la conferenza

Nel pomeriggio mi aveva preso una grande stanchezza. Non avevo voglia di nulla. Al più di ascoltare. Così andai ad una conferenza. C’era l’autore di un libro che conoscevo e apprezzavo. Una buona occasione, sono così rari i libri che ti sollecitano davvero… L’intervistatore invece l’apprezzavo molto meno. Nella grande sala, le prime file erano già tutte piene. Insegnanti di liceo, ragazzi, padri e molte madri. Mancavano i lavoratori, vista l’ora, quindi un buon campionario di borghesia cittadina. C’erano baci di saluto diffusi, abbracci e sorprese del vedersi che sembravano autentiche. Nella fila a fianco, due ragazzini si baciavano distratti sulla bocca, vedevo bene gli sguardi che cercavano oltre i visi.

Ero abbastanza avanti di posto, avevo potuto scegliere, e pensavo a come si dispongono le persone in una sala: secondo timidezza, protervia, noncuranza, necessità. Alcuni parlavano restando in piedi verso altri seduti. Posture inusuali, visi, profili. L’estate era appena dietro i finestroni, incurante dell’autunno, così non pochi erano in camicia o in polo. Io avevo una giacca e mi guardavo attorno, cercando di condizionare il cervello a non avvertire troppo caldo. Si riesce a farlo anche con il freddo. Fino a un certo punto. Cercavo di star bene e di imbevermi del suono delle voci. Era l’atmosfera che precede qualcosa di scelto. L’attesa consapevole. Distolsi il pensiero, adesso guardavo solo, senza interpretare e senza immaginare pensieri altrui.

Mi venne in mente la scrittura di Hemingway, assomigliava a quello che avevo attorno, il suo procedere spingendo l’azione riottosa, i particolari spezzettati, il suo generare senso di attesa per qualcosa che poi non accade. Pensavo ai suoi dialoghi, che aveva imparato così bene a Parigi e che, diceva, facevano la differenza tra uno scrittore e un grande scrittore. Non mi piacevano più come un tempo, quei dialoghi così serrati. Adesso, ricordandoli, mi sembravano poco sinceri, anche quando erano verosimili, come se i personaggi, in continuazione, dovessero essere altro da sé. Dimostrare qualcosa. Però c’era così tanta vitalità, così tanto senso immanente dell’accadere assieme alla consuetudine… Chissà se lo leggevano ancora Hemingway. I ragazzi intendo.

La sala era ormai quasi piena, con un flusso costante di persone che entravano. Qualcuno mi salutava, altri mi sembrava lo facessero. In una città media, per strati spesso ci si conosce o si è conosciuti. Il rumore delle voci era un tappeto sonoro che mi toglieva la stanchezza. Osservai che decisamente c’erano molte donne. Insegnanti credo. I ragazzi scherzavano, chattavano, telefonavano. Spesso si baciavano, anche i due ragazzini continuavano a baciarsi tra un fiotto di parole e un guardarsi attorno, salutando. Qualche bottiglietta d’acqua usciva dalle borse e s’avvicinava alle labbra. Con grazia ed educazione. Bisogna bere molta acqua. Pensai. E gli uomini sono spesso sguaiati anche nel berla. ma sono così ridicole le borse delle donne. Pensai. Enormi, piene di cose, cosparse di fibbie, lacci, cinghiette. Un pozzo d’identità da portarsi appresso. 

La ragazza seduta davanti, aveva tre orecchini molto piccoli sull’orecchio destro. Si voltava spesso e attendeva qualcuno. Si vedeva. Era minuta con lunghi capelli e un grande orologio al polso. Quando arrivò il ragazzo, piccolo anche lui, con un ciuffo da cantante di rock anni ’50, sorrise molto e divenne accudente, poi lo cosparse di bacetti. C’erano le madri davanti, si voltarono al saluto e sorrisero con un lievissimo imbarazzo davanti a tutti quei baci. O almeno così a me parve. Adesso ero riposato e senza attesa, divertito da tutto quel salutarsi e baciarsi. Sembrava fosse il contesto comunicativo della sala, un riconoscersi e un appartenere contento e superficiale. Poi apparve il conferenziere e le voci si spensero lentamente. Come per abbrivio. 

