steso a guardare le nuvole

Quello che sto per scrivere è lungo, chi avrà voglia di arrivare sino in fondo avrà avuto costanza caparbia e una sua opinione. Mi piacerebbe conoscerla perché mi riguarda, anzi riguarda tutti. 

Una generazione può essere giudicata dallo stesso giudizio che essa dà della generazione precedente, un periodo storico dal suo stesso modo di considerare il periodo da cui è stato preceduto. Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa, anche se assume pose gladiatorie e smania per la grandezza. È il solito rapporto tra il grande uomo e il cameriere.
Fare il deserto per emergere e distinguersi.
Una generazione vitale e forte, che si propone di lavorare e di affermarsi, tende invece a sopravalutare la generazione precedente perché la propria energia le dà la sicurezza che andrà anche più oltre; semplicemente vegetare è già superamento di ciò che è dipinto come morto.
Si rimprovera al passato di non aver compiuto il compito del presente: come sarebbe più comodo se i genitori avessero già fatto il lavoro dei figli. Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente: chissà cosa avremmo fatto noi se i nostri genitori avessero fatto questo e quest’altro… ma essi non l’hanno fatto e, quindi, noi non abbiamo fatto nulla di più.
Una soffitta su un pianterreno è meno soffitta di quella sul decimo o trentesimo piano? Una generazione che sa far solo soffitte si lamenta che i predecessori non abbiano già costruito palazzi di dieci o trenta piani. Dite di esser capaci di costruire cattedrali, ma non siete capaci che di costruire soffitte.”

Antonio Gramsci in “Passato e Presente”, 4° dei “Quaderni dal Carcere”.

Queste parole mi hanno colpito spesso per la loro capacità di inquadrare la situazione attuale. Non solo politica, ma quella sociale, economica, relazionale. Il presente è il prodotto di una serie di azioni consapevoli e di eccezioni, ma non è un insieme dato, senza alternative. Si può modificare. Il subirlo o l’utilizzarlo unicamente per quanto di utile può dare implica che non vi sia una visione del futuro proprio e collettivo. Manca il progetto. E questo è tipico dell’eccezionalità quando una guerra, una carestia, un evento disastroso implica nuove scale di valori in cui il quotidiano sopravvivere diventa l’obiettivo, ma non è la normalità. Però si è fatto strada un modo di pensare che confonde il cogliere l’attimo con una cultura del presente come unica immutabile realtà. Il presentismo è nella tecnologia, lo si insegna nell’azione sociale e politica, è coltivato nella scuola e nella cultura della meritocrazia, che non significa il più bravo o il più capace, ma colui che raggiunge in minor tempo gli obiettivi fissati da altri senza chiedersi se questi siano positivi o meno per sé e per tutti. 

Vivere nel presente dovrebbe implicare l’avere una storia e un progetto che da essa nasce, non consumare ciò che c’è senza chiedersi cosa accadrà tra un giorno, tra un mese, tra 5 anni. Si dirà che qualunque progetto viene modificato dalla realtà e non si realizza mai appieno, ma il progetto modifica la realtà, si relaziona con essa, la determina, e attraverso questo processo determina noi. Se soffriamo d’indeterminatezza, di anomia è perché si vive solo nel presente. L’identità viene determinata da altri che lucrano sull’assenza di scelte, sul conformarsi a ciò che viene fatto credere come immodificabile.

Avere la schiena dritta significa avere principi interiori che fanno star bene se sono rispettati. Quello che sento sempre di più attorno, invece, è un piegarsi, un fuggire dalla responsabilità di avere un proprio futuro. Questa del presentismo è una ideologia che sembra avere una radice edonistica ma in realtà segmenta, compartimentizza la società, i gruppi, le stesse famiglie nel momento in cui la responsabilità cade solo su una parte, e non di rado su un solo componente se la famiglia si scinde. La società divisa in classi aveva una stratificazione orizzontale, il presente divide la società in compartimenti verticali mettendo da un lato chi può avere il presente e dall’altro chi non può. Come se fossero i desideri ad essere il collante sociale e non i bisogni.

