san Martino

In questo giorno i carri dei fittavoli e dei mezzadri, se l’annata non era stata soddisfacente, andavano in cerca di una nuova casa sperando in migliore fortuna. Perché di fortuna e non di diritto si trattava e se la mezzadria era già un passo avanti rispetto alla servitù, la vita di quelle persone era consegnata comunque all’indigenza, alla fatica, alla malattia, all’interminabile sequela di disgrazie che accompagnavano la miseria. Beppe Fenoglio ne parla in un racconto: la malora, cupo come la sorte che si accanisce, ma proprio l’etimo del titolo è sbagliato perché non si trattava di una condizione momentanea, ma di una vita di stenti e di insulti, di angherie che toglieva dignità alla persona. Le vite si chiudevano in silenzi cupi, con scoppi improvvisi di rabbia (ho raccontato tempo fa del delitto della contessa Onigo da parte di uno di questi quasi servi della gleba) e solo emigrare sembrava dare una alternativa, ma anche in quel caso i pochi che ce la facevano erano accompagnati da tanti che soccombevano oppure proseguivano altrove vite di stenti. Ebbene queste persone desideravano gli stenti e l’arbitrio di casa quando furono in guerra. Perché è bene ricordarlo, la guerra fu soprattutto di contadini contro altri contadini. Persone che guardavano il terreno e ne vedevano i pregi e i difetti oltre a scavarlo di trincee. Persone che conoscevano i nomi delle piante, ed erano in grado di usare gli attrezzi e di farli. Persone messe assieme in una accettazione del destino che investe chi non si ribella, ma che pensavano ai campi e ai lavori da fare a casa, alla miseria che cresceva finché loro erano al fronte.

Le lettere dei soldati dovrebbero essere lette e spiegate ai ragazzi nelle scuole. Credo che non sia rimasta alcuna percezione di cosa avvenne e quanto esso fu disastroso per le famiglie. Piccole prosperità distrutte assieme alle vite, orfani a non finire accanto a non pochi figli nati fuori dal matrimonio. Tutto venne occultato in una propaganda che parlava di santità della guerra e di una sua giustizia che non c’era e non ci poteva essere.

Penso ai comandanti e ai non tanti che vedevano gli uomini prima dei soldati, alla razionalità anche nel combattere contrapposta al puntiglio, che erano posizioni di minoranza di fronte all’inutilità di posizioni da raggiungere e abbandonare subito dopo, alla pianificazione di attacchi fatti di ondate dove gli ultimi dovevano camminare sui morti che li avevano preceduti. Cosa avranno pensato nel giorno di san Martino quei contadini già immersi nel freddo, nella paura di un ordine.

Ungaretti si guarda attorno e usa le parole scabre e definitive della poesia.

Eppure, lo dico per esperienza, se andate a san Martino del Carso non c’è traccia di queste persone. Se andate sulle doline del san Michele, non c’è la presenza di queste vite. Ci sono i monumenti, lacerti di trincea, ma non gli uomini, o meglio non la loro umanità.

Anni fa cercavo un luogo: la dolina delle bottiglie, dov’era morto mio nonno. Volevo rendermi conto di cosa vedeva, se sentiva l’odore del mare, se c’era terra attorno. Pensavo che qualche riferimento l’avrebbe rassicurato anche se non era un contadino. Il luogo non riuscii a trovarlo, non c’era nelle mappe militari, e al più si poteva indicare una zona. Così mi dissero, perché quello che scrivevano nei registri, spesso erano toponimi locali oppure nomi inventati dagli stessi soldati. Ma c’era comunque poca terra, una petraia e finte quote di colline inesistenti. Qualche lapide dispersa sui muri dei paesi. Nessun ricordo. Di centomila morti contadini in un fazzoletto di territorio non erano rimasti che i sacrari e le cerimonie delle autorità.

Ai ragazzi di adesso cosa viene trasmesso di quanto accaduto in quei luoghi, come si riesce a far parlare le vite per non disperderle nel nulla? Credo che l’identità di un popolo sia fatta non tanto della storia, ma della sua umanità. Che se dovessi parlare in una scuola a dei ragazzi delle medie direi loro della sofferenza del non avere identità, dignità. Gli racconterei non dei generali, quelli verrebbero dopo, nella sequela infinita di errori, ma di cosa pensavano e scrivevano quelle persone a casa, perché noi siamo cresciuti sulle loro vite. Gli direi che molti di loro conoscevano la famiglia e la fatica e molto meno l’Italia e che essere liberi, poter scegliere, era un privilegio.

E partirei da san Martino e dai traslochi per dire che un tempo la stragrande maggioranza di chi lavorava la terra e quindi del Paese, era precaria, ma che ci fu un momento in cui anche questa precarietà sembrò una felicità perché le stesse persone stavano peggio. E che san Martino era un militare che tagliò il mantello per darne metà a una persona che non aveva nulla. Era un militare che capiva la miseria e rispettava la dignità.

Sì partirei da questo.

Buon san Martino a tutti.

parole quasi amorose

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Ci fu un tempo che amai ciò che era perfetto.

Poi mi conquistò l’imperfezione nascosta. Infine il disordine apparente, la falla beffarda nell’ordine.

Degli infiniti nomi di dio che diamo a ciascun amore,

riconoscendo nell’altro l’impossibile da definire, troviamo noi e la diversità che gli appartiene:

e lì, c’è un definitivo stupore.

E quella diversità, è così perfetta e desiderabile,

così assurda nella sua fragilità e forte d’ansia d’essere,

così definitivamente appartenente e parallela,

che metterla nell’ordine sarebbe una bestemmia.

