Sta arrivando il temporale. Dal bianco lontano il cielo si sovrappone in dense nubi che infittiscono nel grigio.
Per radio leggono Oblomov. C’è un’ indecisione malinconica nelle parole intrise di mute possibilità perdute. Emerge l’ansia di Stolz per la felicità di Olga: sente che sarà felice se la felicità è di entrambi. Oblomov è distante, le vite si sono svolte e accontentate. Così in quella preoccupazione di Andrej per quel passeggiare muto, per le verità inespresse e temute, una frase di lei, si fa carico di entrambi e rimette ordine nei cuori ansiosi: Infelice? Sì, io sono infelice perché sono troppo felice.
Convincersi del bene possibile come esso fosse assoluto. E farsene una ragione come accade quando la ragione e il cuore non trovano accordo con un’altra ragione e un’altro cuore.
Nel cielo grigio ora ci sono canti d’uccelli e quiete. Brontolii di tuoni e un piccolo vento fluisce morbido come carezza tra i capelli e muove il folto oleandro della casa a fronte. La campana chiama alla sera, ma suona poco, prima di diventare anch’essa vibrazione di silenzio.
Modesta riflessione per il Presidente del consiglio:
A Napoli ci sono due gestori per due linee di metropolitana: uno sono le ferrovie dello stato con svariati tipi di biglietti, prezzi e scadenze. L’altro è una municipalizzata, l’ANM che gestisce due linee. I biglietti dell’uno non valgono per l’altro.
Oltre a questi gestori esiste la Circumvesuviana, la Napoli- Giugliano-Aversa i cui gestori confluiscono nell’ente autonomo Volturno e la tariffazione è gestita dal Consorzio unico Campania. Comunque Wikipedia può chiarirLe la situazione e non mi permetto di insistere sui particolari.
Le faccio questo esempio che è uno dei tanti esistenti, a nord come a sud, (e penso che anche Ella potrebbe raccontarne di ‘belle’ per Firenze e la Toscana) per chiederLe una fugace riflessione su cosa significhi per il cittadino cambiare verso. A mio avviso significa avere una vita che rispecchi nella cosa pubblica, la semplicità, che gli dia la percezione che non si buttano i soldi inutilmente, che gli faccia tener a mente la distinzione tra utile e inutile, tra equità e privilegio, tra passato e presente. Le dico questo perché ho l’impressione che si stia applicando il principio che il cambiamento inizia da dove c’è meno resistenza, che le cose vere da mutare siano inalterate, che, ad esempio, non sia mutato nulla nelle grandi articolazioni della macchina pubblica. Quella con cui il cittadino si confronta giornalmente, imposta la propria vita in un insieme di certezze che alla prova dei fatti non sono tali. Sono esperienze che fanno perdere la nozione di collettività, che tolgono la sensazione di essere dalla stessa parte, come Ella spesso ci ripete, ma invece radicano l’impressione di essere sudditi. Se il pesce puzza dalla testa, da noi, purtroppo l’odore si è diffuso. Gli elementi che hanno contribuito sono in sostanza due: il potere esercitato sempre e ovunque, e il suo antidoto, il privilegio che permette di temperare il potere, opporre una diversa legalità. Tutto ciò, come Lei ben sa, è inefficiente e costosissimo. Allora le chiederei di cominciare questo mutamento del Paese proprio dalla parte difficile, cioè l’inefficienza e il privilegio. Di far sorridere il cittadino assieme alle sue Ministre, che vedo trionfanti perché passa la legge elettorale o la riforma del Senato e della Costituzione. Attendo assieme a molti altri, ben più di quel 40% di cui parla l’Italicum, che questo cambiamento di verso inizi davvero, perché vede Signor Presidente del Consiglio, io voto ogni 5 anni, ma vivo ogni giorno e vorrei vivere meglio.
p.s. Io sono sereno e attendo il cambiamento e Lei ?
Ad un certo punto è finito tutto, la batteria della reflex, lo spazio sul telefonino, la voglia di fotografare. E la processione intanto si snodava tra le strade, suonavano le bande, i gonfaloni oscillavano e c’erano mille visi da guardare, da sentire. E io avrei voluto fermarli tutti nella memoria.