La politica da tempo ha scelto di lisciare il pelo al gatto e di non dire la verità. Non la dice sul futuro e neppure sulla condizione che vivono le persone nel presente, non la dice sull’ambiente, sui fini che essa persegue, sul vivere e sulla felicità possibile. Non dice la verità sul debito pubblico, sull’illegalità, sui privilegi diffusi. Parla di eguaglianza e di meritocrazia ma non parla di persone, parla di conformi e di capaci. Degli esclusi non si parla perché sarebbero disturbanti in un’idea del presente che non ha futuro. E invece è proprio questo che sta accadendo: crescono gli esclusi dal presente. Un popolo si accalca per vedere le vetrine ma resta fuori, le porte di accesso sono diventate strette e, paradossalmente, il discrimine non è tra legale e illegale, ma tra avere e non avere. Appartengo a una generazione che ha avuto la possibilità di avere un ascensore sociale che ora non esiste più oppure è talmente lento e piccolo da non essere una prospettiva, ma quell’ascensore si fondava su un presente anticamera del futuro, criticava un passato che conosceva e ne teneva la parte che serviva. Insomma il tempo era ricomposto nel suo farsi e con esso le vite. Oggi questo viene scientemente negato e con esso si elide l’idea di progresso.

Spesso si confonde la tecnologia e le sue acquisizioni con il progresso, ma mentre la prima è connaturata al presente e viene di fatto subita (come ogni fattore legato ad un utile economico), il progresso è una macchina lenta, fatta di diritti che si acquisiscono, di vite che costruiscono nuove piattaforme stabili da cui avanzare. Il progresso riguarda tutti, riguarda il futuro e il benessere, quindi i bisogni, la tecnologia riguarda il presente, i desideri ed è destinata eternamente al nuovismo, ad essere vissuta in un crepuscolo di possibilità brevi in cui tutto si esaurisce e tutto può tornare indietro.

Facciamo un esempio, se mi insegnano a fare le quattro operazioni, a estrarre la radice quadrata, se mi danno un lessico sufficiente a mettere in relazione ciò che vedo e penso con le parole posso comunicare e ho un progresso, se imparo a usare uno smartphone, se faccio i conti con la calcolatrice, quando questi si spengono resto privo di possibilità di azione, quindi sono nelle mani di chi ha l’energia e me la fornisce. Questa dipendenza mi può gettare in una privazione assoluta, mentre la mia capacità di relazione acquisita, di progresso personale è per sempre. Badate bene che non sto demonizzando la tecnologia, ma l’asservimento ad essa. Non sto rifiutando il presente, ma il suo culto esclusivo. L’uomo superata la fase della sopravvivenza, ha sempre interagito con l’ambiente e col tempo, ha programmato se stesso in relazione ad un desiderio di eternità. Su questo le religioni possono dire molto. Ma oltre al presente ha considerato che i destini personali e il futuro collettivo avessero una relazione. Finché questo è avvenuto con distorsioni immani e crimini orribili, comunque una connessione nel tempo c’era, ora questa connessione sembra più incerta, ci si affida al caso e alla necessità senza pensare che l’uno e l’altra sono suscettibili di giudizio e di manomissione. Basti pensare a quanto avviene nel distacco tra problemi e soluzioni proposte dalla politica, solo che invece di modificare la politica la si considera un insieme dato e quindi ci si allontana da essa, non pensando che proprio questo facilita il potere e gli interessi di parte che lo sorreggono perché quanti meno cittadini andranno a votare, tanto minore diventerà la possibilità di cambiamento. Poche persone possono essere privilegiate, tante invece fanno emergere l’eguaglianza e il diritto. Quindi anche le vicende di questi giorni esigerebbero il rifiuto di considerare che nulla si può fare perché tanto è così, una manifestazione larga di dissenso agisce sul presente e lo modifica. Se il presente fosse una entità pensante si direbbe che la si costringe a tener conto.

Io credo che quando si dice che il futuro è nelle nostre mani non si parli solo di noi, ma di un insieme di persone che convergono su un futuro comune in cui anche il nostro star bene abbia posto. E questo riguarda il presente che prepara questo futuro, per cui ho il presente nelle mie mani, ho un passato da cui partire e ho un progetto che mi riguarda e che voglio condividere. In questo credo si riassuma la possibilità di cambiare ciò che non ci va, e non è poco, in questo mondo e di dare un senso alle vite.

Riassunto: C’è un culto del presente che toglie il futuro e denigra il passato senza ragioni di progresso. Ci verrà chiesto: ma dove eravate quando accadeva tutto questo?

ripensando a lettera a una professoressa

Qualche giorno fa era il 50°anniversario della pubblicazione del libro dei ragazzi di Barbiana: Lettera a una professoressa. C’era molta forza nelle parole di quello scritto e fece cambiare modo di vedere di una intera generazione perché interpretava con pensieri semplici quello che era sotto gli occhi di tutti.