l’ideologia e i diritti

Ho l’80%, adeguatevi. Così Renzi dopo la direzione del PD. Però se si pensa che qualcosa sia sbagliato, non ci si adegua e si lavora perché emerga l’evidenza dell’errore. Con l’articolo 18 si è steso un velo di nebbia sulla sostanza di alcune proposte non dappoco nel campo dei diritti nel lavoro e contenute nel jobs act: il demansionamento, ad esempio, che diventa possibile per ragioni di riorganizzazione, oppure l’uso di videocamere sul posto di lavoro ai fini della sorveglianza. O ancora, l’indeterminatezza del combinato tra tutele e diritti progressivi con le dinamiche del mercato del lavoro. In sostanza se una persona passerà la vita a cambiare lavori perché non viene assunto, i diritti non li avrà mai. Dovrebbe essere chiara la distinzione tra privilegi e diritti, il privilegio è qualcosa di indebito e ingiusto che differenzia stabilmente, il diritto è qualcosa che appartiene alla persona e che rende eguali. E’ vero che ci sono molti milioni di lavoratori che non hanno gli stessi diritti, ma per egualitarismo dobbiamo toglierli oppure estenderli? Il dato vero è la crisi economica, i conti che non tornano e i problemi legati a risorse che non ci sono. Bisogna abbassare le tasse e mettere più soldi in busta paga, colpire l’evasione fiscale, perseguire la corruzione, sburocratizzare le procedure. Insomma fare i duri con chi è forte e non accetta facilmente di veder ridotto il profitto o il potere. Invece se si agisce sui lavoratori a reddito fisso dov’è la novità o la bravura?

Così l’ingegneria della penuria non sa che pesci pigliare e al più architetta di spalmare il TFR, ossia una retribuzione differita e quindi soldi del lavoratore, in busta paga.

Caro lavoratore, meglio un uovo oggi  che la gallina chissà quando. Così ti aumento lo stipendio con i soldi tuoi, e visto che  ci sono, per egualitarismo, te li tasso un po’ di più, perché la liquidazione ha un tasso inferiore alle retribuzioni ordinarie. Ma tutto questo non riguarda me, Stato, che bloccando i contratti e differendo la corresponsione delle liquidazioni di due anni dopo il pensionamento, dimostro di non averne più di soldi. Neppure quelli tuoi che avrei dovuto mettere da parte.

Da troppo tempo, anche a sinistra, non si guarda la realtà, che non è solo economica, ma sociale. Si è lasciato che il Paese si deteriorasse senza il contributo dell’analisi e delle soluzioni. Capire e cambiare, estendendo i diritti e togliendo i privilegi, questa è sinistra e riformismo. Provate a pensare quali sono i privilegi veri, quelli che differenziano chi lavora, i cittadini di serie A da quelli di serie B. Pensateci bene e se viene fuori l’articolo 18 o lo statuto dei lavoratori tra le priorità discutiamone davvero, guardando la realtà, non le ideologie. 

