presbiopia

Le cose si sono ricomposte seguendo percorsi che stanno sotto la ragione. Fanno sempre così le cose, hanno una loro intelligenza che non insegna. E invece dovrebbero insegnare, diventare coscienza e prevedibilità possibile, non lasciarci spettatori di quello che pare il mare del caso e poi ficcandoci dentro ad esso.

Non sai nuotare, impara…Come servisse saper nuotare se non hai una direzione. Si resta a galla, ci si salva, ma il posto dove costruire non è il mare del caso, è la terra dove poggi i piedi, dove senti, vedi e prevedi.

Le cose si ricompongono, diventano leggibili, ma passa un sacco di tempo e si accumula dell’altro, che a volte c’entra e a volte è solo conseguenza, finché subentra un po’ di calma.

Si penserà, poi, con malinconica meraviglia, a come eravamo, ma avremmo preferito saperlo allora. Insomma nell’adesso, non ci si vede bene. Forse perché ciò che pare realtà non lo è mai davvero, salvo in momenti particolari e c’è bisogno di quiete che non hai, di distanza per vedere bene e non c’è.

Presbiopia. Era comunque diversa la realtà percepita da quella degli altri. Ciascuno ci aggiungeva di suo, ti mostrava qualcosa che sembrava attraente e si mescolava con te, e così le cose avevano punti di vista. Hai mai provato a farti raccontare una cosa che ricordi bene, che hai vissuto, da un altro che c’era? Ne viene fuori qualcosa di così differente che alla fine non cerchi i fatti ma le cose comuni. Ti sforzi per avere uno straccio di ricordo uguale e non è detto che tu ci riesca.  Eppure le cose erano quelle e se le abbiamo vissute diversamente, certamente non si poteva dire allora. Ti avrebbero preso in giro: ma non vedi, ti avrebbero detto, è evidente… Dimostra tu che l’evidenza non è proprio così evidente e comune.

Forse era l’eccessiva fedeltà a sé che travisava. Le convinzioni costruite con fatica, i desideri spasmodici dell’età che mascheravano i bisogni, le notti insonni, i giorni attoniti, le parole eccessive come i silenzi e le offese. Le rabbie, l’incapacità di capire, la presunzione di sapere, la negazione o l’esasperazione dell’intuito, tutto gonfiato in una lente che avvicinava, selezionava, scartava, teneva da conto fatti, cose e sciocchezze marginali. E ora come si è ricombinato tutto questo nei ricordi?

Mah, se si vuole uscire da quella sensazione d’aver sbagliato troppo spesso un particolare che ha rovinato l’evolvere, bisogna leggere o sentirsi raccontare storie di passioni sconcluse da altri. Ascoltare. Lì c’è un confronto con qualcosa che pare d’aver vissuto anche se non è la stessa cosa. E non è la passione per i fallimenti che ridisegna i terreno dei fatti, delle cose accadute, ma la consapevolezza che altrove è accaduto qualcosa di analogo, un ricordo quasi comune che fa compagnia, che toglie l’onnipotenza, la preveggenza, la forza invincibile della volontà e ci consegna a un limite.

Noi siamo un limite, e quando lo capisci, è una cosa che improvvisamente sembra bella, perché non ti sei adagiato, hai continuato a sbagliare, di poco, di un nonnulla e le cose che già erano incastrate nel reale, non le hai perse. Estrai da un sacco il buono che si è composto per capire quello che si ricompone ora. Nel limite, hai fatto, hai portato avanti senza la vista a fuoco e se resta un dirsi nostalgico per l’età perduta, non è per i momenti mancati, perché capisci che ne verranno altri. E sbaglierai, di poco, ancora, perché è la possibilità che interessa non il percorso che non si è fatto e tantomeno quello che non si farà.

piccoli segni

 

Piccoli segni. Il crepitare delle foglie troppo secche, un fruscio nel lavandino che preannuncia lo scivolare del piatto tra l’acqua saponata, L’orologio funziona come crede facendo le stesse cose. Dilatazioni e restringimenti d’anime di cose. Potrebbe essere la stagione che sciorina ottobrate senza pudore oppure il rumore di un bacio dietro l’angolo. Pulviscolo danzante nell’aria. Sole basso e rosso, che illumina foglie denudate dalla folla sui rami. Poche e meravigliose di connessioni sottili, di nervature che irradiano da una spina dorsale, poi il picciolo, già quasi legno e il ramo che s’aggrinza di strati verso un cuore tenero. Pensano al volo.

Nel bussare sui vetri la luce ha un fare sommesso e deciso, come avesse da fare altro se rifiutata. Lontano, lo so, dispongono e spingono persone dai pensieri antichi e bambini, ad accoglierla. Ma non è troppo lontano, è appena fuori le mura, nei giardini e sotto i portici. Ieri una signora ha levato il capo e sul ponte dove cadde la città e s’innalzò una tirannia, ha visto la luce danzare sull’acqua. Ti è tirata ritta sul carrettino della spesa e ha additato le scie delle anatre tra le case immerse nell’acqua: c’era un brillio di creste arrotondate, un segnare che si ricomponeva, ma intanto frangeva i riflessi e l’oro diventava verde e poi ancora oro. Bello, e immane come la natura, ha detto. Ed è rimasta a guardare verso la torre granda. Verso ovest, dove il sole racconta il meriggio e la realtà pensa d’ adagiarsi nel sogno. Attorno, s’è formata una piccola coda di attenzioni che cercavano di rubare l’attimo con un telefonino. Le scie si erano ricomposte ed ora, dietro a loro, ciottoli antichi rilucevano per attimi prima di ritornare color del ferro. Ma non le vedevano.

Il sangue ha il sapore del ferro, lo sapevi? ha detto uno dei due bambini che hanno proseguito parlando verso qualcosa che non s’intuiva. Liberi, come il pulviscolo, che parla felice e racconta, mentre attorno s’affollano piccoli segni.

 

due giorni a cent’anni

Due giorni e le date si sovrapporranno. Neppure il calendario giuliano e quello gregoriano riusciranno a separarle, cosicché destini differenti si presteranno a essere letti, per l’ennesima volta, attraverso le celebrazioni o l’indifferenza interiore. A poco conta quello che avviene fuori se esso non risuona dentro, se non trova corrispondenza, se il passato non rende attive due funzioni, quella della riflessione su di sé e quella del capire cosa accade del futuro.