Se voglio vedere la dimensione della folla, la devo cogliere come tante singole persone. Vederla come insieme sembra acefala, indistinta, priva di spessore e d’intelligenza, al più fa paura, ma se la vedo nei singoli, allora sento gli odori, la ressa, la fatica, il sudore. Se ho una macchina fotografica la dirigo sugli sguardi che non vedono, sulle facce immerse in se, sulle parole che concitano, sulla distrazione e l’attrazione che s’inseguono, ma mi accorgo che l’obbiettivo non riesce a seguire la testa, che ciò che fisso è sempre parziale. Non è un racconto in se, non abbastanza almeno, come su un notes, i particolari rimandano alla storia, all’emozione provata.
Intanto la folla attende sul sagrato, è affluita dai vicoli e dalle strade adiacenti, si è ingrossata e ora aspetta. Sono usciti tutti i santi coprotettori, ne hanno letto brevemente meriti e vita, sono stati applauditi. Nella folla prima ciascuno ha applaudito i suoi e poi anche gli altri. E adesso tutti attendono, anche i Santi in fila dopo i gonfaloni delle confraternite, attendono. E tutti sono rivolti alla porta della cattedrale. Finché esce il cardinale con la teca e annuncia che si può gioire perché il sangue di San Gennaro si sta sciogliendo. La folla ondeggia, si sente che è contenta e applaude tutta, anche gli stranieri. che sembravano non capire, applaudono, e la cosa è evidente che riguarda tutti e ciascuno ed è condivisa. Questo sentire comune emoziona, mi sento commosso per l’afflato, che esprime gioia e speranza e che sta attorno. Il Santo sente la sua città ed è ricambiato. Non importa che si creda o meno, è tutta questa emozione comune che circonda e che prende.
Lentamente il Santo raggiunge il suo posto e la processione inizia il percorso verso Santa Chiara, la folla si divide tra chi ingrossa il corteo e chi si assiepa ai lati. A un incrocio un bambino sta sulle spalle del padre in quarta fila e quando il padre gli chiede: che santo sta passando? Il bambino risponde: è San Filippo Neri. E adesso? È Santa Patrizia. E ora? È Santa Lucia. E a ogni nome di santo batte le mani, finché commenta: non so chi sia, ci sono le rose. È Santa Rita, dice il padre.
E io fotografo solo con gli occhi, perché Napoli è questo oggi: persone e spontaneità, bellezza insomma.
A volte non si sa che dire. E non bisognerebbe dire nulla. Ma non è che non si sa che dire, solo che non è quello che l’altra persona vorrebbe sentire. Se qualcuno ci racconta una condizione che assomiglia alla nostra, e la felicità si racconta poco, quasi sempre ci verrà detto un disagio, una difficoltà, un malcontento, e se è qualcosa che conosciamo verrebbe da dire: anch’io. E sarebbe un condividere alla pari, un consolarsi scambiando assonanze e cercando, magari, una via d’uscita che serva ad entrambi. Ma non è quello che l’altra persona s’aspetta, spesso vorrebbe commiserazione o una soluzione. E non avendo né l’una né l’altra, l’impotenza sopraggiunta indurrebbe al silenzio. Anche questo verrebbe male interpretato: distacco, incapacità di capire o condividere, cinismo. E così si prova a dire qualcosa, si tenta di consolare, di trasmettere una fiducia che vorremmo fosse trasmessa anche a noi. Poi il discorso muore. Ci si saluta. Se quello che siamo riusciti a trasmettere andava bene, l’altra persona sarà più leggera, magari penserà alla fortuna di conoscere qualcuno che propone un’altro modo di vedere le cose. Se siamo stati poco convincenti, comunque l’altro si sentirà meno solo perché avrà la sensazione che le nostre qualità non siano proprio così eccellenti come pensava: pensavo fosse diverso, capisse, mi dice le solite cose. Comunque sia, se ci osservassimo allo specchio, vedremmo le nostre spalle un po’ più curve, con un peso maggiore e con un dubbio in più. Per questo si dovrebbero scegliere con attenzione gli amici, perché la difficoltà e la gioia hanno sempre un’assonanza, una condivisione, un corrispettivo che rende entrambi più leggeri. E si sente, anche senza dire troppo, se gli amici sono tali.