Tu non eri ordine, ma infinita pazienza della contraddizione.

Eri l’abbandono e l’abbraccio, il trovare col barlume del conosciuto, la certezza del diverso.

Eri l’impossibile che non si racconta,

la paura che si spegne nella pozzanghera della luce,

il cuore forsennato di tutti i passati possibili, fuso in quell’unico reale che ti conteneva.

Eri la parola che arrossiva la voce, che rendeva dubbioso l’accento.

Eri la solitudine cercata e il corpo riunito.

Di tutto ciò che ti era accaduto, nulla sembrava più naturale della spinta di un caso che mi ricomprendeva.

Eri l’incontro che gettava reti per non nascondere la luce che scoccava ad ogni tocco, ad ogni carezza.

Se la tua pelle non fosse stata un’infinita emozione, sarebbe stato solo un piacere,

e dei piaceri non si ha memoria, ma solo rimpianto del possibile che non hanno generato.

Così accoglievo il tuo disordine in me, lo mescolavo al mio e ne vedevo l’infinita forza di mettere ogni cosa nella sua importanza.

E il disegno appariva, nitido e naturale,

finché si scriveva, graffiando, indelebilmente l’anima.

la corretta pronuncia dell’amore

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Ortoepia  ovvero la corretta pronuncia delle parole, ma tu come pronunci la parola amore?

Tieni la a lievemente chiusa come fa il cuore che, prima di lasciarsi andare, ha un piccolo brivido di paura?

E la emme è tenuta a bada perché non raddoppi d’entusiasmo, perché non corra sulle sue gambine per abbracciare e farsi festa e poi distendersi. Al modo, e con la fiducia, dei gatti, che mostrano sì la pancia, ma non sono indifesi. E sono pieni d’aculei morbidi, di libertà amorose, ma anche di rabbia se vengono traditi. Allora decidi come sarà ma che non sia un glissar distratto verso la vocale.

E la o  che segue, sarà una semplice vocale o un erotico bacio? Un soffio prensile, una meraviglia che si sorprende vogliosa e pronta e non lo sapeva. Ovvero, faceva finta di non saperlo, ma respingeva desideri e attese con lo stesso rastrello con cui li raccoglieva, indecisa e al tempo stesso tentata.

E la erre, s’arroterà come fosse una lingua che non s’accontenta, oppure indugerà nel suono che ha l’aspetto lieve del limone, un dissetarsi tra brividi e un chiudere e aprire come a cercar aria? Quell’aria che solo un certo alito possiede, un certo odore di pelle imprime ed anima un desiderio che già s’avverte nel dire. Ed è un dire muto che è già sentire e attendere il buono, il dolce, il sapido del dopo.

E lafinale sarà squillante oppure quasi afona, tronca come nel richiamo dei poeti? E come la porgerai mentre gli occhi sono attraversati da bagliori languidi, come la terrai per lunghezza di pronuncia? Lunga e dolce come i baci che non finiscono, o ancora breve come l’impazienza che esige d’esser completata?

Perché amore non è una parola che s’ esaurisce in un’unica pronuncia, ma è un filo lanciato per attrarre e unire. Non legare, unire, in interminabili accenti, in variazioni d’infinite semplici complessità e tutte con i loro pronunciare su cui non è necessario investigare ma è sufficiente ascoltare.

Un’infinita varietà dell’ascoltare ciò che quella parola dice e soprattutto, include. Perché l’amore unisce e include e solo questo può essere nella sua felice assurdità.

Esisterà allora una sua corretta ortoepia del dire e del sentire? Ci sarà modo di porre i giusti accenti e così compiere il piccolo miracolo che chi dice e ascolta siano per un infinito momento coincidenti?

La risposta è positiva se ami e non ti porrai problemi perché sai che solo questa è la corretta pronuncia dell’amore.

appunti 2

Qui tutto si rinnova i cicli si completano:

L’immagine delle sedie desolatamente vuote alla presentazione del rapporto dell’agenzia ONU sul clima, WMO, testimonia il distacco tra l’eguaglianza da assicurare agli uomini e gli interessi del capitalismo e delle economie degli Stati. Eppure ciò che si dice nel rapporto è terribile, parla di danni ambientali che potranno essere risanati in molte generazioni di comportamenti virtuosi, di oceani che si innalzeranno, dell’ imprevedibilità di tempeste tropicali o locali, di milioni di persone condannate a spostarsi o morire.

Voi credete che questo scenario riunisca i grandi della terra, i gestori dell’economia per immaginare un futuro alternativo? Ebbene sì, si riuniranno per dilazionare le urgenze, per non vedere la globalità dei problemi e quindi la necessità di soluzioni globali, verrà detto che chi produce anidride carbonica lentamente uscirà da queste produzioni, che l’energia è necessaria anche ai nuovi popoli emergenti.

La terra è indifferente a ciò che decide una piccola razza animale, al più, adattandosi a ciò che accade ne può favorire la scomparsa, ma lo farà senza malanimo. Non si adonta se bruciamo foreste, se eliminiamo specie, non ha un giudizio etico su di noi, semplicemente si accoccola meglio nelle nuove condizioni. Agita di più i venti, sommerge coste, aumenta il mare e scioglie i ghiacci. Tanto poi i ghiacci li rifarà con una nuova glaciazione, le coste riemergeranno e le foreste si espanderanno nuovamente appena diminuirà la pressione di quella specie che accumula denaro inutile a salvarsi e non risolve i problemi.