Si disse che diceva quello che molti pensavano eppure non dicevano. Dovrebbe essere naturale ma non è così e non si sa per quale vergogna si occulti l’evidenza. Non sto parlando di verità profonde, ma di ciò che si vede e del perché lo si dia per scontato contribuendo così in modo determinante a non cambiare le cose che non vanno.  Siamo attorniati di banalità, di modi di dire e non c’è alcun pudore nel ripeterli, ma se qualcuno mette in relazione l’ingiustizia con qualche pratica sociale, con l’agire di chi ha potere, spesso subentra l’imbarazzo. Sono i momenti in cui la parola, così abusata, distorta, inoculata nelle teste fino a condizionarne il vedere diventa fastidiosa. Controcorrente rispetto ad una immagine in cui il positivo deve prevalere anche se viene solo raccontato e non praticato.

Lettera a una professoressa parlava della parola, della scuola, della società e metteva tutto in modo così consequenziale e logico che chi leggeva capiva la ragione della sua posizione sociale. Inutile dire che quel libro divenne il testo su cui si fondò una rivoluzione della scuola che da  verticale voleva essere orizzontale.  Pier Paolo Pasolini lo definì il libro più bello dei miei tempi e forse è inutile chiosare questa affermazione se non dicendo che in esso c’era molta verità.

Don Milani collegava la parola, il suo significato, alla diseguaglianza, all’ingiustizia, alla sopraffazione sociale. Pensava che la scuola avrebbe dovuto essere lo strumento per la comprensione e per l’inclusione.

La scuola non come riproduttrice ma come generatrice di una nuova società che cambiava partendo dalla comprensione della sua condizione. Non esistevano i bocciati nella scuola di Barbiana, esisteva un sapere che interconnetteva le acquisizioni dotte con quelle popolari. Il teorema di Pitagora non cessava di esistere, ma diventava un modo per misurare la realtà. Lavorare sulla parola significava darle peso, significato e nobiltà. Si poneva il problema più arduo per chi capisce ovvero la semplicità in modo che ciò che si era acquisito fosse disponibile a tutti. Così i maestri erano intercambiabili e chi capiva spiegava. Questo è stato il procedere della storia sociale dell’umanità dove il sapere si è trasmesso per verifica del reale e ha generato lavoro, cambiamento dell’ambiente, cibo, rispetto. Il sapere esoterico, iniziatico ha alimentato la credenza ossia la risposta con parole incomprensibili all’incomprensibile. Il contrario della scienza, la base per il potere.

Barbiana e i suoi ragazzi erano una congiunzione favorevole degli astri, del caso che aveva portato un prete scomodo in un posto impossibile. Ma era un buon maestro per chi stava attorno a quella pieve, e con i suoi scritti, parlava al mondo. Raccontava l’evidenza e lo diceva con la cognizione delle parole che hanno significato e così mostravano una verità e una realtà.

Si potrà dire che non era l’unica verità, ma la realtà coincideva con il vissuto.

Pilato chiede a Gesù: Cos’è la verità? È una domanda fatta da un procuratore, da una persona che conosce la legge e giudica, ma diviene un pensiero a voce alta e si allontana senza attendere la risposta. Eppure avrebbe a disposizione un Rabbi, un conoscitore delle scritture, un maestro. Pilato si allontana perché sa che la verità è personale e che poi, quando diviene patrimonio di molti diventa eversiva, cambia l’ordine delle cose, dice ciò che è giusto e ciò che non lo è, e costringe l’uomo a scegliere. Meglio il relativismo che lascia tutto come sta. Don Milani chiedeva di capire, riflettere e scegliere. Non gli andava il relativismo ed era un Maestro.

Mi chiedo perché non esistano oggi i buoni maestri, perché si sia affievolita la volontà di spiegare l’evidenza. Forse perché nessuno li ascolta? Se così fosse questa generazione sarebbe perduta e la speranza dovrebbe passare al futuro.

Lettera a una professoressa insegnava che la pazienza che subisce non è una virtù, ed è un insegnamento che non ha perso neppure un atomo del suo valore.

 

 

 

 

 

inadeguato

Sempre più spesso ci viene chiesto di uscire dalla sicura conchiglia delle abitudini, è il nuovo che ha una sua urgenza perché già preannuncia che poi puzzerà di stantio. In questo starebbe il cogliere l’occasione.