E se in quella infinita serie di decisioni, scelte, errori, convinzioni senza verifica, verità inoculate, ruoli e luoghi comuni tutto quello che chiamiamo costruzione della nostra unicità fosse quello che è, e cioè una serie di errori che non insegnano, di tentativi che approssimano e mediano tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, ma non sappiamo veramente?
Se ci prendessimo molto meno sul serio, se la nostra presunta maturità nel decidere non arrivasse a difendere gli errori evidenti, se ciò che pensiamo o facciamo davvero rispettasse noi stessi nel profondo, non sarebbe molto più chiara l’inconsistenza di ciò che si perde per strada e di ciò che resta?
E se non si pretendesse da noi che la responsabilità fosse disgiunta dall’effettiva capacità, se non venissero chiesti sforzi sovra umani che generano solo scontento e infelicità, saremmo forse meno maturi, meno uomini, meno responsabili, meno amati ?
Il rispetto, ecco quello che manca in tutta questa convenzione che educa, conforma, piega le vite. Il rispetto per noi stessi e il rispetto per gli altri. E se non si insegna il rispetto di sé come si può pretendere che una persona diventi matura. Avremo bravi soldatini, persone conformi alle mode, ci saranno uomini che rispettano senza critica le leggi ingiuste assieme a quelle giuste, ci sarà il sotterfugio, l’elogio del furbo, il disinteresse, il cinismo. Ci sarà, anche per gli onesti, un ordine esteriore e un disordine interiore. E l’incapacità di chiedere aiuto quando occorre, di avere fiducia in chi ci sta attorno, di dare aiuto a chi ne ha bisogno.
Spesso non si sa cosa si vuole veramente, è un caso o un difetto di comunicazione con quello che c’è davvero dentro ciascuno? Costruire il sé libero da luoghi comuni, da convenzioni è un’impresa che dura una vita, ma ne vale la pena, oh sì che ne vale la pena.
Il posatore ha avuto momenti di sbandamento nelle commessure del rivestimento. All’inizio avrei detto: peccato! In onore della precisione, dell’ordine che rasserena e crea certezze, poi mi sono ricreduto osservando una crepa che risorge dalla ridipintura fresca e la ragnatela che s’è appesa e attende. Steso in una poltroncina di studio dentistico, attendo. Rumori ovattati e musica di sottofondo. Cose pop, radio locali, hits. Se con gli occhi seguo il profilo di una linea immaginaria di cemento bianco ne posso calcolare la lunghezza percepita, sono mattonelle 30×15, pensare che la ceramica invetriata di Babilonia aveva almeno altrettanta sapienza. Ma non era diritta. Basta andare al Pergamon e ci si rende conto che non è la precisione netta che crea la bellezza, ma la sequenza. E il colore, sopratutto nelle sfumature di un forno. Sequenze infinite di sfingi blu, di dignitari in corteo che accompagnano e convergono verso il re e la porta di Ishtar. Come nell’esercito di terracotta. Sequenze. Conta il numero. Il numero genera l’astrazione.
Studio le commessure, scopro ulteriori imprecisioni, scheggiature. Una retta procede pervicace verso l’infinito, una commessura fa al più il giro della stanza. Chissà cosa girava per la testa di Euclide quando deduceva i suoi teoremi: osservazione, ragionamento, astrazione, genio. E artigianato. Genio e artigianato del pensiero, divulgazione e ripetizione: la decorazione in architettura ha vissuto per qualche millennio sulle sequenze, gli incastri, i colori, gli islamici anche adesso.
