l’ordine il disordine

I palazzi dell’europa dell’est, anche quelli in piccole città, avevano un rigore di linee precise e di progetti acquarellati. Erano privi della sezione aurea dell’Alberti, ma mandavano un senso di solida sicurezza. Questi palazzi avevano alte finestre per raccogliere tutta la luce disponibile, simmetrie di porte che si muovevano da un asse centrale, colori bianchi o al più in quelle tinte pastello senza ardimento che spesso si vedono niei paesi del nord, con le finestre segnate in un diverso colore che seguiva le modanature, le grottesche, le finte colonne, i cornicioni. L’effetto degli accostamenti di colore era moderatamente leggero, come se chi minuziosamente aveva curato l’esecuzione dovesse dominare anche i pensieri riposanti e futili per una corrispondenza ordinata tra interiore ed esteriore.  Così anche l’asimmetria era ordinata e voluta per comunicare il senso di attesa del compimento. Una sua pcertezza.

Questi palazzi sembravano fatti per durare e per convenientemente rappresentare un potere intramontabile. Il potere pensa spesso di non passare e forse per questo genera un eterno presente e trascura il futuro, lasciando che questo si crei da solo e spesso per contrasto pensando di poterlo imbrigliare nel rigore di una linea, di una parola, di un gesto inequivocabile. Lasciamoglielo credere perché nulla è più apparentemente solido e precario come il potere e l’ordine mentale che esso genera.

Così mi accadeva di osservare anche altrove, in Cina ad esempio, o in medio oriente, o nelle architetture civili del Corno d’Africa, o in sud america, ovunque, indipendentemente dalla ricchezza del Paese, che si ripetevano le modalità del costruire e il senso di ordine che la simmetria comunica, statuendo il controllo e quindi il potere di chi la genera.

Così pensavo che fare ordine è un affidarsi e un riposo interiore, e che per farlo bisogna avere anzitutto cognizione delle cose e assegnare loro un’importanza. Il pensiero sotteso alla legge che si esprimeva in qualsiasi asylum era che l’ordine fa bene e che messo a posto il mondo tutto il resto doveva muoversi di conseguenza. Questo pensava il potere e moltissimi con esso, tanto che si riposavano nel fare ordine, nel tenere le cose secondo giuste sequenze.

Lo vedevo nei palazzi e mi sembrava collegato ad una necessità di sicurezza interiore da soddisfare. Però sapevo anche che l’universo, pur avendo equazioni a loro modo molto imbriglianti e ordinate, si ostinava a rappresentare qualcosa che si espandeva, che era insofferente dei limiti, che non tollerava la staticità e la sicurezza, ma praticava il movimento e l’insicurezza.

Mi sembrava fossimo accoccolati nel grembo della galassia, e guardando ciò che si espandeva, ai nostri occhi c’era un nero solcato da lampi di energia, a volte luminosa ma altrettanto spesso oscura. E solo la poesia con il suo disordine del sentire, con la violenza della verità poteva assomigliare ad una equazione che descriveva un fenomeno visto e ancor più percepito. Solo che la poesia la sentivano tutti, non solo gli osservatori ricchi di scienza e se risuonava in maniera differente, in ciascuno, il risultato non cambiava: sotto l’ordine c’era un vulcano pronto ad eruttare verso il cielo l’immenso contenuto dei desideri, delle aspettative e della realtà percepita e di quella voluta.

E così pensavo che quei palazzi erano belli, ma monotoni come l’utile che senza l’inutile e la sua fantasia renderebbe grigia ogni ora.

 

dovremmo

i phone 001

Dovremmo lasciar svolgere le nostre vite, ascoltare il buono che ne viene,

parlare anche con il silenzio, pensare con forza a chi si vuol bene,

togliere ogni consuetudine che divenga falsità,

astenersi perché il cuore trovi le parole mai usate.

Cantare musiche senza tempo con il pudore della felicità,

riconoscere la propria e l’altrui unicità,

far leggerezza di sé e accettare di sparire con dolore,

essere malinconici e cercare le emozioni lievi che riempiono la vita.