Stranamente c’è molto di nuovo, di vitale, in tutto questo. Si alza la temperatura, si sciolgono i ghiacci. Si tagliano le foreste, avanzano i deserti dove c’erano pianure fertili e per lo stesso motivo dove c’erano ghiacci si coltiverà il grano. Qui tutto si rinnova e i cicli si completano. La terra è indifferente se chi prima aveva di che mangiare, non l’avrà più, perché altrove si potrà aprire un nuovo ciclo. Capire che le cose non restano a mezzo è fondamentale per trovare soluzioni vere, il resto sono contentini, tirare avanti e passare il problema ai figli.

Un tempo ci si divideva tra apocalittici e integrati, tra quelli che vedevano conseguenze gravi e quelli che si bevevano il bicchiere mezzo pieno. Siamo circondati da indifferenti e da parecchi che bevono, gli altri sono quelli che si preoccupano e gli passa la sete. C’è qualcosa di apocalittico in tutto questo? Non credo, vedrete che riemergeranno le centrali atomiche che non producono CO2, vedrete che qualcuno progetterà barriere mobili per fermare i mari dove c’è denaro che cresce, vedrete che in Africa si continuerà a desertificare piantando jatropha e togliendo foresta. Vedrete che crescerà l’industria automobilistica basata sull’ibrido e con essa i produttori di accumulatori elettrici. Vedrete che continuerà la produzione di plastiche e la ricerca per smaltirle senza che nessuno si ponga domande sul consumo energetico connesso e da quale fonte provenga. Vedrete che l’allevamento di carne da hamburger o da consumo di massa, crescerà e che al più cambieranno le salse da mettere nel burger. Addirittura ci sarà una crescita di fonti rinnovabili e di sistemi di produzione, molto meno si investirà nella conservazione dell’energia e quindi nella bonifica energetica degli edifici. Catastrofista? Non credo, vedo chi sta bevendo il bicchiere mezzo pieno e che si dice fiducioso nella capacità dell’uomo di trovare sempre una mirabolante invenzione che cambi ciò che è prevedibile.

E gli altri? Volete che me la prenda con chi ho conosciuto ai margini del Burkina Fasu e che taglia il sottobosco per cucinare il cibo, che non ha correte elettrica, è sempre al limite della fame e della malattia? Oppure me la dovrei prendere con gli eritrei che tagliano un po’di piante per scaldarsi sull’altopiano perché d’inverno non fa mica tanto caldo e per cucinare serve la fiamma. Me la dovrei prendere con il pescatore che prende un po’ di pesce per sfamarsi e per venderlo al mercato in un fiume pieno di melma? Lui sa bene che il pesce sta cambiando razza, che il cuneo salino risale per oltre cento km il fiume perché non piove più a monte e non c’è portata d’acqua. Mangia un pesce un po’ più salato, guarda le mangrovie e la vegetazione di palme che muore, gli spiace, ma cosa ci può fare. Me la devo prendere con lui? Come vedete, non sono catastrofista, anche se penso che le persone che vivono in condizioni di quasi espulsione dalle loro terre e città potrebbero fare qualcosa, ribellarsi ad esempio, ma hanno così poco che anche la ribellione è un lusso. E visto che non sono catastrofista io penso che la ribellione debba partire da qui, da dove si capisce dove si sta andando, che qui si deve aiutare un processo di re indirizzamento delle risorse economiche del mondo. Ci sarà sempre chi farà soldi con questo ma almeno non sarà per sterminio indifferente.

Vedete, circola da tempo l’idea che comunque siamo troppi. Quando eravamo meno, molti meno, la cosa si esprimeva con l’idea che la guerra fosse l’igiene del mondo perché eliminava i deboli e credo che quest’idea non sia scomparsa dalla testa di molti benpensanti, l’hanno solo spostata altrove, perché non solo ci sono le guerre con carichi inauditi di morti civili, di spese senza limiti fatte per distruggere, di inquinamento irreversibile, ma si pensa pure che se il pianeta si comporterà in modo più aggressivo, se verranno sommerse coste e città, comunque chi più avrà per proteggersi, non soccomberà.

Questa è l’ingiustizia assoluta e non la si può imputare alla fatalità, alla terra che si ribella, ma si deve riportare alla causa, e a questa è giusto ribellarsi con i consumi, con la condanna dei governi che non limitano i modelli sbagliati di vita basati sul consumo di energia e di cose, boicottando chi devasta e inquina. Insomma solo l’uomo può mettere argine all’uomo e questo non è da cultori dell’apocalisse, ma semplicemente la possibilità di chi pensa che vivere sia un diritto che riguarda tutti e non solo una parte del mondo.

 

appunti

Nenia cromatica

Pastoreau ha scritto un nuovo libro, l’ha dedicato al rosso. Dopo il blu e il nero, prosegue il viaggio di questo esperto di storia dei colori. Ha un solo difetto e un grande fascino: il suo editore italiano lo pubblica a prezzi davvero elevati. La qualità c’è tutta ma non sono libri da grande diffusione ed è un peccato. Il fascino è legato al tema del colore, una piccola passione meditativa. Ho imparato a conoscere Pastoreau attraverso “i colori del nostro tempo”. La sua scrittura è spesso sorprendente, le osservazioni puntuali, mai scontate, il tratto semplice, indagatore e minuzioso. Per coetaneità lo immagino diversissimo eppure affine. Da luoghi diversi abbiamo attraversato lo stesso lasso di tempo ricco di simmetrie, di notizie comuni. È partito dall’indagare simboli, anche quelli araldici, e mi sono chiesto com’è iniziato quel suo interesse, perché erano cose che mi piacevano molto nella mia adolescenza dissennata. Ma lui lo ha fatto benissimo, con metodo e discernimento, per me era una oscura spinta a confrontare, capire, a usare inutilmente (così dicevano i miei insegnanti) il mio tempo. Poi le cose vanno altrove, però le curiosità rimangono, come le tracce delle passioni che sono ferite mai ben curate.