Dopo è venuto Pollock. Hanno restaurato alchimia. Quando lo guardo penso che potrebbe averlo dipinto Nietzsche: l’orlo dell’abisso con relativo tuffo. Adessolo si può rivedere al Guggenheim, a Cà Venier dei Leoni. Un palazzo mai finito, un solo piano e poi il marmo che si getta in acqua. Forse già pensavano ai cottage, i veneziani, e invece mica è vero, sono mancati i soldi, xe mancà i schei, ma è bello pensarlo, perché un altro palazzone sul Canal mica cambiava lo skyline, e cussì no par miga da stranio (così non sta poi male). E poi col cavaliere di Marini, l’angelo della città in erezione, ad aspettare che arrivi qualcosa dall’acqua, è uno spasso: sguardi obliqui, risatine, quei che fa finta de gninte, distrazioni verso il canale, che sarà pur Grande, ma sempre canale è. E lui che angelo sarebbe se non vegliasse su ciò che può accadere… A Venezia, dall’acqua veniva il buono e il benessere, non era così ovunque. Il mare come sottofondo servirebbe, al posto di queste musichette, magari glielo dico, anche se dal dentista si parla poco.
In alchimia, mi sono perso ogni volta che l’ho visto, ese questo studio avesse le pareti con la sua riproduzione io sarei spaesato e totalmente distratto dal contesto. Non sentirei il rumore del trapano nell’altra stanza. Sarebbe l’inveramento di ciò che mi pare dicesse Fontana: che attraverso i buchi delle sue tele si risucchiava l’universo. Non un buco da guardoni, ma energia che andava verso l’infinito. Come le rette, penso. L’arte oggi è solo filosofia, diceva anche, ovvero un’opinione autorevole sulla realtà che al più suggerisce. O almeno mi pareva dicesse così.
Ci sono rumori ovattati di ferri dalla stanza a fianco. Dal dentista ormai nessuno urla più, neppure i bambini. Mettono piastrelle avorio, una via di mezzo che consente il pulito e non fa ospedale. Una volta ero steso al pronto soccorso e mentre aspettavo guardavo il soffitto, c’erano degli schizzi di sangue, potevano pulirlo, no? Così mi ricordo solo quelli: schizzi di distrazione di massa, così ho perso la nozione del taglio, era sulla mano, sul ginocchio, boh? Qui invece tutto sa di menta. Un’attesa alla menta piperita. Sembra quasi una ragazza messicana, un nomignolo per una chica: piperita del mi corazon. Vorrei dormire, le commessure fanno effetto, chissà perché i dentisti adesso si chiamano odontoiatri e hanno tre o quattro ambulatori in cui operano contemporaneamente. Ubiquità donata dal santo dei dentisti, che poi è una donna: santa Apollonia.
Ma le donne sono naturalmente ubique, fanno sempre più cose assieme. E comunque tenetene conto.
Nei miei anni scapestrati (nulla di particolarmente importante, diciamo che seguivo la vocazione fancazzista), spesso bruciavo scuola. E non facendolo da solo, senza particolari fantasie comuni, si andava a giocare a biliardo finché c’erano soldi, poi si proseguiva in tutte quelle attività amene che una vita sana dovrebbe consentire, tipo giocare a carte, fumare, parlare tutta la mattina di calcio e filosofia, o semplicemente far nulla guardando il cielo stesi sull’erba. In quelle ore di pensieri obbligati dal rientro a casa in orario conforme alla scuola, mi venne inoculata un’idea che ho faticato a togliermi, ovvero che per giocare bene a biliardo fosse importante approfondire la matematica, e ancor meglio la geometria. Questo mi salvò dal luogo comune che molti praticano, ovvero il non capisco nulla di matematica però capisco di letteratura o filosofia, come se il letterato avesse una virtù nel non capire parti dell’ingegno umano proprio perché capisce altro. A me piacevano molto i romanzi e i saggi, leggevo assai e senza regole, ma la matematica mi serviva per vincere a biliardo e quindi la dovevo capire. Così mi misi d’impegno perché il gioco valeva la candela e qualcosa di compreso allora mi resta ancor oggi. Ma il mio stile a biliardo non ebbe quel miglioramento che attendevo, perché il mio compagno di sfide a goriziana era un idiota matematico che manovrava la stecca come un pennello e se non sapeva nulla, e neppure gli interessava, però giocava da dio e regolarmente mi batteva. Ma pur perdendo, miglioravo complessivamente per l’attenzione che mettevo nel capire dove sbagliavo, traiettorie, forze, geometrie, insomma la cosa servì ad entrambi per giocare partite interessanti. Credo anche d’essere stato un buon allenatore per sviluppare i suoi talenti in campi altrimenti difficili da esplorare, la discussione astratta ad esempio, perché divenne un importante manager d’azienda dopo anni di vita passati tra fumo e panno verde.