Non aver fretta d’essere ascoltati con l’attenzione che subito vorremmo,

spiegare con le parole che si sentono inadatte,

usare i silenzi che fanno parlare le mani e gli occhi

e sorprendersi d’essere capiti. 

E nell’abbracciare ascoltare il corpo che ci parla,

che ha domande e risposte vaghe, bisogni e necessità di tempo.

Le vite si sovrappongono, scorrono le une sulle altre, s’incollano e si staccano,

ma ciò che conta tiene oltre la stanchezza,

sente la necessità che hanno le assenze,

ha  la coscienza d’essere sempre insufficienti,

e il coraggio di dirlo senza mai scusarsi.

Non abbiamo bisogno di cedere scuse

ma di vederci vivere ogni giorno, con benevolenza, 

e cercare quella novità che a raccontarla sembra poca cosa,

ma è quella che risveglia l’abitudine alla felicità.

 

 

 

archi ribassati

Spiegava l’evidenza, ovvero che un arco ribassato, una volta senza l’ausilio della cuspide gotica, premeva sulle spalle di appoggio. Il ponte della Costituzione a Venezia è un po’ così e magari se le rive non tengono tutta quella spinta, oppure s’allontanano perché annoiate dai tanti piedi distratti, alla fine cadrà in acqua. Sarebbe una logica conclusione all’imperizia e all’incuria, al mercantilismo con cui il bello è diventato bazar, consumo di pietre per piedi trascinati, confusione di economie tra chi risiede e chi viene, prende e se ne va.

Intanto, pensucchiando, era diventata notte e nella via dov’ero nato, gli archi ribassati dei portici che vedevo erano chiusi da solide barre di antico ferro, stanco persino di ruggine e delle mani che si erano appese per dondolarsi come scimmie, per tirarsi su, per dimostrare che anche da piccoli si riusciva ad essere forti quando non esistevano palestre e gli esercizi ginnici erano in aule polverose vicino ai banchi. Ovvero, esistevano le palestre ed erano un retaggio ottocentesco, forgiavano ginnasti e spadaccini oppure pugili che avevano giri e parole loro. Ma erano guardati con quel giudizio imbecille che li apprezzava solo quando combattevano oppure conquistavano medaglie, per il resto erano persone a parte, confinate in circoli dove era meglio non andare, frequentare, parlare.

Così ricordando, scorrevo, quegli archi tenuti da sbarre malfidenti, che poggiavano su pilastri di diversa dimensione. Alcuni tozzi e massicci, sembravano fatti per sorreggere l’intera casa. E anche se non era vero, se ne atteggiavano e avevano intonaci strani, riccioluti in punte aguzze di malta grigia, forse per impedire che le persone s’appoggiassero. Pensavo che i proprietari avessero pensieri grevi e che pur costretti a un pubblico portico volessero difendere la proprietà oltremisura, per cui un povero non potesse riposare nell’ombra, non ci fossero questuanti davanti casa che togliessero decoro e infastidissero i visitatori, fosse precluso il sostare che cerca un muro a cui posare la schiena o la spalla. Precauzioni inutili perché il lezzo greve della pescheria poco distante, toglieva ogni aspirazione di nobiltà acquisita a quelle case e quella strada, pur con i suoi palazzi nobiliari, i merli ghibellini, le porte alte e i legni pregiati dei portoni, era pur sempre terra di botteghe e d’artigiani e il fabbro, che aveva la fucina davanti alla mia casa, forse era stato quello che aveva battuto quelle barre per gli archi, aveva forgiato catene per tenere insieme pareti perimetrali stanche e non aveva badato al fortore della pescheria che s’appiccicava ai mattoni, li permeava d’estate di una patina di decomposizione organica, confondeva spazzatura e portici come accadeva nelle vie medievali, in attesa che una folata di vento ripulisse le narici prima che l’aria, no, batteva, lavorava, scherzava col vicino commerciante, salutava le signore e si schermiva della sua canottiera blu che portava in estate e inverno, ridendo, cantando e facendo.

