovunque, che da altre parti va anche peggio, ma qui il tessuto sociale era fortemente permeato di un rapporto tra positività: il lavoro senza limiti, la crescita, lo scambio, la banca, la parrocchia. Tutto tenuto assieme da una idea di autosufficienza, ora questa idea è in crisi e l’insofferenza verso uno stato patrigno cresce.

Si confonde il Veneto con Venezia, che è una eccezionalità e un punto ideale con problemi propri e risorse ben diverse dal resto del Veneto. Ma il resto del territorio regionale è attorniato da due regioni, il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia, che trattengono rispettivamente il 90% e il 60% della tassazione nel territorio, e gli effetti si vedono. Decine di comuni di confine chiedono di passare, secondo vicinanza, dall’una o dall’altra parte. Per convenienza, naturalmente, ma anche per equità perché non è possibile competere con chi a pochi km ha benefici importanti. E’ un fenomeno che non ha eguali in Italia, eppure nel riformismo urgente anche del governo Renzi, non c’è traccia del palese divario che esiste e che è fonte di diseguaglianza (e di innumeri sprechi)  tra regioni a statuto speciale e quelle a statuto ordinario. E’ evidente che dove la vicinanza è più forte, l’ineguaglianza emerge con maggiore evidenza e anch’essa provoca insofferenza. E il fatto che ci sia una ineguaglianza tra cittadini già alla nascita, e indipendentemente dal censo, è sotto gli occhi di tutti, ma non viene considerata un problema nazionale.

Quindi ci sono una serie di fattori che mettono insieme un mix pericoloso: una identità forte con una lingua ancora molto parlata, una crisi economica, una differenziazione inconcepibile tra territori contigui, uno Stato che non aggrega ed è lontano. Diamanti, Bettin e altri analisti, certamente di scuola non leghista, rilevano da tempo, il sentimento di insofferenza che si diffonde e cresce. E che non è di per se stesso secessionista, ma chiede almeno in parte un autogoverno delle risorse prodotte nel territorio. E proprio in questi giorni c’è un fiorire di altre sensibilità che parlano di questa insofferenza: Cartongesso, ad esempio, recente premio Calvino, oppure il film, Piccola patria. Ma Mazzacurati, Segre, Carlotto e molti altri ne hanno parlato e questi si aggiungono ai saggi, noir, testimonianze letterarie, poetiche e filmiche, che raccontano che si è superata la sociologia di Schei e di Signore e signori. La letteratura, la poesia, il cinema sono sensori importanti perché escono dalla cronaca e interpretano un sentire. Il fatto che tutto questo venga sottovalutato, che emerga solo la farsa di un gesto pateticamente eversivo, ha almeno due pericoli: l’ignoranza del sentire comune e quindi l’assenza di risposte con il conseguente radicamento del problema, la spinta verso atti più perniciosi e meno carnevaleschi. Concludo su quest’ultimo punto. Se da un lato si sottovaluta, dall’altro non si considera che esiste comunque un terreno fertile per teste calde e per radicalismi. Per queste cose serve una risposta legale che metta assieme l’attenzione con il rispetto della legge, che faccia capire che lo Stato esiste e agisce. Insomma fare quello che dovrebbe fare la politica: risolvere i problemi e non ignorarli.

lettera a un’amica sull’andare in direzione contraria

Ti ho detto cose poco rigorose, seguendo il cuore e praticando la razionalità non è una proposta politica, e ho messo in comune con te la difficoltà di trovare un portolano per mettere assieme le idee e capire, in questa orgia verbale, dove sia il cambiamento vero. Oggi si proclama la retorica del cambiar verso, poi ci si accorge che è la risposta ad una fame e un’insofferenza, non un mutare davvero le abitudini profonde, le regole che ci tengono assieme. Poco o nulla viene toccato dei privilegi veri, degli sprechi senza fine, dell’inefficienza strutturale. Come da tempo accade, si risponde ancora una volta alla cosa più volatile che esista, ovvero i mercati. Come può diventare questo, nuova coscienza, nuova eguaglianza, nuova giustizia?