monte sole

Alla fine per contarli, nella violenza icastica dei numeri, si arrivò a 775 morti tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944. Però ancor oggi non se ne conosce il numero preciso, non pochi rimasero insepolti per mesi. Negati prima, dalle autorità, contati per differenza poi, confrontando chi era residente tra il 1943 e il 1945. Scorrete i nomi, in calce c’è un link, sono centinaia, donne, vecchi, bambini, contateli voi. Guardate quei nomi, quelle età, ricostruite le famiglie, ambientatele nella fatica del lavoro, nella consuetudine, non priva di gioie del quotidiano, pensatele come vite vere, non una contabilità dell’orrore. Esistevano e furono interrotte. Guardando alle lapidi penso a ciò che non è stato, ma ancor più a ciò che era la vita per ciascuno di loro. E mi smarrisco. Non c’è nulla a cui attaccarsi, una ragione, un fine che non contenga esso stesso l’orrore assunto a modalità del comunicare. Volevano insegnare a non ribellarsi, a non dare aiuto ai partigiani, fare terra bruciata attorno ad essi. Non importava la responsabilità, che responsabilità poteva avere un bimbo di un anno lasciato a morire di inedia e disperazione sui corpi dei genitori e fratelli per 5 giorni? E con lui, gli oltre 200 bimbi, spesso in fasce, che quando andò bene morirono subito, che responsabilità avevano? Come si potè replicare infinitamente la morte, un orrore, e non esserne parte? Perché chi uccise aveva figli, mogli, genitori, eppure non li vide negli occhi e nella disperazione di chi stava ammazzando.

Centinaia di uomini, tedeschi e italiani, parteciparono al massacro che durò una settimana. Pochissimi si rifiutarono. Dei responsabili, solo Walther Reder, il comandante, fu condannato all’ergastolo nel 1951, scarcerato nel 1980, morì a casa propria nel 1991. Degli altri 10 condannati all’ergastolo, piccola parte dei colpevoli, nessuno scontò la pena e l’estradizione fu rifiutata.

Mi chiedo cosa resterà di tutto questo quando sparirà la mia generazione, se saranno solo numeri, che poi occultano le vite, oppure se questo significherà ancora qualcosa. Me lo domando perché in questi luoghi, come nei sacrari, le persone diventano astrazione, il numero prende la prevalenza e nasconde le piccole storie. Quelle identiche alle nostre, così importanti per noi. E così la pietà diventa orrore, ma serve solo la pietà, perché questa resta, limita la ferocia, insegna a vedere, educa. 

Una parte dei nomi dei caduti li potete trovare qui: http://www.eccidiomarzabotto.com/storiaeccidi.php

L’uomo che verrà di Giorgio Dritti, è un film che racconta con semplicità ciò che accadde in quei giorni.

il maggiore Walther Reder, comandante del 16° battaglione Panzer Aufklärung Abteilung della 16° Panzer Granadier Division “Reichs Führer SS”, seminò di stragi l’appennino assieme a reparti italiani della repubblica sociale.

29 settembre 2014

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Le due foto che mi ritraggono, ricevute da mio figlio, hanno in comune il viso serio ( allora un po’ troppo magro), la barba completa e lunga. Ancora pepe e sale, non bianca come ora. La cravatta, la giacca, si intravedono e sembrano un tentativo di leggerezza, essendo la prima chiara e la seconda, scura. Uscire dalle divise e mantenere i ruoli è stato un impegno costante. La scheda allegata, spiega che vengono dagli archivi Rai e da un telegiornale regionale. Si parlava di imprese e di crisi. Sono passati sei anni da allora, mi sembra un’epoca per me e per il Paese. Nel bene e nel male, le crisi sono rimaste, ma l’Italia sembra mutata. Profondamente. Ascolto le persone e sento pareri preoccupati, la speranza, è quella dei naufraghi che sperano di salvarsi e che di questa lunga notte resti il ricordo quando si sarà più sereni. Non è la speranza che davvero spinge in avanti, quella fiduciosa del fare e della crescita, questa è l’attesa volenterosa che muti l’aria, quasi un farsi esterno alle volontà. In fondo questo Paese ama gli uomini della provvidenza, quelli che dovrebbero risolvergli i problemi che sono stati creati perché non si affrontano i nodi del giusto vivere assieme.