Altri archi erano su colonne più sottili, su capitelli recuperati da scavi che si distinguevano proprio per le loro diversità. Sembravano poco preoccupati di spinta e peso, quei contrafforti esili, che avevano una eleganza da ballerini consumati, tangheri, come si diceva storpiando e sorridendo dell’andatura un po’ claudicante del ballerino di tango che spazza la pista col passo strascinato prima d’ essere richiesto. Leggeri e pieni d’anni, incoscienti, reggevano pesi e sostenevano. Mi chiedevo nei pensieri oziosi di calura, cosa tenesse davvero quel marmo, se non vi fosse una convenzione tra cose che alla fine, cooperando, mostrasse non la realtà ma l’apparenza, ovvero se il tenere o meno fosse altrove e quegli archi con quelle sbarre, adesso davvero necessarie, non si reggessero da soli, per cui l’appoggiarsi fosse carezza al marmo, bacio affettuoso e non peso. Un affetto per tutti gli anni passati assieme, per la vicinanza che ingentiliva e rendeva lieve l’arco di mattoni con l’ormai inutile chiave di volta, come accade alle coppie dove lei fornisce a lui quel supporto di leggiadria che lo illumina e gli raddrizza le spalle, ne rende interessante il viso e la figura, perché assieme stanno bene e si vede.

Così la via correva nella notte, tra odori intensi e silenzi di mura che trattenevano il respiro di chi passava. Mi sembrava che in quella via ci fosse più aria quand’ero piccolo, che gli odori non entrassero nelle case, ma scivolassero via come ombre sui muri. Che quegli archi fossero occasione di gioco, d’ombra e sosta per chi passava, che le grate delle cantine alitassero sempre quel misto di fresco e muffe di cose dimenticate ma non buttate. Osservando le superfici, passavo i polpastrelli su granulosità che erano lisciate dall’uso, dalla consuetudine che hanno i bambini di toccare. Come se essi sapessero che c’è una memoria del tatto e che quella resta a lungo pur estraniandosi dal luogo, e c’era il ferro rugoso, la pietra d’Istria che si sfaldava piano, il sasso liscio che parlava con il palmo. E c’erano quegli archi che incorniciavano il cielo sopra le case, e bisognava essere piccoli, per vedere il cielo, piccoli di statura e grandi di semplice sentire.

la storia siamo noi, Mauro

Le persone si sono disposte ad arco seguendo l’ombra, così si è generato un golfo, un abbraccio che circoscrive il sole. Siamo in tanti nel caldo di luglio in città, ascoltiamo i ricordi dei discorsi, ne aggiungiamo sommessi al vicino, pensiamo insieme e si sente. Gli abiti colorati, estivi ti sarebbero piaciuti, Mauro, così l’amicizia, le troppe cose non dette che  trascuriamo nelle vite ed ora emergono tra i pensieri.
Siamo fatti, abbiamo bisogno, di certezze e così si pensa che il mondo, le persone siano immutabili, che basti una telefonata, un messaggio, e risponderanno quando serve, poi tutto muta e ci troviamo a guardarci nello specchio dell’assenza che riflette le solitudini, e così pezzi di passato diventano definitivi, si ricolloca il presente, manca qualcosa che ora fa male da qualche parte.
Intanto i discorsi si alternano a canzoni amate, parole sentite come proprie che hanno unito. Che uniscono ancora.
” la storia siamo noi, nessuno si senta offeso, siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo, la storia siamo noi, attenzione nessuno si senta escluso.”
De Gregori dice quello che ci siamo sentiti dentro, quello che si è cantato nei pullman che tornavano da immersioni di consapevolezza e indignazione forte, quello che circolava nelle teste, nei pensieri, prima di uscire dalle labbra. La storia collettiva, il noi, nella piazza, nel golfo che ti abbraccia lo sentiamo un po’ tutti. Ai funerali dei compagni quello che unisce non sono le testimonianze, è piuttosto il senso di una storia comune. Chi può dire altrettanto adesso, verrebbe da chiedersi, ma sarebbe un discorso da reduci e per i guerrieri invece, la battaglia non finisce mai.
Si sparge il silenzio attorno, si posiziona  un leggio leggero, un foglio rosso con gli accordi che vorrebbe volar via, Il sax, nel sole, è una voce di notte, impastata di fumo com’è stata la Tua, le nostre, tante volte, è una ninna nanna che prende, è la stanchezza soddisfatta di vivere avendo vissuto. L’Internazionale prende vigore, scivola e ribalza d’echi, avvolge, viene sussurrata con le parole che fanno bene, che erano di tutti qui attorno. È un pensiero che si rafforza, che si sente leggero e libero di scorrere dentro e fuori delle mura. Poi piano, diventa sussurro fino a spegnersi nell’ultima nota in un sospiro. Sulla grande vetrata a lato del cortile del municipio si vedono due bandiere della pace che sventolano, un pezzo della bara chiara, le persone che ti rendono affetto e onore. Tu così schivo e pudico, sappiamo che ti piace questo volerti bene, ne siamo tutti certi, per questo ci guardiamo sorridendo e ti siamo grati. 