Cosa c’è di più minuzioso di un colore? Non abbiamo nomi sufficienti per descrivere le variazioni di una radiazione elettromagnetica che supera gli occhi, mette in moto emozioni, organi, inquietudini, rilassatezze, spinge all’azione o la deprime, cambia l’umore. E chissà quant’altro muove un colore in quei circuiti che si alimentano di ricordi archetipici, sensazioni, bisogni.

Oggi se chiedi una preferenza, pare che il colore più usato nelle risposte sia il blu. Siamo nell’era del blu che fa distinto e poi è compassato il giusto. Non passa di moda nonostante gli attacchi dei colori pastello, dei laccati, degli elettrici. Però così le donne non si vestono più di rosso e a me spiace, perché un umore che grida di sé diventa sommesso. Cambiano i tempi e i colori. Anche le rivoluzioni hanno lasciato il rosso, sono diventate arancioni, verdi, amaranto, e non ci siamo accorti a tempo che l’effetto non era lo stesso. Disattenti come al solito.

Mi piacerebbe che i pensieri avessero colore, che ci fosse un personale dizionario colorato delle sensazioni, con cui poter comporre cantilene e canzoni, quartetti e sinfonie. Scambiare colori con parole appropriate, giuste nell’intensità, delicate nella comunicazioni. Mischiare il colore nel conversare. Avere piccoli haikù che siano la nenia cromatica del sonno, dell’approfondire, dell’iniziare a leggere, del sedersi e guardare. Del muoversi e camminare. Qual’è il colore base del camminare per me stamattina ? E con quello andare.

Questa serie di pensieri/appunti, proseguirà. Ci sono dei temi che mi sollecitano, ma sono miei e chissà in che ordine. Se volete contribuire, lo spazio è aperto:

Decimare.

Ridurre il numero di componenti, delle cose.

Qui tutto si rinnova i cicli si completano.

Accumulate: accumulare accumulare accumulare smaltire smaltire smaltire

Gli spietati baustelle

Beethoven fantasia corale

Elgar sinfonia n.1

Benvenuti in tempi interessanti

 

la prima tempesta d’autunno

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Con la pioggia di stravento, il freddo ha aggredito sotto i portici,

e lì sostano pedoni indecisi su dove ripararsi,

e andare,

chissà perché diviene urgente l’andare,

che poi è un tornare,

forse desiderio di caldo, di cura?

E che fa la voglia di fuggire che sembriamo contenere,

mentre spruzzi di pioggia lavano persone e vetrine?

Hanno acceso le luci e il primo pomeriggio

si scioglie nella luce autunnale, che copre d’un giallo malato le cose,

ma in pasticceria ci sono le favette dei morti,

e si spande un profumo lieve di mandorle nell’aria.

Camminando lenti e vicini ai muri, si notano le porte delle case,

c’è una città vecchia che ha stipiti lucidi di vernice antica,

e larghe crepe che mostrano legni stanchi,

tra inserti di vetro goffrato e inferriate polverose

di ferro battuto,

ha aggredito, il freddo, sulla soglia di una consapevolezza,

che in realtà non c’è posto a cui tornare,

c’è solo la paura che sconfigge la voglia di andare.

Attorno, le voci si sgranano come la luce che frange gli oggetti,

e ne succhia l’anima per invogliare all’acquisto.

Il freddo, il primo, è la sera 

d’un giorno che stermina secondi di noia.

otobre

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De otobre gò na rasòn vecia, quasi antica,

fata de odor de tera smossa,

de caminar pai campi,

de ale spaurie,

sbatue via dal volar suo.

Chissà cossa pensa l’oseo che scampa da un scioco,

da un movere de foje, da un sciopo, 

col core ch’el vola verso el cielo sperando,

de scampar, nea paura sua, 

che un dio a sò misura gabia un poca de atension,

par lù poareto.

Non pol dir gnanca otobre maledeto,

nol gà i mesi, un lunario picà in casa,

solo ch’el fiatineo de vita che pure ghe par tanto,

miga el pensa a quel che sarà, ma a quel che xè

e intanto el scampa, sperando

e con l’oseo anca noantri speremo

che’el cacciator sia un fià orbo,

o almanco sbalà

e sempre tanto gnoco.

De otobre che xe l’aria colma de odori sciaresai dal primo fredo:

de fumo lontan,

de caldo vizin na fiama,

de altro e pur tanto,

che mai se podaria metare in un telefonin, dentro n’app, 

però el ghe xè, e basta snasar e vardar

almanco un fiantenin,

solo par capir dove se zè,

dove semo rivà,

dove se podarave ‘ndar.

De otobre gò scarpe piene de fango, 

que’o che deventa duro come piera,

gò el brivido in tea schina,

del primo fredo che zà el conta ‘a sera,

gò el malstar del scuro che ciapa come na paura,

‘a vogia de un ciaro, se pur lisiero, de calor.

