carlo felice

carlo felice

A volte l’aereo arrivava a Cagliari, a volte a Olbia, più raramente ad Alghero. Questioni di orari, tariffe e impegni, la distanza era più o meno la stessa. Poi sempre le stesse cose, il bagaglio, un’auto prenotata da ritirare, il sole che prendeva gli occhi, il pranzo se c’era tempo. A Cagliari, a mezzogiorno, finivo da Balena. Una cosa rapida, da consumare con i pensieri brevi che già puntavano ad altro. Poi la strada. La Carlo Felice. Non so cosa veda chi è nato in Sardegna, se, come mi accade quando torno a casa, esso colga lo scempio delle periferie, il devastare delle villette, la stepposa natura dell’incuria. Non so e ogni volta penso che Renzo Piano con le sue periferie, se non si sbriga a fare, non arriverà a tempo e si perderà memoria del futuro. Cioè chi ha conosciuto il prima non potrà dire che il meglio viene dopo.

Immerso nell’intrico degli svincoli riconoscevo i posti di sosta, alcune singolarità di memoria, i centri commerciali. E i cartelli non ancora perforati dal piombo grosso per cinghiali. Partivo leggero e pensoso, sulla strada che nella mia testa s’ inerpicava anche quando era piana. Andavo al centro e in alto. Andavo verso quel bivio che da un lato portava a Sassari e dall’altro a Nuoro. Io andavo a Nuoro. Per un incontro. Il primo. Poi dentro la Barbagia, ancora più in centro verso Tiana, con la i strascicata, Ovodda, Gavoi, Ollolai, Teti, Austis, in alto, in un silenzio di uccelli, di pecore, di sughere, di auto vuote al limite della strada. E la sera, al termine della giornata, avrei dormito in un luogo, che pur conosciuto, ogni volta mi sembrava nuovo, in un buio inusuale che avvolgeva appena oltre la porta, con rumori freschi, nuovi all’udito, con orari diversi. Qui ho fatto l’esperienza dell’assenza di luce, dello spaesarsi nei luoghi che non si conoscono, della relatività del tempo quando esso non ha riferimenti.

Il giorno successivo ci sarebbe stato ancora il lavoro, il capire, il risolvere, gli incontri con gli amici. Ma questo era altro dall’esperienza dei sensi, dall’emozione che provavo: così carica di contenuto che ormai fa parte di me.

Per questo la Carlo Felice, non è una strada qualunque, ma un luogo che biseca il grande rettangolo dell’isola, che spartisce l’est e l’ovest come un confine. Il moderno dei racconti che mi narravano della transumanza che valicava i monti. L’aspro andare costellato di punti riferimento, di leggende, di paesi, feste, riti. Per me, che arrivavo da lontano, quell’ortogonalità dell’andare, quando potevo farla, mi regalava agli occhi i due mari, le coste diverse, il consumarsi della pietra, il sentire che una radice affonda dove c’è sostanza. Facile dire che ero affascinato dall’arcaico, dalle immutabilità sottostanti, credo si trattasse di una corda profonda che si è attivata di rado e che sempre ha evocato senza dire chiaramente. Come per un barlume o una situazione che si riconosce ma non sembra appartenere a questa vita, a questi ricordi, eppure lo è, solo che è profonda e sghemba rispetto all’usuale, al conosciuto.

Ho vissuto la strada con una concezione diversa dal percorrere, era un arrivare che includeva un ritorno. 

Per questo quando tornavo a prendere un aereo a Cagliari, a Olbia e più di rado ad Alghero, sentivo il saluto. Un gesto tangibile, come raggiungere il cuore con la mano. Si alza l’avambraccio, lo si piega e poi le dita aperte raggiungono il petto. Per saluto, allegria, amore. Per omaggio allo sguardo di chi vede e capisce. 

4 pensieri su “carlo felice

  1. Mi fai piangere per la seconda volta. La cosa assurda e’ che ti ringrazio. Se sapessi come incollarla qui ti manderei un’immagine.

  2. Con pregi e difetti al ritorno da un viaggio c’è un attimo che sento vivamente di amarla questa dura e fragile terra mia.
    La Carlo Felice come una spina dorsale, unisce le costole, i polmoni e in un certo qual modo li avvolge.
    E il centro é il cuore dell’isola, ancora autentico, vero.
    La luce del cuore ha un’intensità piena che dà risalto e spessore al buio.
    Dura e tenera terra; così le donne e uomini.

  3. Dura e fragile, sono gli aggettivi che sento. Impervia per l’acutezza delle emozioni, silente per la capacità di contenere. La tua terra ha scambiato molto con chi l’abitava, non più con chi la vende o la sfrutta. È una piccola patria per donne e uomini grandi.

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