Non so voi, ma spesso mi sento inadeguato alla possibilità e allora attingo alla sconsideratezza oppure cerco di fare sapendo che l’errore è compreso in ciò che farò, ma sono cosciente del senso del limite.
Per questo mi sorprendono i sicuri di tutto, quelli che salgono qualsiasi asperità: o sono tanto bravi oppure hanno perso la nozione del dubbio.  Sembrano intrisi di quella che sembra essere costante novità, il farsi senza traccia in una infinita serie di sensazioni che non muta davvero e non fa proprio il nuovo ma lo considera già vecchio nel momento in cui si manifesta, quindi trascurabile e transitorio. E questo presunto nuovo è già abitudine, privo di vero cambiamento. Invece penso che l’unico modo per vivere tutte le età mantenendo la capacità di stupirsi, sia quello di far proprio ciò che non ha riferimenti, che non ricade nella consuetudine e che per questo ci spinge a mutare.
Non è forse questa la giovinezza ossia la perenne sensazione di non essere adeguati e al tempo stesso la voglia di inglobare in noi il mondo? E questo sentirsi inadeguati non è la spinta a superarsi per quanto è possibile nel fare, insoddisfatti ma anche onesti del dire il proprio limite? L’inadeguatezza e il cogliere l’occasione stabiliscono un equilibrio tra coscienza e volontà, non diventano arroganza, eppure procedono. Dovrebbero essere qualità di chi si trova ad avere potere, invece accade di rado, pare sia meglio seppellire il nuovo con il nuovo. Definirlo vecchio, incessantemente finché non verrà uno davvero nuovo a seppellire l’ultima arroganza.

la realtà è una giusta maestra

Consapevolmente o meno, è sempre stato così: il rapporto dell’uomo che subisce il potere, prima o poi attraversa una fase di stanchezza che lascia ad altri il compito di regolare i conti.
Ci sono i cinici, i distratti, gli indifferenti e pure gli apocalittici che tutti assieme delegano alla realtà il compito di rimettere in ordine le cose.  Spesso sono quelli che la sanno lunga, che incassano la testa tra le spalle e aspettano finisca, perché alla fine finisce e i conti in qualche modo tornano.

Mi piace però pensare che accanto a tutti questi, e pur sapendo che la realtà alla fine a suo modo paga, ci siano quelli che non si arrendono. Che ogni volta sono più stanchi, ma non accettano di nuotare in un verso solo perché conviene. E a questi, liberi naviganti, apparentemente sconfitti, mi iscrivo volentieri. In loro c’è forza, e non so da dove venga, ma continua ad alimentarsi in qualche oscuro recondito d’anima. Forza che crede ci sarà del nuovo e così facendo influenza la realtà. La loro almeno. Sarà perché amano le passioni ma non gli manca mai il tempo per capire e indignarsi, almeno una volta in più dell’avversario o del conformismo. E sorridono, scrollando le spalle, quando dicono che il tempo è galantuomo, perché ne hanno capito il senso.

le chimiche verità

Si diceva alla fine di un ragionamento sui sentimenti, che le donne vogliono dolcezza eppoi ci si chiedeva cosa vogliono gli uomini dalle donne.

Io ho risposto la verità, ma non ne ero certo. Mi pareva la cosa più importante e semplice o forse era una risposta etica. In realtà, pensandoci ora, penso che sia uomini che donne, vogliano verità e cura, non solo l’una o l’altra. Ma non è una risposta di genere, forse diamo nomi uguali a intensità differenti. Chi ha mai definito appieno la scala del bisogno d’amore? Chi riesce a tracciare i colori che vanno dal nero al rosso acceso e a collocarsi nella sfumatura che gli appartiene e al tempo stesso definire quella che desidera? C’è uno iato che fa la fortuna dei venditori di tranquillanti, di psicologi e preti ed è costituito dal tentativo di trovare una ragione per lo squilibrio, nonché del tentativo di colmarlo.

La mia insegnante di chimica analitica mi ripeteva che si trova quello che si cerca, poco o tanto, anche niente ma funzionava così.

Aveva ragione, anche se quasi mai nella vita si procede sapendo davvero ciò che si cerca e sorprendendoci di ciò che si trova. Invece, al contrario dell’analisi chimica, non di rado ci si accontenta, pensando che siamo noi ad essere poco in sintonia con i nostri desideri.

Ma qui c’è la notizia che tutti conosciamo: chi si accontenta non gode, s’accontenta e basta.

Quindi forse la prima asserzione non è distante da ciò che si vorrebbe: verità e cura sono un buon misuratore di ciò che si cerca davvero.

