Per terra si sono addensate
conosciute e sparse meraviglie,
la testa non è più bambina,
separa, classifica, ordina,
ed ogni stupore vive a sé stante.
È mercurio che cerca fratelli,
fino a farne un’unica pozzanghera
riflettente.
Nel rigoroso candore del nero,
che tutto assorbe e ordina,
c’è lo stato perplesso di chi osserva,
la sua infantile inermità.
Se tutto poi fosse ruotato sulla necessità
d’una rottura,
una liberazione, come oggi si direbbe, scoprendo che non c’era nulla che impedisse il nero,
oppure il bianco,
oppure qualsivoglia sfumatura di piacere e voglia,
se tutto questo fosse il senso d’una ribellione,
molto insegnerebbe il contemplare la paura,
il rifiuto dell’irrequietezza,
il disordine apparente ch’essa conduce alla coscienza.
Allora la serenità a lungo così agognata avrebbe un senso,
e renderebbe meno certe le direzioni dei passi,
l’attendere e il sacrificare pezzi innumeri di sé importanti,
per un ordine che è resa,
e disperato desiderio d’un cavalier che liberi.
Ma da chi e cosa lo sappiamo
e non c’è nulla di scientifico nella sofferenza di non essere appieno,
non c’è nulla di risolutivo nel traboccare un bicchiere con purchessia,
a noi tocca liberarci
e cogliere ciò che contiene il nero.
In stati di grazia, L.A. Kennedy, parla di un amore conclamato e asimmetrico. Lei è in difficoltà con i suoi principi, con il ruolo, però vive se stessa, non enuncia e ama. Lui dice l’amore, ma è schermato dall’ego nella capacità di cogliere il bisogno di lei, apparentemente la lascia libera di scegliere. Coglie la bellezza, ma non la persona, e se la fa crescere nel desiderio e nella comprensione di se stessa, questo avviene indirettamente. Si liberano forze e identità oltre le parole. Si capisce che le cose avvengono su piani differenti, che non basta dire ti amo, bisogna vedere assieme l’essenza e il desiderio dell’altro e metterlo dietro al proprio, per congiungerli. L’amore sembra agire per proprio conto creando situazioni e offerta di decisioni, alla fine decide molto più lei di lui. L’uomo di genio che ama la protagonista, in realtà vede solo se stesso riflesso e dichiara il suo amore per quell’immagine. Narciso.
La bellezza di questo racconto, oltre la scrittura eccellente, sta nel fatto che lei non si lamenta, si specchia dentro di sé non nell’altro. Gestisce la propria vita, e non si adatta, anche se l’apparenza sembra diversa, perché provoca l’evolvere delle cose attraverso il dialogo con se stessa. Cerca dentro le risposte anche quando queste non vengono. Apparentemente è immersa in un immane condizionamento che piega vita e sentimenti, ma la sua ribellione pacifica sta nel chiedere conto alla situazione, nell’accettare i vincoli per far esplodere la contraddizione. Non si lamenta mai con l’altro, è autosufficiente nella propria insufficienza. Non le serve quella altrui. Non chiede conto.
La vicenda è semplice e intricata, perché attinge all’animo umano. Suscita riflessioni fuori tema. Di cosa ci si lamenta quando si dice che non basta, che non viene fatto abbastanza in un rapporto?
Seguendo il filo di un pensiero che non c’entra nulla col racconto, visto che in esso il lamento non esiste ed è constatazione della propria insufficienza, direi che nel lamento di non avere abbastanza attenzione c’è un insufficiente incontro profondo, un bisogno non confrontabile. È l’insoddisfazione per una mancanza che non evolve in azione, che chiede cura subordinata: se sono importante per te, il tempo lo trovi. Questo è un altro modo per esprimere un narcisismo: se sono per te importante devo esistere io solo/a per te. Il tuo tempo mi deve vedere, deve prendersi cura di me. Ancora una volta è un riconoscersi in un riflesso che impedisce di vedere e di vedersi.