come ti vorrei

Vorremmo essere intuiti, capiti nella cura e nel desiderio. La nostra mappa semplice e poco segreta sembra palese. In fondo ciò che vogliamo è solo attenzione. Il correlato del bene.

Per ogni desiderio che si incontra, la misura della delusione oppure della sorpresa felice, è solo in noi stessi. E l’altro non capisce e ne viene sorpreso.

Il tempo giusto, la misura, l’intuizione, come in una scala di definizioni, sono elementi che emergono in quel senso di soddisfazione o di delusione che c’è nel vivere un rapporto. Questo ci dice che il per sempre è soggetto a continua verifica e che, se l’amore o il bene non sono in discussione, lo è la loro misura.

Sull’altro si proietta una grande responsabilità: quella di essere dentro di noi. In continuazione.

Così ogni rapporto è costellato da una infinita serie di piccole mancanze, di disattenzioni non volute.

Un contenitore di infinite solitudini competitive, questo pensavo, mentre guardavo persone compiersi e deludere. Compiersi e deludere sono gli estremi di un arco teso che tiene pronta l’incompiutezza, a scoccare verso il cielo o verso il cuore. A volte l’una e l’altra assieme.

la lingua dei coppi

Arrivano alle sette e mezza, li sento perché la betoniera comincia girare con quello sciacquio di sabbia grossa che si mescola al cemento. Mentre faccio colazione sono gia sul tetto, magri e muscolosi da lavoro, con le schiene curvate dai pesi passati e futuri e senz’ anni definiti. Vengono dalla campagna, un tempo avrebbero fatto i braccianti o i pescatori di fiume, adesso sono muratori. Da una settimana tagliano solai, mettono velux, allineano coppi. Parlano poco, i loro rumori sono il grido lancinante della mola, il penetrare convulso del trapano demolitore, il ronzare dell’argano che tira su carriole di malta. Hanno messo lastre di coibente sul cemento, sigillandole con cura, poi hanno applicato la membrana impermeabile, rossa e ruvida, come un corpo spellato dal sole. Infine hanno tracciato in silenzio delle linee blu verticali ogni cinque metri. Si vede che c’è una sintassi in questo lavoro, un ordine di segni che rende dissonanti le cose inutili, che impedisce sgrammaticature di tempo e ordine. Si parte dal bordo e si risale verso il colmo lasciando sentieri di movimento, tutto ha una sequenza risultante. Non ci sono cancellature e rifacimenti e tutto converge in quei coppi che salgono con l’argano.
Vedo che ogni tanto si curvano a verificare l’allineamento, danno piccoli colpetti, poi mettono del poliuretano e continuano.