In quelle immagini, ritrovo un ottimismo della volontà, che ha radici lontane. Credo che la mia generazione abbia avuto molto e che molto dovrà dare facendosi in disparte. In me scopro intolleranze antiche, sopite per lungo tempo dalla necessità di compore le cose attorno. Non si fa sempre così, forse? S’impara nella famiglia e nella scuola, il senso di responsabilità diviene il modo per farsi una ragione di molto che non vorremmo, lo mettiamo ovunque, dal lavoro ai sentimenti, ben oltre il limite di una dialettica naturale. La generazione dei figli non ha questo diffuso senso di responsabilità collettiva, lavora per vivere, spesso non vede la funzione sociale del lavoro, così si disaggregano i luoghi comuni disciolti da un perché? Perché dovrei farlo, perché dovrei avere una funzione, perché dovrei interessarmi? Tutto sembra svolgersi lontano dalla propria capacità di influire, come se il potere si fosse definitivamente distaccato dalla democrazia.

Ieri era una splendida giornata di sole, le foglie sulle viti cominciano a virare dal verde al bruno e le punte sono già bruciate. La vite non è una pianta che susciti pensieri di bellezza, non ha maestosità, si arrampica selvatica, oppure si muove ordinata a pettinare campi e colline. E’ l’uomo che esalta la sua utilità, la manipola e l’ asserve a sé, facendone un emblema di stagione. Almeno qui, in quest’area mediterranea delle culture della vite e dell’ulivo, non a caso piante longeve, con frutti dal cui succo viene altro che si conserva a lungo. Lo stesso ha fatto con i cereali, altro cibo che si conserva a lungo. Nel sentire quanta conoscenza e sensibilità ci sia nel coltivare il riso, si capisce che ciò che è stato mutato aveva un significato profondo, un colloquio, non era un semplice piegare e domare ciò che era selvatico. L’uomo l’ha fatto con ogni cosa che gli serviva, animali e piante, così come le conosciamo, compresi cani e gatti, non esisterebbero senza l’uomo. Non è un giudizio negativo, questo subentra quando l’uomo cerca di asservire, in qualsiasi modo, l’uomo. Lo facciamo un po’ tutti, non si parte così anche nei sentimenti e poi si prosegue nelle cose? Forse è questo un argine educativo che proprio a partire dai sentimenti e dalla loro educazione, potrebbe permetterci di capire che il dominio dovrebbe avere un limite nella libertà dell’altro. Pensieri oziosi, facile essere d’accordo, difficile farlo: meglio soffrire.

Il più bel paese del mondo, ha definito l’Italia, ieri sera, il nostro Presidente del Consiglio. Non so se sia il più bel Paese al mondo, di sicuro non è un Paese felice. Eppure sia alla festa del riso, a Isola della Scala, sia a Borghetto sul Mincio, una folla di uomini, donne, bambini, si assiepavano sotto il sole in cerca di gelati, bibite, risotti. Un flusso interminabile di pensieri e desideri semplici. Non potendo governare i primi, forse ai secondi si potrebbe prestare attenzione. Cosa serve davvero? Sembra sia una domanda priva di risposte, eppure ciascuno di noi un’idea ce  l’ha, sembra manchi quella operazione simpatica delle medie, il minimo comun denominatore, che nessuno ci ha mai spiegato che aveva un forte riferimento con le nostre vite assieme.

In questo trionfo di colori che mutano posso pensare di poter scegliere se stare da solo o in compagnia, se non fisicamente, mentalmente, eppure qualcosa in comune lo devo mettere a disposizione. E’ la mia responsabilità sociale. Quello che mi è mancato, come a quasi tutti, è il limite della responsabilità, ovvero cosa di me devo mettere assieme e dove comincia invece la generosità. Riguardando quelle foto, distolgo lo sguardo, pensando al molto di inutile che si è perduto. Assieme ad esso  c’erano volontà ed utile. La forza dell’uomo è la sua inesauribilità nel provare, ciò che non è stato fatto da qualcuno verrà fatto da altri. E se applicassimo a noi stessi questa forza che accadrebbe? Le vite comincerebbero in continuazione, ci sarebbero più volontà di cambiamento, il mondo si aprirebbe a nuove prospettive. E’ come se il tempo si fosse radicato in noi e producesse stanchezza e pesantezza, anziché voglia di andare. Che un tradimento consumato contro noi stessi sia diventato una condanna a essere diversi da ciò che si potrebbe essere.