Il narciso è apparentemente autosufficiente, perché ha bisogno dell’altro come conferma, per questo tende ad usarlo, a sottoporlo a ricatto. In una specie alta d’amore esiste la libertà del lasciar crescere, dell’attendere sicuro di essere cercati perché esiste una meccanica spietata nelle cose che accadono: l’incontro per scelta non ha necessità esteriori, non ha tempi predefiniti, avviene per bisogno e il tempo del bisogno anche quando non coincide nell’attesa, non ne toglie la natura. È un intrecciare i fili ascoltando e leggendo la crescita propria che avviene senza dire finché sfocia nella necessità. Se si dipende dall’altro si è in una condizione che genera paura di non esserci nella sua vita. La prova dei fatti è asincrona, spesso dolorosa e sempre insufficiente, tranne nei momenti felici. Non è la normalità del vivere, ma non c’è nulla di normale in un amore, a partire dalla sua definizione impossibile, dalla sua non ripetibilità. Però c’è qualcosa di comune in ogni specie d’amore: il bisogno di leggere ciò che accade, di mettere insieme due diversità, di cogliersi in un rapporto profondo. Se consideriamo questo desiderio di cogliersi nell’altro come il segnale di una mancanza di certezza di sé, come il bisogno di una conferma, allora si scopre il proprio limite e l’autosufficienza del narciso viene meno per l’assenza dello specchio: subentra la paura dell’invisibilità. Non essere considerati come persona, non essere importanti all’altro significa essere invisibili e questa è una sensazione che ci accompagna inesorabilmente verso la dipendenza. L’infelicità dell’amore.
Prima la brezza che allunga l’ombra,
si scurisce il verde,
e la terra bruna che dipana e avvolge le radici,
poi un suono, di ringhiera che vibra nel cortile,
e una campana.
È quiete,
e tra rumore di stoviglie, sera.
Nello sfaldarsi dei soffioni,
e nell’urgenza che si spande dalle fresie,
si coglie l’ordinato crescere del tumulto delle vite.
Una finestra sbatte,
una, due volte, prima d’una voce che rinchiuda,
ma gli uccelli sanno d’esser nuovi,
nell’ incessante volo tra le case,
e in un piccolo vaso lasciato in disparte,
la menta racconta, incurante e folta,
che non è solo la primavera,
sono gli occhi che apprendono il senso da indossare,
leggono la traccia della notte che c’accompagna nel saperci un poco,
noi, imperfetti, e muti,
dinanzi all’immeritato senza nome della vita.
Ho risentito la sua voce per radio, lo stesso tono, lo stesso incespicare nella costruzione della frase che deriva dall’abitudine di usare l’inglese come prima lingua. Come allora lo stesso atteggiamento tranchant che mi aveva così colpito e indisposto. Eravamo entrambi di vent’anni più giovani. Al consolato italiano, un cocktail di presentazione e di benvenuto. Invitati della comunità italiana e americani, tutti in piedi e impegnati in quell’esercizio da polipi che tiene insieme un piatto, un bicchiere mezzo pieno e una forchetta, tra un tonnarello e una polpetta al sugo lui si avvicinò e mi chiese cosa vendessimo davvero. Il tono e il sorriso ironico sottolineava che degli italiani non c’era da fidarsi molto, Che eravamo un po’ magliari e che comunque non avevamo la giusta dimensione per il paese che ci ospitava. Ero un po’ offeso, non ci conoscevamo e mi sembrava avesse la puzza sotto il naso, solo che la puzza eravamo noi. Gli dissi che avevo conosciuto suo padre, professore all’università al mio corso, e gli chiesi cosa ricordava della città in cui era stato a lungo. Sapeva poco e ricordava meno, però aveva un giudizio. Ne ricavai una ulteriore sensazione negativa, ingenerosa, per noi, per me, che ci davamo da fare e che, con difficoltà, cercavamo di rappresentare un Paese, il suo e nostro, e insieme un territorio degno di considerazione, geloso della propria dignità.
C’ho ripensato più volte in questi anni e ho concluso che aveva ragione e torto assieme. Che spesso le missioni economiche fallivano gli obbiettivi, che mancava la continuità nel lavoro di promozione, che rappresentare l’eccellenza non era facile perché quella conclamata si rappresentava per suo conto, mentre mostrare la fatica, le speranze, il lavoro certosino, le unghie rotte e le notti insonni non portava nessun lustro, Però c’era il territorio, la storia, l’eccellenza delle menti, l’insegnamento, una grande capacità di intuizione e di lavoro. In fondo ci facevamo lustro dei parenti ricchi, del successo altrui, mentre del nostro cosa potevamo dire se non che c’era voglia di lavorare, di fare, di crescere.
