lo spunto

lo spunto

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Chiunque legga sa che c’è una possibilità magica per pensare fuori del rumore delle notizie: basta andare verso la libreria di casa, ma funziona ovunque ci siano libri, sceglierne uno e aprirlo a caso. 

“Sì, stiamo invecchiando, ma in una società che giorno dopo giorno si organizza in funzione del nostro invecchiamento. Da adolescenti eravamo la bussola della neonata industria della moda e del tempo libero; da giovani eravamo corteggiati dai partiti (ah, il voto giovanile! Andava intercettato ad ogni costo, quel voto); in età matura abbiamo occupato il centro della scena; e adesso che stiamo virando intorno ai sessanta, come una calamita orientiamo sul nostro asse la produzione, i servizi, la politica, la cultura, lo spettacolo… Dev’essere triste constatare ogni giorno di essere minoranza ai margini. Capisco che i giovani ci guardino a quel modo. Non solo gli abbiamo negato il potere, ma gli rubiamo persino la consolazione della giovinezza. 

Marco Santagata, Voglio una vita come la mia. Guanda.

Questa giovinezza che si prolunga riguarda uomini (forse in maggior numero, perché più farfalloni?) e donne, ma che farci? Se ci si sente bene, se il corpo non ha eccessivi acciacchi, se non ci sono problemi economici irrisolvibili, un confronto costante con i propri coetanei o quelli immediatamente più giovani è istintivo, e fatalmente quelli che sono messi peggio si trovano sempre, così cresce la considerazione di sé e subentra l’idea di non età, cioè la percezione di non corrispondere a un modello, di esserne eccezione. Il libro è recente, eppure all’autore, sfugge il fenomeno Renzi, ma un fenomeno è pur sempre un’eccezione e prima che i quarantenni (non tutti, quelli che tagliano radicalmente col passato, e quindi gettano catino, acqua sporca e bambino) prendano davvero il potere vero e non siano strumento di qualche gnomo che sa come funzionano le cose, ne deve passare di tempo. Resta questa impressione di giovinezza fuori contesto che porta a un culto edonistico della felicità. Nulla di male, ma se si persegue esclusivamente la felicità propria, quella altrui diventa poco importante. E ovunque sia, l’infelicità diventa un rumore di fondo che lascia indifferenti. Se la felicità e il benessere sono questioni di merito e la definizione di felicità si sposta decisamente verso l’individuo, allora questo vedendosi -e sentendosi ammirato- per il suo potere e il successo, è facile perda la nozione di ruolo e di età.

Faccio un inciso su meritocrazia: quando nacque alla fine degli anni’50 era un termine negativo perché preconizzava un distacco delle élites dalla gran parte delle persone e ne postulava l’arroganza e l’esercizio del potere in senso non egualitario, poi si trasformò in valutazione positiva da perseguire nella scala sociale ed oggi è proposta come unico modello di mobilità sociale. E’ una trasformazione laica della benedizione divina insita nel protestantesimo che nella prosperità e nel successo vedeva un segno della benevolenza divina, ma senza mecenati o redistribuzione: ovvero chi ha si tiene ciò che ha raggiunto. 

Santagata parla di una generazione, la mia, prediletta dagli dei. Cresciuta nella più grande trasformazione che la storia dell’umanità occidentale abbia conosciuto. Senza guerre, fame, malattie irrisolvibili, in un progresso tecnologico inventato dalle due generazioni precedenti, ma utilizzato al meglio solo ora. Chi ha avuto la fortuna di nascere in un’epoca in cui la crescita era continua, la mobilità sociale per chi studiava o aveva ingegno era assicurata, ora fa fatica a considerare che questa sia stata fortuna e quindi ridimensionarsi in conseguenza. Il fatto che quarantenni determinati vogliano sottrargli il potere è un’ulteriore dimostrazione della sua forza e giovinezza e siccome il confronto si gioca sul momento, il tempo diventa una variabile insignificante. Credo ci sia una intrinseca soddisfazione in qualsiasi conquista e non aver trovato un patto generazionale, comporta che il confronto continui ad esercitarsi, in ogni campo, dal successo economico alla conquista della bellezza, senza una necessità di progetto o prospettiva, perché queste farebbero emergere il tempo come determinante. Ne consegue l’incapacità di vedersi, di cogliere una collocazione sociale che abbia relazione con l’età, porta la giovinezza protratta indefinitamente a creare il mito di sé, la sensazione di non avere altro limite che la propria capacità di soddisfacimento.

C’è inanità nel voler mutare questo confronto, l’incapacità di un passo indietro e di redistribuire la fortuna avuta mettendosi a disposizione. Invece l’abbiate fame di Steve Jobs è precetto intergenerazionale e si esercita in uno scontro continuo, fatto di cose piccole e grandi, di conquiste sul campo. Il male non guarito è quello del confronto su un terreno, quello del potere, che non ha età, ma solo forza e fascino. Questo intacca ogni possibilità di essere noi e condanna all’io. La generazione benedetta dagli dei, può lasciare molte macerie e sopratutto figli che non siano migliori di lei.

n.b. la parola spunto mi è venuta a mente pensando a Boris Vian e allo “sputeremo sulle vostre tombe”, segno di una solitudine infinita di chi alla fine perderà senza lasciare rimpianti.

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