terra tua

In quella soglia, dove non si è più giovani.

Abbastanza.

Dove non si è più belli.

A sufficienza.

In quella terra dove il nero della sera aggiunge interesse al volto pallido,

e il colore toglie asperità al corpo.

In quel lasso di grigio e sabbia per gambe allenate alla gioia inconsulta.

In quell’essere finalmente colma di te,

e del giorno a piccole dosi,

o della notte ingoiata tutta:

ti riconosco.

Bella come non mai.

Non terra di nessuno, terra finalmente tua.

pensieri in libertà

Nessuno nasce libero. Sin dall’inizio qualcuno si preoccupa di mettere orari, regole, paletti alla tua vita. Costruiscono per te un ordinato vivere che è sapere cosa accadrà in ogni parte del giorno, ogni settimana, ogni anno, ogni età.

Nessuno nasce libero. Il bisogno d’essere accuditi, protetti, amati, coincide col taglio del cordone ombelicale, con lo sforzo del primo respiro, con il pianto che ne segue, con il primo freddo, con il primo sogno che s’alimenta nel mondo senza protezione.

Nessuno nasce libero e la libertà è una conquista anzitutto personale. Cosicchè ognuno disegna la sua libertà e i limiti della sua prigione e non smette mai di farlo perchè la libertà è fatica prima che piacere.

Esistono tante libertà, alcune sono così importanti da essere condivise. Senza la libertà di parola non si potrebbero, volendo, comunicare i propri pensieri, il sentire, la propria tristezza, la percezione della bellezza. Già in famiglia non è bello tutto quello che pare tale e non si può dire tutto quello che vorremmo. Ci sono stati, aree del mondo, religioni, regimi, società in cui si può sentire solo ciò che è permesso, si deve essenzialmente tacere oppure dire ciò che non dice nulla. Qui nasce il primo confronto tra la libertà personale e ciò che la impedisce, ovvero la libertà di essere ciò che si è e si potrebbe essere. Nasce un legame tra libertà individuale e collettiva perchè l’una non può essere senza l’altra. Eppure questa libertà di eprimere ciò che si è, non viene insegnata, così che  conquistarla è una consapevolezza individuale, un confronto tra essere e dover essere che dura una vita. Ma se posso ora pormi tutti questi pensieri banali sulla libertà, se posso misurarmi con me stesso per trovare i miei soddisfacenti limiti senza invadere quelli altrui, è perché la mia libertà in divenire, limitata, faticosa e preziosa è stata fatta crescere da molti che prima di me si sono posti il tema, che hanno sviluppato una sufficiente intolleranza all’assenza di libertà, al sentirsi ingiustamente oppressi, tanto da ribellarsi insieme ad altri e ottenere spazi nuovi per tutti. Hanno superato la solitudine della libertà, tanto da renderla un problema di crescita collettiva. Le mie piccole, grandissime, libertà, la possibilità di dire di no, è dipesa in misura essenziale dalla loro ribellione.

