del dolore

Faccio fatica a guardare la foto di una madre che abbraccia la figlia prima di essere uccisa perché ebrea.  

https://www.facebook.com/ShlomoVenezia/photos/a.10151253417964666.482792.44828619665/10153692251269666/?type=3&theater

Accadde innumerevoli volte e accade ancora. La contabilità dei numeri  non esprime la grandezza e l’atrocità del sentire. Così con ancora più fatica, penso e immagino, il dolore che hanno vissuto quelle persone. Un dolore che faceva preferire la morte. Quel dolore non ha insegnato nulla. E di questa morte, come di altre abbiamo testimonianza, ma di tutte quelle che sono state morti altrettanto dolorose e silenti, non resta nulla.

Può insegnare qualcosa il dolore? Intendo dire, ai popoli, ai governanti, alle persone comuni?

Può mutare una decisione, un gesto a qualcuno che non sia chi ha vissuto il dolore?

E se il dolore è solo un fatto personale, cosa resta di esso?

la solitudine nell’amore

IMG_0329

Per cogliere, almeno in parte, la dimensione di una persona c’è bisogno di pazienza curiosa, di disponibilità a gioire e pochi pregiudizi. Ma anche della capacità di non capire, appieno o in parte, c’è necessità, dandosi tempo e libertà reciproca.

In questa caparbietà dell’interesse, che a volte sconfina in amore, non si esaurisce la dimensione di ciascuno. Anzi è necessario essere sé stessi, e ancor più, esserlo, quando emerge la fiducia e la speranza.

È questa la soluzione alla solitudine?

Non per sempre  e non a tutto l’esser soli perché, mai del tutto svanisce la percezione del non potersi far comprendere, o mostrarsi completamente.

Perché anche volendo, ciò non è possibile, e così il bisogno d’amore, ovvero di fusione totale non può essere mai colmato interamente. Potremmo considerare che è proprio questa incapacità a colmare il bisogno che ci spinge verso l’altro, che amplifica la conoscenza di noi attraverso i suoi occhi, i suoi gesti, il suo essere felicemente diverso e compatibile. Fortunatamente non è uguale a noi, però riconosciamo il nostro bisogno in lui e quindi, per poco o tanto, non è la solitudine a prevalere.

In fondo siamo un ossimoro che mette assieme solitudine e vicinanza e facciamo in modo che esse reagiscano tra loro per generare gioia o tristezza, speranza e consapevolezza. La bellezza dirompente di tutto ciò è che possiamo non essere prigionieri di una sola condizione e che conteniamo un’ incredibile proposta di futuro.

finis terrae

Una sera arrivò Alvise e disse: non ce la faccio più a leggere l’Espresso, tra complotti, burattinai, notizie su come va il mondo, la notte vado a letto pensando d’essere in mano d’altri e non dormo più. Vorrei essere un uomo che decide per sé, almeno questo.

Era una sensazione che provavamo quasi tutti e forse dipendeva da ciò che leggevamo, ma non solo. Dopo essere andati alla conquista del mondo, il ritorno era stato feroce.  Ci scherzammo molto, quella sera, ma il senso d’essere in mano d’altri, la difficoltà a scomporre in fatti semplici ciò che accadeva, ci pesava addosso.

Alvise era stato il primo a sposarsi, il primo a diventare ricercatore, il primo a fare un figlio. Fu anche il primo a separarsi. Annusava le cose con la giusta ironia, vedeva il limite, agiva di conseguenza e con coerenza. Era avanti perché in molti si pensava che non ci sarebbero stati limiti alla crescita individuale e collettiva. Il privato, da questo punto di vista, era davvero politico. Poi diradarono  le cene comuni, le discussioni, le vacanze assieme, le vite di tutti sono continuate, scisse dagli impegni, ma forse anche dalle sensibilità comuni che si sgranavano col tempo. Pensavamo vagamente le stesse cose. Una manata di passeri era stata lanciata in cielo, disorientata e decisa, poi ciascuno era andato per suo conto.