 

l’equilibrio non ama l’amore

Di questa specie d’amore, che si camuffa di bene,

che nel dirsi, teme

e rafforza la corazza costruita con cura.

Di questo usare ciò che consente al vivere d’abitudine, 

che trova un accordo con la notte.

Di tutto questo dirsi, bisbigliarsi, nel silenzio dei pensieri,

cosa resta agli equilibristi del cuore

che, stesa la fune,

tirata sino a farla suonare d’aria e di luce,

ne assaggiano la consistenza col passo che avvolge,

ma poi ristanno pensosi,

immobili al proprio desiderio d’infinito,

e al timore d’imparare

d’essere mutati dal sapersi

di poter tenere il cielo con le dita.

 

la razionalità del male

La cronaca e le ricorrenze non risparmiano nulla. Se è vero che nulla si ripete uguale, ci sono delle costanti nel male che dovrebbero essere indagate. La strage di Capaci, la morte di Falcone e della sua scorta e quella che seguì con Borsellino, la strage di oggi a Manchester con le prime 22 vittime, tra cui giovani e bambini, sono tra le molte stragi che continuano, con matrici diverse e motivazioni diverse, in questo mondo che usa la distanza per emozionarsi e per sancire le solidarietà. Noi ci sentiamo male, ci immedesimiamo, partecipiamo e poi dimentichiamo, sino alla prossima volta. Basta affidarsi alla speranza, al caso, oppure serve altro ?

C’è una razionalità nel male. La mafia è razionale come lo è un terrorista dell’isis o un trafficante di droga sudamericano, e allora ci si chiede come mai non sia possibile prevenire, smontare i ragionamenti, controbattere. 

È il bene ad essere irrazionale in questo mondo, e pur essendo prevalente, ci sorprende anche quando lo attendiamo. Lo consideriamo scontato solo in cerchie sicure, molto vicine a noi e legate da affetti. È strano che per estensione si associ la sicurezza con l’impossibilità del male e che solo in essa si pensi la condizione del bene perché ben poco è sicuro. I drammi in famiglia infatti dimostrano il contrario, la violenza sulle donne dimostra il contrario.

Ma restiamo alla razionalità del male. Nella sua semplice geometria esso agisce con rapporti di causa effetto, ha un obiettivo e lo raggiunge. Dovrebbe essere prevedibile ma per la complessità del mondo e per la stessa libertà degli uomini, non lo è. Però la sua razionalità pesca in una parte sottostante l’evidenza, come vi fossero regole che valgono solo in superficie. Per ogni assassino stragista ci sono molti altri che non fanno ma condividono, quindi esiste una platea a cui il male si rivolge e non è piccola, ma soprattutto è tra gli altri uomini e ne condivide gran parte dei tratti, delle abitudini, persino delle leggi. Quindi c’è una scissione di razionalità che motiva alcuni a considerare razionale e giustificata l’efferatezza e questa è presente ovunque, ciò che ci salva è che per molti ciò è abominevole. Gli animali non hanno questo substrato che consente loro le stragi, agiscono per motivi evidenti, l’uomo no, ha un simbolismo che vuole mettere sull’atto, che ne esalti l’efferatezza e la sproporzione con un richiamo all’intelligenza. Il male vuole insegnare ad altri e così agisce nella mente razionale e perversa di chi lo compie. Per questo bisognerebbe che l’indagine sul male e sulla sua modalità si spingesse nel profondo, non lo considerasse eccezione ma un fantasma che dorme, e che i risultati di questo indagare contaminassero l’agire sociale. Lo includessero. Invece la società attraverso la legge e l’etica pensa di arginarlo e lo esclude, ma si vede che questo non basta. È necessario uno sforzo per togliere le ragioni del male, modificando la comprensione e il comportamento sociale. Credo che in questo momento sia ancora più necessaria un’indagine sulla razionalità del male nella società, e non perché vi sia più male di un tempo. L’efferatezza umana ha raggiunto livelli indicibili nella storia, anche recente. Ma oggi c’è una fragilità e una sensibilità che possono aiutare ad affrontare il problema del male, la sua diffusione, il suo essere strumento per affermare altro. Insomma si può affrontare il cinismo di massa e la solitudine dell’individuo indagando, espungendo le radici della malvagità, non negando i problemi, affrontando la difficoltà delle ragioni e delle diversità. Credo che non sia possibile, come in passato, opporre al male una simmetria di stragi, risolvere il male col male. E neppure è possibile nascondere il male sotto il tappeto delle notizie che si susseguono: se la mafia è un problema ed è il male, quella bisogna capire, affrontare e risolvere. E questo vale per l’isis e per qualsiasi altra espressione organizzata che contempla la razionalità del male come modalità dell’agire. Se vogliamo un mondo aperto e libero dobbiamo indagare sul lato nero dell’uomo, su come combatterlo e renderlo irrazionale, questo sinora è stato rinviato ma pare che ora non si possa più. Essere più sicuri significa non avere paura dell’altro, È tutto in questa semplice considerazione, ma ciò che ci sta dietro è in gran parte da scoprire.