Capisco che tutto questo oggi è lontano, che riflettere sulla libertà sembra un esercizio ozioso. In fondo ciascuno, ogni giorno, registra sconfitte e vittorie in questo campo che sembrano appartenere solo alla sua vita. Capisco anche che fatti e parole, un tempo importanti perché legati a eventi terribili, a ingiurie, sopraffazioni e conseguenti atti di viltà e coraggio inenarrabili, siano oggi svuotati del loro significato. Le parole di Calamandrei, di Primo Levi, dei tanti condannati a morte sembrano letteratura, pensieri alti, poesia, ma prive di un riscontro effettuale, di una incidenza vera sulle vite odierne. In questo iato tra esperienza e storia della libertà contemporanea vedo e sento il baratro dell’indifferenza che si consuma attorno a noi sul tema della libertà come conquista. Sento che non si è attualizzato il valore che possediamo, che non si è trasformato in ragionato patrimonio collettivo ciò che ha coinvolto allora tante donne e uomini, ma che questa spinta ideale e vitale si è consumata come fosse inesauribile e data. L’educazione ha oscillato paurosamente tra vecchie e nuove coercizioni. Ci sono stati tentativi, sogni di pochi che hanno riproposto il tema della libertà per sé e per i figli, aggregazioni educative e sociali originali, ma l’economia e la società  si sono incaricate di rimettere le cose a posto , nell’ordinato vivere che è conformismo prima che necessità. È vero, oggi ci si può muovere senza troppi limiti, c’è una libertà sessuale maggiore, si può dire molto purché qualcuno ascolti, ma il processo di affrancamento è ritornato ad essere solitario e personale. Irrigimentato dall’utile, confinato nel ruolo, nell’età, nella convenienza. Se faticosamente è proseguito un cammino collettivo, con nuove parole, nuove libertà, nuove costrizioni, esse non hanno conservato quella spinta dirompente che le aveva originate e oggi non è possibile misurare quanto questo cammino sia stato guidato da altri. Quanto le libertà siano state più un potente affare economico che arricchisce pochi più che una conquista collettiva di crescita. Perché la libertà ha come correlato la critica e non si può dire che questa si sia -e si stia- sufficientemente esercitando nei confronti della società liberale. Queĺla che di certo non è proseguita, al di là della retorica delle celebrazioni, è stata la riflessione sulla libertà e il legame che essa ha con l’educazione che mette assieme libertà personali e collettive. Si è pensato che essere e avere fossero coincidenti nella libertà e cosi la stessa parola, in conseguenza della crescente diseguaglianza economica, si è  via via svuotata di significato rivendicativo tanto che ormai il 40% dei cittadini di questo paese è  disponibile a ridurre la libertà personale in cambio di beni.

Le libertà personali da conquistare sono più o meno difficili se il contesto delle libertà collettive è carente e diseguale. E ancor più se esso include l’ingiustizia nel sentire comune. Portandoci verso la sola libertà individuale, facendola coincidere con l’avere è stato ristretto e chiuso il recinto della riflessione collettiva suĺla libertà. Chi ha è libero, tutti gli altri sono costretti in piccoli spazi personali, piu o meno come nelle società autoritarie dove la possibilità di essere liberi è oggetto d’acquisto.

Nessuno nasce libero, la libertà è una conquista personale, ma il suo esercizio è una consapevole conquista collettiva.

coercizioni

I balconi aggettanti, dei palazzi sembrano ornamenti vuoti.  Neppure un fiore, nelle rigorose geometrie ed assenze. Sotto, incuranti dell’ordine, le robinie hanno cosparso il marciapiedi di fiori bianchi e rosa, con dovizia allegra dello scialare in bellezza. E non conta la modestia dei piccoli petali, prevale il trionfo del colore senza richieste a chi vede.

Domenica mattina nelle vie attorno casa. Larghe, umbertine, vogliose di rappresentare ciò che sembrava eterno e immutabile. Il benessere, la posizione raggiunta, i legami con altre case, le famiglie. Ma ciò che hanno messo all’esterno per abbellire e ordinare i marciapiedi di pietra, ha avuto più storia delle loro fortune. Ieri sera guardavo nelle poche finestre che restavano aperte allo sguardo; si vedevano alti soffitti, lampade di calda luce gialla, qualche quadro che un tempo aveva avuto una scelta, un piacere e una contrattazione. Stanze grandi riempite di tavoli, poltrone, schienali di divani e librerie con dorsi colorati. Pensavo che raramente ho visto una persona che s’affacciasse. Mai nessuno sui balconi. Le presenze s’intuivano invisibili.

La pioggia serale intanto aveva liberato i tigli, c’era un profumo deciso nell’aria. Guardando a terra e verso l’alto si vedevano i fiori bianchi: quelli che avevano resistito al vento e quelli arresi.