Le celebrazioni sono la sublimazione delle speranze deluse. Il contenitore di ciò che avevamo capito e non si è compiuto. E in ogni compiersi c’è l’insufficienza della somma delle realtà, il confluire delle forze che piega i rami dell’albero della storia,ma non lo sradica, lo muta alla nostra vista e percezione e quindi in noi. Per questo, e per chi lo sente come evento della storia a cui appartiene, pensare a ciò che avveniva cent’anni fa allo Smolny, a san Pietroburgo, oppure meditare sulla pace apparente del 22 ottobre nella conca di Tolmino, è materia incandescente e viva. È un guardare dentro a un vulcano che generò passioni, un insieme di braccia che presero e trascinarono la storia altrove. Nulla nasce in un giorno esatto, persino le nascite degli uomini sono convenzioni legali, ma c’è un momento in cui il presente schiocca le dita e diventa lo scollinare delle forze che hanno creato l’evento, allora dilaga la realtà e coinvolge e travolge.

Allo Smolny in una presa di potere che passa attraverso milioni di menti e di braccia, vibra e incalza la certezza che il dopo sarà definitivo e migliore per l’uomo. A Caporetto, il Kobarid di adesso, l’attesa è silente, si muove attraverso gambe e menti che si chiedono cosa sia la guerra, che speranze essa contenga, per chi e per cosa, si muore. In entrambi i casi una rotta d’un argine di certezze con qualcuno che irrompe. A San Pietroburgo, chi irrompe è la speranza di un mutamento radicale della condizione dell’uomo, di una pace nella crescita degli -e dell’uomo- finalmente libero dal bisogno. A Caporetto irrompe la volontà di un esercito avversario che vuole chiudere la partita, ristabilire l’antico ordine violato e chiudere da questo fronte una guerra che sta affamando e dissanguando i popoli dell’impero Austro Ungarico e della Germania.

Mancano due giorni a cent’anni, e se si leggono le cronache di ciò che avviene nei soviet, di come si dispongono le coscienze, le parole determinate che infiammano, mi chiedo dove sarei stato, perché questa è la domanda che pone la storia: dove ci saremmo collocati? E a Kobarid, intruppato al posto di un nonno, l’altro era morto due mesi prima poco distante, come avrei reagito alle interminabili attese di un massacro che si consumavano nelle trincee. Le scelte che ci mettono in situazioni non vissute sono solo in parte ipotetiche perché sono le nostre vite che testimoniano dove saremmo stati. Quello in cui abbiamo creduto, il nostro leggere la storia ci colloca da una parte e la rendono cosa viva, ci fanno interrogare non sul dove ma sul quanto. E ancor oggi nel misurare le speranze deluse, pongono il tema del fallire. Ricordare, celebrare per evidenziare la caduta di un sogno non la sua vacuità. A San Pietroburgo si accendeva una speranza che sovvertiva il mondo, quanto di quella speranza, in altre forme, con altri nomi e parole è ancora presente nel nostro vissuto? Quanto vige la necessità di riconoscere nell’altro diritti eguali, trattamenti dignitosi nel lavoro, opportunità comparabili, vite prive dell’assillo del bisogno materiale? E a Caporetto, in quel disfarsi della grande macelleria e dell’Italia, che trovava se stessa nelle domande, nel perché combattere e per chi, non si faceva forse un’altra Italia che si metteva assieme e rifiutava il prima, ma poi trovava in una linea di difesa i modi per essere finalmente un Paese. Come per il Comunismo bisognerebbe capire quanto c’è di San Pietroburgo nella visione personale del mondo, per l’idea di essere popolo, sarebbe necessario capire dove sia la Caporetto in noi e come essa generi una linea di consapevolezza dell’essere uniti da un destino comune. I fatti non sono mai definitivi, ma la storia e gli uomini sono costruiti dai fatti, dietro ad essi ci sono le idee, e più in basso c’è quel fondo di identità dove l’io si confonde con il noi. Ci sono i bisogni innati, la giustizia che deriva da un processo naturale e da uno di civiltà, c’è tutto questo che viene riassunto nell’appartenere. A un’idea, a un sogno, a una forza comune che evolve e che diventa più grande.

Umanità è parola femminile e inclusiva, generante storia, feconda e inesauribile. Umanità era quella che assaltava i palazzi del potere, che dilagava e bivaccava tra ori e lussi inenarrabili pensando alla propria fame trasmessa nei secoli. Umanità era quella che si difendeva sino all’ultimo uomo, che veniva vilipesa da chi era incapace di vederla, che tornava verso valle, lacera, dopo aver lasciato amici, affetti profondi a marcire nel fango. Era la stessa umanità che si ricomponeva dinanzi a un pericolo e nuovamente si riconosceva. Non per la patria e per il re ma per le famiglie, per la possibilità di avere un futuro che non fosse di servaggio. A questo servono le ricorrenze, a misurare il fallimento ovvero ciò che manca al successo, a chiedersi dove siamo adesso perché lo sappiamo dove saremmo stati allora. Servono per capire cosa ci sia ancora dentro di noi del futuro che ci attende e di cui il passato è dimostrazione del suo farsi con gli uomini. Non a caso un centenario di come mutò il mondo viene ridotto a poca cosa, bisogna togliere le punte acuminate alla storia perché non rinascano domande; la manipolazione a cui siamo soggetti è questa: non l’esame dei fatti, delle idee, non lo schierarsi per l’una o per l’altra parte, ma l’indifferenza che renda tutto obsoleto, tutto cosabile ovvero ridotto ad avere e non avere. Quando saremo solo cosa, privi di umanità, cesserà la storia. Sarà indifferente e la passione scomparirà dalle vite. Ma sono sicuro che un’idea, una bandiera comune troverà sempre chi la alza e costringe a prendere coscienza, posizione, insomma essere.

 

Riporto due ignominie di allora, ovvero come l’alto comando italiano di Cadorna cercò di nascondere la propria incapacità e di come, altrettanto maldestramente, il governo Orlando, tentò di correggere. Come a dire che le vite valgono poco solo per chi non vede gli uomini e vale allora come adesso.