Non si fanno mai bilanci, sarebbe ammazzare qualcosa che può crescere. I bilanci servono alle aziende, a chi deve scrivere un segno davanti a una cifra, e nella vita non si dovrebbe essere mai meno che un uomo. Non noi almeno. Ma quello che mi pesa adesso, è l’idea, la consapevolezza, che troppe speranze si siano accumulate e che abbiano generato sogni guasti cosicché d’esse sia difficile trovare traccia in ciò che sta attorno. Pensavo al tema della famiglia, ben vivo in quegli anni, tanto che gli effetti si videro subito. E ne discutemmo così tanto che le vite cambiarono, luoghi comuni si dimostrarono privi di consistenza, barriere caddero. Non tutte e non a fondo, la riflessione seguì la generazione che l’aveva prodotta, quella successiva la usò, ma la prima, nel frattempo, parlava d’altro: s’era sfiancata nella teoria e adesso faceva pratica. Così sull’amore, la sua durata, sui sentimenti molti restarono a mezz’aria e la cosa tornò ad essere quello che era prima: un problema personale. Oggi  sul tema ci riflette la chiesa cattolica, e in quella difficoltà che essa ha di cogliere la ragione dell’amore, e della sua preminenza, c’è una labile traccia di ciò che non si è elaborato a sufficienza e quindi non si normato di conseguenza. E colpisce il fatto che chi scrive le leggi, siano esse civili o religiose, sia sempre tanto indietro da non riconoscere il presente.

Del futuro da tempo non si parla più. Per il resto la complicazione è cresciuta, le trame sono continuate, le soluzioni semplici scartate. Insomma tutto immutato o quasi. Solo che allora eravamo giovani e la speranza era qualcosa da fare assieme. Adesso non capisco più dove finisca il presente e quanto di esso sia narrazione. Story telling come si dice ora, ma sul presente non c’è molto da dire. Almeno non da me. C’è chi condivide entusiata, chi si accontenta o si fa una ragione, chi sposa una idea di futuro raccontato, comunque questi hanno altri strumenti dai miei, per determinare un futuro che sia attraente. L’impressione è quella di essere ormai un francobollo staccato da una busta, un tempo è servito a qualcosa ora è una curiosità da collezione. Sarà per questo che non capisco e mi sento escluso da questo presente. Non è quello per cui abbiamo, lavorato, lottato, fatto. E quando subentra questa consapevolezza, in chi la percepisce prevale la fatica di mettere assieme l’insofferenza con un progetto e questo produce inanità, disadattamento, indifferenza.

A volte mi chiedo se ci sia ancora terra da percorrere in questo mondo liquido, se servano le idee, le energie gratuite che si è disponibili a mettere in comune, se invece di farsela raccontare la si voglia scrivere una storia. Poi penso che non serve, che siamo destinati  all’oblio come generazione, che non rappresentiamo utilità marginale se non per l’economia. Anzi serviamo a questa e ne sosteniamo un pezzo, ma poi ci vien chiesto di pensare piano: per favore state zitti, andate in vacanza, spendete, ma soprattutto non disturbate con i vostri sogni stantii.

elogio della perfezione imperfetta

IMG_0227

A tutti, l’insegnamento della perfezione, e del perfettibile, viene inoculato con la crescita. Ci si misura tra ignoranza e fare, tra modelli e realtà, così l’ansia da perfezione si trasforma in ansia da prestazione. Con un ottimo curriculum di pressapochista, di fancazzista di talento, di inesperto nelle arti maggiori e minori si può aspirare a scalare i più alti gradi della scala sociale, di collocarsi in quella sfera prevista dal principio di Peter, dove il dubbio sulla capacità e l’incompetenza si fondono, ma sono già collocati così in alto da essere poco scalfibili. Credo dipenda tutto dallo scarso uso del riso e della serietà della satira sostituiti dal dileggio e dal gossip, entrambi non solo inefficaci nel far vedere i veri limiti del soggetto, ma soprattutto laudativi del potere di esso e quindi rafforzativi di un potere che se si merita l’attenzione e il sussurro dovrà pur essere importante. Conoscendo bene le qualità dell’incompetente per personale esperienza, posso affermare che solo l’ego può mettere argine alla patacca reiterata e che solo la brutta figura diventa un deterrente credibile a chi ha una fiducia illimitata nel farla franca. Allora raccontiamola bene: esistono due tipi di umanità, gli inadatti consapevoli e quelli inconsci, ma la differenza vera è che entrambi si distinguono in realtà nella speranza di farla franca. Per questo le università si riempiono di esperti, di sapienti, di competenze che producono inesperti, tuttologi, incompetenti rispetto allo studio effettuato e in piccola misura, invece, nascono inventori, professionisti capaci, specialisti che saranno coordinati spesso dalla prima categoria di incompetenti. Da ciò, se le premesse sono giuste, se l’esperienza non ci inganna, se ne dovrebbe dedurre che una società sostanzialmente pressapochista e un po’ cialtrona, ha al proprio interno un oscuro collante che la tiene assieme e la fa evolvere. Solo che raramente il collante viene riconosciuto e osannato mentre l’onesta mediocrità ha il potere, guida, governa, legifera, promuove, giudica, affonda e innalza secondo suoi criteri e convenienze. Quindi sembra che il mondo abbia una serie di falsi obbiettivi: un’ansia da prestazione su cose che produrranno ben poco, un focalizzarsi sul gesto, sul particolare e non sulla somma delle cose fatte. Mentre se si parla di prestazione si dovrebbe considerare lo specifico e l’insieme, la riproducibilità e l’inventiva, l’errore che genera il nuovo ma questo esige che chi governa queste cose sia fattore di unione, abbia visione ampia, veda l’errore e lo sani, governi essendo un capo, cioè colui che anche l’ultimo dei suoi riconosce come tale. Così la prestazione non bara, ha un valore economico, è competenza e non è patacca.