Ormai è quasi completato, è un tetto grande e così si coglie bene dall’alto che le file sono perfette, i colori dall’arancio all’ ocra sono stati alternati come a comporre un disegno. Sembra un campo appena seminato, con lunghi solchi che attendono l’acqua che si raccoglierà nel fosso grondaia. Non avevo mai considerato quanta attenzione, silenzio e pazienza c’è nell’allinearsi delle cose. Alle diciotto finiscono e se vanno. Tornano in campagna, forse ad altri lavori oppure alla stanchezza che chiude presto gli occhi. Magari sognano coppi, allineati e in bancali, oppure file ordinate che corrono verso l’infinito, il precipizio dove le linee si congiungono e le cose tornano terra. La stessa terra rossa dei coppi che cotta, impermeabilizza, conserva, protegge, vive e cresce altre vite. Ma forse questo non lo sanno pur parlando una lingua silente di cose ben fatte. Una lingua naturale, come un albero, un fiore, un solco d’aratro, un tetto che allinea l’occhio e lo farà nelle stagioni. Anche quando sarà parte del conosciuto e mai scontato paesaggio dell’abitudine. Ecco la lingua che dice e distingue chi capisce da chi non coglie. La lingua dei coppi.

marciapiedi puliti e monetine

Un africano, giovane, alto e magro,  sta spazzando il marciapiede in via di Torpignattara. Un cartello dice che è volontario e chiede, se si vuole, una monetina.
Sembra che dietro ci sia un racket che risponde a un problema, la pulizia dei marciapiedi, e raccoglie elemosine. È triste pensare che la pubblica amministrazione non arrivi dove arriva la zona grigia della legalità. Che la stessa amministrazione crei problemi che forse avrebbero soluzioni transitorie e di educazione  prima che di tecnica. Le regole imprigionano l’azione e sono contro l’uomo quando non vedono i suoi problemi. Non voglio dire che ci devono essere trattamenti diversi ma se il lavoro di pulizia a offerta libera lo facesse una onlus, dovrebbe avere i dipendenti in regola, la scopa ergonomica, la paletta approvata da qualche ente di sicurezza. Lo sta facendo qualcun altro, singolo o associato, in modo “abusivo” e irregolare però il marciapiedi adesso  è pulito.
Forse siamo finiti nel paradosso di Buridano e da un lato c’è la legalità e dall’altro i problemi che le persone vivono ogni giorno e non si risolvono. Quando lo Stato non affronta qualcosa accade e una crepa nell’ordinato vivere si allarga.
Più avanti, due negozianti sono usciti con le scope e raccolgono lattine, carte e mozziconi lasciati dall’incuria della notte, il pulito contagia e questa è una buona notizia, magari col tempo ne arriveranno altre.

100 db d’infinito

 

Tra il rosa e l’azzurro corrono le rondini,

il cielo non si decide,

e il loro gridare conquista l’attimo

e lo fonde nel colore: 

è tra le case il concerto Imperatore,

e loro vanno a tempo come seguissero le mani di Abbado,

le dita morbide di Pollini.

Mentre il suono esce dalle finestre,

e un fiume di note l’aria accoglie,

ora il cielo beve la notte,

le dita parlano coi tasti

e sono gloria e senso, domanda e certezza,

perché sempre il genio legge l’anima,

e di questo trionfo, l’ infinito s’avvolge su chi ascolta,

e sente tale l’umano andare.

tutto dovuto?

Sbriciolo pochi ricordi tra le dita,

passeri e colombi si gettano voraci:

mangiare non è condividere.

Resta l’essenza,  il rosso nastro, 

sottile di ciò che non è,

non bisogna dolersi, è la vita,

quella che fa capire che avanti e oltre

son differenti percorsi,

righe di luce e di tenebra,

divenute diffrazioni per palpitare la retina,

di fantasie e realtà.

Piano emergono indizi,

un puzzle si compone in una traccia,

dove scorre la luce.