Aveva ragione sulla dimensione delle imprese, sul fatto che assieme alle realtà vendevamo la voglia di crescere, le speranze che sembravano cosa fatta, la ricerca in corso con gli scarsi mezzi, le idee povere anche se aperte. Eravamo parenti poveri, merce da lavoro, da sfruttare per penetrare il mercato che con il suo risparmio un po’ di potere d’acquisto l’aveva.
Aveva torto nel pensare che fossimo piazzisti, che ci fosse un voi e un noi. Per dimostrare che questa parte della realtà non salva nessuno, c’ha pensato il mercato finanziario, le crisi immani degli ultimi anni, il mutamento troppo veloce dei Paesi e della incapacità di crescita del benessere. Noi eravamo di una ricchezza cosi labile e recente da sapere il duro prezzo dell’impoverimento, lui non lo sapeva ma questo avrebbe investito anche il Paese ricco per antonomasia: gli Stati Uniti, demolendo la sua classe media.
L’ho visto più volte in televisione, letto e ascoltato. È un opinionista autorevole e ricercato, esponente di quella scienza, l’economia, che non risolve i problemi, ma propone in continuazione soluzioni. Si è un poco ammorbidito, forse l’età, però ancora giudica e fa capire che possiede verità incontrovertibili. Ho rivisto la mia opinione d’allora, non mi infastidisce più, aveva ragioni e non verità allora come adesso. E questo mi rassicura che in tutti gli errori che si possono fare, la buona volontà è ancora un motore mentre chi giudica si ferma oppure viene trasportato, ma non aiuta ad andare avanti. Però abbiamo bisogno anche di critici feroci. Ci riportano alla nostra dimensione, basta non essere schiantati dalla critica e pensare che non c’è speranza.
Nei codici di appartenenza emerge il gergo. Parole, gesti, modalità d’interazione, sono distintivi per sentirsi di un gruppo e appartenere a qualcosa. Il gergo verbale è barriera verso gli estranei e vale ovunque, nei gruppetti giovanili, nel quartiere, nella società, in ambito scientifico, in politica, ovunque.
Se ho fatto fatica a imparare, a fare carriera politica, se sono nato e cresciuto in un certo ambito, non ho l’obbligo di essere chiaro, anzi mi devo rassicurare che appartengo ad una cerchia ristretta e attraverso i miei modi dire parlo con chi capisce.
C’è una valutazione di superiorità rispetto a chi non può appartenere, questi è al massimo, uno straniero, un dilettante, non un adepto. Da ciò la connotazione negativa del dilettante e ciò che un tempo era segno aristocratico ed elitario, ovvero far le cose per diletto, eccellere per piacere, ma non per mestiere o denaro, è diventato sinonimo di pressapochismo, di prestazione non paragonabile allo specialismo. Amo i dilettanti perché riempiono di passione il mondo, rispetto i professionisti perché gli danno continuità. E finisce qui, almeno per me.
Lo stile è altra cosa. Nasce nell’individuo, lo disciplina in ciò che ritiene di essere, lo connota, non usa gerghi perché il linguaggio è implicito nell’immagine che mostra. E non ha bisogno di apparire, perché essere fedeli al proprio stile è aderire a ciò che si pensa davvero di se stessi. Insomma essere e basta.
I farlocchi non possono barare a lungo, perché chi si appropria di uno stile altrui non riesce a viverlo. Al massimo assomiglia, cerca sicurezza, anche col gergo: caricatura.
n.b. interpretare e portare a sé significa creare un nuovo sentire, essere l’inaudito. Per me lo stile è importante se m’ assomiglia..