Prigionieri d’ un loro rito, d’una stanza, d’ un ruolo, gli abitanti invisibili perdevano la bellezza che li attorniava. Persino il profumo acuto dei tigli restava fuori dei vetri. ” Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.” E questo pensiero mi regalava malinconia e speranza, perché non si è prigionieri di nulla se si vuol vedere e sentire l’ infinita, transitoria bellezza.

 

l’uomo superfluo

La superfluità è una categoria di giudizio impietosa. L’esserne oggetto pone in un recesso della società dell’utile. La stessa società che venera il maiale e non lo dice, anzi lo connota di una negatività proterva, d’una sotterranea invidia per la sporcizia godereccia ch’esso in realtà non ha perché è conforme al vivere suo. Insomma essere un po’ maiali nel senso d’una libertà istintiva ma non dirlo. Ipocrita, la ben pensante società, connota l’inutile rendendolo desiderio lussuoso nelle cose e invece banalmente esecrabile negli uomini. Scegliere d’essere superflui significa portarsi nell’eccezione. Uscire da un conformismo del servire a qualcosa, mettersi nel canto in cui solo i pochi simili potranno riconoscersi come affini.
Il superfluo paga le tasse e persegue altro da ciò che gli si sarebbe apparentemente utile. Nell’amore va contro corrente seguendo il cuore oltre la convenienza, nel lavoro sembra adattarsi ad un ruolo che non brilla, nel pensiero coltiva passioni fortissime per ciò che è marginale al main stream della cultura. È ospite della stessa nave ma guarda troppo il mare, si perde sul ponte, nel naufragio sembra il primo da sacrificare. Eppure, c’è sempre un eppure nelle cose, senza la sua presenza il mondo sarebbe incompleto, conforme e scontato, chiuso alla meraviglia, ripetitivo. Non gli si può dare importanza, ma la sua superfluità è la roccia che separa l’acqua nel fiume, si bagna e non s’imbeve, e mostra la terra dov’è solo conforme fluire.

silenzio

Nei talkshow sempre le stesse facce, gli stessi che vedo sui giornali, sui manifesti, nella rete. Messaggi che si ripetono all’infinito, gonfi solo di se stessi. E tutto questo davanti a un mare di rinuncia. Credo sia l’inutilità del ribellarsi al ritrito, al vecchio raccontato come nuovo, all’assenza di un progetto, che spinge all’atonia. Viviamo in un’epoca di simboli, dove chi sembra condurre è al più mosca cocchiera di necessità senza giustificazione umana. Una sorta di costrizione, di cerchio di gesso mentale da cui nessuno sa più uscire.

Siamo nell’epoca dei simboli che diventano app, fotografie, sensazioni, e come tali riposti in quei moderni portafogli che sono gli smartphone. Biblioteche infinite di frammenti d’attimo. Non c’è nessun mito, nessun ideale profondo, in tutto questo e così le passioni se ne vanno. In punta di piedi, lasciano simulacri, ologrammi d’esse a testimoniare che sì, qualcosa c’era ed era importante, ma non così tanto da piegare l’acciaio delle vite. O era titanio? Oppure qualcuno di questi materiali così indistruttibili che qualcuno poi dovrà smaltire e che si applicano su vite mollicce, su desideri transitori, su orizzonti brevi?

Parlo troppo mentre il silenzio è l’unica risposta decente purché abbia un significato. Non il silenzio colpevole dei critici eclissatesi assieme alla ragione, non il silenzio dei maestri che insegnano il conformismo, non il silenzio dei cinici che sanno come andrà a finire. Penso al silenzio che dovrebbe far riflettere chi lo pratica e chi lo riceve. Quanti di quelli che oggi parlano sempre, che vengono intervistati perché hanno un nome, si sentono così onesti da dire: non capisco, non voglio avere un’opinione, una certezza, neppure una fede che non sia ragionata e perciò non ho nulla da dire.