Il bollettino censurato su Caporetto:

“La mancata resistenza di riparti della II° Armata vilmente ritiratisi senza combattere, o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia. Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti ad impedire all’avversario di penetrare nel sacro suolo della Patria. La nostra linea si ripiega secondo il piano stabilito. I magazzini ed i depositi dei paesi sgombrati sono stati distrutti. Il valore dimostrato dai nostri soldati in tante memorabili battaglie combattute e vinte durante due anni e mezzo di guerra, dà affidamento al Comando Supremo che anche questa volta l’esercito, al quale sono affidati l’onore e la salvezza del Paese, saprà compiere il suo dovere.”

Orlando comprese che al disastro materiale si sarebbe aggiunto quello morale per l’intero esercito e senza conoscere la verità, ben diversa da quella del bollettino, la stessa sera, fece sequestrare i giornali che riportavano il comunicato Cadorna sostituendoli con nuove edizioni nelle quali il bollettino nella sua prima parte veniva ammorbidito come segue:
“La violenza dell’attacco, la deficiente resistenza di alcuni riparti della II° Armata hanno permesso alle forze austro-ungariche di rompere la nostra ala sinistra del Fronte Giulia. Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti ad impedire all’avversario di penetrare il sacro suolo della Patria.”

Circolò anche un’altra stesura, che era nefanda per il morale e all’opposto della verità, apparve nelle edizioni di alcuni giornali della provincia o fu fatta circolare, ciclostilata, o addirittura scritta a mano:
“Per la forte pressione dell’avversario, ma più ancora per l’ignobile tradimento di alcuni riparti della II° Armata e più precisamente delle brigate Roma, Pesaro, Foggia e Elba, il nemico ha potuto invadere il sacro suolo della Patria. Che Dio e la Patria li maledicano e il fango e la vergogna li coprano in eterno”.

Di questo testo misterioso non si conosce la mano, ma di certo era ancora una volta lontano dagli uomini e vicino al potere.

con fusione

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Le parole sono liquidi insufficienti, si plasmano all’interno di contenitori oppure si spandono. Dilagano inghiottite da tutti i ricettacoli che le portano altrove. E si sporcano. Possono essere gettate in avanti, in faccia, trattenute, le parole. Possono essere comprese in silenzi, espresse dalle mani, dagli occhi, dal muoversi del corpo. Quando esse diventano segno, attribuiamo loro un compito immane, ovvero quello di suscitare emozioni, trasmettere concetti, essere verità. In quel momento diventano parziali, insufficienti e reticenti, quasi sempre falsificanti. Non sempre accade, però le parole e i segni prendono la mano. Si deve finire un discorso, la sintassi ha una sua condizione costrittiva, i lemmi a disposizione hanno più significati che verranno corretti e precisati da ciò che precede e segue. E l’intuizione fa i conti con la verità della forma, sottrae energia alla sostanza per descrivere, suscitare, convincere. Un bacio è molto più esplicito e coinvolgente del dirlo, ma se devo descrivere un bacio, se voglio virtualmente darlo, o c’è un patto del silenzio tra chi lo riceve con me, un sentire così comune che non ha bisogno di parole, oppure devo circostanziare. Per questo i baci bisognerebbe darli più spesso di quanto si raccontino. E così la tenerezza, l’amore, il bene. E lo stesso vale per le parti oscure delle emozioni, per la collera, il disprezzo, l’indignazione, l’ira. Ma mentre il sentire e l’intuito sono emendabili e transitori, le parole restano, scavano, diventano atemporali. Riferiscono di un momento o di un tempo in cui avevano quella forza che si è tentato di descrivere, ed è il loro ossificarsi, diventare sasso. La parola scritta non fa eccezione e solo il vorticare, la marea del dire, diluisce il liquido, ne toglie il profumo. Come a dire che a parlare e scrivere poco, non molti riescono e se dicono una verità nel suo farsi ed evolvere, allora bisognerebbe ascoltarli con attenzione, perché sotto ogni parola, ogni gesto, ce ne saranno altri mille contenuti e pronti ad essere dati. E il con fondere diviene un fondersi assieme. 

incerta la fredda stagione

Intanto dissemina foglie e piccoli rami,

ma è incerta la fredda stagione.

Aggiunge lane sui corpi,

aggrega a crocchi sotto le luci,

in disparte, ma poco, una coppia si bacia,

stringe e non basta,

cerca, si ferma, indecisa,

poi s’allontana nella fretta d’un pensiero che cresce,

mentre attorno scosciano voci, accenni di canto: 

colpisce il ricordo, si esalta il colore della sera,

e nel cuore si conficcano parole

che vorrebbero ascolto mentre si fanno tra labbra

sono fruscio di foglie che ondeggiano,

e cadendo poi mulinano in vortici

nell’ irrisolto ancora tiepido vento.