De otobre gò ancora tuto queo che ancora torna,

na siarpa, un primo paletò, 

gò l’acqua del fosso che varda de matina ‘a brina,

el rosso del tramonto che ga pressa de impisare ‘a notte,

gò tuto queo che ghe xè

e no poco manca

ma questo miga dipende da lù,

da otobre,

dipendarà pur da mì

e cussì meo godo pensando

che no xè passà un mese,

na stagion,

ma n’altra de novo xè rivà.

 

la traduzione è libera, come diverse parole che sono mutate con l’uso massiccio dell’italiano. Gli accenti mancano quasi tutti, e il veneto, il padovano che è la mia lingua, in particolare ne è molto ricco.  È difficilissimo seguire la grafia che è fatta di aspirate di sfumature e di segni che cercano di riprodurle. I significati si sono imbastarditi nella città e sfumati dai mestieri che non esistono più. Quindi chiedo venia per i troppi errori, per le omissioni, mi basterebbe restasse la cadenza, il suono che ormai è oggi l’unico riferimento della lingua veneta.

 

Di ottobre ho una ragione vecchia, quasi antica,

fatta di odore di terra smossa,

di camminare per i campi,

di ali impaurite,

gettate via dal loro volare.

Chissà cosa pensa l’uccello che scappa da uno schiocco,

da un muovere di foglie, da un fucile,

col cuore che batte forte verso il cielo sperando,

di scampare, nella sua paura,

che un dio a sua misura abbia un poca di attenzione

per lui, poveretto.

Non può neanche dire ottobre maledetto,

non ha i mesi, un lunario appeso in casa,

solo quel pochino di vita che però gli pare molto,

non pensa a quel che sarà, ma quello che è,

e intanto scappa, sperando,

e con l’uccellino, anche noi speriamo

che il cacciatore sia un po’ orbo,

o almeno squilibrato (sballato),

e sempre poco intelligente.

In ottobre l’aria è colma di odori resi chiari (distinti) dal primo freddo:

di fumo lontano,

di caldo vicino alla fiamma,

di altro e pure tanto,

che mai si potrebbe mettere in un telefonino, dentro un’app,

però c’è, e basta annusare e guardare,

almeno un pochettino,

solo per capire dove si è,

dove siamo arrivati,

dove si potrebbe andare.

In ottobre ho scarpe piene di fango,

quello che diventa duro come pietra,

ho il brivido nella schiena,

del primo freddo che già racconta la sera,

ho il malessere dell’oscurità che prende come una paura,

la voglia di una luce, seppur fioca, di calore.

In ottobre ho ancora tutto quello che ancora torna,

una sciarpa, il primo paletot,

ho l’acqua del fosso che guarda di mattina la brina,

il rosso del tramonto che ha fretta di accendere la notte,

ho tutto quello che c’è

e non poco manca,

ma questo mica dipende da lui,

da ottobre,

dipenderà pure da me,

e così me lo godo pensando

che non è passato un mese,

una stagione,

ma un’altra di nuova è arrivata.

 

i miei futili motivi

Si alzano i toni dello scontro, ma dove finisca la finzione e inizi la verità, è difficile dirlo. Nella battaglia tra chi è furbo e chi difende un principio è d’obbligo la diffidenza. Il furbo può essere intelligente, l’intelligente può scegliere di non essere furbo e semplicemente non fidarsi. Sin qui normale amministrazione. Sul referendum, seguendo l’iter dell’approvazione della riforma, avevo maturato l’idea che la sostanza e la lettera degli articoli, così come modificati, fossero di per sé sufficienti ed evidenti per decidere cosa votare.

Nel mio caso, dopo aver letto, ho deciso per il No.

Poi c’ho pensato meglio e mi sono ricreduto, non sul No, ma sulla semplicità del mio ragionamento e mi sono chiesto il perché di tanta confusione, di tanta imperizia, sgrammaticatura e ambiguità, che saranno fonti successive di ricorsi infiniti. Chi ha scritto fa quel mestiere, ha uffici a disposizione, perché pasticciare?

Eppoi perché toccare così tanti articoli quando per dire che diminuivano i costi della politica e il processo legislativo diventava più rapido e sarebbero bastati l’abolizione del CNEL, la riduzione dei parlamentari di Camera e Senato e la riforma dei loro regolamenti. Con la modifica di tre o forse quattro articoli della Costituzione le cose avrebbero dato comunque il segno forte del cambiamento. Diversa la questione delle prerogative regionali che a mio avviso meriterebbero un esame più sostanziale e si potrebbero abolire le distinzioni anacronistiche oltreché ingiuste, rendendo tutte speciali le regioni, e dividendo bene i poteri con lo stato centrale. Ma questo tocca la forma Stato e merita un approfondimento a sé stante.

Oppure, ancora, se invece l’obbiettivo fosse stato quello di abolire il bicameralismo, perché non sopprimere il Senato tout court? Era più semplice e meno pasticciato, per i rapporti con le regioni basta e avanza la conferenza Stato-Regioni, del resto non abolita.

Se non era stata seguita la via più semplice. Pur non amando i complottismi, la risposta doveva essere altra, con motivazioni meno apparenti, ma sostanziali, così  mi sono chiesto: cosa ci sta dietro a questa riforma? Mi sono tornate a mente le dichiarazioni di una grande banca d’affari americana che da tempo sostiene che c’è troppa democrazia nel Mediterraneo, che i Paesi europei hanno processi decisionali che ancora possono essere modificati e ribaltati dal corpo elettorale, che necessita una verticalizzazione del potere. E non lo sosteneva solo lei, ma anche altre organizzazioni che studiano il rapporto tra finanza e crescita mondiale. Per la finanza la possibilità che un parlamento rovesci decisioni, buone o cattive che siano, raggiunte con fatica dalle lobbies, è un danno immediato e incrementante, cioè toglie la certezza del profitto che ci dev’essere sempre e comunque. Quindi  forse la ragione sottostante non è la semplificazione dei processi, ma il loro controllo e non è, come si vorrebbe far credere, che sia il nuovo che sconfigge il vecchio, bensì il trionfo dell’utile.