Perché penso a tutto questo? Perché credo che avere un’idea preconcetta delle cose può impedirci di vederle davvero. Ci sono persone che odiano il calcio e ci sono 10 milioni di ragazzi o over 50 che lo praticano senz’altra aspirazione che vincere una partita che dura 90 minuti e poi ricominciare la settimana successiva. Ci sono milioni di persone che non leggerebbero un libro neppure sotto tortura (pensando che gli manipoli il cervello o che sia tempo perso) e milioni di persone che senza leggere una pagina, immaginare un’altra vita, entrare in una storia, non prenderebbero sonno. Ci sono persone che ogni mattina leggono l’oroscopo e modificano la giornata in relazione ad esso e altri che non ammettono nulla che non sia verificato secondo il metodo scientifico anche se è davanti ai loro occhi. Ci sono persone che vivono di politica, e pensano che senza di essa nulla procederebbe e altre che se ne fregano, che non votano e che abitano esattamente le stesse strade, le stesse città: entrambe si lamentano, ma la lamentela è il più antico mestiere al mondo, ben prima della prostituzione mentale e fisica. Insomma credo che manchi a tutti una educazione particolare ovvero quella alla realtà, che non è quella che vediamo, ma quella insita nei comportamenti, nelle cose, quella che ci fa piacere o dispiacere una cosa. Perché questo avviene? Ecco la domanda che dovrebbero insegnare a porci, assieme a qualche strumento per darle risposta, ma questo non fa parte dei programmi educativi, scolastici o meno, meglio puntare sul luogo comune che è così riposante per il cervello e rassicurante per i comportamenti.
Il portiere mette il pallone a terra, con cura, su un punto preciso che solo lui conosce. Arretra, prende la rincorsa e calcia. Il pallone manda un suono acuto, quasi un grido, mentre vola. Gli occhi seguono la traiettoria mentre le bocche già commentano. E’ così, ogni domenica pomeriggio, nei campi da calcio di periferia o di paese, c’è sempre una squadra che gioca e ci sono sempre persone che guardano. E grida, fischi, risate di scherno o di divertimento, improperi, gioia, bestemmie. C’è sempre un allenatore che s’arrabbia e prende a calci una panchina, dei giocatori che si rivolgono, al cielo, all’arbitro, al pubblico. C’è un portiere che incita e che dà ordini, c’è una palla che vola, che si scontra, ribatte, corre veloce e raramente finisce in fondo a una rete. Poi tutto finisce e resta l’odore di erba tagliata di fresco, le margherite ai bordi del campo, le persone che si riprendono le biciclette, i motorini, le auto e parlando s’allontanano. C’è sempre un momento in cui si deposita la luce, mentre l’ultimo della squadra di casa raccatta il pallone più lontano e cammina piano lungo il bordo, attento a non pestare la linea tracciata di gesso. Poi il silenzio.
La luce tagliava di sguincio, allora mio padre, mi metteva sulla canna della Legnano nera e tornavamo verso casa. Poi si sarebbe sciolto l’incanto per la sua vicinanza, per il ricordo che lo riportava ragazzo a dare calci ad una palla di stracci, alla sua reticenza nel dire ch’era pure bravo, e che la vita avrebbe potuto essere diversa, ma erano altri tempi. Nelle partite di periferia, pochi erano in tribuna, si guardava tra i rami di una siepe, dall’alto di un monticello di cantiere, nelle maglie d’una rete. E c’era chi arrivava per caso e si fermava, chi arrivava prima del tempo e chi, per partito preso, sempre se ne andava prima che la partita finisse. Ma c’era anche chi restava e cercava con chi dire la penultima parola, perché a casa proprio non ci voleva tornare.