il diritto a una storia

Quattro mesi fa, per il mio compleanno, ho raccolto una serie di scritti che avevo pubblicato su questo blog e ne ho fatto un libretto, senza velleità letterarie, da regalare agli amici. Era un riassumere impressioni e ricordi, neppure i più rilevanti, ma quelli che avevano a che fare con alcune parti della mia storia. Bisogna insistere su questa parola: storia perché vita spesso si riempie di connotazioni esterne, quasi un subire ciò che accade anziché esserne protagonista. Per mia fortuna ho conosciuto non poche persone portatrici coscienti della propria storia e non occorreva andare a chissà quali celebrità, anzi, erano persone singolari che sceglievano e conducevano una storia che assomigliasse a loro. Per quanto possibile. Non accade così a tutti in amore, ad esempio, dove le scelte diventano futuro, dove ci si radica dentro per decidere e alla fine quello che ne esce coinvolge non poco le vite. Quindi il creare la propria storia è di tutti e la scelta è tra il lasciarsi decidere da altri oppure procedere in proprio. Questo conta poco per la felicità, per il successo, ma un merito ce l’ha, ovvero quello di avere una storia. Riflettevo su questo dopo aver legato un commento a quanto scrivo con un pensare alla mia storia. Il commento, riferito a quel libretto, parlava di una malinconia soffusa. Poi i termini si attenuano, la malinconia può diventare gentile, pensierosa, contorta, leggera. Insomma gli aggettivi rifuggono dagli ossimori che invece esprimono bene le dualità che possediamo e che il mondo esterno tende a semplificare. Mi sono chiesto, ma la mia, seppure aggettivata, è una storia malinconica? È il dis farsi delle cose che prevale? Oppure il senso dell’incompiutezza che impedisce di accogliere il momento? E in questo analizzare sono giunto a una conclusione che ha tutti i pregi del dubbio: la mia storia è fatta di momenti malinconici e di scelte dovute, di allegrie inconsulte e di gioie meritate, di errori madornali e di intuizioni felici, di permanenze fortissime e di oblii misericordiosi. E potrei continuare parlando della ricerca della leggerezza, della fortuna della memoria, dell’intuizione e dell’analisi di quanto si vede in uno sguardo largo. Potrei dire delle insoddisfazioni e dei fallimenti, ma questo offuscherebbe il molto che mi è stato dato, le esperienze scelte, le radicalità e le mediazioni costruite. Insomma ne verrebbe fuori una storia parziale, questa sì immeritata. Quindi rassicuro me stesso: la mia storia non è malinconica, ha l’allegria e l’ironia che l’accompagna, cerca la felicità anche quando si rende conto che essa è transitoria e difficile, persegue la leggerezza e l’inutile mentre si dà da fare con la concretezza e la dura lezione del reale. Nessuno di noi, penso, si merita una storia parziale, ha la propria. E in qualsiasi momento di quel lasso di tempo in cui siamo senzienti, e che chiamiamo vita, può decidere, fare, prendere una strada anziché un’altra, sapendo che può costruire qualcosa che nessun altro potrà fare e che lo riguarda così da vicino che è meglio gli assomigli. Ecco, questa è la propria storia e in fondo possiede tutti gli aggettivi e non merita giudizi, ma solo allegra consapevolezza d’aver vissuto e voler vivere.

21 settembre e oltre: diario d’una settimana d’autunno

 

 

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Questo post si costruirà giorno per giorno in una settimana particolare, quella dell’equinozio d’autunno. Saranno osservazioni sparse, una sorta di diario in cui mettere ciò che mi colpisce e che si lega alla mia storia, quindi sarà una lettura lunga e noiosa per ripetitività, ma la vita è così e rileggersi fa bene per capire quanto e come lo sguardo si muova davvero attorno.

22 settembre

Ogni anno qualcuno festeggia in questo Stato fariseo e baciapile, dove le elezioni si vincono o perdono in Vaticano, la breccia di porta Pia. Ho il dubbio che non sia stata l’Italietta dei Savoia ad annettere Roma e lo stato dei Papi, ma viceversa, e allora cosa c’è da festeggiare se non il fallimento dello stato laico?

Sul balcone di questa casa in cui sono ospite, giustamente non c’è una bandiera ma un vaso che ospita del basilico dalle foglie minuscole e dall’intenso profumo, dispensa molecole di bellezza attraverso il vento che lo agita e che si insinua tra i suoi rami. Sullo sfondo un immenso muro di mattoni e tufo con una finta finestra e sopra il cielo, ora azzurro, ora scuro di nubi dense d’acqua. Questa pianta è un insieme di pensieri che vanno dall’elargire, alla forza dell’indifferenza, e nessuno di questi pensieri si conclude in cambiamenti di paradigmi. Il paradigma è quanto di più simile ai pensieri ossificati conosca, fondamenti che attendono pazientemente d’essere contraddetti e nel frattempo divengono comode abitudini da non discutere. La vita è fatta di paradigmi e intime insofferenze come se la sconsideratezza del cambiare dovesse sempre trovare una ragione superiore che le impedisca di farlo, e se questo genera l’ inquietudine, solo chi ama molto riesce a scordare. Intanto il basilico s’agita e sciala la sua anima, come usano fare i pazzi e i poeti, regalando sorpresa alla vita.

In Catalogna ribolle la richiesta di autonomia dalla Spagna. I catalani mi sono simpatici, non so se abbiano ragioni sufficienti ma se per i matrimoni si è riusciti a superare il vincolo dei patrimoni, perché non dovrebbe accadere per gli Stati? Dicono che valga il principio di una redistribuzione della ricchezza entro i confini di quel corpo che si chiama confine di stato, penso che il problema della ineguaglianza non lo affronti davvero nessuno e tantomeno gli Stati che si sono formati, in forza di conquiste o convenienti matrimoni, piuttosto è un problema di un potere che si pensa più forte, non in ragione del consenso ma della dimensione geografica. Un concetto arcaico, uno Stato che possegga molta tecnologia, un uso sapiente delle sue risorse, una gestione accurata dei problemi e dell’amministrazione dei beni pubblici ha molto più potere e durata di uno stato che è solo un corpaccione su cui si alimentano furbi e corvi. Basta guardare l’atlante dell’ultimo secolo per vedere quanto siano mutati i confini e l’idea di futuro dei popoli. Insomma se esiste un problema, esiste una soluzione che può essere contrattata, altrimenti le posizioni esacerbano e ciò che era una collaborazione su nuove basi diviene divisione e odio. È la democrazia, bellezza, non sempre è un prato su cui riposare.

Stamattina ho camminato tra strade incongrue, determinate da antiche speculazioni edilizie. Nei varchi, tra le case, si vedevano sfondi di muri e terrazze con l’incuria che accompagna la bruttezza. Questo quartiere ha meno di un secolo eppure è un fagotto di case in cui si trovano a loro agio etnie differenti, lingue e culture diverse. In fondo sono loro che hanno dato un tono e un’identità che superasse la borgata, e se mancano servizi decenti, se tutto s’accumula come la spazzatura sui e fuori dei cassonetti, è quell’esercizio del potere distratto, incapace e interessato all’ altro, che va sotto accusa, ma questo potere è il terminale di altri poteri che non erano dissimili in passato e allora bisognerebbe che chi costruisce le opinioni, osservasse la realtà, e proponendo critiche e soluzioni facesse davvero il suo mestiere e non rilevasse il dito ma la luna che esso nasconde.

Il fatto è che dopo oltre un secolo e mezzo, l’Italia laica è muta e quella farisaica e baciapile trova sempre un compromesso per non mutare natura.