le donne

Le donne sono diverse dagli uomini, spesso parlano di loro stesse riconoscendo peculiarità che agli uomini sfuggono. Usano il genere per riconoscersi vicine oltre l’apparenza. Manifestano solidarietà impensabili e piangono quando sono ferite. In non pochi casi riescono a sciogliere grumi di solitudine in nuova vicinanza, se scelgono di essere sole è dopo aver attraversato un deserto, un mare, una foresta.
Le donne usano una parola che non descrive nulla oltre la biologia: il genere e con essa elevano un vetro oltre al quale gli uomini guardano, vedono, cercano di capire e a volte capiscono: la loro diversità e differenza. E come accade davanti a una vetrina che espone i desideri e non si hanno i mezzi per renderli un po’ propri, resta, agli uomini, una sconfinata ammirazione e tristezza. Solo quando riescono a mettere assieme una complementarietà, che qualcuno chiama amore, la meraviglia degli uomini e la loro insufficienza nel sentire si scioglie in un abbraccio. Non importa quando esso è fisico e quando resta nel pensiero, è un abbraccio che continua e tiene assieme. E lì, finalmente, il genere prende significato e scompare.

nodo e gropo

Un nodo. Come quelli che mia nonna mi insegnava a sciogliere.

(In realtà lei mi insegnava la pazienza e il nodo lo chiamava gropo. Che era cosa meno raffinata e suscettibile di analisi, ma la sua ruvidezza lo rendeva scioglibile. Sciogliere è riportare le cose in un ordine accettabile.)

Solo che questo nodo è dentro e riassume altro.

Cosa include la topologia di un nodo oltre all’evidenza ?

La complessità.

Cioè tutto quello che non si riesce a maneggiare: il futuro, i ricordi, le cose non fatte e quelle, purtroppo, fatte, i no non detti a tempo, il muro dei sì, ciò che si è tenuto a forza e ciò che si è tagliato. Beh, tagliato è una parolona visto che dentro al nodo c’è anche quel legame.

Un nodo tiene assieme e impedisce di andare dove si vorrebbe. Come i cani a catena. E questo nodo non si scioglie. Non con la sufficiente velocità, almeno. E non va né su né giù. È lì a ricordare che solo con le dita che portano al cervello si può agire per non aggiungere complessità.

Il contrario della complessità non è semplicità, ma scelta, errore, pazienza.

Ecco, tutto qui.

Semplice essere complessi, molto meno trasformare i nodi in gropi per scioglierli davvero. 

blu

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Hanno scoperto un nuovo colore. Un blu così intenso che mai si è visto prima. Per caso, come accade spesso per i colori sintetici, mescolando indio, manganese e chissà cosa. Cercavano una fibra conduttrice e dall’imperizia di uno studente è venuta fuori questa nuova frequenza d’onda. Naturalmente l’hanno brevettato, sia il colore che il procedimento, e visto che gli americani sanno cos’è il marketing, adesso c’è un concorso per il nome. Solo giovani. Attempati e perditempo, astenersi. Magari non hanno pensato che il blu appartiene proprio alle generazioni più agé e che i giovani frequentano con molta libertà altri colori. Quello che mi ha fatto pensare è che il blu della cappella degli Scrovegni era fatto di lapislazzuli mescolato con chissà quali resine organiche ed è venuto il blu di Giotto. Oppure osservando i maggiori abitanti del pianeta, gli insetti, si scoprono variazioni infinite nel pantone della natura. Che se ne frega dei brevetti e continua imperterrita a produrre variazioni d’onda utili. A che? Alla salute, all’accoppiamento, all’allegria e alla vanità, al mimetismo e chissà a quanti altri usi pratici. Mi piace l’idea del caso che inventa e ancor di più quella del caso che si diverte. Tanto che alla fine mi sembra che di caso abbia ben poco.