E a chi serve questo utile e soprattutto cos’è? Qui la cosa si confonde perché accanto a una versione edificante che sembrerebbe dire che l’utile è il processo decisionale, la necessità di realizzare un programma per il quale i cittadini col voto si sono espressi, (da questo il profondo legame tra riforma costituzionale e legge elettorale), emerge una pericolosa confusione tra utile e potere. Il potere esercita le proprie caratteristiche e più o meno realizza l’utile dei cittadini, ma può anche realizzare in forme meno esplicite l’utile di altri. A questo servono i contro poteri e la verifica elettorale, ma se il potere è in grado di condizionare proprio gli organi di verifica e di contro potere che accadrà?

Nulla se il “capo” , apparso per la prima volta in una legge avente un legame con la parte costituente, è servo del popolo sovrano. Molto se egli persegue i fini di una parte anziché quelli di tutti. Quindi ciò che è in ballo è il raggiungimento di un utile e del necessario potere che lo realizzi. In questa lettura capisco meglio il fine, le cortine fumogene della confusione dei processi legislativi, la mancanza di una legge elettorale che riporti al popolo l’elezione di un Senato con compiti differenziati. Comprendo che ciò che sta mutando è quel concetto di democrazia che la banca d’affari e non solo, giudica eccessivo per essere al sicuro da chi governerà e sulla sua amicizia con il sistema.

La democrazia non è il sistema di governo perfetto, ma sinora gli altri sistemi hanno fatto peggio, intendo dire nel meccanismo di corrispondenza tra uso del potere e soddisfazione dei bisogni e mantenimento dei principi di eguaglianza, legalità, libertà. Certamente la democrazia evolverà, ma la domanda fondamentale è se essa sarà maggiore oppure minore in futuro. Il liberalismo che ha sempre considerato che l’individuo e i suoi bisogni prevalgono su quelli della comunità, ha posto sin dall’inizio il problema del peso del voto, e a volte del voto stesso. Perché i migliori, diceva, ovvero quelli baciati dal risultato e dal successo dovrebbero valere come gli altri che non hanno altrettanta intelligenza e fortuna? E i primi non hanno forse strumenti maggiori per decidere per il meglio? Ecco che l’eguaglianza comincia a sparire, la legalità ha diversi pesi, la libertà stessa diventa differenziata. Se la sovranità appartiene al popolo, cioè alla comunità e non ai migliori, e volendo mantenere intatte, libertà, eguaglianza e legalità, e magari espanderle, bisognerebbe avere più democrazia, più possibilità del cittadino di contare e non di meno. Credo che in questo le tecnologie siano già entrate in maniera pesante nella gestione della democrazia, i sondaggi influenzano le decisioni governative, i media amplificano le posizioni, le promesse sono soverchiate da informazioni che spesso si elidono nella contraddizione. Ma il dubbio sull’efficacia di governo può essere ancora risolto semplicemente lasciando che chi sta peggio voti contro e chi sta meglio voti a favore e soprattutto voti chi vuole. Il momento del voto è l’unico momento, in cinque anni, in cui al cittadino viene data la possibilità di esercitare il potere che ha per la gestione dello Stato. È solo in quel momento, poi qualcun altro lo farà al suo posto: chi ha eletto. Ecco il profondo legame tra potere, cittadino e Stato. E la democrazia si preoccupa di far esercitare convenientemente questa relazione.

Ieri nella direzione del PD, nell’intervento di un ministro, è stato detto che esiste una sproporzione tra quanto si discute all’interno del partito (cioè di rapporto tra referendum e legge elettorale e voto conseguente) e ciò che accade nel mondo. Leggendo queste parole, ho pensato che se fosse così il segretario premier non si preoccuperebbe così tanto degli affari del referendum, ma piuttosto del molto d’altro che attende il Paese.  Ma era un pensiero malevolo, così ho pensato che il ministro aveva ragione solo se l’Italia non contava poi molto e che esiste sempre un relativo in ciò che ci coinvolge, che una risata magari avviene finché da un’altra parte qualcuno piange, ma l’una non compensa l’altra. Ho pensato che il qui e ora di ciascuno, proiettato sul futuro è esso stesso un mondo e che chi ha il potere si trova davanti alla necessità di sintetizzare i diversi mondi che appartengono al suo popolo, siano essi quelli della politica come pure quelli delle persone. E quando lo fa, chi esercita il potere, si trova davanti al proprio narcisismo e alla scelta tra un bene e un male relativo e così, il suo propendere per l’uno o per l’altro, renderà il futuro di tanti più o meno positivo. Questo è il potere democratico, che ha grande responsabilità di tenere assieme e di provvedere ai bisogni e al futuro, non quella di dimostrare di cosa è capace. Quest’ultima dimostrazione, quando si esaurisce nella prova muscolare, diventa sempre disgraziata e misera perché non ascolta altri che sé e quindi prevarica. A questo serve la democrazia del voto, a rendere transeunte e limitato il potere, a portarlo nell’ambito che gli è proprio, ossia decidere per il bene comune e non per quello di pochi. E siccome tutti siamo perfettibili, cadiamo nelle nostre contraddizioni e abbiamo idee mutevoli, e a maggior ragione perché siamo insieme con altri Paesi, ci dev’essere qualcuno che non dipende da chi è stato eletto che verifica il potere in modo indipendente e fornisce un’altra verità. Questo potere si conforma a qualcosa di più alto, ovvero alla Costituzione, la legge da cui nascono le altre leggi e giudica in base ad essa l’espressione dell’esercizio del potere. Per questo preferisco avere più democrazia, processi legislativi che raccolgano le opinioni di più persone di idee diverse, far prevalere una maggioranza che non abbia tutta la verità. E preferisco votare e sapere chi voto, per chiedergli conto. Per questo vorrei che chi mi rappresenta rispondesse alla legge come me e non avesse immunità. E che facesse quel lavoro, a cui nessuno l’ha costretto, a tempo pieno,  con spirito di servizio al popolo e allo Stato, nel migliore dei modi, con la possibilità di verificarlo ed eventualmente di non votarlo più. Se questo dispiace alla banca d’affari, o alle grandi organizzazioni della finanza, non mi interessa molto, vorrei se ne facessero una ragione perché per arrivare a questa libertà l’uomo ha impiegato qualche decina di migliaia di anni e non è stato né facile né incruento.