23 settembre

Attorno, per le strade, c’è un disordine del cuore. Non ci sono argini, penetra nei vestiti, resta appiccicato sotto le scarpe, vorremmo si fermasse sulla porta di casa. Anche per questo togliamo le scarpe, per sentire un qualcosa di nostro, una consistenza diversa: la natura viene dal pavimento, ci pare, ma la membrana osmotica che impedisce al disordine di entrare ha larghi buchi e cosi, in piedi o sdraiati mentre pensiamo d’essere salvi, un dubbio ci percuote in un momento incongruo: chi c’è là fuori?

Di allegria dovremmo discutere non di esorcismi, di risate che seppelliscono il potere di chi si sostituisce all’immaginazione, la mortifica. Non capisci che vorrebbero un mondo grigio in cui tu possa dipingere solo con i colori che ti vengono venduti? Un mondo in cui lo scandalo delle strade sconnesse, della spazzatura che si insinua negli angoli, dell’ incapacità di rispondere alla vita degli esseri umani sembri solo un prodotto del caso e della necessità. Quando i bersaglieri superarono Porta Pia mica sapevano che quella porta confinava un potere che sarebbe dilagato, e non è colpa della chiesa o degli epigoni di un messaggio che era radicale e parlava d’altro, ma di chi si serve di questo per entrare nelle coscienze, per dire che non esiste responsabilità, che si può accettare l’inaccettabile e sperare, che qualcosa o qualcuno ci metterà una pezza. La vera differenza tra uno Stato che si costruisce è uno che si disfa è la cura con cui esso ascolta e provvede. Non assolve e spera, ma  ascolta e provvede.

A volte vorrei che la naturalezza buona del basilico che elargisce e non si cura di chi aspira il suo profumo, fosse nella nostra anima profonda e diventasse cura gratuita, indifferente di chi ne fruisce. Cura che trova necessità nell’essere e nel divenire, cura che accomuna, tiene assieme e indica regole, raccoglie una carta buttata, rende lindo un marciapiedi perché è naturale, è bello e basta, e di questo costruisce un substrato di felicità possibile.

oznor

 

24 settembre

Ieri ho incontrato Gianni Cuperlo in stazione, aveva il sorriso e la cortesia che si manifesta quando l’interlocutore sta in quella zona della mente in cui c’è il conosciuto ma non ancora l’identificato. Poi ha detto che andava a Imola, gli ho risposto che speravo fosse Trieste la meta. Mai come ora, in Friuli, la sinistra è stata priva di città da governare, di idee per il futuro da mostrare, di uomini che divengano simbolo di un fare politica che nasca dal basso. Ci siamo salutati con l’arrivederci che si riserva alle battaglie comuni. Avrei dovuto dirgli che il pd mi è distante, che non vedo salvazione in quella chiesa. Così, come per ripetere un antico adagio che tiene unite le parti e il peggio che esse contengono: extra ecclesia nulla salus, ma se l’ecclesia fomenta la contraddizione, annulla la critica e il futuro condiviso cosa resta di questa parola? Davanti a fatti importanti e decisivi che il mondo ci getta addosso servirebbero menti forti, spiriti indomiti e zeppi di futuro, disinteresse per il sé e amore per il noi. Questo sarebbe poi il ritratto degli statisti se si unisse pazienza, principi fermi e prudenza, ma non è così e molti si accontentano di ciò che trovano tra le pieghe di un discorso. Non è il caso di Cuperlo, abituato a leggere il presente e capirne la direzione. Mi chiedo erò perché quando eravamo nello stesso partito, nelle conclusioni arrivasse ad un penultimatum, come a dire che non ci si può staccare ed è meglio attendere che qualcosa mostri l’evidenza. Non è accaduto e lo vedo solo, mi spiace per lui e per la sua grande intelligenza non apprezzata nella corte dei consenzienti.

Fuori  c’era la grande stazione con un fuorilegio di pareti vetrate a specchio, la parte in basso rifletteva alberi e piccole case, un cavalcavia malmesso e intasato, come a sancire un confine tra un dentro luminoso e impenetrabile e un fuori che si alimenta di quotidianità, di autobus affollati e pare, frequentati da abbonati, perché sul mio in circa 40 persone solo in tre avevamo fatto il biglietto. Ma poi a sera le persone, escono da dietro lo specchio, percorrono quelle strade, vedono i cavalcavia sconnessi, sentono l’incuria e la sporcizia che si appiccica. Non c’è una bellezza che riscatti l’affollare senza regole, lo strombazzare dei clacson, i cartelli che annunciano pizzerie e pasti a basso prezzo sovrapposti e sguaiati, e come si può vivere bene nella città della bellezza se questa è diventata orpello, se s’è nascosta, se si offre al turista con la sciatteria del tutto permesso perché in fondo ciò che resta di bello è comunque unico.  È imbarazzante credo, la vita dell’archeologo, se scopre qualcosa sa già che finirà sepolta oppure in magazzino, perché non c’è modo di proteggerla. In fondo ciò che si vede è la pornografia del bello ovvero ciò che non ha sentimento per la sua nudità. Poi di notte tutto dirada, le pietre illuminate prendono un altro spessore, nulla è aperto, ma ciò che si vede riacquista l’umanità che aveva perduto e si può pensare che infinite vette di passione e di amore declinato sino all’odio, si sono svolte, hanno creato, provocato le vite successive. Ciò che ci si mostra è un segno che attende d’essere decifrato, riportato in quella modernità che nessuno o quasi più indaga. Siamo lettori distratti di segni e ci accontentiamo di rimasticature facili del vedere. Come non avessimo occhi e intelletto.

