lettera per il compleanno

Gli anni hanno continuato a scorrere e Tu hai smesso di aggiungerli, ma domani è il Tuo compleanno, e in questi giorni ho pensato a come hai amato festeggiare questo giorno. Prima quasi sottovoce, erano anni in cui le feste non erano così tante, poi, col tempo, quel giorno è diventato sempre più importante e doveva essere particolare. E lo era.

Ci si vuole bene tutto l’anno, ma il giorno del compleanno ci si abbraccia in modo speciale. Ed è come si riassumesse, in quell’abbraccio, il presente e futuro dello stare assieme, nella certezza che il passato che abbiamo vissuto è stato solo l’inizio di un percorso che non si interromperà. Non so se i figli maschi abbiano un rapporto particolare con le madri. Lo dicono, ma Tu non potevi averne la controprova, perché hai messo al mondo due figli maschi, ma pur essendo non poco diversi, in Te ci siamo sempre ritrovati.

Le vite si complicano, anzi ci mettiamo molto di nostro per complicarle. C’è un deviare impercettibile, nato chissà quando, e da quel momento tutto scorre su un binario parallelo. Vediamo come ci piacerebbe vivere, è lì a portata di mano eppure viviamo altrimenti. In questo confronto ravvicinato nascono molte stanchezze, e domande, e ad ognuna di queste, per nascondere quella piccola deviazione iniziale (come fosse una colpa), forniamo risposte sempre più complicate. E’ così che ci si incasina la vita e ci sembra faticoso vivere, guardare avanti, riportare le cose alle giuste dimensioni, cioè a noi e al nostro star bene. Tu avevi i tuoi crucci, cose che avresti voluto fare, ma le avevi messe in un luogo dove non c’erano rimpianti e la Tua vita era rimasta sicura, decisa e semplice. Molto ricca, perché non avevi paura del nuovo, ed eri contenta di ciò che sceglievi o volevi. E così avevi voglia di vivere anche quando gli anni erano tanti e ci sembrava che ci saresti sempre stata. E’ importante che si sappia che un amore non se va, che ci sarà ogni volta che ne avremo bisogno. Credo che questo sia stato un grande modo di dare amore: senza comunicare dubbi, con risposte semplici a domande semplici. Che poi sono sempre la stessa domanda. Quella che ti facevo da bambino: tu ci sarai sempre, vero Mamma, non te ne andrai? E Tu dicevi che ci saresti sempre stata e lo facevi sentire. Non ci stanchiamo mai di chiedere se chi ci ama ci sarà e se quella domanda riceve una risposta semplice e calma, sparisce la tensione, si ridimensiona la paura di non essere amati. Quella risposta continui a darla ed è sì. Per questo non te ne sei andata, ci sei.

gli uomini del fango

Se fossi in loro mi offenderei.

Per l’assenza di soluzione ai loro problemi e per la somma di luoghi comuni di cui sono oggetto. Per la fuga dei cervelli, per le bombe d’acqua, per la tragica fatalità e per il tutto era già previsto che gli raccontano. Mi offenderei per la presa in giro d’una realtà raccontata, così pelosa e inconsistente da essere sui giornali per tre giorni e poi archiviata. Come si potesse archiviare la realtà…

Angeli del fango. Chissà cosa significa?

Che non si sporcano a spalare merda e fango? Che sono buoni e che rappresentano una sorpresa positiva nell’indifferenza di chi è stato graziato dall’incuria o dalla sorte? I giovani che stanno dando una mano a Genova, sono quelli che abbiamo attorno tutti i giorni. Che troviamo per strada e sono allegri o tristi, che vediamo a piedi, in bicicletta, in motorino. Che vivono in una scuola indecisa su cosa dargli, tra datori di lavoro che invece sanno cosa dargli, cioè poco o nulla. Sono gli stessi giovani che vogliono divertirsi, ma anche avere un futuro. E se credono sempre meno nella politica è perché la politica gli ha detto che hanno meno speranze dei loro padri. Però sono giovani, non ancora consumati dall’indifferenza di chi comunque ce l’ha fatta, e allora si rimboccano le maniche in cerca di un posto di lavoro, studiano, s’impegnano sperando che davvero serva per avere un mestiere.

