giù dalle colline verso la pianura


Posted on willyco.blog 31 ottobre 2013

Sono colline estenuate, stanche d’appennino. Riottose quel tanto da mostrare ferite di antiche gare geologiche, calanchi, che si gettano in mari che non esistono più. Ma verranno, oh sì che torneranno i mari, la terra è un galantuomo ( strano si metta al maschile le cose che si mantengono, le donne mantengono assai di più, forse pensare oltre il genere fa capire quanto poveri siano i modi di dire a fronte della realtà), ha tempo e si riprenderà la terra data a prestito, la riconsegnerà ai pesci, e attenderà che altre insensatezze la facciano reagire. A suo modo, certo, con quella pacatezza che si scorge in queste colline che contengono l’uomo e non ne sono contenute. Le città di pietra presa dai colli, le cattedrali meravigliose di marmi, il pavimento più bello del mondo, le opere d’arte, le torri arroganti, i palazzi rossi di mattoni, tutto questo immane ingegno profuso, si scioglie nel paesaggio. Perché basta un cipresso a fermare il passo. Un dorso di collina che si staglia contro il cielo, le scie di colori d’autunno giocati sulle variazioni del verde. l

La natura e l’opera dell’uomo, rallentano l’andare, presi dalla quantità di bellezza e bisogna lasciare tempo per accoglierla, per esserne pervasi. Poi magari ci si accorge che mancano i colori del nord, che non ci sono i viali di platani che spingono frotte di foglie giallo marroni verso le auto, che i marciapiedi e i bordi delle strade non crocchiano sotto le scarpe, che l’aria è priva del mulinare nel vento di fine ottobre. Mancano perché questo è il regno dei sempreverdi, e le piante decidue, che pur ci sono, sembrano complemento al verde, mai protagoniste. Ma tutto manca distrattamente e rende lontano e privo di senso ogni confronto, qui e ora non può che essere così. L’immanenza dell’esistere nel momento qui trova la sua realizzazione, non nella piccola ricerca dell’attimo, nella soddisfazione che si esaurisce.

Scendere a Siena come Guidoriccio da Fogliano è semplice, i paesi sono un po’ più grandi dei castelli del ‘300, ma le colline sono le stesse. Mancano i nomi bellissimi dei condottieri e dei popolani (chissà che fine ha fatto questa capacità di dare ai bambini nomi originali, che tracciavano destini ed erano già un segno dell’essere, sostituendoli con le pletore di Katie, Samanthe, ecc. ecc.), ma se si scava nelle parole dei luoghi, Montaperti è ancora una ferita per una parte e una gloria per l’altra. Anche sui partiti, su quei guelfi (bianchi e neri, con non pochi distinguo, perché in Italia avere una posizione duale è praticamente impossibile e chi propugna sistemi politici binari dovrebbe rendersene conto che questo è il paese in cui ci si dilania sulle sfumature per non giungere mai al contenuto) e ghibellini che fanno parte del nostro modo irrisolto di gestire e separare la cosa pubblica dal credo spirituale delle persone. Scendere è facile dalle colline, meglio per le strade secondarie, meglio evitare le superstrade che puntano a obbiettivi lontani e tolgono la vista, meglio restare nel silenzio, fermarsi al ciglio e guardare. Prima guardare e poi fotografare. E non di rado tenere solo dentro sé l’impressione, perché quel verde, quel colpo d’occhio, quel profumo di legna bruciata, quell’eco di parlata nel borgo, quell’azzurro distante, e soprattutto quell’essere travolti dalla bellezza di esserci e vivere, non verrà mai in una fotografia. Ma dentro di noi, invece, resterà la sensazione a lavorare sui particolari, che penserà alle colline belle come il duomo di Siena, che restituirà una sensazione di equilibrio nella gara del meraviglioso.

Era una partita, l’uomo ha dato il meglio, ma il tempo non l’ha mai avuto dalla sua parte e le colline, piano piano hanno inglobato tutto, la cornice si è presa il quadro, rispettando le singolarità, i guizzi di genio, ma alla fine ciò che resta è la sensazione di essere immersi in un tutto in cui l’uomo si inchina, mostra la sua esistenza e si sente parte. questo è il vero equilibrio, la pace, la vittoria della bellezza che non ha vincitori.