In questi anni di apnea delle idee forti e delle coscienze, oltre l’evidenza di una realtà passata di bocca in bocca, e resa vera, più dagli atti senza razionalità e dalle omissioni che da una sua effettualità comune, la speranza consapevole e la forza del sentimento civile sono rimasti per me, e spero molti, l’elemento guida per continuare a procedere in direzione ostinata e contraria. La sconfitta, amica mia, è lasciare che la notte sia senza sogni, che la disperazione passi di bocca in bocca. In ogni guerra, rivoluzione, direi in ogni amore che si volta indietro, la somma delle speranze, dei mondi possibili, di ciò che poteva essere, si scontra con la morta acqua dei compromessi. E’ successo sempre e ad ogni caduta qualcuno si è rialzato, ha cominciato a pensare e parlare di un mondo possibile, più vicino ai desideri, qualche altro l’ha ascoltato e il mormorio ha alzato la voce. Ha riconosciuto la sua forza, la stessa che oggi tanti giovani o oppressi non riconoscono e mendicano dall’oppressore, come se chi toglie potesse dare. La cosa che ci sconvolge, è l’assenza di un risultato di fronte a tanti sforzi, come se questa scontentezza fosse il giudizio della storia su tutti noi. La misura della nostra insoddisfazione è determinata da chi ci è accanto e non reagisce, non spera o sogna come noi. Purtroppo però tutte queste parole non attenuano l’inverno del nostro scontento: ci manca il caldo sole di una battaglia vinta per determinare il nostro futuro. Eppure penso, amica mia, che questa battaglia non mancherà, come non mancheranno nuove sconfitte perché la razza umana non si è estinta mentre il conservatorismo estingue i sogni e gli uomini. Ti sei mai chiesta cosa sognano quanti votano per conformismo o, ancor peggio, gli indifferenti, quelli che tanto tutto è eguale? Io credo che abbiano sogni concentrati esclusivamente su desideri personali, su traguardi molto vicini e intrisi di realtà spendibile immediatamente. Le loro insoddisfazioni sono fatte di oggetti, di sentimenti negati, della sensazione di non emergere, dal timore di essere sfuocati. Sanno come va a finire ma non sono felici anzi, sono depressi esattamente come chi sogna un futuro che riguardi il bene di tutti. E’ vero, non c’è differenza nel dolore e nelle disperazioni, ma quelle di chi si sente tradito nella speranza sono un lago nero di consapevolezza, ed insieme lo stimolo a ritrovare se stessi. Tu sai dove sei, come sei, spesso quello che vuoi può sembrare semplice e comune ma, in realtà, la differenza è nel tuo sentire che il mondo e la storia non riguardano solo te, ma te insieme agli altri e che ciò che è possibile dovrebbe essere un obiettivo comune.

Penso a chi, uscito dalla guerra di resistenza tornò semplicemente a fare ciò che faceva prima, convinto che quello che lo aveva coinvolto fosse solo una necessità normale, di persone normali. Nella retorica della resistenza a poco a poco si è smarrito l’oggetto della lotta, non si è detto che in fondo era servita più ai fascisti costretti a misurarsi con la democrazia e con le opinioni altrui e che erano tranquillamente riemersi dopo la guerra, più che a chi era salito in montagna perché non tollerava più la propria condizione di non umanità nel tacere, nel non essere ciò che sentiva. Ricordi la notte di san Lorenzo dei fratelli Taviani, la battaglia nel grano e l’atrocità di chi si conosce e si uccide? Dopo gli eccidi sono rimasti gli uomini, ma quelli che più ne hanno avuto vantaggio sono stati proprio quelli che erano dall’altra parte. Credo che anche oggi sia così ogni volta che si fa la fatica di impegnarsi per cambiare e soprattutto ci si impegna in un sogno di un mondo possibile: chi ne beneficerà di più sarà chi è dall’altra parte. Avrà più diritti, più giustizia, più possibilità. Ma noi lo facciamo per noi, ti pare poco? Per questo val la pena di tirarsi fuori dal disperare, perché il bisogno di cambiamento e di equità è infinitamente più importante della fuga o del rinserrarsi in casa, perché abbiamo sensi che hanno bisogno di vedere e sentire e perché, nonostante tutto, crediamo sia possibile il cambiamento e ancora ci commuoviamo e sentiamo il sangue scorrere e il cuore battere forte per un’idea, un simbolo, una musica che racchiude tutti gli altri. Gli stessi che vorremmo come noi e insieme diversi. Credo che abbiamo diritto alla disperazione e all’amore e che questo non ce lo possa togliere nessuno. Tantomeno questa finta realtà fatta di mode che cambia con una frequenza e indifferenza comune,  e noi siamo più noi stessi quando mostriamo alla realtà che c’è un’ alternativa, una possibilità, un motivo per trepidare ed amare. Non è neppure più necessario avere una ideologia, ma piuttosto condividere un disagio, una voglia di cambiare e oggi se questo spinge a capire e poi ad esserci, non è davvero poco.

con affetto

Willy