Senza che nessuno se ne accorgesse s’era formata una lingua di casa dove le parole avevano un significato particolare. E come per le ricette e i sapori, l’odore fresco delle stanze, il suono della strada, anche l’accento del dialetto, i termini privati e inusuali erano famiglia e casa. Non c’era un esercizio critico, i significati venivano appresi e considerati inequivocabili, inglobati in un lessico che comprendeva espressioni e gesti. Era la nostra lingua, con i nomignoli di ciascuno, le carinerie, i giri di parole per non dire. Un mondo particolare fatto di parole, credenze, assiomi, che si era creato in modo dinamico accostando il vecchio ricevuto e le esperienze nuove. Ed erano entrati i luoghi della vita, qualche termine straniero, mescolati nella ricchezza del dialetto, nei modi dire mutati, nella solarità banale delle forme proverbiali. Era una lingua di rara e impervia scrittura perché tra noi non ci si scriveva se non nella lontananza e anche questo, con frasi brevi, in italiano. Quasi un codice che doveva dire l’essenziale: che si stava bene, che si pensava a chi era lontano, oppure che serviva qualcosa. Bastava questo. La grafia del dialetto era difficile, più onomatopeica che codificata ed era impossibile tradurre in essa la lingua di casa. Meglio lasciar scivolare qualche termine che si sapeva avrebbe fatto sorridere e si sarebbe interpretato come una vicinanza maggiore. Un tra noi.
Un bambino è una tabula rasa, ma anche chi entrava nella famiglia sposando qualcuno, lo era, e pur portando con sé la sua lingua di casa, veniva a contatto con nuovi significati e importanze che modificavano il lessico e la lettura del quotidiano. Ed erano abitudini diverse, priorità, scherzi, modalità del ridere, lettura del reale, etica, banalità, sciocchezze che contaminavano una conoscenza ed erano esse stesse contaminate con qualche significato nuovo. Tutto avveniva in un feed back vitale di scambio, anche se ineguale, perché era vero che il nuovo veniva inglobato, ma vi era anche una gerarchia e per entrare ci si puliva le scarpe, si ascoltava e poi si veniva ascoltato.
Accade dappertutto questo processo di familiarizzazione della lingua, quindi niente di particolare, anche se era più forte un tempo quando le famiglie dovevano fare argine all’esterno, e lasciar filtrare ciò che era compatibile. La religione, i principi su cui articolare il vivere: l’onestà, la laboriosità, il decoro, il lecito. Erano filtri, assieme ad altro, per conformarsi a un buon nome acquisito. Cosa contenesse questo buon nome non ci si chiedeva più di tanto. Era la considerazione degli altri, la stima, il valore insomma, per questo non veniva mai messo in discussione che le faccende personali dovessero restare tra le mura di casa. Ma quello che ho capito poi, impiegando molti anni per farlo, era la vulnerabilità delle cose date per incontrovertibili. Allora erano e basta, come a saltare il dubbio, ad avere qualcosa a cui attaccarsi in un mondo incerto e spesso patrigno. Certezze come le parole tra noi, il fraseggio, gli accenti, i termini per indicare le cose. Alla fine si tornava sempre alla lingua antica, alla solidità del dialetto, perché questo già conteneva ciò che poteva essere detto con tranquillità: tutto il dicibile vicino al reale, scurrilità comprese. Non soccorreva però sui sentimenti, perché in questi era ritroso e pudico, ed allora emergevano i nomignoli che già contenevano il bene senza dirlo, e anche quando prendevano in giro lo facevano per ridere. Per questo erano custoditi con cura perché non era bello mostrare troppa tenerezza in pubblico. Erano cose tra noi, per l’appunto.
La lingua di casa trasformava il dialetto in qualcosa di molto vivo, e anche quando adoperava la lingua di Ruzante evoluta, ed emergevano i pezzi d’arcaico che non era più tale, le tracce di conquiste veneziane, i residui di invasori passati, questa veniva trasformata da ciascun nucleo familiare in un lessico proprio. Cosicché dicevamo transete per dire che si andava avanti facendosene una ragione, ed era il latino di transeat, oppure si diceva muci zaba per intimare un silenzio senza repliche ed era il croato di muci, e se nelle feste arrostiva in forno il dindio, il tacchino, nessuno pensava che quel nome fosse francese. Si usava ancora dire palanche o svanzeghe per parlare di denaro spicciolo, perché dell’altro denaro, quello importante, i bessi, i schei, era da villani parlarne. Insomma era una lingua viva e ricca di significati comuni e particolari, che pescava dove c’era pesce. E se si fosse interrotto quel processo di trasmissione e incorporazione, destrutturata quella lingua madre per riportarla alla razionalità dell’italiano, le si sarebbe tolto l’intero significato, privando il nucleo, il nostro piccolo clan, della differenza e dell’identità. Essere uguali e differenti al tempo stesso, perché una lingua intima e segreta ci differenziava. Non lo sapevamo, ma in fondo questa è la lingua dell’amore che ha ogni coppia e poi ogni famiglia. Era una lingua naturale, ricca, aderente al giorno e alla sua interpretazione, e in più conteneva una storia di udito e di significati. Aveva l’attualità e quello che era accaduto. E non era poco, davvero non era poco.