Elogio del piccolo

Le cose che facciamo non sono quasi mai importanti in assoluto. Non per tutti almeno, e non allo stesso modo. Però continuano ad essere per noi importanti, e ciò che riguarda molti, si allontana da noi, come superfluo. Sembra che ci sia stata tolta, chissà quando, la possibilità di essere davvero attori di cose grandi che riguardano tutti, e che il futuro comune si sottragga alla nostra possibilità di influenza, al più, pensiamo, di subirne le conseguenze. Così si torna al nostro piccolo importante, anche per fuggire sensazioni d’impotenza o d’inutilità.

L’opinione sulle proprie capacità cambia con queste sensazioni, anche se i principi restano, non si spiegherebbe altrimenti il rientrare di molti, per stanchezza prima che per comprensione o età, all’interno di silenzi collettivi. Se poi le sconfitte sono state così ripetute e forti da far rintanare la voglia e la fiducia di poter influire, allora subentra la consapevolezza che ciò che facciamo può essere importante a noi e a chi ci sta vicino, ma che non abbia altri effetti che in noi stessi. Si perde una dimensione e se ne enfatizza un’altra.

È bene o male?

È così, e però non vorremmo negarci un modo per rappresentare la nostra singolarità e per proiettarla verso l’esterno. In fondo il discrimine è tra atti pubblici, che riguardano altri, e atti privati, che riguardano noi, e lo scrivere, il dipingere, fotografare, fare giardinaggio o qualsiasi altra cosa che per noi abbia importanza è un messaggio privato, sintetico, che descrive una singolarità complessa, ma a suo modo esplicita, fatta di cura e di rappresentazione. E così il piccolo cessa di essere tale e diviene grande, perché ciò che facciamo ha sempre una sua grandezza. Forse ci rattrista un poco che questo modo piccolo di esserci, non venga colto, che si pensi ancora di prenderci in giro raccontandoci storie sulla capacità di fare cose grandi assieme. Epperò nessuno le addita più, si mette insieme a noi a costruirle, non si considera che sono tanti piccoli comportamenti a costruire il cambiamento vero. Si preferisce il racconto del futuro che magicamente si compie piuttosto che farlo. E tutto questo diventa rumore, chiacchiera.

Ecco, il nostro piccolo importante include l’amore, non la chiacchiera. Non è difficile capirlo

scuse

Mi scuso con i miei pochi, ma per me importanti, lettori e amici, per la scarsa qualità della piattaforma WordPress. Il post precedente è arrivato a 8 revisioni prima dello sfinimento del sottoscritto. Questa piattaforma fa quello che vuole, raddoppia i paragrafi, non cancella quello che le chiedo di togliere, mi fa gestire le foto come fossimo ai tempi di Daguerre.

Mi chiederete perché non cambio, visto che tra l’altro, la pago. Primo perché ci sono 15 anni di scritti miei e di commenti vostri che magari sono difficili da recuperare ma che bontà di WordPress, spesso riappaiono. Secondo perché non si riesce a trasportare circa 3500 pagine con facilità altrove. Terzo perché anche le altre piattaforme non sono esenti da difetti.

È diventata una mia cattiva abitudine, l’uso di questa piattaforma, che con qualche fatica riesco quasi sempre a rabberciare. Se dovete prendervela con qualcuno, fatelo con entrambi, è piu equo, ma se dovete iniziare da zero, ammesso che a qualcuno interessi ora scrivere attraverso un blog, cercatevi qualcosa di più amichevole. E soprattutto contate sulla pazienza di chi vi legge, come faccio anch’io.

Grazie e non vogliatemene, sulla carta me la cavo meglio.

la memoria dell’aria

Che sarà rimasto dell’impronta del mio corpo davanti al quadro di Bridget Riley?

Gli atomi e le molecole d’aria per accoglierlo si sono spostati, dei neutrini l’hanno attraversato indifferenti, qualcuno si è messo un po’ a lato e ha intrecciato le aure. Ma senza volere.

E del vedere che ha prima scrutato e poi cercato di capire, è rimasta solo l’eco e l’impressione d’una vibrazione che si trasformava?

C’erano voci attorno. Alcune normali, altre sussurrate, avranno spinto l’aria addosso. Senza sapere hanno accarezzato un timpano e gli abiti che si muovevano hanno mandato molecole al viso e al corpo d’uno sconosciuto.