Quanti di questi si sentono di proporre il silenzio come insegnamento per trovare domande dentro di sé, per sentire le abissali assenze che motivano atti e scelte e ancor più omissioni e disperazioni?

Quanti si sentiranno di dire che l’amore è limitato, che gli ostacoli sono insormontabili, che il mondo deriva non per sua natura, ma per responsabilità e per troppe giustificazioni?

Non ci sono colpe, solo consapevolezze, scelte e conseguenze. Non ci sono icone se non c’è passione e fede in qualcosa. Non c’è orizzonte senza un mito che scava dentro e porta alla luce la contraddizione, la tenebra. E senza mito siamo soli, nel silenzio più immane e irreparabile, soli. Di fronte alle nostre scelte, di fronte ai nostri limiti, senza speranza di grandezza. Per questo serve un silenzio che provochi il mutare profondo, serve un silenzio eversivo, critico come mai di fronte all’iniquità che diventa assoluta quando essa avrebbe un’ alternativa di vita. Un silenzio che circondi le chiacchiere del potere, le pretese d’un cambiamento che non cambia. Un silenzio che vada al cuore della cultura che non mostra il reale e le sue facce nascoste. Un silenzio che sia come un urlo. Quell’urlo animale che ciascuno si porta dentro ed è il rifiuto dell’essere oggetto di qualcuno. Balia d’altri. Prigioniero. Questo è il silenzio di cui parlo, ma già le parole sono state troppe, imprecise e maldestre. E non ho soluzioni, capisco poco, al più vedo. Con parzialità, vedo e sento il grigio del disagio. Ma forse è solo una sensazione personale e di questo chiedo scusa.

ti racconto la sera sul fiume

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Stasera la luce sfrangiava le nubi. Erano grosse, giallo marroni, grigie, azzurre, respinte in alto da un triangolo di fuoco arancio che occupava una gola di pianura tra i monti vicini. Il sole voleva tramontare tranquillo, per suo conto e che le nubi facessero quello che volevano. Così tutto si era alzato verso la notte che viene da oriente, e al tempo stesso inabissato tra gli alberi. Disperso nelle foglie nuove, sparso a larghe chiazze nell’acqua. Anche sulla terrazza che dà sul fiume, i toni delle voci si erano abbassati, gli scalini che portano verso l’acqua e che solitamente sono pieni di coppiette, erano quasi vuoti. Certo c’era il vento, radente, freddo, quasi una tramontana, ma oltre a stringere i giubbetti primaverili, incrociare braccia a mantenere un po’ di caldo al petto e, se si evitava l’acqua, nessuno se ne andava verso casa. Come se tutti attendessero un qualcosa che doveva accadere e che aveva a che fare con il tramonto. E invece era la luce che ammaliava. Così strana e schiacciata da rendere evidenti particolari che di solito sfuggivano. Le zampe di marmo della porta che entravano in acqua, ad esempio, oppure quel muoversi increspato che toglieva ogni colore all’acqua, o ancora la trasparenza sfacciata delle foglie nuove che ostentavano un verde luminoso. Mi ricordavano, le foglie, quelle lampade che un tempo si trovavano nelle biblioteche, oppure in certi uffici pubblici e che erano molto inglesi, con un semi cilindro di vetro spesso e verde che conteneva la lampada e due sostegni d’ottone che lo reggevano, il fascio era largo come un libro o un foglio, e facevano una luce tranquilla. Poggiando la loro capacità di illuminare su un ragionamento consolidato, su una forza che era tradizione e certezza di durata. Ebbene quelle foglie, stasera, avevano la stessa tonalità di verde. Persino i lampi di luce che foravano gli spazi tra i rami diminuivano di forza, al cospetto di quel verde.  Se tutti guardavano a tratti, non voglio dire che ci fosse una consapevolezza, uno stupore che coinvolgeva tutti, ma era come ci fosse un suono. Sì, la luce era un insieme di note interzate che costringeva ad ascoltare e a muovere lo sguardo in accordo. Dalle nubi all’orizzonte in mezzo al tramonto e poi in mezzo agli alberi, tra le foglie e sotto, verso l’acqua, e ancora attorno verso le cose che diventavano più profonde, nette nei colori, presenti sino quasi ad alzare il dito per indicare. Nessuno smise i discorsi iniziati, però si fecero più lenti, come per attendere che tutta quella luce cessasse di occupare lo spazio degli occhi e tra i visi. Le parole vennero più piene, le risate sottili di significato. L’incanto è durato a lungo e poi tutti, improvvisamente, assieme all’assottigliarsi della luce, hanno cominciato ad alzarsi, a salutare, per una fretta di raggiungere qualcos’altro che non era lì. A piedi, in bicicletta, da quello che era stato un fulcro, le forze si sono irradiate. Non so cosa ci fosse dentro le altre teste, ma nella mia c’era la necessità di prolungare la luce, adesso che la notte calava in fretta e così mi sono avviato, pedalando, verso casa. E pensavo a quella sensazione mentre le luci delle strade, dei negozi illuminati e chiusi sotto i portici, riempivano la strada di una luce gialla e calda. Pensavo che quell’altra luce era piena di significati e vita e che ti sarebbe piaciuta. Ecco, pensavo che tutto quello che avevo visto, ti sarebbe piaciuto. 

