non c’è niente da capire, al più qualcosa da sentire

non c’è niente da capire, al più qualcosa da sentire

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Sapevo che le parole, il significato, il ritmo di quella sequenza che le teneva così bene assieme, non l’avrei tenuto a mente se non avessi copiato quel pensiero. E’ così che si sono riempiti quaderni e cassetti di appunti. Ma spesso non era possibile farlo e allora quel concetto, che mi pareva così bene espresso, si sarebbe perduto. Cercavo di mandare a memoria le parole, mi pareva di riuscirci, ma poi si scambiavano, qualcuna si perdeva finché quello che restava era una schifezza da dimenticare. Non sapevo da cosa venisse quell’equilibrio magico (a me pareva tale), non c’era sempre e spesso non produceva quell’effetto di movimento che sembrava un ritmo, un suono, ma quando c’era mi sembrava che in quella frase ci stessi dentro tutto. Cioè quello che potevo fare, essere, diventare, se solo avessi avuto calma e tempo. Poi ho imparato che non era possibile trattenere tutto, che il senso di perdita non era giustificato, in fondo ero sempre io e tutto era dentro di me, come fossi un cesto di giocattoli e bastava mettere dentro una mano e qualcosa da guardare con sorpresa ne sarebbe venuto fuori. Un ricordo è come un giocattolo vecchio, non serve più per giocarci e neppure è importante se funziona, è un pezzo di noi, di qualcosa che ci ha fatto essere, ed io avevo la fortuna di ricordare. E di mettere assieme ciò che c’era con quello che ancora non c’era. Vedete, è facile stupirsi per qualcosa di inusuale e bello, per un tramonto, una persona stupenda, un’intuizione che svela, ma per un insieme di parole è più difficile e capivo che la cosa riguardava me, non altri. Gli altri potevano ascoltare, vedere, se ero bravo, le cose che io vedevo, ma quel suono e quella bellezza di significato era una faccenda personale. Che poco rilevava, che non era utile e non produceva nulla di tangibile o economico. Ma ero io e se accettavo che quelle parole si fossero messe per chissà qual motivo in quell’ordine, acquisito quel significato, accettavo me. Un sognatore o un flaneur accetta la sua natura e mette in comune ciò che può, sa che quello che vien fuori dalla sua testa può annoiare, infastidire, non essere capito e questo spesso lo ammutolisce. Ma quando racconta ciò che sente non è per mostrare quanto è bravo, ma per dire: vedete, ci sono persone che esigono molta pazienza per essere capite, strane, particolari. Si può farne a meno, ma se vi interessa capire ciò che dicono dovrete fare un po’ di fatica. Come per un cruciverba o un rebus incrociano significati e se talvolta ne viene un motivo per riflettere, ecco, era tutto quello che volevano comunicare.

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