E del viso che s’è girato, degli sguardi incrociati, dell’attenzione momentanea che ha trovato un particolare che stupiva, cos’è rimasto?

Mentre il quadro, lui fermo, che faceva muovere piano i corpi eretti, piegava con gentilezza le teste, generava pensieri che cercavano appigli di conosciuto, lo sapeva che pian piano stava diventando un foglio su cui ciascuno scriveva con caratteri solo a lui conosciuti, che ne dipingeva un lato, che metteva sul bordo l’impressione sopraggiunta e che infine lo lasciava cadere volteggiando nella pila di fogli della sua memoria?

Poi il corpo si muoveva, gli occhi cercavano per essere sorpresi e occupavano nuovi spazi mentre vibrazioni, atomi rimescolati assieme a pulviscolo danzavano. Era la memoria dell’aria che finiva in uno stipo dell’universo dove tutto il possibile di quel momento si archiviava in attesa di un nuovo presente.

E il corpo era parte di quel possibile che coincideva con una delle infinite bellezze disponibili, inconsapevole, e oscuramente in sintonia lieta con l’universo.

la percezione del limite

La depressione nasce dal senso di impotenza che generano desideri sproporzionati rispetto alle possibilità. In una spirale che spinge a coltivare e acquisire ciò che sembra interessante e alla portata della propria volontà, si accumulano le sollecitazioni attorno a sé. Ciò che eccita la vita ne mostra, inesorabilmente, il limite e questo confine, che viene sentito come una gabbia, fa sì che la volontà immemore superi continuamente la soglia. Così, nei momenti di stanchezza lucida si sente la sopravvalutazione di ciò che si può essere e fare.

Esiste un momento in cui inizia la percezione del limite. Non si sarà mai lo scrittore che lascia una traccia, il politico che cambia le cose, l’amico che non si scorda, il pensatore che scopre nuovi assoluti al pensiero, ma neppure un lettore di talento, un buon chimico o un intellettuale modesto. E restando in un ambito più ristretto, i dubbi sul proprio apporto alla famiglia, al cambiamento di ciò che sta attorno, divengono più coscienti e forti. Si sarebbe potuto fare diversamente, nelle condizioni in cui si è scelto oppure in altre che si sarebbero potute creare.

In fondo la depressione è una delusione che origina altrove ma ci riguarda profondamente perché il tempo è passato e ciò che si può vivere deve aggiungere una tale quantità di nuovo da scardinare abitudini, rompere abulie, non fare, soprattutto non fare, gesti consolatori. Una costruzione di qualcosa che trovi gli elementi per conciliare tempo e crescita interiore, senza attese, né obiettivi.

Percepire il limite è fermarsi nella china che ci rassicura con gli oggetti e con i riti, scoprire cos’è nuovo davvero e dargli possibilità di crescita. Ciò che agisce come disperazione è il tempo e la misura della bellezza, entrambi sono parte del limite perché si ha una visione di dominio di essi. Dominare il tempo o lasciare che esso scorra mentre l’inutile agli altri, ma necessario per noi, diventa passione nuova. Come in una conversione, in una rinascita ciò in cui si crede sgorga impetuoso, diviene entusiasmo. Rinchiude perché gli altri, anche vicini, non capiscono, ma è un felice scoprire che si è universo e centro e parte di un tutto. La depressione è l’esplodere della sfiducia, del tradimento, della delusione di ciò in cui si era creduto. La gabbia, il limite che si è sempre voluto superare era proprio ciò in cui si credeva e che si sentiva insufficiente per spiegare se stessi. Ora quel limite è altra cosa, è il senso di ciò che utile a noi, di ciò che è bello, di quello per cui vale il vivere. Ho la sensazione che esista uno iato tra ciò che rende liberi e ciò che ci viene insegnato come libertà. Che bisogna liberare la libertà di essere, di fare, di diventare e riconciliarla con il proprio tempo che non è più nemico ma contenitore: ciò che faccio in modo soddisfacente è ben fatto e non risponde a nessuno. Così nessuno resterà deluso e non esisterà una meta ma un percorso. Avere un cammino toglie il limite e rende compatibile la scelta che viene fatta. Forse è questa la pazzia dei vecchi, la libertà che rende liberi.