Sei anni fa pensavo, in modo differente, cose analoghe, pensavo ci sarebbe stata una soluzione basata sulla volontà, a partire dalla realtà per giungere ad un’altra realtà più confacente e positiva. Ma era in un ambito ben differente, con responsabilità diverse, eppure, anche se molto è mutato, le domande generali restano le stesse, quindi anche le risposte non mutano poi troppo. Vorrei che ci fosse davvero stato un obnubilamento di tutti, che ora ci svegliassimo man mano con una coscienza di dove siamo, per dare senso alla responsabilità, alla generosità, allo stare assieme. Un progetto, ecco, un progetto comune in cui ritrovarci.   

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C’è un grosso topo spiaccicato sull’asfalto. Le auto fanno scempio. Non provoca nulla, o forse un sollievo, che sia il ricordo della grande peste del ‘300 che ancora dura? Uno in meno, la tenerezza è riservata ai gatti, ai ricci e ai cani. E’ proprio fine settembre. La luce è calda e polverosa. Sospende pollini, bruma e vapori del primo mattino. Appena fuori città c’è la campagna, anche se non è più tale per il proliferare di case senza regola. Fino a tre anni fa, bastava un ettaro coltivato per costruire casa e annesso rustico. Hanno comprato, piantato vivai e poi arato tutto dopo l’abitabilità. Visti dall’alto, gli appezzamenti sono tessere di un mosaico rozzo e colorato, poco utili alla coltivazione da reddito, però sono ricchi di verde. Un tempo anche la città era così. Quand’ero bambino, c’erano gli orti in città, gli animali da cortile. Il brolo si alternava alle case signorili. Ora non più, ma un pregio delle città medie, è che hanno conservato un verde interno accettabile, hanno molti servizi, e sono percorribili a piedi e in bicicletta. La campagna comincia appena fuori dei quartieri di periferia. Anzi si insinua in essi mentre le case diradano, ed è un verde curato che sembra farsi strada, assediare la città, mentre è un connubio senza cultura, una simbiosi ancora indecisa sul che fare. La crisi ha arrestato l’espansione, sembra che si stia radicando l’idea di aver abbastanza e che ora sarà necessario rimettere in ordine, ristruttirare.

All’edicola un signore molto obeso, si fa largo. Occupa l’intero spazio verso l’edicolante. Compra cronaca vera. Ha i movimenti lenti, una lunga barba bianca, calzoncini corti e una maglietta in cui si è perduto il conto delle X prima della L, porta sandali sui piedi nudi. Potrebbe essere un mio coetaneo, non leggiamo le stesse cose, ma anche lui va in bici. Si terge il sudore, abbondante nell’aria fresca. L’obesità alza molto la temperatura, i magri vivono nel freddo. Chissà cos’è accaduto che ha fatto virare il piacere sul cibo. Compensiamo con ciò che è facile. Penso. Le difficoltà si sommano, una timidezza, un lasciarsi andare, una spinta a ritmare la giornata sulla bocca che addenta e si riempie di gusto, poi tutto diventa irreversibile, o quasi.

Stamattina, appena sveglio, ho aperto le finestre. Mi piaceva l’aria fresca sulla pelle, finche il profumo di caffè si spandeva. E’ già l’aria d’autunno. Ha un sentore umido, ben diverso da quello delle altre stagioni, preannucia picchi di caldo assieme a cadute di temperatura. Non promette più nulla. Mi appoggio sulla stagione che viene, ne seguo le sinuosità e cerco ciò che mi fa sentire lo scorrere del tempo. Il tempo delle stagioni è senso, somma, cornice a ciò che facciamo. Ciò che conta è il nostro tempo. Guardo i tetti attorno, li conosco nelle stagioni, nel loro bagnarsi, riempirsi di neve, seccare nel sole. Si stanno riempiendo di muschi e gli uccelli sono più radi.