dedicato alle ragazze

Alle ragazze che hanno sogni poco usati.

Alle ragazze che conservano il diario delle superiori.

Alle ragazze che hanno appena pianto.

E a quelle che hanno chiuso con una risata e si sentono leggere.

Alle ragazze che amano e non lo sanno.

A quelle che si sono smarrite e poi ritrovate più belle e nuove.

Alle ragazze che si sentono vecchie, ma poi gli passa.

A quelle che non sono mai diventate, vecchie.

Alle ragazze con cui ho diviso la piazza, gli slogan e il vino.

Alle ragazze che mi hanno insegnato ad amare ed odiare la mia stupidità.

Alle ragazze che ascolto e lo sanno.

A quelle che scuotono il capo e ridono quando gli dici quanto sono belle.

Alle ragazze che vivere dev’essere nuovo sennò non è vivere.

A quelle che si scoprono ogni giorno e si meravigliano di sé. 

Alle ragazze che hanno un sogno da raccontare.

A quelle poche che hanno sognato i miei sogni.

Alle ragazze che cantano.

A quelle che hanno cantato in coro le canzoni di Battisti, di De André, Vecchioni, Guccini, De Gregori, Fossati, Dalla, Mina e i Beatles, gli Abba, e il Liga, e tutto il mondo che ci veniva da cantare.

A quelle che mi hanno riempito di parole e di silenzi.

Alle ragazze che vedo nei cortei.

A quelle che sento senza timore. 

Alle ragazze che hanno passeggiato nel mio cuore.

A tutte le ragazze che mi meravigliano  che restano ragazze per sempre e che non capirò mai davvero.

Alle ragazze che non so e non saprò mai davvero perché loro sono ben più della metà del cielo. 

relatività quotidiane

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Quasi nulla è come appare.

Quasi nulla è come si sente.

E nel sentire ci stanno tutti i sensi, intuizione e intelligenza annessi.

La verità è imprecisa, un po’ dilettante nel raccontarsi, usa parole che servono più a noi che a lei. Si direbbe che lisci il pelo al gatto. Per questo dovremmo definirla misericordiosa?

Quando la si conosce, la realtà, si capisce che è maestra severa, e siamo noi che ci adeguiamo a lei e smettiamo di sognare. Ma nessun insegnante dovrebbe (che brutta parola, ma solo perché serve) derubricare da chi lo ascolta, il sogno.

un inutile, banale, pernicioso, giorno

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Il confronto civile, la discussione tra persone, il comporre le decisioni, ecco, questo mi piace nei rapporti, ma non è la nuova abitudine. Oggi impera lo scontro, verbale prima e se necessario  anche fisico, poi. I pacifici non hanno il mondo.  Beatitudine non verificata dai fatti. E non hanno neppure la verità. Combattono. Dall’altra parte la debolezza, la menzogna hanno bisogno dello scontro verbale. È strano, viene tirata in ballo la dignità per difendere ciò che dignità non ha. Forse  perché il prevaricare rende vero ciò che non lo è.