la città

Di questa città pensavo di conoscere molto, l’ho percorsa e amata di giorno e di notte. Mi è entrata dentro, senza chiedere permesso, sin da bambino. Quatta quatta si è confusa con me, con il sentimento che genera un luogo in cui tornare. La città è andata oltre la stessa casa in cui avevo depositato parte di me, l’ha ricompresa, diventando cornice di un modo di vedere il mondo. Anche viaggiando non poco, si è fatta sentire, ancorandomi a questo sentir le cose, che è un guardare dal medio al grande, dal bello conosciuto alla meraviglia sconosciuta. Vivere in una media città ha quasi tutto, la storia, i servizi, le bellezze che si scoprono crescendo, ma è anche la lingua e una particolare conformazione dell’essere che include quanti scelgono di non essere stranieri. Di appartenere restando liberi.

Guardare le cose sapendo di avere una storia alle spalle, permette di gustare la differenza, di non fare confronti e di aggiungere mondo a quello che ci ha visti nascere. Insomma è un modo di crescere senza fine che è pieno di sentire, che ha i cinque sensi allenati a percepire la differenza. Così si sentono profumi, cadenze, si vedono differenze nel costruire e nel camminare. Una città ricca di portici è più lenta, si mostra nell’apparenza, chiede di acquistare in un camminare che guarda, ma essa non è in vendita, vende ed è orgogliosa di avere i suoi cittadini in mezzo ai “foresti” che magari sono solo quelli dei comuni di un’altra provincia. Come nel Gianni Schicchi è la campagna che affluisce in città e viene assorbita, ma la arricchisce, quasi la obbliga a essere bella, come un albero fiorito.

Di questa città, in cui sono nato, conoscevo persone, storie, palazzi, le strade e i giardini nascosti, questo mi ha fatto pensare che il suo mondo avesse per me, sempre un tratto conosciuto. Anche le persone che avevano la mia età, mi sembravano parte di una conoscenza collettiva. Era presunzione e me ne sono accorto che già ero avanti con gli anni.

Nelle manifestazioni, allo stadio, per strada, conoscevo sempre gli stessi. Non erano pochi perché avevo unito conoscenza naturale alla vita pubblica, ma mi accorgevo che la gran parte delle persone erano diventate sconosciute. Questo mi ha fatto pensare due cose, che gli abitanti cambiavano con il passare del tempo, e io non aumentavo la rete di conoscenze nate in certi quartieri ormai mutati. Ero stato presuntuoso nel credere di conoscere perché camminavo di giorno e di notte, guardando i palazzi e i giardini: avevo vissuto la città e mi ero accontentato dell’amore reciproco. Il fatto che la città mi avesse coccolato, concedendosi alle mie perlustrazioni curiose, nascondeva una parte che non era fatta di vie e di ricordi, ma era più profonda. Mi sfuggiva la sua essenza, il suo sommare vite e attese dentro le case, ciò che essa perdeva in silenzio e come essa mutava.

Eppure l’avevo vista cambiare, ma senza l’attenzione che si trasforma in dolore, così avevo visto abbattere palazzi pieni di storie, chiudere corsi d’acqua, trasformare i giardini, in cui giocavo da bambino. Al loro posto erano sorti condomini tutti uguali, pieni di persone che erano attirate dalla città e dalle occasioni che essa offriva. Avevo visto scomparire la campagna poco oltre le mura, riempita di villette con piccoli giardini, intervallate da condomini, ma scollegate dal tessuto di relazione e di portici che metteva insieme le persone ogni giorno. Erano le case dei “geometri” fatte con lo stampino, che assicuravano benesseri nuovi e ne perdevano altri. Le strade avevano nomi nuovi, come i quartieri. Al loro centro erano nate chiese magniloquenti che dovevano ospitare i nuovi fedeli, ben presto si erano rivelate eccessive per dimensioni, ma erano diventate l’unico luogo con una piazza per un incontro, un mercato. I nuovi quartieri pullulavano di una vita inquieta, che mutava la socialità, pieni di non luoghi e supermercati, cambiavano le destinazioni iniziali e deperivano con i condomini e le villette che sembravano vecchi senza storia.