Nello spalare fango e liquame c’è il massimo della solidarietà e il minimo dell’efficienza. Per spalare con efficienza vanno bene le ruspe, ma se non ci sono o non hanno conducenti, che si fa? Si rispolvera la solidarietà e ci si mette a spalare. Solo che lo stato sono le ruspe assieme alle braccia dei cittadini e se mancano le prime allora è lo Stato che manca. Questi ragazzi non se ne rendono conto, ma ciò che buttano nei rivoli verso il mare è il prodotto di quello che ha reso difficile la loro vita. Uno Stato che interviene a posteriori, che non provvede all’evidenza, dove chi governa il territorio ha paura o peggio, altri interessi, dove la fragilità non è il fatto idrogeologico, ma la vista e la memoria. Uno Stato che sta per adottare un provvedimento che renderà ancora più facile il cemento e l’ha chiamato sblocca Italia, ma non ha ruspe, non ha giudici efficienti, non ha condotte fognarie, canali che portino a mare, non ha coscienza collettiva.

Quello che ci tiene assieme è il minimo dell’efficienza, lo sperare che vada bene. Questo fa parte della coscienza che nasce in famiglia e riguarda i beni comuni, ma a tutti, fuori, i principi che vengono insegnati riguardano il successo di sé, e sono la competitività, la velocità, l’efficienza, la brevità, la resilienza. Sì, anche la resilienza perché in un autoscontri vince chi reagisce meglio alle botte. Qualcuno parla anche di solidarietà, ma sottovoce perché non è di moda come fondamento della politica e così sembra riservata all’antica carità cristiana: la pietà per chi non ce la fa, non il mettersi assieme per cambiare le cose. Renzi non è ancora andato a Genova, luogo difficile in questo momento, Grillo ci va domani, aveva la kermesse 5 stelle a Roma. I due non sono la stessa cosa, preferisco chi proverà a fare, non chi distrugge ogni cosa che tocca. In questi giorni parlare di peste non è bene, abbiamo tutti una vaga inquietudine per Ebola, e abbiamo visto troppi film di fantascienza. Credo che mettere assieme sia la cosa più difficile, che urlare e additare nemici sia più facile. Chi amministra è marginale nel movimento di Grillo, vorrà pur dire qualcosa. Confesso che la mia generazione ha molte colpe, una è quella di non aver ascoltato, o visto, o provveduto. Nel ’66 a Firenze ci potevano pur stare gli angeli del fango, già nel ’70 a Genova (eh sì, accade spesso) era difficile, ma se i figli e i nipoti di quelli di allora sono ancora a spalare, qualcosa nella coscienza ce lo portiamo. I ragazzi di quasi 50 anni fa, una speranza l’avevano, ora questa non c’è, si deve creare. Può nascere una speranza dal fango? Sì, se una coscienza di un giorno, di una settimana, diventa una coscienza comune, se si crederà alla realtà e non alle parole, se quelli che ora sono angeli diventano uomini. Ben più terribili degli angeli, e sporchi di realtà, gli uomini. Un esercito di giovani determinati al cambiamento può cambiare la fatalità, i luoghi comuni, la protezione civile con l’aspirina, la metereologia che non c’è, l’Italia. Sono grandi gli uomini del fango.

illude la finta stagione

IMG_8865

illude la finta stagione,

tra caldi improvvisi,

e storie di scirocco.

Ragazze in canottiere colorate

nei tavolini all’aperto,

e l’allegria di voci e sorrisi

cancella freddi che forse verranno.

Ci sarà un tempo per lane e pesanti cotoni,

ora tra piccole malizie, 

l’inizio d’un seno baciato dal sole, 

muove su tacchi troppo alti

per gli antichi acciottolati.

Ma la luce cala in fretta

e nella sera, i lampioni

e l’aria di fiume,

già si riprendono rivincite attese. 

riccioli

i miei capelli han preso troppa pioggia,

al mattino s’arricciano:

vorrebbero compagnia di dita aperte e leggere

che percorrano i pensieri al risveglio.

C’è il grigio dell’afa d’autunno:

si mescola al caldo del sogno appena concluso.

Lo specchio, il viso, la finestra,

su un ballatoio, una piscinetta di plastica blu

sta ritta e vuota,

ricordando che l’estate è passata.

Torneranno altre stagioni, 

non questa,

saranno grandi, i bambini, il prossimo anno,

e più non basterà l’allegria dei piccoli spazi

blu d’acqua e di plastica.