È il potere, bellezza, e però basta dire di no. Per i pacifici, gli educati, quelli che hanno un’etica, ci saranno più silenzi, più esclusioni, ogni scontro costerà molto di più a loro pur avendo ragione rispetto a chi ha torto. E si perderà, spesso, molto spesso. E tenere la schiena dritta guasterà l’umore, minerà la tendenza a vedere il buono nelle cose, ma non c’è via d’uscita per chi è pacifico e non supino: tenere il punto e cercare serenità.

Direte, ma perché vengono fuori queste cose. Slegate, prive di fatti e di contesto, quasi uno scazzo dopo una batosta. Quello che leggete nasce dopo un inizio di giornata che aveva due scelte, o essere una tranquilla prosecuzione di accordi, di cose evidenti, oppure trasformarsi in uno scontro metafisico. Metafisico perché oggi ci si parla per mail, si chiudono rapporti di lavoro, amori, scelte, tutto per mail. Eppure il metafisico è reale negli esiti e negli effetti. Da oggi il giorno sarà diverso. Bisognerà acquietare l’inquietudine, trovare le serenità che fanno dire e fare ciò che è giusto. Trarre conseguenze. Non finirà qui e ricorderò questi giorni come inutili, banali, perniciosi. Il positivo farà molta fatica ad emergere se non nel nuovo, nello scuotere i calzari e andarsene. Non funziona così anche negli amori? Un ex amore è puntiglio, meglio andar via, cercare il mondo dove c’è davvero.

quasi un fado

Una vita come un fado: passione, scialle che avvolge, durezza che si scioglie.

Il sole taglia i muri di giallo, l’odore del bacalhau e dell’abitudine escono con il lenzuolo steso fuori dalla finestra. Gli azulejos rilucono di notte, lo sapevi? Anche a pezzetti, dispersi dal camion dei detriti sbriciolati nel cantiere che costruisce il nuovo. E demolisce, oddio come demolisce, cambia, apre i muri, li fa cadere. Il nuovo è così, scava nuove porte per nuovi padroni e intanto la ruota gira, divora ciò che ha spiccato un balzo verso l’alto che sembrava non finire, ma finisce. E lo attende una bocca aperta, come quella degli uccelli del giurassico, dal muso lungo e i tanti denti. Pterodactylus che aspetta che il nuovo frolli, che poi mastica e inghiotte. Mai sazio e ricco di pazienza. Come un rapace, ma bestia che sa, che prevede. L’occhio ironico, il cervello razionale. Basterebbe cambiare il ciclo, la prevedibilità e morirebbe di fame. Ma è cosa complicata, costa fatica, meglio il nuovo e la sua impazienza che non muta i cicli: ascesa e ricaduta.

Alla luce della luna e d’un lampione pezzetti bianchi e blu di azulejos, rilucono. Caolino e manganese, superficie vetrosa e ceramica. Incredibile l’effetto nella leggerezza e lucore. Sopra, di giorno, tra il rumore di trapani demolitori, nascono bagni acciaio e piastrelle, docce laser e superfici riflettenti. Da nascosti altoparlanti esce musica discreta oppure battente. Bluetooth. (chissà se i denti della bestia han questo colore)

È questa la scelta. Ti verrà lasciata questa scelta sola.

In Alfama per i turisti ballano il fado. Chissà cosa resta della passione, d’uno scialle che si apre e poi stringe il corpo, della durezza che si scioglie. 

A te la scelta. Forte o piano. Nuovo o vecchio. Passione o noia ?