In pochi anni le autostrade avevano cinto la città e portavano ovunque, l’università si riempiva di studenti che venivano da ogni dove e restava famosa in Italia per storia e talenti. La modernità smantellava linee di tram (che ora stanno rifacendo) , chiudeva fabbriche che avevano fatto la rivoluzione industriale. Scomparivano interi quartieri, con la scusa di risanare parti centrali della città, mentre li inzeppavano di palazzoni che nulla avevano a che fare con la storia e con ciò che li attorniava, Così deportavano abitanti nelle periferie in un esodo da quello che prima era stato un tessuto di malsane case medioevali. Anche la lingua mutava, perduti i gerghi tipici delle osterie che non erano usciti dai confini del quartiere, il parlare si impoveriva, scomparivano parole, mestieri, persino i visi non avevano più l’ammiccare che aveva contraddistinto l’aggiunta ai gerghi e al dialetto. Si erano chiuse le sale dove si riunivano “cappati” delle fraglie e delle corporazioni, per decidere beneficenze e casse peote. Chiuso tutto questo l’essenza della città si era nascosta in luoghi impensati, ritratta come un animale ferito che aspetta passi il malessere che le impedisce di vivere.

E questo sfuggire della sua essenza, che non afferravo, era il suo sommare delle vite e delle attese dentro le case. Quello che la politica non avrebbe mai sentito pulsare era un cuore vivo che si difendeva e interpretava il futuro. Che lo riportava dentro di sé e lo elargiva piano a chi sapeva ascoltare e non solo abitare.

C’è uno spirito della città che non muore e si veste del tempo in cui vive, ma resta profondo, come una radice, chiedendo di essere unico e amato. Questo era ed è, il carattere da decifrare, composto di molte suggestioni, che si racchiude in una bellezza che tutto comprende e rende irripetibile l’altrove.

nessuna novità

È una pressione continua. Una notizia elide la precedente e tutto alla fine si sovrappone, si mescola e sembra uguale al grigio che assorbe i colori. Chi produce realtà sa che bisogna alzare la posta, colpire l’immaginazione e il sentire, perché le notizie vengono e svaniscono subito. Siamo finiti in una dittatura del presente senza futuro.

Sembra che il rifiuto della condizione di incertezza produca una bulimia di nuovo senza conclusione. Ed è aria mossa da chiacchiere che si sovrappongono, di cui non resta traccia se non in quel senso di mancanza che fa capolino quando ci si ferma e sembra che non si sia davvero fermi ma che una ricerca continui sotto traccia. Senza volontà, per disagio, bisogno di completezza, perché la coscienza si acquieti.

. Anche tutto questo connettersi, il mi piace sciorinato perché è più facile dare nulla che essere Inerti. È un gradire senza il contrario, la conversazione momentanea, che è chiudersi al rischio del rapporto profondo, alla domanda del che fare di noi.

Come dire la delusione se il rapporto è talmente esile che non c’è attesa, condivisione, scavare reciproco, realtà. La severa maestra è fuori dal virtuale e quindi non si impara, non si accumula esperienza, ma solo fatti che neppure hanno il pregio della verità anche quando sono veri.

È sommamente triste dipendere dalla velocità di una risposta e dalla riconferma che se l’indeterminato altro esiste allora, forse, anch’io esisto. Ecco l’incosistenza poco virtuosa dell’altro essere.

metafore sugli scacchi

C’è un modo particolare di mettere le dita, con l’indice e il pollice che stringono il pezzo che verrà mosso sulla scacchiera. Sia esso re, pedone o altro, le dita assaporano il legno liscio e lavorato, lo alzano di quel tanto che è necessario e con un accenno della bocca, percuotono il pezzo avversario, abbattendolo prima di toglierlo dal campo. I legni fanno un suono particolare, secco e breve, quasi un lamento che si mischia al sussurrato grido di conquista, poi tutto tace e il campo attende la mossa successiva.
Accade così anche in alcune amicizie o amori giunti a fine, che il gioco tolga l’altro dal futuro e lo metta a lato, in attesa di diventare ricordo o protagonista in una successiva partita. Questo mescola disperazione e speranza, esse, viste dal legno, che pur rappresenta vita, azione, possibilità, quelle dita sembrano il destino che l’intelligenza compie e non di rado, sbaglia.
Nello svolgersi del caso, esistono regole precise, colme di alternative, è la passione o l’intelligenza, che qualcuno innalza mentre altri abbatte, a scegliere.

