le donne e gli uomini di Kobane

le donne e gli uomini di Kobane

Prima la vita, dopo la pace. Hanno distribuito le armi alle donne, a tutte, anche a quelle anziane, a Kobane. Le donne hanno sopportato le follie degli uomini, hanno accudito figli e protetto compagni, che altri avrebbero ucciso. Sono state custodi nella storia di questo animale pericoloso che si chiama uomo, di quello che gli permetteva di continuare ad esistere. L’ultimo baluardo, prima culturale, poi fisico, all’estinzione. C’è una fierezza particolare e un’ appartenenza al genere, nelle donne, che l’uomo fatica a possedere. E a capire. Per lui funziona l’istinto di sopravvivenza, per la donna si aggiunge la protezione della propria continuità. A Kobane le donne curde stanno combattendo, come altre donne hanno fatto e continueranno a fare nel mondo. Ciò che sorprende è lo scarso clamore che tutto questo suscita, anche i gesti individuali, così tanto amati dai media, si spengono in una quotidianità offensiva. Arin Mirkan, finite le munizioni si è fatta saltare in aria in mezzo ai jihadisti dell’IS, Ceylan Ozalp, 19 anni, ha riservato l’ultimo colpo per sé, per non essere catturata. Chissà quante donne hanno sinora fatto, e attuato, lo stesso pensiero: meglio morte che preda della violenza del terrore. Eppure quanto accade laggiù fa un rumore ovattato, privo di consistenza per le nostre coscienze assuefatte. Tanti anni di individualismo ci hanno abituato al fatto che tutto ciò che è lontano non ci riguarda. Eppure quelle donne e quegli uomini curdi stanno morendo in una Stalingrado attuale, per arginare una furia che se dilagasse non lascerebbe nulla di quanto amiamo come valori, come modi di vita, come libertà. Queste donne e questi uomini, muoiono da soli, per loro e per noi, senza uno Stato che li comprenda tutti. Combattono in nome di valori comuni e di una Patria che è stata solo oggetto di spartizioni e interessi cinici delle potenze occidentali. L’America scopre che i bombardamenti non sono sufficienti, che il ritiro dall’Iraq non è stata una grande idea. Magari scopre pure che le armi vengono da paesi che sono amici dagli Stati Uniti. Scopre la sua inefficienza nel governare il mondo. E’ inefficace e quindi il capitalismo provvede per suo conto. Non ci sono principi, né frontiere, tutte balle, impicci, così il petrolio comprato a 30/40 dollari il barile dai giacimenti in mano all’IS, magari finisce anche nelle nostre auto. Noi in silenzio, distratti, la notizia è in fondo alle pagine dei giornali, i telegiornali hanno bisogno di fatti più eclatanti. E a mille km da qui sono solo i Curdi a difenderci dal dilagare del califfato. Almeno il pensiero, la partecipazione, l’onore e il sostegno a queste donne e uomini. Almeno quello. 

7 pensieri su “le donne e gli uomini di Kobane

  1. Io credo che la cronaca come molte altre cose oggi qui da noi ma anche altrove, sia supina esclusivamente al denaro ( prima) e all’ideologia ( subito dopo). Si da o non si da una notizia da parte di certe fonti, compreso il web, solo se essa è funzionale a un’impostazione politico ideologica predefinita e se non danneggia gli interessi economici del “megafono”. Nei confronti del mondo islamico c’è una voluta e pelosa assuefazione da decenni, pare diventato impossibile analizzare le basi culturali e religiose, l’ostilità etnica e un’infinità di altre componenti che dentro quel mondo si agitano. Voglio dire che siamo tutti infedeli di qualcuno e se un libro sacro, letto con attenzione maniacale, dice che l’infedele va convertito con le buone o con le cattive, il lettore giudizioso può ipotizzare senza difficoltà l’opzione di decapitarci.
    Tu scrivi anche altre cose: dici dell’occidente che governa male il mondo, che vende armi a chi lo terrorizza, che ha fame di petrolio comunque sia. Dici bene ma ritengo che da certi pulpiti mediatici
    ( non parlo di te) certe prediche non possono proprio venire e che i sermoni sono sempre viziati nel fondo da un comodo sociale e ideologico sul quale abbiamo costruito la nostra utile indifferenza.

  2. Hai ragione Nexus e quando parli di pulpiti, sento l’insufficienza, mia anzitutto, di insistere, di andare contro la manipolazione e le mode. Si sono sostituite ideologie chiare con ideologie coperte e non meno manipolatrici.

  3. In questo particolare momento della mia vita, stretto dalla necessità di lavorare (fortunatamente, anche se pagato malamente), di occuparmi della crescita di mia figlia e di condividere con mia moglie la cura della casa, non trovo il tempo per niente altro e queste notizie scivolano accanto a me come fatti, inquietanti ma sostanzialmente rimossi dalla coscienza. Cosa stiamo facendo (perché, ne sono sicuro, molte altre persone potrebbero riconoscersi nelle mie parole, nel tempo perduto che ci scivola accanto)? Stiamo, semplicemente, buttando via l’esistenza: schiacciati da una vita che non è nostra, ma governata da logiche impersonali, anche quando c’è di mezzo una famiglia, da crescere.

    In quegli atti individuali (quale atto non lo è?) che accadono a migliaia di chilometri da noi, la testimonianaza che la vita esiste davvero.

  4. si pensava che sarebbe andata meglio che ai nostri padri, consumati dalla fatica, vecchi a 50 anni, non è poi stato così. C’è stata una parentesi di benessere crescente in cui i diritti, e i doveri, sono cresciuti, sono che per molti i primi decrescono e i secondi crescono di più ancora. Non riuscire a guardare il mondo, non farci rendere conto della posizione dell’uomo in questa società ci ha fatto perdere la bussola per cui nella fatica quotidiana si esaurisce il mondo. E noi. Il pericolo, la sua comprensione diventa distrazione, così si ferma l’orizzonte, il futuro. Capisco cosa provi, Allorizzonte, lo vedo attorno a me, capisco che perfino appena fuori città, nella precarietà, diventa distante. Fai quello che ti senti, guarda fuori quanto puoi, e soprattutto pensa che siamo in tanti che sentiamo la fatica e abbiamo voglia di qualcosa di diverso.

  5. Sì, queste parole lette in una pausa “strappata” alla sorveglianza del mio capoufficio, sono sale. Da versare nella pentola che bolle, nonostante tutto e tutti, in ognuno di noi.
    Grazie.

  6. A Kobane, grazie alla lotta delle donne e uomini curdi, va meglio. E da noi come va? Un po’ per volta Francesco, basta non darsi assenti. Esserci, insomma.

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