I ricordi sono merce scomoda,

da maneggiare con l’accuratezza delle rose,

profumo, gambo, colore, smorzando le spine,

e dovrei dire che quel pulviscolo

che ora m’attornia,

è quel ch’è rimasto.

No, non è tutto dovuto.

il tempo della morbidezza

Le mani hanno preso prima le spalle, poi i fianchi e infine le gambe. Hanno lavato con delicatezza, poi dopo il primo sorso d’aria e il primo pianto mi hanno posato dentro un panno morbido e mostrato a mia madre. Già quelli attorno mi avevano visto. Ci saranno stati commenti, espressi e silenti. Chissà quanto dei pensieri sarà stato detto e quanto taciuto. Poi le mani sono state usate ancora con delicatezza, ed erano quelle di mia madre, per rimettere in ordine una ciocca, sorreggere la testa.

Credo fossero morbide quelle mani. Erano mani di donna sostituite poi da altre mani di donna. Hanno parlato in silenzio dicendo cose che nulla avevano a che fare con i rumori attorno. Hanno protetto, rassicurato e dato forma alle carezze incavando leggermente il palmo a sfiorare la pelle. Morbidezza come parola ancora non esisteva ma c’era già il suo linguaggio del contenere dolce, del mettere a contatto la pelle. E subito si sono parlati i gangli nervosi con qualche algoritmo che non aveva bisogno d’essere scritto, eppure già conteneva risposte a sentimenti grandi: paura, caldo, protezione, dolcezza, cura.

Le mani comunicano molto sia quando toccano e accarezzano o quando interrogano, sollecitano, dicono per loro conto rispetto alle parole. Si nasce e le mani ci parlano, poi verrà il resto. Questo pensavo. 

L’altra sera c’era quasi luna piena. Gli amici erano seduti in tavole staccate, si erano aggregati come gli veniva e i discorsi navigavano liberi nella notte. Il cielo era clemente e profumava di cereali pronti a essere mietuti. Al limite dell’aia, c’erano le piante aromatiche di un piccolo orto botanico che aggiungevano profumi ai refoli d’aria fresca. Su tutte primeggiava la lavanda.

Aguzzando gli occhi si leggeva, sull’architrave di quello che un tempo era stato l’edificio principale, che un Varoto, da Volta del barocio aveva fatto quella casa, nel 1708.  E poi l’aveva abitata, ci aveva fatti nascere e cresciuto figli e nipoti, aveva depositato vite a far da legante per quelle pietre. Aveva, il Varoto, coltivato i campi attorno, superato guerre di cui non conosceva la ragione e stabilito una discendenza, compiendo un opera, la vita, che gli pareva naturale. Ma questo non l’aveva scritto, però volendo lasciar traccia del suo fare aveva stabilito un tempo e un luogo da cui era partito verso qualcosa di nuovo. 

Eravamo là assieme e c’era anche chi non c’era. I discorsi che si sperdevano nella notte, le risate che si accendevano, come forse molte volte era stato fatto in quell’aia, in uno stare quieto tra amici che festeggiavano qualcosa.

Abbiamo necessità, pensavo, di tirare linee e riassumere progetti. Abbiamo necessità, fin da quando nasciamo, di essere in compagnia con qualcuno. Nasciamo immaturi e questa necessità d’essere insieme, con una rete di relazioni e di cura, ce la portiamo dietro per sempre. Dopo molti percorsi circolari, dopo essere spesso tornato, mi chiedevo cosa nasceva da quella pace e da quello star bene assieme che c’era attorno.

Erano pensieri slegati, quietati della vista e dal sentire d’essere tra amici, quindi solo per il vizio che ho di dar nome ai percorsi che vorrò fare, ne è uscita una parola che non era stata pronunciata molti anni addietro, ma era la prima. Morbidezza. Ecco, con quegli amici, e con chissà chi altro, si potrà parlare del noi che possediamo, si potrà dar senso a qualcosa che era iniziato molto prima: il tempo della morbidezza.