Ma che conta tutto questo se invece di inoculare l’idea della prestazione si passa all’idea della perfezione, cosa ben più dinamica e misericordiosa della prima? L’idea della perfezione si può misurare con qualsiasi cosa, è un rapporto con sé prima d’ogni altro, accantona gli insuccessi, non li mostra e soprattutto tratta bene chi ha gli stessi problemi. La perfezione, sapendo di non poterla raggiungere, porta con sé la pazienza, spesso l’ironia che porta a ritentare. Si sa sin dall’inizio che è un processo asintotico, che quanto più bravi ed esperti si diventa, tanto più si vorrebbe trasmettere la piccola competenza raggiunta perché l’opera venga continuata da altri. In questa continuità c’è la dimensione della ricerca della perfezione, ma questo non ha grandi riflessi sulla società perché la perfezione non è di serie e quindi non ha un valore economico di massa. È un procedere per cultori, per iniziati e se lo sono davvero, non hanno l’ansia da prestazione ma l’ironia del far bene, dello stare assieme, del condividere ciò che si può. In fondo chi cerca la perfezione sa di essere ignorante, poco intelligente, scarsamente preparato, chi invece ha la sensazione del ruolo, del potere, della mansione riconosciuta pensa di essere adeguato e di poter aspirare a più di quello che ha. Il fatto è  che la perfezione è un dialogo con se stessi, mentre la prestazione è un dire ad altri cosa devono fare non sapendolo fare.

una pace intersecata di lampi

IMG_1696[1]

Sta arrivando il temporale. Dal bianco lontano il cielo si sovrappone in dense nubi che infittiscono nel grigio.

Per radio leggono Oblomov. C’è un’ indecisione malinconica nelle parole intrise di mute possibilità perdute. Emerge l’ansia di Stolz per la felicità di Olga: sente che sarà felice se la felicità è di entrambi. Oblomov è distante, le vite si sono svolte e accontentate. Così in quella preoccupazione di Andrej per quel passeggiare muto, per le verità inespresse e temute, una frase di lei, si fa carico di entrambi e rimette ordine nei cuori ansiosi: Infelice? Sì, io sono infelice perché sono troppo felice.

Convincersi del bene possibile come esso fosse assoluto. E farsene una ragione come accade quando la ragione e il cuore non trovano accordo con un’altra ragione e un’altro cuore.

Nel cielo grigio ora ci sono canti d’uccelli e quiete. Brontolii di tuoni e un piccolo vento fluisce morbido come carezza tra i capelli e muove il folto oleandro della casa a fronte. La campana chiama alla sera, ma suona poco, prima di diventare anch’essa vibrazione di silenzio.

Tutto fa un passo indietro,

Quanta pace attorno intersecata di lampi.

l’innocenza del leggere e dello scrivere

catania-e-altro-051

C’è puro piacere nel lasciar uscire le parole sulla carta. Sbocciare sarebbe il verbo esatto, come fanno i tuberi che hanno una vita sotterranea ma vogliono saggiare la luce, come le erbe, come gli animali attratti dal cielo, come gli alberi che hanno bisogno d’essere sé. In fondo scrivere è tradurre quello che vedono gli occhi e che viene elaborato in qualche circuito di sinapsi e mitocondri. Insomma un mostrare ciò che si è percepito e mescolato con quello che si è. Questo è scrivere.