 

25 settembre

Portici e percorsi in cui le auto rispettano chi va a piedi sono un segno di civiltà. Magari è l’affermazione della gentilezza di chi può, ma come distinguerla dalla comprensione del forte verso il debole? Se ne prendono i frutti e li si consumano assieme, questa è la civiltà. Da ieri sera si susseguono le valutazioni sul risultato delle elezioni in Germania. Qualcuno festeggia, ridurre l’alterigia di chi ha dettato le regole per anni procura una intensa soddisfazione. Eppure Frau Merkel è stato un punto di indipendenza e di dignità per l’Europa, si è comportata con i potenti della terra senza timore. Da ultimo Trump non è stato risparmiato nel suo sguaiato mettere i piedi nel piatto altrui e rimesso a posto. Ha svolto un’azione di equilibrio che credo continuerà a svolgere anche con una diversa alleanza con i Verdi e i Liberali. Ho una qualche conoscenza dei Verdi tedeschi, avendone frequentato una roccaforte, Friburgo, e il suo Sindaco. Sono persone determinate e coerenti, che portano avanti una politica alternativa, non necessariamente di sinistra, ma attenta al futuro del pianeta. In questo casca l’asino italiano che non ha saputo far evolvere, né un movimento verde che fosse consistente, né una sinistra verde che nell’alternatività dei modelli economici trovasse un nuovo umanesimo da perseguire. Eppure siamo un Paese squassato dai problemi ambientali. Fa pena la polemica tra governo e regione veneto sui PFAS, sapendo da anni qual è l’industria che li produce, dove, e come continui a sversare nelle falde. Tutto ciò è avvenuto, come per le banche venete, sotto gli occhi della politica che non è intervenuta ma anzi è stata il luogo in cui l’intraprendenza e i successi sono stati vantati come una identità collettiva. Questa identità porta a far denaro a scapito della salute, a spese dei più piccoli e non solo non è identitaria ma è parte di quella visione di rapina che caratterizza il mondo dell’economia senza regole né etica. C’è una responsabilità che nessun codice penale persegue ed è quella che fa compartecipe chi governa del proprio territorio, del suo benessere, della sua evoluzione. In questo l’autunno del positivismo e dell’età in cui tutto era possibile si consuma e coincide con questo autunno. La sinistra ha il compito di risollevare le bandiere dell’eguaglianza, dell’equità, della legalità, della solidarietà, gettate nel fango da tanta ignavia consumata in questi anni. Se la sinistra in Europa cerca affannosamente modelli e speranze in qualche successo elettorale sbaglia di grosso perché è dentro di sé che deve cercare le proprie ragioni di esistere, vedere i problemi nella loro realtà e dimensione, non aver paura di dire e di opporsi, fornire un futuro possibile e migliore alle generazioni attuali e future. Già il fatto che si dia per scontato che i nostri figli e nipoti vivranno peggio dei padri non è sinistra, ma accettazione della logica che per pochi eguali servono tantissimi diseguali e sofferenti.

Capisco che queste note sono poco allegre, che in esse si prefigura fatica e impegno. Capisco che nella visione del mio piccolo mondo vedo ciò che stride, ma a valorizzare ciò che è buono, ciò che lotta ci pensa la speranza e forse la testa di ognuno. Attorno ci sono bellezze inenarrabili, uomini forti, speranze che crescono eppure anch’esse soffrono di un isolamento senza pari. Faticano a contaminare e non divengono movimento, parte buona del cambiamento. Il capolavoro dell’unica ideologia rimasta: il capitalismo, è stato quello di far credere che da soli è meglio, che il successo non si possa condividere, la ricchezza non sia spartibile. Ha proceduto, e procede, per cooptazione ed espelle gli inadeguati. Si mostra, attrae di luccichii e di immortalità presunte chi vede, ma è un mondo chiuso che non pratica la pietà e l’umanità. Sono passato da una città all’altra, vedo più cura nella mia, strade asfaltate di fresco, maggior rispetto delle regole, eppure gli uomini non sono differenti e le menti sono rigorosamente chiuse. Fa sorridere la chiusura delle feste di partito di ieri, ciascun leader ha rivendicato un primato per governare il Paese, ma nessuno ha detto che lo farà mettendo assieme le persone. Nessuno ha sostenuto la necessità di una maggiore unità per uscire dal pantano in cui ci troviamo. Forse era emblematico che il segretario del maggior partito riformista parlasse da una festa che curiosamente portava il nome del giornale che ha lasciato fallire e chiudere: l’Unità. Quella parola dovrebbe essere declinata appieno perché solo essa serve e invece viene usata come una vestigia del passato. Che tristezza.

sdr

26 settembre

Sceglievano i sassi con dimensioni più o meno uguali e colori da armonizzare dal chiaro allo scuro, li prendevano da largo secchio di ferro, da muratore. Stavano seduti su uno sgabellino bassissimo e con una sola gamba centrale. Prendevano il sasso, ne studiavano la forma per un attimo e poi lo infilavano in un letto di sabbia grossa stesa sulla terra lasciando attorno, un filo di spazio che sarebbe stato riempito ancora con sabbia e argilla macinata. L’avrebbero sparsa alla fine, col gesto del seminatore, né troppa né poca, ma intanto con un martello strano, quasi una piccozza, spingevano il ciottolo a fondo, fino a incontrare la terra sottostante. In cinque anni li ho visti una volta aggiustare la strada davanti alla scuola, facevano lavori che duravano nel tempo. Quella stessa strada ha ancora i sassi passati per quelle mani antiche. Non l’hanno asfaltata ed è una delle sue bellezze. Le altre sono il nome, Agnusdei, le case, che seppure rimodernate, sono quelle di un borgo del centro, la scuola, grande, che occupa quasi tutto il lato destro della strada. Di fronte alla scuola c’è il cancello dell’asilo Montessori, si sentono le grida gentili dei bimbi che giocano, le corse sulla ghiaia, mentre dalla scuola viene il silenzio delle prime giornate dell’anno scolastico. I finestroni hanno ancora gli stessi infissi di legno, c’è il tasso da cui sognavo di ricavare un ramo per farne un arco, l’ampio androne con la scalinata. Ora è una scuola media, con qualche classe di liceo, segno che la buona scuola non è ancora arrivata a dipanare i grovigli degli spazi. Era una elementare di città, importante quanto basta, frequentata dai figli di una società commista: professori universitari, impiegati, artigiani, operai, poveri senza lavoro. La scuola iniziava ad ottobre, noi che abitavamo vicino ci aggiravamo attorno con fare strafottente per scacciare il timore di quelle aule e per capire come sarebbe stato poi l’inverno, il chiuso, il peso di una disciplina rigorosa. Non credo che la scuola fosse davvero meglio allora, c’erano insegnanti dotati per il loro mestiere, altri meno, però lo standard era alto. Quello che in realtà differenziava era l’approccio, la classe correva con i primi e il resto si perdeva per strada. C’era un senso diffuso d’indifferenza di chi eravamo in realtà, o meglio di chi potevamo essere. La scuola riproduceva, figliava una seconda volta i pargoli dei professori, degli impiegati, degli artigiani, degli operai. Dei poveri proprio non si curava se non attraverso una mensa a mezzogiorno, che assicurava loro un pasto caldo e alla scuola un perenne odore di minestra di fagioli e patate. Camminando su quei ciottoli fatti per le ruote dei carri, pensavo che la scuola dovrebbe essere la maggiore preoccupazione di uno Stato, il tesoro da cui attingere il futuro e quindi da amministrare con dinamica attenzione. Fissato un impianto giuridico, che significa avere un fine preciso, costruire un edificio in grado di dare ciò che ci si attende. Ma cosa si attende dalla scuola? Che essa crei cittadini amanti del sapere, attenti alla legalità, in grado di applicare a se stessi e agli altri, quando ne avranno modo, quei principi che tengono assieme lo stato e che vengono racchiusi nella carta costituzionale. Uomini, liberi, rispettosi delle leggi, solidali, amanti della conoscenza. Se questo è il fine, ciò che ci sta attorno testimonia un fallimento, forse non della scuola ma della sua importanza. Ecco, credo che relativizzando la scuola, rendendo soli i bambini e poi gli uomini, creando una competizione basata sul possesso materiale, nessuno di quei principi immateriali di cui sopra dicevo, diventa reale. La scuola fallisce perché lo Stato, la società, la negano nei fatti. Le tolgono l’autorevolezza, la rendono un rito di passaggio, anziché essere lo strumento che permetterà poi di discutere, di edificare, di controllare il proprio destino, insomma l’essere individuale e collettivo.