Così funzionano le cose, per recondita necessità, e non ci sarebbe da dolersi, neppure al suono che abbatte e sancisce l’esser messo da parte, perché in qualche tempo la partita ricomincerà con diversi attori.

ricordi come lacca

Passavano i giorni del sole e delle corse fino a sera, iniziava l’anno tra profumi d’inchiostri, di carta e di matite Giotto. Aule già fredde, anticipavano l’inverno su teste chine, grembiulini neri e fiocchi azzurri su colletti bianchi. Lontano, verso la lavagna, dietro una cattedra fortezza e nave, si generavano parole, inusitate alcune, altre comuni, tutte con un’ autorità senza spiegazioni. Andava così che dopo un po’ mi distraevo e lasciavo scorrere lo sguardo verso le finestre oppure sul foglio desolato di biancore. Senso del limite, imparato presto, ma in cambio tenevo i sogni ben stretti tra le dita piccole e d’inchiostro, i tinti polpastrelli. Sembravo, ma non ero l’unico, uno stralunato reo dopo l’arresto, pronto per le impronte e per l’accusa di non fare quel di più che avrei potuto ma pervicacemente negavo. Eppure quei luoghi li ho amati, come la polvere che danzava nei raggi di sole, i banchi di legno e lo sporco dei muri e degli angoli che non se ne andava mai.

Poi, come lacca, le età si sono stese, lucenti di ricordo. Solide, ancora promettono il meglio, se ci sarà attenzione a ciò che muta, ma ora hanno aggiunto una solitudine colma d’immobile incomunicabilità se non si coglieranno più i sogni e le attese.

Cosa sognano le età che sono accumulate, cosa vedono gli occhi che del vedere non sono mai sazi, cosa pensa la testa nelle notti diversamente insonni? Di tutto un po’ senza la spavalderia d’un tempo, preso tra limite, frenesia, un poco di rimpianto per le passioni devastanti che aravano giorni, realtà, impegni e notti.
Che mondo s’è creato. Non io solo, ma eravamo distratti quando è accaduto, impegnati a vivere più che a prevedere. Spero stessimo facendo l’amore mentre le osterie, dove ci rifugiavamo, diventavano agenzie immobiliari e i bar toglievano i tavolini dove parlare per trasformarsi in wine qualcosa e ristorantini pretenziosi. Fumavamo molto, eravamo ignari, dolci, indifesi, con piccoli lapis scrivevamo poesie dappoco e numeri di telefono, cercando amici meno squattrinati che ci assicurassero il costo di una cena.
Vennero poi parole d’ordine nuove, età inesplorate, non più numeri, ma libri, lettere di passione, disperata dalle assenze e altro, ma non c’erano ancora password e accenti da evitare per aprire i file, solo carta da annusare e poi rileggere.
Noi ci baciavamo felici, impegnati a costruire un mondo, nascondendoci in ogni angolo che pensavamo fosse libero e nostro.
Dopo, in un’altra età, sono venute le cose complicate, le parole muta vano significato e forma, si abbreviavano, quasi acronimi di senso. La tecnologia divorava il poco tempo, che era della tenerezza, ed ora se il cuore ci dice di dimenticare, restiamo attoniti con molta potenza di calcolo a disposizione.
Anche in questo settembre, riassumo nostalgie, le nostre vite piccole e grandi, il terribile e il quotidiano che negli anni è accaduto altrove. Già scordato, come Beslan, le guerre in Africa e in Oriente, le due torri, l’URSS e la DDR e mentre tutto si sovrappone e genera confusione tra realtà e virtuale, ricordo che è tutto vero e non basta sia stato lontano per non colpire il cuore.

Non basta chiudere la casa, immergersi nei libri e nelle parole, spegnere la tv all’ora di pranzo, perché tra poco si vota, ci sono guerre in corso, un pianeta che si consuma per profitto.
Per vivere ricordo e guardo, in fila con altri che hanno la mia età, in attesa, che il tempo riporti l’amore e le cose al loro posto, lente e dolci come l’esitare davanti alla porta della pasticceria della vita.
Non basta ma del poco che ho imparato, perché è vero, potevo fare di più, penso che in questo mondo chi ha solo il tempo fa sempre lunghe file e dimentica ciò che non serve a vivere. E non è poco per la nuova stagione che chiede a tutti di fare il possibile da regalare al giorno che si costruisce, all’amore e alla speranza.

tempo grosso

Ruote dentate, bilancieri, spirali, ancorette, tutto che ruota, pulsa e muove, però con una dimensione inusitata. L’ orologiaio ha trasferito attraverso la passione e una stampante 3d, le complicazioni della meccanica degli orologi in una macchina grande e funzionante.