E così mi tengo finché posso la mia piccola possibilità e voto No.

la dittatura del presente

Non parlo spesso di politica in questo luogo, se non tra le righe. Ne scrivo altrove, con la consapevolezza di avere una età diversa, storie diverse da quelle attuali. A suo tempo mi sono tolto di torno senza essere accompagnato alla porta. Insomma un vecchio arnese che però non smette di pensare ed agire per quello che considera una passione civile. Non saprei fare altrimenti perché di politica è stata intessuta non poca parte della mia vita, ha determinato scelte che hanno riguardato la famiglia, il lavoro, ha condizionato (nel senso che ha discriminato) tra ciò che era compatibile con quello che pensavo e quello che non lo era. Ma non voglio fare un ritrattino di ciò che è stato, anche perché penso che la mia generazione abbia fatto cose buone e non pochi errori e i secondi meritano di essere almeno in parte, compensati, nei confronti delle giovani generazioni. Penso in particolare a questa generazione che avrà meno dei loro padri, penso a quello che si è determinato come sentire medio del Paese e che ha permutato il privilegio con la meritocrazia, ma non si è occupato, e non si occupa, dell’eguaglianza, delle pari opportunità. Che non riflette sul lavoro e su i suoi contenuti sociali, che accetta un esodo imponente di giovano formati verso l’estero e non attira un equivalente flusso di competenze da altri paese. Basterebbe questo per dire che non siamo un Paese attrattivo, che bisogna intervenire con progetti che riguardino la sostanza della crescita, che bisogna creare condizioni amichevoli perché chi si è formato resti e chi ci vede dall’estero sia invogliato a venire a vivere in Italia.

Ma per fare questo bisogna investire in ricerca e formazione, bisogna essere costanti nelle destinazioni dei fondi e fare in modo che non siano offensivi della dignità del ricercatore, bisogna capire che è il futuro perseguito con lucidità che può cambiare il presente. Un laureato alla comunità costa 125.000 euro, e a questi si devono sommare i costi della famiglia. Ogni anno regaliamo miliardi di euro e intelligenze a chi ci farà concorrenza sul piano dell’innovazione, per questo e molto d’altro, le mancette ai diciottenni fatte di 500 euro non dovrebbero esserci e quei soldi, assieme a molti altri, dovrebbero andare alla scuola e alla formazione.

Quindi esiste un problema di attrattività del Paese che non riguarda solo l’estero, ma i suoi stessi abitanti. Questo problema è stato “affrontato” in una sfida tra nuovo e vecchio, tra nuova visione della politica e vecchio modo di procedere. Se il nuovo si auto certifica come tale è difficile discutere se non in base a ciò che accade, cioè emerge il primato della realtà che parla solo dei risultati e non delle promesse. Se il Paese non cresce significa che le politiche economiche sono sbagliate, cioè saranno nuove ma non efficaci. Se diminuiscono i diritti collettivi, il lavoro continua ad essere fortemente precario significa che la fiducia di chi dovrebbe investire, credere nel futuro del Paese non c’è e che si vive sul presente. Potrei continuare, ma mi voglio soffermare su questa parola e su ciò che contiene in politica: presente. Il presente consente di avere consensi o di perderli ma non genera una coscienza collettiva di un futuro, non sostiene idee forti, non contiene ideali (usiamo anche questa, che a torto è definita ormai una parolaccia), per il semplice motivo che il presente consuma l’attimo e si esaurisce in esso. È un divoratore di futuro, il presente, ma non lo determina se non in piccola parte e in perdita. Diciamo che il presente esalta il potere vero, e lo fa subire anche quando dà l’impressione di poter autodeterminare il proprio destino. La dittatura del presente è la dimensione più piccola della politica che deve provvedere all’oggi di chi amministra, ma anche indicare dove si va, usare la verità per rafforzare la volontà di chi poi determina il successo o meno di un Paese.