Dopo il primo gioco

ti metteranno da parte,

piccola blu piscinetta,

ma non noi che cresciamo altrimenti,

ed è solo mattina,

mentre i miei capelli s’arricciano ancora,

e grigi,

attendono carezze già state.

ipotetica lettera ad un possibile amore

IMG_9052

Miei cari, pochi, lettori

qualche sera fa, ed era proprio sera sul fiume, mentre la luce si spegneva rapida lasciando libertà ai lampioni, si ragionava sul piacere del ricevere lettere e del momento magico in cui si scrivevano. Avrete capito che l’età media non era proprio bassissima, per cui c’era la razionale, lo scettico, la romantica, il partecipe, ecc. che variamente dicevano d’altri momenti e tempi. In particolare emergeva quell’età in cui si scriveva ad un possibile amore, e mentre per alcuni si vedeva il pensiero avvolgersi di nostalgia, per altri si capiva che non si era spenta quella stagione. Così è nata l’idea, subito annegata nel prosecco, di fare un esercizio, ovvero di scrivere una lettera che inciampasse su di sé, che rivelasse le proprie indecisioni in un momento in cui le strade possono prendere, proprio loro non noi, percorsi differenti. Insomma una lettera timida, ed esplicita, dove le parole, pur nell’ipoteticità, dicessero qualcosa che è indeciso e che non sa se lasciarsi andare a un sentimento oppure ritrarsi. La compagnia poi si sciolse, allegra e immemore, sciamando verso la cena e parlando d’altro, ma mi piaceva l’idea e così la propongo a voi. Se vi va provate anche voi, questo è il mio tentativo.

Oggi, tra le curve della giornata, ho pensato spesso a te. Erano pensieri belli e insieme complessi. Di una leggerezza che da molto non ricordavo. Gli impegni non mancano, faccio cose apparentemente interessanti, ma in realtà spesso m’annoio e devo cercare l’attenzione. Ma oggi questa non voleva venire in aiuto e il pensiero scivolava. In realtà mi chiedevo spesso cosa facevi, dov’eri e con chi, di cosa stavi parlando, quali erano i tuoi pensieri. Sembrava che per me, spesso riservato e rispettoso dell’altrui riservatezza come garanzia della mia, ci fosse stata una tracimazione di un liquido interesse e che questo conducesse a te. Immagina qualcosa che si spande, e non vorremmo perché pensiamo al dopo, al dover rimettere ordine, ma in questo caso non c’era la volontà di arginare, e guardando quel rivolo, emergeva piuttosto, lo stupore che accadesse, la curiosità dello scoprirsi indifeso nelle proprie dighe.

Questo avveniva tra un incontro, un percorso in auto, nella distrazione del camminare tra portici e piazze. Così ci si conduce nelle vite non lineari, ricche d’interessi, e per chi ci sente sembra che non ci sia posto per altro, oltre alla varietà e alla differenza che ognuno trova nelle vite degli altri, ma non è così, anche nei percorsi casuali, nel caos ordinato, c’è abitudine e ripetizione, in fondo si cerca sempre qualcosa ed è spesso la stessa cosa. Pensavo a te e alle tue presenze, ma soprattutto alle tue assenze, al toccare e ritrarsi che, pensavo, assomiglia così tanto al mio. Non sapendo nulla di quanto pensavi e t’accadeva, trovavo modo d’accettare più che capire. In fondo dell’altro, oltre l’interesse che si può esprimere? Mi dicevo. A volte la sintonia che si presume. Oppure la suggestione. O ancora l’intuizione. Ma di tutto questo la verifica è affidata a cose talmente precarie che in fondo siamo soli di fronte a noi stessi, alle nostre paure, alla speranza di non esserci sbagliati. Di questo ragionavo, mentre mi si parlava d’altro e aspettavo che l’impegno finisse per stare col pensiero più vicino a te. Al mio pensiero di te, non ad altro. 

Ogni tanto guardavo lo smart phone (che parola orribile), per vedere se c’era qualche tuo messaggio. E visto che non c’era, ti giustificavo, cercavo di immaginare impedimenti o riflessione. La riflessione, se ci coinvolge, è un interesse che si dibatte in una rete da cui si può ancora liberare, è una possibilità che qualcosa evolva in un incontro che supera l’ordinario. Perché, allora, il tuo silenzio se non annunciato, mi pesava, perché questo voler sapere di te? Negli altri queste cose m’interessano in modo diverso, a volte per nulla, in altri momenti e persone, per curiosità, ma nulla che assomigli ad un interesse che non abbia rispetto. E invece, con te, questo rispetto veniva superato, e di questo mi chiedevo, nella giornata così varia e sinuosa.