Non so come altri vedano il mio tavolo da lavoro. Entrano davvero poche persone in questa casa. E non lo saprò mai perché non chiederei. Avrei il pregiudizio dei iei occhi che nel vedere si mescolano con i significati. Con le piccole tracce d’amore che permettono di identificare le cose, collocarle, dar loro un pezzettino della nostra anima attraverso il legame con l’uso del tempo. Del nostro tempo. La cosa più preziosa che abbiamo. Non ascolterei a sufficienza con la mente libera da pregiudizi. E a me non piacciono i pregiudizi. E neppure i giudizi.
Il mio tavolo da lavoro è una mappa dei miei interessi, delle speranze, delle possibilità, ma anche della confusione, del sovrapporsi, del ridurre la chiarezza a un cammino tra asperità e morbidezze. C’è molta carta, scritta e bianca. Ci sono molte penne, due lampade, lenti d’ingrandimento. Mi piace molto la magia delle lenti, come pure il cristallo tagliato, le sfaccettature, i colori che generano. Quindi ci sono tra le cose apparentemente dormienti.
Poi molte matite. Colorate o meno. Inchiostri, forbici, attrezzi per la scrittura, tagliacarte, regoli, bianchetti, righelli, astucci. Disegno poco, la scrittura a mano mi sembra un buon modo per disegnare significati, però mi piacciono i colori, il loro entrare nella pagina. Le stilografiche e i pennini attendono il loro turno. Ci sono preferenze e rotazioni.
Il computer è circondato da dischi fissi, memorie sovrapposte, un baule di tracce, di scoperte che si aggiungono quando il tempo li ricomprende. Sulla parete si vedono quadri e fotografie. Nell’angolo una bacheca di sughero, zeppa di ritagli, foto, scritti, pezzi di carte geografiche. C’è molta musica attorno e ci sono molti libri. Sono una compagnia discreta, un sussurro piacevole, contorno e pietanza per una curiosità, un interesse piacevole. Il tavolo serve per scrivere e contenere. Contenere cosa? È un portolano che ricorda e intanto mette assieme e percorre il nuovo, un sovrapporsi di segni che desidera essere interpretato e intanto interroga. Gli orologi ad esempio, questa casa ne ha molti, meccanici per lo più, ma non solo. Sono una tangibilità di un tempo che solo in parte condivido. Il mio tempo coincide col portolano che si dispiega davanti a me, con la difficoltà attuale delle passioni, con i punti fermi, le bricole a cui attaccare la barca che mi ospita. Interessi e disattenzioni, uso dissennato e inutile del mio tempo. Mi piacciono queste due condizioni: l’inutile e il dissennato nel personale dialogo col tempo, sono libertà importanti. Di esse sono cosciente e non di rado contento. Serve leggerezza per non prendersi troppo sul serio, furie brevi, occhi che si riempiono nel vedere particolari e insiemi. Sposto le cose, le raduno e le dispongo. Sono attente e disponibili, proiettano un futuro di piccole tracce di me. Questo è un contenitore prima che un tavolo. Posso coglierne un senso perché non c’è confusione, ma volontà. La leggerezza salva dalla prigionia dell’ordine.
Confutatis, la maledizione che perde l’uomo, lo smarrisce, viene assolta dalla leggerezza. Dal significato e dall’autoironia congiunte. Libera me dalla dipendenza, dall’omologazione, dalla geografia che non corrisponde all’anima. Libera me dalla solitudine dell’ordine, dall’innocenza travisata. Le cose non sono innocenti e non sono colpe. Sono noi. Questo tavolo è un pezzetto, un’approssimazione. Sono asintotico a me stesso, come potrebbe essere compreso il mio ordine/disordine apparente? È una nudità che implica intimità, pudore verso chi non ama, un essere che nel mostrarsi include. Non esiste amplessare ma questo sarebbe il significato del compenetrare il senso delle cose. La Crusca provveda se può, ma anche non potesse per ciascuno c’è un angolo che lo racchiude. Lo spero, lo vorrei.