Nei campi di periferia o di paese, adesso è come allora, si parla dialetto, si impreca, grida, si gioisce o ci si dispera, ma è sempre per poco, perché ogni volta sarà nuova. L’unica differenza è che ieri, in squadra, c’erano un africano, due magrebini e un cinese, e correvano e chiamavano la palla, con quel pasha pasha che era il passa passa di una volta ed esultavano o si disperavano esattamente come tutti e alla fine la loro stanchezza e felicità era davvero la stessa, mentre andavano verso gli spogliatoi.
Di brevi inessenzialità costello il giorno. Due righe lette senza fretta, qualche parola scritta a mano, il piacere d’una telefonata, quel pensiero da indagare, il sogno di stanotte, la risposta che da tempo attende. Tutto s’interloquisce d’altro, ma senza cura che ne farei di tutte le corse, delle scorciatoie, del tempo guadagnato e mio?
Osservo che d’abitudine si circonda il cibo, che il parlare di larghi silenzi è fatto e che, se s’ accantona la cura, anche ciò che colpisce è rito. Della somma dei miei tempi sottratti resta un guadagno di futili cose: l’aprirsi d’una finestra, il gettar oltre lo sguardo, l’andare che non si ferma neppure nel riposo.
E allora nel giorno una musica continuerà a risuonare e ci sarà un pensiero che provoca un sorriso.
Inessenzialità, che per me solo han senso, sono in realtà la cura.
Renzi può piacere o non piacere, ma è indubbio il suo talento politico unito a una buona dose di fortuna. E, aggiungo, di ingenuità e insipienza degli avversari. Il criterio del simpatico o antipatico in politica non è un valore che determina il risultato dell’azione del politico. Lo adoperò a suo tempo la Serracchiani per motivare il suo appoggio a Franceschini, ma non diceva nulla di particolarmente intelligente, casomai esprimeva un calcolo, una convenienza. Il fatto che Renzi non abbia antagonisti deriva dalla mancanza di un vero leader giovane che abbia idee forti e diverse, eguale carisma e rappresenti una reale alternativa a sinistra.
Per chi? Per la maggioranza del PD e dell’elettorato di questo Paese che non è notoriamente di sinistra.
Quindi una persona che almeno equivalga Renzi e renda accettabile un mutamento in senso egualitario e legale del Paese. Un leader con un progetto innovativo che affronti l’intera agenda sottaciuta da Renzi: conflitto d’interessi, corruzione, legalità, sprechi, beni comuni, diritti della persona, ruolo del lavoro e dei lavoratori a partire dai giovani, welfare, privilegi da togliere, evasione fiscale, piano di sviluppo economico del paese, etica e moralità in politica e nella società, legalità.
Assieme a questo progetto è necessario indicare gli obbiettivi, con le relative scadenze, non agire di conseguenza ma precedendo, far percepire il cambiamento, ripensare profondamente di ruoli e di poteri, anche nelle parti già indicate da Renzi, che su questo ha avuto un’ intelligenza particolare, come sclerotizzate e comunque garantite dell’universo della sinistra storica : sindacati, elités di occupati, diritti senza lavoro corrispondente, gestione dei servizi, scuola, ecc. ecc.
Sinora questo leader non è emerso e l’atteggiamento delle minoranze è a volte succube, incoerente tra enunciazioni e fatti, spesso arrogante, sempre lamentoso.
Ciò significa che l’attuale opposizione interna del PD non è in grado di produrre il leader riformista vero?
Se le caratteristiche di questo leader sono: carisma, capacità di attivare la partecipazione, analisi acuta della realtà, empatia con l’elettorato verso un benessere comune, decisione e democrazia, la risposta è no. La sinistra interna, per la sua frammentazione che fa vivere di rendita molti piccoli capi e per la questione del ruolo del “vecchio” che non è mai stata affrontata davvero, non produce una leadership unitaria e nuova. Ma un conto è la capacità di produrre un leader e un conto la necessità che ciò accada. Se non si coglie la necessità significa che si impedisce alla ragione di dar spazio all’intelligenza e al talento. Questa è la responsabilità reale in carico alle minoranze: impedire che si formi una nuova classe dirigente e un nuovo leader pur potendolo fare. E questo è il vero impedimento alla crescita di alternative a Renzi, cosicché questi può continuare indisturbato a riformare il Paese secondo la sua visione di progresso e bene comune..