Sei stata l’attenzione vera del giorno, e di questo me ne rendo conto ora, che è sera e che non ho molto da fare. E forse da riempire un vuoto senza chiedere. O forse pensando che quando s’ inciampa in qualcosa che non si era previsto, ci si può chiedere di sé, della propria razionalità sconfitta, della novità che questo porta. Si apprende qualcosa che ci riguarda e questo tu fai con me, mi insegni cose che non conoscevo, oppure che si erano perdute. La razionalità mi spinge a chiedermi cosa accade, mi chiede se tu sia davvero ciò che mi sembra, chiede della tua bellezza, ma sopratutto chiedi di me. Di cosa mi accade. Ecco, questo proprio non lo so, non voglio neppure saperlo. So che posso oppormi oppure lasciare che qualcosa mi accada. Dell’altro posso dare ragione razionale: si cerca ciò che non si ha, ciò che ci è affine, la bellezza è qualcosa che è oggettivo e insieme personale, e di tutto si ha percezione in un miscuglio di cui non conosciamo la reattività. Ma di ciò che mi accade non so: c’è stupore perché è inatteso, ma è ancora sul limitare. Può prendere una strada o un’altra senza che vi sia un rimpianto. E da chi dipende tutto ciò? Anche questo non lo so, quello che capisco è che non sarà indifferente ciò che tu penserai di me. Il quotidiano l’hai già modificato, ora sono in quella terra di nessuno dove tutto può accadere e con molta libertà. O almeno così sembra, perché per me l’abitudine e l’ordinario sono una piccola, consenziente, prigione, una battaglia che cerca di condurre la vita verso qualcos’altro per scoprire di più: un nuovo limite, una possibilità che si realizza. Questa condizione che sento, non è solo un fuggire dalla noia. Ogni incontro è una luce. Penso. E di questa facciamo schermo con la mano perché il vento della razionalità non la spenga. Speriamo l’eccezionale vivendo nell’ordinario, di questo si alimenta il capire in mancanza di segnali, quando non ha un oggetto a cui aggrapparsi. Che brutta parola aggrapparsi, prova a pensarla come ad un abbracciare muto, a qualcosa che si affida all’altro eppure stringe, vuole tenere, possederne il calore. Che poi questo è quello che si cerca quando c’è troppo da spiegare. Non è così?

Stasera si affaccia la delusione. L’ho respinta a lungo oggi, confinata tra le parole quando mi pesava il tuo silenzio. Infine, l’ho guardata e ho capito che nasce dalla speranza che si spegne, dall’abbaglio riconosciuto come tale, il ri-trovare/rsi mancato. E mi sono detto che non è tempo di delusione, non ancora, che ciò che conclude non è ancora maturo. Sono in una terra di nessuno,  c’è una direzione che si può prendere. E mi ha fatto bene pensarlo, come pensare che non ho attese precise, solo che qualcosa accada. E di questa attesa ti sono debitore e grato, c’è vita nell’attendere e molto meno in queste parole che hanno l’esplicità dei timidi, quelli che pensano che c’è molta bellezza in giro e che quando la conoscono, possono pure dirlo, tanto ne sono già stati presi e gratificati.

Vorrei vedere i tuoi occhi quando leggerai, l’assestarsi del corpo, il muoversi delle dita. Si curveranno le spalle, il viso sarà serio o divertito, una ruga di perplessità scaverà per un momento un pensiero? Vorrei vederti quando leggerai queste righe e capire dalla tua espressione cosa rispondi nella tua testa. Non le parole che verranno dopo, se verranno, ma proprio il primo pensiero, perché quello è buono per me, perché contiene tutto alla rinfusa e ancora nel tuo vecchio ordine. Poi se prevarrà l’ordine lo si vedrà, ma è in quel primo momento che potrei conoscerti. E siccome non mi è dato, lo penso solo, senza sapere, senza aspettare o trarre conclusioni. Così tenendo il possibile a portata di mano, mi occupo d’altro e di questa mancanza mi faccio ragione, aspettando la notte e il sonno.