Il rtempo interiore, le età che restano e si parlano, tutto assieme: contenere, non essere contenuti. Mi viene in mente una canzone. Era malinconica. Parlava di un tempo fatto di somme più che di occasioni. Canticchio e rimando qualche piccola tortura al mio corpo. Non ho più cuore di sfidarlo, ho fatto pace con lui anche se non lo tratto come vorrei. Gli risparmio le sfide inutili.

C’è molta, laboriosa, pace attorno, ciascuno si occupa di qualcosa, io mi occupo di me.

scuola di montagna

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La mattinata è così piena di sole che non si vede che la luce, il sole c’è da qualche parte, ma non importa dove, conta invece tutto quell’azzurro. Un colore che contiene i colori, che avvolge la terra, dove tutto è dentro. Eppure le cose si stagliano, hanno volume, sono così nette che l’aria sembra sottile, priva d’altro che di se stessa. In quell’aria, su quella terra, c’è la scuola, anch’essa azzurra. Le finestre sono aperte. Si sentono le voci. I bimbi chiedono, uno in particolare ribadisce. Esce dal coro sinché la maestra risponde a lui. C’è un’inflessione particolare in entrambi, è calma, con le vocali dolci, come se il dialetto insinuatosi nella lingua rendesse più serene le ragioni. Chiedono entrambi, educato conto, di qualcosa. La voce della maestra è fatta di parole ben staccate, la sento a tratti, esemplifica, crea un’immagine conosciuta da entrambi. Due mondi si toccano, uno bambino con esitazioni e convinzioni che attendono conferme e sicurezza. E’ un saggiare la certezza, creare il dubbio come parte del comunicare, e poi deporre le armi in un insieme comune. Ho la sensazione di un passo avanti, di un procedere fatto di voci, la maestra insegna. E verifica se stessa. Adesso altre voci si alzano. Mi piace il suono, è una scuola che mi ricorda ciò che ho avuto e ciò che non c’è stato. Attorno ci sono il campo da gioco, lo spazio per le corse che rende un cortile una palestra.

E’ una scuola di montagna, ma non è piccola. C’è cura. Almeno un poca più del solito. Stona quell’isola ecologica così vicino al recinto. Basterebbe poco. C’è così tanto spazio. Intorno il verde, le case, molte di vacanza e senza nessuno, adesso, sopra l’azzurro. E una sensazione di bello che dura.

notturno blues rap

Molto è un po’ malato, e non ci sono verità.

Fan confusione le sirene: crisi, quiete e sicurezza, 

ma non c’è luogo e direzione in mezzo alla stanchezza.

E’ tutto un po’ malato, nulla è preciso a sé,

nuotan dubbi nella notte, ci son rumori sotto casa, 

tace il cane, chi sarà ?

E’ fatica esser un po’ sani, s’aspetta e poi si corre,

da chissà chi si scapperà? 

Vorremmo che qualcuno ci mettesse poi una pezza,

ma è tutto un po’ malato, non ci sono verità.

servirebbe un po’ sparire, lasciarsi andare, naufragare,

finché tutto si rinnova, non è tempo di star qua.

D’un piccolo disegno ci sarebbe poi bisogno,

bello, nuovo e colorato,

tappezzeria per questa notte di rumore soffocato,

la mattina verrà presto, ma molto non si combinerà,

Bisognerà darla un po’ a vedere, evitare verità, 

oggi piaccion gli animali che leccano a comando

ma non la raccontan giusta e il bisogno resterà.

Vorremmo essere tranquilli senza false povertà,

ma ci son sirene compiacenti dai rumori senza nome

e riposar non si potrà .

Domattina non combinerà poi molto, però questo silenzio dormirà,

c’interroga da troppo, nel rumore, tacerà. 

Vorremmo poi qualcuno che ci mettesse un po’ una pezza,

noi spariremmo quanto ci basta, solo a far sentir l’assenza.

E’ tutto un po’ malato e non ci sono verità

abbiam chiamato il medico, ha detto che ci pensa,

ma forse non verrà.