Noi, e intendo anche la mia generazione, abbiamo vissuto a credito, per creare benessere presente abbiamo divorato risorse che ancora non c’erano e ci sono, e allora il minimo da fare è che queste risorse ci siano davvero, che lo sviluppo sia reale e condiviso, ma soprattutto che ci sia una idea di crescita e di Paese attrattiva e innovativa. In questo metto le nostre responsabilità generazionali, abbiamo pensato che fosse possibile creare una comunità di persone che avevano al proprio interno possibilità di attuare vite felici. Ci sfuggiva che quella condizione non era data, ma bisognava crearla, attraverso l’economia, il pensiero sociale, l’inclusione, la valorizzazione della differenza come forza creativa. Serviva sì una scuola più libera, ma insieme ad una formazione certa, serviva un’ impresa che cresceva sull’auto imprenditorialità ma nel rispetto delle regole comuni sul fisco, sull’uso delle risorse, del territorio, serviva un diritto che garantisse la legalità e non l’eccezione, il censo, la possibilità di difendersi. Serviva una burocrazia al servizio del cittadino e non di se stessa. Questo non è stato un problema di leggi, ma di politica, per seguire il consenso si sono alimentati i privilegi, si è lisciato il pelo al gatto e intanto il mondo mutava.

Di questo la mia generazione pur nata con buone intenzioni, porta non poca responsabilità. Ma il nuovo che la sostituisce incide su questi problemi? È rigoroso? Non guarda in faccia nessuno? Oppure è solo una sostituzione di gestori del potere. Ecco, io propendo per questa seconda impressione perché la casta resta tale, i poteri veri sono intoccati, cresce l’antipolitica come delegittimazione delle regole, e lo fa la politica stessa salvo poi lamentarsi che la protesta prende strade strane. Cioè il gattopardo trionfa. Qualcuno potrebbe dirmi che noi non abbiamo fatto di meglio, che è solo astio, ripicca per essere stati messi da parte, ma non sono i fatti che dimostrano la bontà o meno di ciò che accade? La mia generazione deve farsi da parte, subito, e dare per quanto può, un contributo senza chiedere nulla in cambio, quello che invece non può accadere è che il nuovo non sia tale, che non affronti i problemi reali: la durata dei processi, la burocrazia, la legalità precaria in molte parti del Paese, il lavoro dei giovani (e di chi giovane non è visto i tempi della pensione), la ricerca orientata allo sviluppo e all’eccellenza. E voi credete che la cosa più urgente da riformare fosse la Costituzione, portandola in senso centralista e più liberista?  Io non credo, ma di questo avremo modo e tempo di parlare.

il dottor divago

Il cielo si sta raffreddando, chiarifica l’aria e si riempie di stelle, di piccole nubi che  riflettono le luci della città. Sono grigie blu sul nero, le nubi, una maestria del pittore che ama le mezze sfumature.

Guardavo e ho visto una stella cadere, bella e veloce nella sua scia, tanto veloce che il tempo non è bastato per un desiderio. Credo che anche i desideri sentano i primi freddi, sono più lenti, si stiracchiano tra le scelte prima di dirsi ad alta voce o dentro di sé. Oppure è l’epoca in cui per desiderare bisogna prima pensare: davvero lo desidero? ce l’ho già? eh no, quello m’ha già fregato…

Comunque il cielo era bellissimo e il desiderio si avvererà.

Una veranda s’è illuminata della luce stanca che annuncia le ultime incombenze prima del sonno. Mi sono incantato a guardarla mentre si stagliava contro il cielo, l’ho sentita intrisa dell’umanità delle piccole quotidiane cose e ho provato tenerezza. Per le stanchezze che conteneva, per il calore tiepido, le parole non dette e sentite ormai inutili, per le domande ad alta voce che sanno le risposte. Stanotte l’aria era frizzante come le vite giovani d’interesse, affamate di futuro. E sono vite con una tenerezza diversa, che si nutre dell’arroganza del tempo ancora poco usato, che vivono di spazi e non di pareti mentre le altre vite trascinano le parole che si sono svuotate con gli anni, s’aggrappano alle dimensioni che conoscono a menadito e hanno paura di chiamarle noia.

Mi perdo e divago. Anche a cena il pensiero, e le parole che lo raccontavano, erano appese a fili esili, congiungevano temi distanti che a me sembravano vicini. Ma non era così evidente. chissà cosa volevo dire per davvero… Era una cena dopo un dibattito in difesa della Costituzione, non in tanti: un gruppetto.

Guardavo i visi, ora rilassati dopo gli interventi, che parlavano di vita, di cose che vanno e altre che non vanno. C’era leggerezza e un discutere che comunicava, come un prendere le misure alla vita e ascoltare per capire meglio. Anche le passioni da percorrere assieme erano pervase di sufficiente allegria. Un’opera dovuta, necessaria, e buona. Da fare insomma. Ho pensato alle tante piccole storie, quelle di ognuno, contenute e traboccanti, misteriose fino ad ogni abbraccio e saluto. Ci conosciamo tutti fino a un certo punto. E chi ha anni può essere la somma di arroganze oppure di molte pedate, ma lì non c’erano né gli uni né gli altri. Forse per questo sembravamo tutti giovani, anche nelle parole e nelle passioni. Siamo usciti. Fuori c’era un cielo blu cobalto e nero e le stelle indicavano la stessa leggerezza che si era dipanata tra pietanze autunnali, discorsi e speranze dubbiose. Poi è subentrata una fretta dettata dal freddo che s’incollava alle camicie ancora estive, di lì il ritorno, lungo e lento. E infine a casa. È il luogo che conosco come utile a ripassare il cielo. Lo guardo con lo stupore che ogni stagione porta con sé: è la differenza lo stupore. Non siamo davvero mai abituati alla differenza. E neppure al cielo così limpido e alla tenerezza siamo abituati.  Ed è bello scoprirlo ogni volta. Così ho pensato.