gufo di sera

Perdonate i riferimenti molto personali, avevo pensato di rispondere ai due commenti del precedente post, poi parlando con un’amico della situazione politica, mi ha detto che passerà, che occorre capacità di discernimento tra ciò che è importante e ciò che non lo è. Questo mi ha fatto scoprire ancora una volta l’inadeguatezza delle mie percezioni: non sono allineato ad una realtà di cui partecipo. Quello che a me sembra importante per altri lo è di meno, o non lo è. Eppure dovrei avere gli strumenti giusti: non faccio più l’amministratore pubblico ormai da 10 anni, mi sono messo in disparte da solo e se ho incarichi di partito non li ho cercati, anzi. Non avere secondi fini e tantomeno personali dà una bella libertà. Allora da cosa deriva questa scontentezza e perché quello che vedo mi rattrista e preoccupa? Concludo sempre più spesso che c’è confusione sotto il cielo, nessuna pazienza e molta arroganza e protervia. Sembrano cose da vecchi, da panchina o da bar. E così penso che quelli come me si possono tirare in disparte e dedicare a ciò che hanno troppo a lungo trascurato, pensando che ci fosse un dovere nell’esserci. E so che nessuno verrà rimpianto anzi quelli che oggi sgomitano ovunque, da molto non accettano neppure il regalo di una disponibilità gratuita.

Come tutti quelli che hanno uno splendido avvenire dietro di sé, penso al peso delle idee e del vissuto come a un valore per guardare avanti. E non perché ami il reducismo, ma perché è impossibile non cercare analogie, non vedere singolarità che si ripetono e trarne qualche conclusione. Ecco, su questo vedere oltre il quotidiano sta la mia e altrui inutilità, e sul considerare che c’è un mondo che si agita e urge, sta un altra inutilità. Insomma ci si sente inadeguati al reale medio e urlato e un po’ per volta ci si rivolge ad altro, ma vivere senza passioni collettive e personali è amare un po’ meno. E quando passano gli anni l’amore manca di più.

mattutino vecchio e gufo

Sta accadendo qualcosa in questo Paese. E pure nel mondo. Crescono le povertà, l’intolleranza sociale e religiosa, la paura di nuove malattie come l’ebola, le guerre e gli eccidi. Le crisi si intrecciano e, seppur rimossa, un’ inquietudine serpeggia. C’è un cambiamento senza entusiasmi nei cittadini, più per disperazione che per scelta o volontà. Molti si sentono stremati e seppure tutto sembra continuare e funzionare, non si sente il profumo di avvenire. Si è rotto l’ascensore sociale. Cosa significa? Che si sale a piedi o non si sale proprio?  Ciò che va, procede un po’ meno bene, senza l’euforia della speranza. Le parole non bastano: questo sarà il più meraviglioso Paese al mondo, ma se hai 50 anni e perdi il lavoro non hai più speranza. E anche se ne hai 30 di anni, le tue speranze non sono molto più alte, sei solo più giovane. Basta?

Con il tfr in busta paga (giusto che ci sia una scelta del proprietario di quei soldi, ovvero il lavoratore), che accadrà della previdenza integrativa? Eppoi se vengono dati in busta paga soldi propri, che spinta egualitaria è? Pagano i soliti, e non sono contenti. Non c’è novità in questo. Tra le cose di questi giorni, non c’è solo l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, ma i contenuti vaghi della modifica dello statuto dei lavoratori, con le parti già note  che renderanno molto meno contrattuale ed egualitario lo scambio tra lavoro e retribuzione. Ma ciò che offende sono i modi e la violenza con cui si procede. Chi si sente da sempre tartassato, dovrebbe essere contento? Ieri sera il senatore Valter Tocci, si è dimesso da senatore dopo la fiducia, era uno di quelli definiti, molto elegantemente dagli epigoni di Renzi, attaccati alla sedia. E se fosse vero il contrario, ossia che tutto ciò che è difforme, che discute, viene invece visto come una minaccia alla propria di sedia. Chi va in direzione contraria sceglie ciò in cui crede ed è difficile tenere insieme la coerenza con la costrizione ad essere altro. La voce di Valter Tocci è importante, appassionata e intelligente, ne abbiamo bisogno tutti, spero lo convincano a restare al suo posto. Anche Renzi ne ha bisogno, lo capirà oltre le frasi di rito?