È un tempo grosso, paffuto, amichevole. Non si può portare al polso, e ticchetta con voce baritonale la sua allegra incongruenza. Pur essendo preciso, sconvolge la nozione della precisione, del rapporto tra vita e tempo e come per gli astrari medievali, l’ora non è importante, conta la propria posizione nell’universo riguardo al proprio tempo. Non credo che l’orologiaio abbia fatto tutti questi pensieri, s’è ingegnato a fare una cosa bella, che dimostra ed esemplifica un funzionare armonico. Il tempo e il suo pensiero, non riguarda l’oggetto in sé, però magistralmente questo lo scompone in una relazione tra scorrere e funzionare. Il tempo di quel grosso orologio non è fatto solo di funzionamenti ma di scorrere e quindi di essere.

Emerge la nostra relazione con il tempo: qual è il nostro tempo? Capisco che gli appuntamenti contano perché sono utili, che la precisione diviene un’ancora di salvezza per sciogliere l’essenza delle cose. Abbiamo bisogno di ritmi, scadenze, abitudini per non pensare alle domande fondamentali. Per non vedere ciò che accade attorno. C’è un tempo del devo che portiamo al polso, spesso coincide con il posso e ha internamente una irrevocabilità. Cogliere l’occasione per principio è sentire la morte, il disfarsi della possibilità. Quindi il tempo che ho al polso mi è poco amico, mi dice in continuazione ciò che perdo. La sua inesorabilità è la stessa della sabbia che scorreva nella clessidra e che si raccoglieva desolata al fondo: è scorsa. Come il giorno, le stagioni, gli anni, il passato. Invece il tempo grosso che vedo ruotare indica il funzionare, la sua regolarità è crescita inesauribile.

Capisco che è importante la relazione tra dove sono e la mia posizione nell’universo e che questo implica il vedere e il vedermi per capire il presente e il futuro. Altrimenti farei coincidere la soddisfazione con l’occasione che si spegne. Lasciare che quell’attimo possa anche fuggire e mettere al suo posto il kairos, l’occasione che si ripete purché io sia in grado di vederla.

Penso a due autori fondamentali per la storia dell’occidente e del mondo moderno: Shakespeare e Cervantes. Di loro è stato detto che hanno rappresentato la sofferenza, i sogni, la gloria e la speranza di un’epoca che entrava in crisi e ne coglievano l’esemplarità e la contraddizione. Senza giudicare esemplificavano ciò che si consuma è ciò che nasce. Ebbene credo che ogni vita cosciente, che conosce il suo tempo, il luogo e la realtà, viva la crisi di un’epoca. Penso che interpretare la crisi sia leggere il proprio tempo e quindi avere un passato, vivere il presente, perseguire un’idea di futuro. Ciò comporta il sapere dove si è e cosa si vede.

Quei grossi meccanismi che ruotano e ritmicamente si muovono sono la conseguenza d’un anarchico sogno di conquista del proprio tempo. Il loro scorrere sulla riflessioni sul sé e il mondo:  materia del risveglio della coscienza al reale. E proprio nella loro caricaturale dimensione diventano il segno di una complessità decostruita, ridotta a oggetto che ha una doppia funzione, quella del farsi capire e al tempo stesso portare altrove il pensiero. Il tempo non è un girare di ingranaggi e muovere le lancette secondo convenzioni. I nostri avi avevano un tempo differente, scandito dalla luce, dai bioritmo, dalla necessità. Costruivano astrari giganteschi e li mettevano nella piazza principale perché era più importante conoscere dove erano le costellazioni che l’ora del giorno. Era una complessità che dialogava con l’immaginario che ciascuno contiene, generava auspici, attendeva che si compissero cose grandi che riguardavano tutti e avrebbero mutato le vite. Il tempo grosso prendeva il posto dell’attimo e la precisione diventava tendenza, volontà, necessità di contenuto, perché il tempo senza contenuto non è vita, è un nulla che si scandisce.