I miei sono pensieri datati, come il mio corpo, come gli occhi che guardano quelle finestre grandi e vedono altro. Come i sassi che percorro volentieri in questa giornata settembrina di sole e di aromi ormai estenuati. C’era il basilico nella terrazzetta di casa, l’odore dei quaderni e della boccetta nuova di inchiostro: blu royal. C’erano voci che sono solo dentro di me e il cuore si stringe. Poi accelero il passo perché non va bene che ti venga chiesto cosa ti commuova.

27 settembre

Infilata tra la campana della raccolta vetro e un muretto, c’è una testiera d’un vecchio letto da una piazza e mezza. È di legno impiallicciato, fatta tra le due guerre, o forse prima. A fianco le stanghe che coprivano la rete. Alte come si usava un tempo perché sui letti si saliva più che buttarcisi. La testiera è in buono stato, con preziosismi d’intarsio e traforo, il legno è stato piegato col vapore per simulare la piccola onda che poggiava al muro ed era destinata a sorreggere il secondo cuscino, quello alto, per leggere o respirare meglio. La piediera si intravvede seppellita dalle stanghe e ripete in modo più semplice e simmetrico la testiera. Era un letto comune nelle famiglie borghesi, riservato ai parenti rimasti zitelli e agli ospiti. Non un lettuccio ma neppure un matrimoniale, perché anche nelle famiglie allargate c’era una gerarchia. Era il king size degli inglesi, forse più abituati ai zitellaggi maschili. La provenienza del mobile si vede in una casa in restauro, poco lontana, un tempo i muratori portavano a casa il legno per bruciarlo, ora con i riscaldamenti centralizzati sarebbe un inutile “intrigo”, come ben esprime il dialetto e quindi l’hanno sistemato vicino al cassonetto. Però non finirà in discarica, a notte, prima che passino i mezzi della nettezza urbana, vedo spesso una prima raccolta di “rifiuti” interessanti che finiscono su camioncini di rumeni o moldavi. Recuperano, rimettono a nuovo oppure portano direttamente nei mercati del bric a brac, per offrirli a signore interessate e finti esperti compassati, in cerca dell’affare. Accade anche con i libri, con cartoline e corrispondenza che emergono quando liberano soffitte o case da quello che un tempo era simbolo di conoscenza e affetto. E i collezionisti scartabellano tra mucchi di carte, valutano rilegature, leggono lettere e buste di persone che forse non avrebbero gradito tanta attenzione, cercano tra le fotografie qualcosa che poi sarà messo in una raccolta o ancora rivenduto. Una volta al mese si scatenano i cercatori d’affari e meraviglie e neppure si pongono la domanda da quale discarica d’affetti venga il pezzo raro che hanno tra le mani. In questa terra in cui spesso si sono smarrite le memorie, oppure non ci sono proprio state, per i nuovi benestanti spesso non è conveniente cercare in casa chi c’era davvero prima e così ho visto fotografie spacciate come foto d’antenati, mobili restaurati e palesemente falsi, il tutto ficcato in un presente opulento e farlocco che voleva rispondere alla necessità che ci fosse un onorevole prima. Spero che questo aiuti il gusto della memoria anche se parte da storie approssimative. In fondo il gusto di alterare il passato è connaturato con l’uomo, mi basta si trasmettano i brandelli di un ricordo apparentemente povero, perché nel culto del presente non siamo nessuno, neppure il prodotto delle nostre fatiche se manca il contesto.

28 settembre

La stagione muta i colori, cominciano le tinte calde che colorano in un ultimo sforzo vitale alberi e strade. Nessun colore è come prima e neppure il tempo ovvero la vita ha gli stessi modi di attendere. Lo vedo nella differenza tra il giallo e il verde che si manifesta sul balcone: l’elicriso perenne ha ripreso il suo colore dopo essersi estenuato nei fiori e nel profumo, mentre il girasole si spegne con la stagione. Due diversi modi di durare e di essere e dell’uno e dell’altro c’è insegnamento sul tempo. 

Ha chiuso la furiosa estate il girasole 

e mentre l’elicriso ritrova il suo verde senza fiore,

il giallo dei grossi fiori s’è mutato in bruno.