Ieri, più di altri giorni, si è detto che tutti devono contribuire, che per uscire dalla crisi servono sacrifici e nuove tutele adeguate al mondo attuale. Mi sono sentito irrimediabilmente vecchio, ormai ai margini di un pensiero che vorrei analitico, ma non lo è. Si procede per slogan e subentra il conformismo a chi ha potere, per cui il nuovo e la sua individuazione, non passa attraverso gli strumenti che conosco, l’analisi, le alternative e gli scenari, il contraddittorio, la discussione, la sintesi. Tutto superato. Avanti per strappi senza avere un programma, come se in continuazione si dovesse dimostrare qualcosa a qualcuno. Se l’Europa è un problema lo si dica e si proceda in conseguenza, ma sembra che ancora una volta il problema siano i cittadini, noi. La patrimoniale sui patrimoni veri non si vede, ma allora contribuiscono tutti oppure i soliti che non possono scappare? Così è per l’evasione fiscale. Il falso in bilancio non si vede. Reati per cui in paesi come gli Stati Uniti, si va in galera per anni, qui non esistono. La giustizia si impantana nella gora delle alleanze di governo. Cos’è la giustizia giusta? Quella delle immunità e dei processi infiniti? Per il senatore Azzollini, Ncd, presidente della commissione bilancio, ieri relatore in aula per il Jobs Act, la giunta per le elezioni e l’immunità rifiuta l’autorizzazione ai giudici di verificare intercettazioni e tabulati relativi ad una presunta truffa che riguarda la costruzione del porto di Molfetta, il senatore Casson, si autosospende visto il voto del Pd in giunta. Si sa che il senato non ha la maggioranza, ma qual’è la Parigi per cui val bene una messa? Alla fine del cambiamento saremo tutti diversi, di sicuro più vecchi, molti o pochi, e io sono tra questi, più svogliati e malinconici. Non è nostalgia di un passato che ha molto di buono, ma altrettanto di guasto e opinabile, è la convinzione della propria inutilità al cambiamento. Così ci si sente vecchi e gufi e non interessa più aver ragione, ci si dedica ad altro, si esce e basta.

le donne e gli uomini di Kobane

Prima la vita, dopo la pace. Hanno distribuito le armi alle donne, a tutte, anche a quelle anziane, a Kobane. Le donne hanno sopportato le follie degli uomini, hanno accudito figli e protetto compagni, che altri avrebbero ucciso. Sono state custodi nella storia di questo animale pericoloso che si chiama uomo, di quello che gli permetteva di continuare ad esistere. L’ultimo baluardo, prima culturale, poi fisico, all’estinzione. C’è una fierezza particolare e un’ appartenenza al genere, nelle donne, che l’uomo fatica a possedere. E a capire. Per lui funziona l’istinto di sopravvivenza, per la donna si aggiunge la protezione della propria continuità. A Kobane le donne curde stanno combattendo, come altre donne hanno fatto e continueranno a fare nel mondo. Ciò che sorprende è lo scarso clamore che tutto questo suscita, anche i gesti individuali, così tanto amati dai media, si spengono in una quotidianità offensiva. Arin Mirkan, finite le munizioni si è fatta saltare in aria in mezzo ai jihadisti dell’IS, Ceylan Ozalp, 19 anni, ha riservato l’ultimo colpo per sé, per non essere catturata. Chissà quante donne hanno sinora fatto, e attuato, lo stesso pensiero: meglio morte che preda della violenza del terrore. Eppure quanto accade laggiù fa un rumore ovattato, privo di consistenza per le nostre coscienze assuefatte. Tanti anni di individualismo ci hanno abituato al fatto che tutto ciò che è lontano non ci riguarda. Eppure quelle donne e quegli uomini curdi stanno morendo in una Stalingrado attuale, per arginare una furia che se dilagasse non lascerebbe nulla di quanto amiamo come valori, come modi di vita, come libertà. Queste donne e questi uomini, muoiono da soli, per loro e per noi, senza uno Stato che li comprenda tutti. Combattono in nome di valori comuni e di una Patria che è stata solo oggetto di spartizioni e interessi cinici delle potenze occidentali. L’America scopre che i bombardamenti non sono sufficienti, che il ritiro dall’Iraq non è stata una grande idea. Magari scopre pure che le armi vengono da paesi che sono amici dagli Stati Uniti. Scopre la sua inefficienza nel governare il mondo. E’ inefficace e quindi il capitalismo provvede per suo conto. Non ci sono principi, né frontiere, tutte balle, impicci, così il petrolio comprato a 30/40 dollari il barile dai giacimenti in mano all’IS, magari finisce anche nelle nostre auto. Noi in silenzio, distratti, la notizia è in fondo alle pagine dei giornali, i telegiornali hanno bisogno di fatti più eclatanti. E a mille km da qui sono solo i Curdi a difenderci dal dilagare del califfato. Almeno il pensiero, la partecipazione, l’onore e il sostegno a queste donne e uomini. Almeno quello. 