 

foto di gruppo d’inizio secolo

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La conclusione è un epitaffio: “il terrificante inizio del ventunesimo secolo, un tempo senza dio, contaminato da arrivisti e corrotti, nel quale il capitalismo finanziario, con la complicità dei governi conservatori e la passività dei socialdemocratici, ha soppresso il welfare state” (Fernando Valls, El Pais). Dovremmo aggiungere i diritti, e a volte la dignità, e poco importa che queste parole siano nella recensione di un libro, io le vedo come la fotografia di un gruppo infelice e succube. Sono gli abitanti di questo occidente mediterraneo ora globalizzati? Siamo noi? Anche può essere, la fotografia è precisa, ma include sentire e chissà quanti si riconosceranno, magari pochi, non per tutti è uguale.

Si celebrano gli sconfitti? Solo nei romanzi, nella vita diventano naufraghi senza patria, non c’è salvazione senza un sogno, senza una terra a cui tornare. Si accatastano le vite nell’inverno del nostro scontento. Servirebbe un incipit, un vessillo, un orifiamma che indichi il senso del vento, e poi la corsa in direzione contraria e ostinata a riprendere ciò che è nostro. Nel sole, nel sole mediterraneo, dove le navi portano rifugiati e noi non sappiamo dove andare, trovare un senso, perché ciò che s’è smarrito è il senso. Del fare, dell’essere, dello stare assieme.

In fondo il necessario c’è, ma la grande contraffazione immiserisce, poco a poco, tutti, e nel cedere un metro, cento, un campo, un paese, si consuma la voglia di lottare. Il grande paradosso è poi questo difendersi, anche da se stessi, dalle proprie paure e miserie, dalla incapacità di ritrovare un noi comune che rovesci le regole imposte dal profitto sfrenato. Come non ci fosse più un limite a cosa toccherà perdere ancora. Solo il tempo. 

Una fotografia in cui guardarsi a lungo, decidendo se riconoscersi o meno, ora e in futuro, seguendo col dito le pieghe del sorriso del momento , che poi nasconde il divenire. Riconoscersi è essere consapevoli, affrontare la sofferenza per uscirne.

Ma insieme, perché da soli non c’è storia. 

autunno

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Ciascuno di noi ha un suo autunno personale. Come per tutte le stagioni, una è particolare e diventa un contenitore di sensazioni, colori, profumi, leggerezza dell’aria. E’ una sorta di campione depositato nel nostro ufficio internazionale dei pesi e delle misure, quella su cui tutti gli autunni verranno confrontati e con un giudizio un po’ crudele si attenderà che un altro prenda il suo posto, ma persuasi che ciò sia difficile. 

L’auto corre veloce sull’autostrada, è mattina e non c’è traffico. Quando è accaduto ancora qualcosa di simile?

Il ricordo rende uniche le stagioni, ma tende a sovrapporsi per cui una stagione è quasi il riassunto dei fatti di tutte le precedenti. Come vi fosse una contemporaneità del passato. In fondo la vita è rappresentazione e l’unità di tempo, luogo e spazio, permette di capire noi come sommatoria di tutto ciò che è accaduto e che sarebbe potuto accadere.

Andare verso Belluno è accedere alle dolomiti, tutto quello che c’è prima sembra sminuirsi. L’altezza, i colori, la scabrosità della roccia nuda, le persone montanare per davvero, le spigolosità che generano i silenzi e gli inverni freddi, le valli che legano strade verso i paesi e le case abbarbicate. Tutto questo fa dimenticare che prima c’è una bellezza eguale, dove ciò che non è aspro è dolce, dove a qualcosa si innalza verso il cielo, corrisponde ciò che s’ abbassa e accoglie. Sono arrivato dalla pianura, e questa e le prealpi, inizia a tingersi d’autunno e e ciò che è vivo muta colori che la roccia non riuscirà ad eguagliare.