L’elicriso ancora spande liquerizia,

imbeve le ore del meriggio,

e dialoga con l’aria,

accanto ascoltano e guardano, gli steli del lungo girasole: 

ora piegano il capo che non pensa al corpo,

e in quell’esile verde si consuma il loro tempo, 

ma altro si prepara, e dopo la caduta, una nuova vita.

Basta attendere, non è ora,

ma i semi sono sulla terra,

penserà ad essi l’acqua,

Il freddo che sminuzza piccole zolle,

la mano che li ricopre e aspetta,

mentre il vicino verde e la liquerizia

risplendono negli ultimi soli. 

 

oznor

 

Si chiude un pezzo lungo che è partito in un luogo e si è svolto in spirale sino al balcone: equinozio, il giorno ha la stessa lunghezza della notte. Ora già non è più così e mentre ora il tempo sembra ridurre le occasioni, a noi è data la possibilità di guardare cosa attendiamo, quale giorno vorremmo, cosa siamo stati e come vorremmo essere.

11 settembre

L’aereo non atterrava, nella mattina di luce,
volteggiava tra Roma e il Tirreno,
a terra venne il buio, ma per ciascuno a modo suo.
Molti anni prima, qui era sera,
ma lo stesso giorno, di mattina in Cile,
e anche allora ci parve che morisse un mondo.
Un altro mondo,
non quello che ora scinde l’inquietudine e l’attesa,
di chi e cosa, bene non si sa,
ma l’11 settembre chiede dov’eravamo e dove saremo.
E l’inquietudine storce le bocche
scuote capelli e teste,
non nobis Domine non basta più,
dove siamo noi quest’oggi?

non possiamo essere diversi da ciò che siamo

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Stasera c’era una luna incredibile in cielo. Incredibile perché inattesa. Era grande, appena gialla, con le tracce dei crateri. Era sopra la basilica, poi sopra una statua, ancora sopra una giostra con i cavalli e le carrozze. Una giostra illuminata, di quelle antiche, dove i bimbi vanno finché non hanno gusti inutilmente forti e condizionati da mode, finché sanno ridere per un apparente nonnulla e non si sforzano. Era una giostra in cui a volte c’era qualche bambino piccolo con la mamma o con il nonno. I padri sono ancora a lavorare la sera e arrivano stanchi a casa: non amano le giostre come i bambini e così la giostra è sempre semivuota.

La luna era inattesa e grande, come la sera che calava dolce. Ed era dolce davvero perché l’aria non era più né calda né troppo fresca, non ancora. E le persone stavano sedute sui muretti, nei bar che sono sul corso o che guardano il Prato, e mangiavano o bevevano quieti, come si fa quando si vuole stare con una persona e si cena o si beve assieme, ma senza uno scopo vero perché ciò che importa è stare assieme.

Non possiamo essere diversi da quello che siamo, non possiamo fingere e adeguarci, e sottometterci o urlare sempre. Non possiamo e se guardassimo davvero dentro a quelle tracce che chiamiamo pensieri, se li liberassimo dal ragionamento resterebbero due poli: una grande immensa solitudine e un immenso grande amore che attende di avere un ponte. Per colmare la solitudine, per diluirla, per cancellare l’urgenza delle risposte e affievolire le domande.

Non possiamo essere diversi da ciò che siamo davvero, per questo la luna era incredibile, le parole usate per giustificarci non uscivano ed era chiaro che dobbiamo cercare dentro altre solitudini le parole che servivano. Che ne faremo di noi se tutto ciò che abbiamo è una giustificazione a non essere, un chiedere scusa e un prendere a prestito parole che non hanno consolato.

La luna era un ponte fragile di meraviglia tra una solitudine e un bisogno d’amore. E continuava a sorgere stasera, ed era grande di sé, attirava gli sguardi, forniva materia per qualche parola che aggiungesse dolcezza ai discorsi, al parlottare, persino ai silenzi che s’arrampicavano per scavalcare ostilità radicate, aggiungeva un punto di tregua. Era un dirsi sapendo troppe cose e così solo i bambini la guardavano davvero incantati, ma per poco prima di riprendere un gioco, una domanda, una corsa, o un giro di giostra su un cavallo di cartapesta. Loro, i bambini, sono abituati alla meraviglia e ancora non sono diversi da quello che sono e magari sono tornati dal mare, o sono rimasti a casa, e gli è sembrato naturale perché sono ancora bambini.

Non possiamo essere diversi da ciò che siamo e non possiamo far sempre tacere il bambino che è in noi, per questo guardavamo tutti la luna e lasciavamo che entrasse dentro, e lei entrava, girava con la giostra, addolciva i discorsi, gettava un ponte che faceva sognare.

la memoria dell’aria

Che sarà rimasto dell’impronta del corpo davanti al quadro di Bridget Riley?

Gli atomi e le molecole d’aria per accoglierlo si sono spostati, dei neutrini l’hanno attraversato indifferenti, qualcuno si è messo un po’ a lato e ha intrecciato le aure. Ma senza volere.

E del vedere che ha prima scrutato e poi cercato, è rimasta solo l’eco e l’impressione d’una vibrazione che si trasformava?

C’erano voci attorno. Alcune normali, altre sussurrate, avranno spinto l’aria addosso. Senza sapere hanno accarezzato un timpano e gli abiti che si muovevano, ma anche il viso e il collo d’uno sconosciuto.

E del viso che s’è girato, degli sguardi incrociati, dell’attenzione momentanea che ha trovato un particolare che stupiva, cos’è rimasto?

E mentre il quadro, lui fermo, faceva muovere piano i corpi eretti, piegava con gentilezza le teste, generava pensieri che cercavano appigli di conosciuto, lo sapeva che pian piano stava diventando un foglio su cui ciascuno scriveva con caratteri solo a lui conosciuti, che ne dipingeva un lato, che metteva sul bordo l’impressione sopraggiunta e che infine lo lasciava cadere volteggiando nella pila di fogli della sua memoria?

Poi il corpo si muoveva, gli occhi cercavano di essere sorpresi e occupavano nuovi spazi mentre vibrazioni, atomi rimescolati assieme a pulviscolo danzavano. Era la memoria dell’aria che finiva in uno stipo dell’universo dove tutto il possibile di quel momento si archiviava in attesa di un nuovo presente.

E il corpo era parte di quel possibile che coincideva con una delle infinite bellezze disponibili.