mosaico: san canzian

Per entrare si scendevano due gradini consumati. Sulla sinistra c’era un vecchio bancone in legno scurito da pedate, consumo e tempo. Una lastra di zinco sotto le spine della birra, il resto era legno, spesso, consumato e appiccicoso. Ma chi si appoggiava non aveva problemi, non ci pensava. Erano gli ambulanti svegli dalle 4 del mattino, facchini, piccoli artigiani che avevano bottega attorno. Gli studenti, i balordi e i pensionati si sedevano nelle due stanzette, piccole, quasi un tinello. Sedie impagliate e sei tavoli in tutto, altrettanto vecchi del bancone e appiccicosi di generazioni di vino sparso, sudore e unto. Se qualcuno avesse cercato i dna sovrapposti in quegli strati, avrebbe avuto un campionario dello stanziale e del passaggio, del sangue giovane e di quello lento, delle menti ormai consunte e dell’avvenire fulgido sperato. Tutto assieme, perché quell’angolo di città teneva tutto assieme: università, popolo, politica cittadina, ebrei e cattolici. Tutto in una strada che collegava le piazze, ovvero la vita politica e il commercio con il ghetto. La chiesa di san Canzian era parrocchia, ma di quelle del centro, dove si mescolavano ricchi e poveri in modo così indistinguibile da rendere difficile il messaggio al prete. Chissà a chi parlava nelle prediche per tenere tutti assieme. Forse a tutti, oppure meditava ad alta voce. Forse. L’osteria nella stradina, guardava la chiesa e a fianco aveva la vecchia sinagoga di rito tedesco, incendiata dai fascisti nel 1943, ed era appena fuori da dove, fino a Napoleone, uno dei quattro cancelli avevano isolato per trecento anni, di notte, il ghetto dalla città. Quindi era una frontiera, un luogo di passaggio e tolleranza, basata sul vino e sullo scambio, sull’eguaglianza di fronte al litro, e sui discorsi senza troppi limiti. Lì dentro si meditava ad alta voce e quindi forse qualcosa da dire l’aveva anche lei. Ho conosciuto le due ragazze -‘e tose – che davano il nome al locale, solo che avevano più di 80 anni quando io ero ragazzo. Si favoleggiava di una loro avvenenza, ora svanita senza rimedio, di studenti e poi professori che le avevano corteggiate. Di tutto quel tempo, se era mai esistito, a loro restava una voce roca e bassa, che impartiva ordini a un cameriere poco più giovane di loro, el toso, (il ragazzo), con i piedi sformati dalla lunga vita eretta, che scambiava battute con i clienti e silenzi con le padrone. Felice di quel soprannome che sottovoce ricambiava dicendoci: ‘e vece comanda a bacheta e paga a baston’ (le vecchie comandano a bacchetta e pagano a bastone). E rideva. Perché allora, e non sono cent’anni fa, c’erano i padroni e i dipendenti non erano collaboratori, ma salariati e poco più che servi. Un campanello attaccato ad un ricciolo d’acciaio, come quelli che c’erano dentro le case, residuo degli antichi tiranti dei portoni soppiantati dall’elettricità, era vicino all’ingresso, e chi voleva bere, si alzava e gli dava un tiro, cosicché tutti sapevano che qualche mezzolitro sarebbe di lì a poco arrivato alle labbra dei clienti. C’era chi con un’ombra – un bicchiere – tirava avanti per ore e chi beveva d’un fiato perché tornava al lavoro. Forse la cerimonia che era costituita dallo scambio dei saluti, dalle battute e gli sfottò era importante quanto quell’alcool un po’ acido che scendeva di colpo e scaldava, cambiava l’umore in meglio o in peggio, non lasciava indifferenti. Comunque fosse, lì dentro, tra quei muri che non venivano mai imbiancati e su cui si esercitavano matite grasse, con scritte e disegni, lì dentro c’era una comunità che si dava appuntamento, si incontrava, partecipava agli eventi delle vite. Sapevano di tutti e nessuno leggeva il giornale. Rispettavano nascite, matrimoni e morti, scambiavano soprannomi, allungavano qualche piatto di minestra. Nascevano burle, congiure politiche da ridere, si batteva carta senza soldi, non si portavano gli amori, si mangiavano dolci antichi, si beveva più del necessario, per compagnia, per parlare o ascoltare, raramente entrambe le cose. Non c’era niente di bello o di brutto che facesse particolare quell’osteria oltre le persone che la frequentavano, era allora, ora c’è un negozio di telefonini.