Il sole a mezzogiorno illumina il lago di santa Croce. Dal Fadalto, il lago è sotto i nostri piedi. Siamo arditi e sicuri sulla terrazza che si getta sul vuoto. Le tavole sono apparecchiate, è ancora bello pranzare fuori. C’è profumo di legna e di arrosto. Stamattina, venendo, c’era una nebbia gialla, molliccia e veneziana, più da canale di valle che da terraferma. La prima nebbia di stagione, ancora incerta se essere fumo. L’ho poi vista in basso, ma era già bianca e forse nube, ai lati dell’autostrada che s’inerpicava sulle arditezze impudiche dei ponti. Su, finché s’è aperto il cielo e si è chiuso l’orizzonte, incassato tra valli e il bruno verde degli alberi. C’era già qualche macchia di giallo. Muta la stagione e adesso il lago è vapore sospeso di luce e di indeterminatezza. Fa caldo, guardiamo muti, ciascuno per suo conto. Dopo ci saranno parole, piccole nervose risate, necessità di scomporre la bellezza per ritrovare le nostre piccole identità soverchiate. L’autunno, in montagna arriva prima, eccede di sensazioni e colori molto più che al mare dove invece ingrigisce. Qui la luce diventa sottile, un filo che lega le cose, lì si spampana in mille rivoli e riflessi d’acqua.

Per l’ animale di città, l’autunno scende tra palazzi e campi, mescola l’acqua di fiumi nervosi, ha il fumo delle caldarroste, si scioglie nelle nebbie bianche che colmano le piazze di pianura. Guardo ancora il lago, siamo già alti e c’è più luce, ma la sera viene prima e non ha la stessa accoglienza per gli amanti di città. Qui il calare della luce spinge verso le case, le strade si vuotano, le finestre si accendono. E’ un bisogno di calore, cibo, di sicurezza nel sentore di cose conosciute. Adesso in città, ci sarà un rincorrere l’ultimo tepore della giornata, i ragazzi resteranno tra i tavolini nelle piazzette, e riempiendo di voci l’aria cancelleranno i gridi degli uccelli tra le case. Sul fiume il sole darà spettacolo e gli sguardi passeranno da un volto cercato, amato, all’albero sul greto, fino al rosso che trionfa veloce verso la notte. 

E’ autunno.

inizio un po’ fangoso

C’erano dei luoghi, a est, che erano incongrui alla mia immaginazione. Non sapevo quello che avrebbe dovuto esserci, ma ciò che c’era era diverso da quello che mi aspettavo. Ero in un paese doppiamente straniero, straniero a me stesso e pure a chi ci abitava. Così ho conosciuto il realismo socialista e anche l’architettura imperial austriaca, tutto mescolato alle cupole dai colori accesi, le chiese piene di marmi dei gesuiti, i mattoni dei francescani, i finestroni alti e i fregi sui portoni. Gli uni avevano copiato dagli altri, in pretenziosità, come si dovesse sempre dimostrare qualcosa. E’ tipico degli invasori non essere sicuri, lasciare tracce, prima sui corpi e poi nei luoghi, mettere lapidi, imporre lingue, regole che devono trovare una espressione che resti. Per questo scelgono la pietra.

Appena fuori c’erano le casupole basse allineate lungo le strade fuori dagli itinerari europei.

Erano, quelle lunghe file di case color fango, con i giardinetti minuscoli davanti, con i cancelletti di legno, con gli stivali di plastica appena fuori della porta, affacciate su marciapiedi di terra e strade affollate di camion e biciclette, quelli erano i luoghi veri dell’abitare. Erano le dalie e i cavoli, i tumoli di terra nera cosparsi di torsoli, le vecchie latte di conserva pieni di terra e fiori, quelle erano le case di chi c’era e non era stato conquistato da qualcosa. E quando un viso di vecchio mi guardava da una doppia finestra, da quei vetri piccoli, incorniciati tra profili bianchi e quadrati, pensavo che di lì a poco sarebbe comparso il viso di un bimbo. Con le guance rosse, i capelli biondi e lo sguardo serio dietro gli occhi azzurri. E puntualmente accadeva. Allora ero soddisfatto e mi sembrava d’aver capito, d’essere meno straniero.