Non c’è un motivo particolare, non ne servono per scrivere, è una piacevole necessità, un bisogno d’ordine interiore che assomiglia vagamente all’innocenza. E quando si scrive senza un fine, si è innocenti.

Ma più che nello scrivere, che comunque dipende, e siamo, noi, sarebbe necessaria la giusta leggerezza del leggere. Leggere tutto quello che attrae e ovunque. La trama di tappeto, ciò che sta tra le righe di uno scritto, il libro che ci prende così tanto e che vorremmo divorare e non finire mai, la levità del tratto, l’aggettivo, il verbo che spinge una intera pagina, l’immagine che da quel momento farà tutt’uno con il significato di una parola, il bisturi che disvela, l’immagine, una fotografia, uno stato d’animo, ecc.ecc.  Tutto questo, e molto d’altro, letto e poi fatto uscire con la nostra penna, tra le nostre cose, disperso come sale, saporoso, indeciso, acuto, insoddisfacente, è il nostro scrivere. Leggere serve a scrivere. Leggere senza un fine è anch’esso innocente.

E poi nel tempo lento del leggere e dell’assaporare e quello veloce e furioso dello scrivere, c’è una sintesi di ciò che siamo noi. Una mappa che per quanto gli esperti nel carpire segreti si sforzino di comprendere non sarà mai del tutto chiarita, perché tale è l’innocenza dello scrivere e del leggere per sé.

en attendant

Prenotazione tre mesi prima, fare coda allo sportello per la riconferma dell’esame il giorno fissato, spostarsi e fare coda per il pagamento del ticket, 47.15 euro, ritornare all’altro sportello per consegnare la ricevuta di pagamento. Coda. Tra la cassa e lo sportello ci sono 50 metri. Tre code, 150 metri, per fortuna ho le gambe buone e una discreta pazienza. Eppure questa è la migliore sanità italiana, così dicono. Ma la burocrazia e la logica sono allineate al livello di efficienza e di irrazionalità più basso. Non c’è logica , ne buon utilizzo del personale, perché?

Adesso pazientemente attendo che un’ora tassativa per me diventi reale per il medico.

Penso e questo fa compagnia.

la dote

Alla fine bevi sempre con gli stessi bicchieri, mangi negli stessi piatti, cucini con le stesse pentole. Cambia il cibo e cambiamo noi, ma poco o nulla i mezzi. Impariamo a degustare, mettere i vini nei bicchieri giusti, ma accade ogni tanto e così la fraterna tirannia delle cose d’abitudine c’accompagna. Sembra che queste siano fatte per accompagnarci, per avere un rapporto particolare con noi, e non ci stupiamo che corrispondano nei risultati. Conosciamo una pentola e ciò che è in grado di fare e lei ci ricambia. 

Da piccoli magari avevamo una tazza, o un cucchiaio, o una forchetta che erano solo nostri. Era un elemento di proprietà che ci dava una differenza, un posto particolare a tavola, un inizio di identità. E abbiamo continuato ad avere cose solo nostre, anche se le credenze e i cassetti intanto si riempivano di stoviglie che sono invecchiate con noi. Servizi che passeranno ai nostri figli e che spesso non vorranno. Il modernariato è una grande assemblea di desideri realizzati da altri, di occhiate alle vetrine, di regali tenuti con cura prima e con indifferenza poi.

Guardando i ripiani ricolmi si capisce la ridondanza, la sua gentilezza che contiene una mancanza, un ordine interiore naufragato sugli scogli dell’utile. I dono e il desiderio hanno accumulato un bello destinato a non raccontarsi quasi mai. E questa è la mancanza, ovvero quello che si è mostrato come sicurezza e possesso non ci ha allietato. Così tra gli scaffali che rivelano piccoli ricordi dimenticati emerge il bisogno di semplicità, un tributo all’innocenza possibile, un’altra possibilità di vita.

Avevo una forchetta d’argento. Era la mia, forse residuo di qualche dote sciupata. Con tre rebbi, da frutta, andava benissimo per le dita bambine. Decoro San Marco. Molto evocativo e veneto. Chissà dove è finita. Mia madre diceva: no la ghe xe? la sarà ‘ndà a san Lazaro. A san Lazzaro c’era la discarica. Dava la giusta importanza alle cose, mia Madre. 

cambiar verso dove ?

Modesta riflessione per il Presidente del consiglio:

A Napoli ci sono due gestori per due linee di metropolitana: uno sono le ferrovie dello stato con svariati tipi di biglietti, prezzi e scadenze. L’altro è una municipalizzata, l’ANM che gestisce due linee. I biglietti dell’uno non valgono per l’altro.