Confutatis. Confondi, perdi l’utile e il suo simulacro, porta a noi ciò ci approssima, la nostra confusione apparente, l’ordine che non è tale, lascia il senso. lascialo in noi, in tutte le sue accezioni, il senso, perché di sentire abbiamo bisogno.
A volte l’aereo arrivava a Cagliari, a volte a Olbia, più raramente ad Alghero. Questioni di orari, tariffe e impegni, la distanza era più o meno la stessa. Poi sempre le stesse cose, il bagaglio, un’auto prenotata da ritirare, il sole che prendeva gli occhi, il pranzo se c’era tempo. A Cagliari, a mezzogiorno, finivo da Balena. Una cosa rapida, da consumare con i pensieri brevi che già puntavano ad altro. Poi la strada. La Carlo Felice. Non so cosa veda chi è nato in Sardegna, se, come mi accade quando torno a casa, esso colga lo scempio delle periferie, il devastare delle villette, la stepposa natura dell’incuria. Non so e ogni volta penso che Renzo Piano con le sue periferie, se non si sbriga a fare, non arriverà a tempo e si perderà memoria del futuro. Cioè chi ha conosciuto il prima non potrà dire che il meglio viene dopo.
Immerso nell’intrico degli svincoli riconoscevo i posti di sosta, alcune singolarità di memoria, i centri commerciali. E i cartelli non ancora perforati dal piombo grosso per cinghiali. Partivo leggero e pensoso, sulla strada che nella mia testa s’ inerpicava anche quando era piana. Andavo al centro e in alto. Andavo verso quel bivio che da un lato portava a Sassari e dall’altro a Nuoro. Io andavo a Nuoro. Per un incontro. Il primo. Poi dentro la Barbagia, ancora più in centro verso Tiana, con la i strascicata, Ovodda, Gavoi, Ollolai, Teti, Austis, in alto, in un silenzio di uccelli, di pecore, di sughere, di auto vuote al limite della strada. E la sera, al termine della giornata, avrei dormito in un luogo, che pur conosciuto, ogni volta mi sembrava nuovo, in un buio inusuale che avvolgeva appena oltre la porta, con rumori freschi, nuovi all’udito, con orari diversi. Qui ho fatto l’esperienza dell’assenza di luce, dello spaesarsi nei luoghi che non si conoscono, della relatività del tempo quando esso non ha riferimenti.
Il giorno successivo ci sarebbe stato ancora il lavoro, il capire, il risolvere, gli incontri con gli amici. Ma questo era altro dall’esperienza dei sensi, dall’emozione che provavo: così carica di contenuto che ormai fa parte di me.
Per questo la Carlo Felice, non è una strada qualunque, ma un luogo che biseca il grande rettangolo dell’isola, che spartisce l’est e l’ovest come un confine. Il moderno dei racconti che mi narravano della transumanza che valicava i monti. L’aspro andare costellato di punti riferimento, di leggende, di paesi, feste, riti. Per me, che arrivavo da lontano, quell’ortogonalità dell’andare, quando potevo farla, mi regalava agli occhi i due mari, le coste diverse, il consumarsi della pietra, il sentire che una radice affonda dove c’è sostanza. Facile dire che ero affascinato dall’arcaico, dalle immutabilità sottostanti, credo si trattasse di una corda profonda che si è attivata di rado e che sempre ha evocato senza dire chiaramente. Come per un barlume o una situazione che si riconosce ma non sembra appartenere a questa vita, a questi ricordi, eppure lo è, solo che è profonda e sghemba rispetto all’usuale, al conosciuto.
Ho vissuto la strada con una concezione diversa dal percorrere, era un arrivare che includeva un ritorno.
Per questo quando tornavo a prendere un aereo a Cagliari, a Olbia e più di rado ad Alghero, sentivo il saluto. Un gesto tangibile, come raggiungere il cuore con la mano. Si alza l’avambraccio, lo si piega e poi le dita aperte raggiungono il petto. Per saluto, allegria, amore. Per omaggio allo sguardo di chi vede e capisce.
Pasqua è passata con la particolarità delle feste che hanno significati diversi per ciascuno e che tali si vivono. È cosi nell’anno, siano esse arcaiche e poi religiose, quasi mai civili, le feste avvengono. E ciascuno le interpreta e le fa passare tra le dita.