 

la conferenza

Nel pomeriggio mi aveva preso una grande stanchezza. Non avevo voglia di nulla. Al più di ascoltare. Così andai ad una conferenza. C’era l’autore di un libro che conoscevo e apprezzavo. Una buona occasione, sono così rari i libri che ti sollecitano davvero… L’intervistatore invece l’apprezzavo molto meno. Nella grande sala, le prime file erano già tutte piene. Insegnanti di liceo, ragazzi, padri e molte madri. Mancavano i lavoratori, vista l’ora, quindi un buon campionario di borghesia cittadina. C’erano baci di saluto diffusi, abbracci e sorprese del vedersi che sembravano autentiche. Nella fila a fianco, due ragazzini si baciavano distratti sulla bocca, vedevo bene gli sguardi che cercavano oltre i visi.

Ero abbastanza avanti di posto, avevo potuto scegliere, e pensavo a come si dispongono le persone in una sala: secondo timidezza, protervia, noncuranza, necessità. Alcuni parlavano restando in piedi verso altri seduti. Posture inusuali, visi, profili. L’estate era appena dietro i finestroni, incurante dell’autunno, così non pochi erano in camicia o in polo. Io avevo una giacca e mi guardavo attorno, cercando di condizionare il cervello a non avvertire troppo caldo. Si riesce a farlo anche con il freddo. Fino a un certo punto. Cercavo di star bene e di imbevermi del suono delle voci. Era l’atmosfera che precede qualcosa di scelto. L’attesa consapevole. Distolsi il pensiero, adesso guardavo solo, senza interpretare e senza immaginare pensieri altrui.

Mi venne in mente la scrittura di Hemingway, assomigliava a quello che avevo attorno, il suo procedere spingendo l’azione riottosa, i particolari spezzettati, il suo generare senso di attesa per qualcosa che poi non accade. Pensavo ai suoi dialoghi, che aveva imparato così bene a Parigi e che, diceva, facevano la differenza tra uno scrittore e un grande scrittore. Non mi piacevano più come un tempo, quei dialoghi così serrati. Adesso, ricordandoli, mi sembravano poco sinceri, anche quando erano verosimili, come se i personaggi, in continuazione, dovessero essere altro da sé. Dimostrare qualcosa. Però c’era così tanta vitalità, così tanto senso immanente dell’accadere assieme alla consuetudine… Chissà se lo leggevano ancora Hemingway. I ragazzi intendo.

La sala era ormai quasi piena, con un flusso costante di persone che entravano. Qualcuno mi salutava, altri mi sembrava lo facessero. In una città media, per strati spesso ci si conosce o si è conosciuti. Il rumore delle voci era un tappeto sonoro che mi toglieva la stanchezza. Osservai che decisamente c’erano molte donne. Insegnanti credo. I ragazzi scherzavano, chattavano, telefonavano. Spesso si baciavano, anche i due ragazzini continuavano a baciarsi tra un fiotto di parole e un guardarsi attorno, salutando. Qualche bottiglietta d’acqua usciva dalle borse e s’avvicinava alle labbra. Con grazia ed educazione. Bisogna bere molta acqua. Pensai. E gli uomini sono spesso sguaiati anche nel berla. ma sono così ridicole le borse delle donne. Pensai. Enormi, piene di cose, cosparse di fibbie, lacci, cinghiette. Un pozzo d’identità da portarsi appresso. 

La ragazza seduta davanti, aveva tre orecchini molto piccoli sull’orecchio destro. Si voltava spesso e attendeva qualcuno. Si vedeva. Era minuta con lunghi capelli e un grande orologio al polso. Quando arrivò il ragazzo, piccolo anche lui, con un ciuffo da cantante di rock anni ’50, sorrise molto e divenne accudente, poi lo cosparse di bacetti. C’erano le madri davanti, si voltarono al saluto e sorrisero con un lievissimo imbarazzo davanti a tutti quei baci. O almeno così a me parve. Adesso ero riposato e senza attesa, divertito da tutto quel salutarsi e baciarsi. Sembrava fosse il contesto comunicativo della sala, un riconoscersi e un appartenere contento e superficiale. Poi apparve il conferenziere e le voci si spensero lentamente. Come per abbrivio.