Oltre a questi gestori esiste la Circumvesuviana, la Napoli- Giugliano-Aversa i cui gestori confluiscono nell’ente autonomo Volturno e la tariffazione è gestita dal Consorzio unico Campania. Comunque Wikipedia può chiarirLe la situazione e non mi permetto di insistere sui particolari.

Le faccio questo esempio che è uno dei tanti esistenti, a nord come a sud, (e penso che anche Ella potrebbe raccontarne di ‘belle’ per Firenze e la Toscana) per chiederLe una fugace riflessione su cosa significhi per il cittadino cambiare verso. A mio avviso significa avere una vita che rispecchi nella cosa pubblica, la semplicità, che gli dia la percezione che non si buttano i soldi inutilmente, che gli faccia tener a mente la distinzione tra utile e inutile, tra equità e privilegio, tra passato e presente. Le dico questo perché ho l’impressione che si stia applicando il principio che il cambiamento inizia da dove c’è meno resistenza, che le cose vere da mutare siano inalterate, che, ad esempio, non sia mutato nulla nelle grandi articolazioni della macchina pubblica. Quella con cui il cittadino si confronta giornalmente, imposta la propria vita in un insieme di certezze che alla prova dei fatti non sono tali. Sono esperienze che fanno perdere la nozione di collettività, che tolgono la sensazione di essere dalla stessa parte, come Ella spesso ci ripete, ma invece radicano l’impressione di essere sudditi. Se il pesce puzza dalla testa, da noi, purtroppo l’odore si è diffuso. Gli elementi che hanno contribuito sono in sostanza due: il potere esercitato sempre e ovunque, e il suo antidoto, il privilegio che permette di temperare il potere, opporre una diversa legalità. Tutto ciò, come Lei ben sa, è inefficiente e costosissimo. Allora le chiederei di cominciare questo mutamento del Paese proprio dalla parte difficile, cioè l’inefficienza e il privilegio. Di far sorridere il cittadino assieme alle sue Ministre, che vedo trionfanti perché passa la legge elettorale o la riforma del Senato e della Costituzione. Attendo assieme a molti altri, ben più di quel 40% di cui parla l’Italicum, che questo cambiamento di verso inizi davvero, perché vede Signor Presidente del Consiglio, io voto ogni 5 anni, ma vivo ogni giorno e vorrei vivere meglio.

p.s. Io sono sereno e attendo il cambiamento e Lei ?

come una boa in un mare di luce

IMG_1648

E se in quella infinita serie di decisioni, scelte, errori, convinzioni senza verifica, verità inoculate, ruoli e luoghi comuni tutto quello che chiamiamo costruzione della nostra unicità fosse quello che è, e cioè una serie di errori che non insegnano, di tentativi che approssimano e mediano tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, ma non sappiamo veramente?

Se ci prendessimo molto meno sul serio, se la nostra presunta maturità nel decidere non arrivasse a difendere gli errori evidenti, se ciò che pensiamo o facciamo davvero rispettasse noi stessi nel profondo, non sarebbe molto più chiara l’inconsistenza di ciò che si perde per strada e di ciò che resta?

E se non si pretendesse da noi che la responsabilità fosse disgiunta dall’effettiva capacità, se non venissero chiesti sforzi sovra umani che generano solo scontento e infelicità, saremmo forse meno maturi, meno uomini, meno responsabili, meno amati ?

Il rispetto, ecco quello che manca in tutta questa convenzione che educa, conforma, piega le vite. Il rispetto per noi stessi e il rispetto per gli altri. E se non si insegna il rispetto di sé come si può pretendere che una persona diventi matura. Avremo bravi soldatini, persone conformi alle mode, ci saranno uomini che rispettano senza critica le leggi ingiuste assieme a quelle giuste, ci sarà il sotterfugio, l’elogio del furbo, il disinteresse, il cinismo. Ci sarà, anche per gli onesti, un ordine esteriore e un disordine interiore. E l’incapacità di chiedere aiuto quando occorre, di avere fiducia in chi ci sta attorno, di dare aiuto a chi ne ha bisogno.

Spesso non si sa cosa si vuole veramente, è un caso o un difetto di comunicazione con quello che c’è davvero dentro ciascuno? Costruire il sé libero da luoghi comuni, da convenzioni è un’impresa che dura una vita, ma ne vale la pena, oh sì che ne vale la pena.