per fezione

Come briciole si perde la perfezione per strada, l’idea era buona e si è franta nel modo giusto creando una silloge di specchi. Ciascuno rifletteva l’altro in una infinita ripetuta realtà e il tempo si fermava tra l’una e l’altra immagine, sospeso e in attesa. Non si capisce nulla? Meglio parlare del minuto che s’incontra per caso ( e non è mai per caso), un volto, uno stare, un mettere argine al pensiero che disturba. Tutto serve. Sapessi quanti cani devo tenere a bada e nessuno è mansueto perché ognuno difende un territorio ben preciso: l’urgenza.  La sua urgenza. Così nel contenere, ti regalo un’immagine, la forchetta che affonda nella millefoglie. Fuori dell’ombrellone bianco il sole mangia i colori, ma qui la crema chantilly esce tenera di giallo, esce e si lascia raccogliere dalla punta della forchetta. Se non ci fosse un parlottare attorno si sentirebbe il crepitio della sfoglia che si frange, il profumo del caffè che attende, il gusto che manifesta l’imperio del senso. Che rimanda ad altri gusti e desideri, allegoria di specchi del pensiero. L’urgenza è tra il prolungare e il finire, che comunque s’estingue in un ultimo sapore, ma quel sapore durerà a lungo. Ecco che la perfezione lascia una scia ma si consuma, dev’essere consumata, non deve interpellare oltre la soglia della sazietà. E ancora un’immagine aiuta, è la lama di luce che si apre una strada netta, entra e si ferma, solo lo sguaiato aprirebbe intera la porta, chi conosce l’imperfezione propria, gode della danza del pulviscolo, se ne incanta, immagina e coglie vita dove c’è polvere. Fuori una tenda sbatte in sincronia col vento, ed ha momenti d’attesa prima di vibrare, come l’amore, potrei dire, che oltrepassa una riga e poi un’altra e infine ha un suo ritmare tumultuoso con lento accarezzare.

scrivo storie

Scrivo storie. Le raccolgo, oppure le possiedo perché sono miei ricordi. A volte le storie diventano così mie che non le condivido. A volte i ricordi cambiano perché vedono dietro quello che c’è stato, non sono più solo fatti, ma motivazioni, necessità. Così ho scoperto che la colpa non è una cosa semplice da definire e neppure da attribuire e che chi ha vissuto, ha ancora molto da vivere se ascolta quello che dentro gli racconta il giusto e l’ingiusto. Ho scoperto, ma tardi che vedo le cose cose che vedono gli altri, ma con i miei occhi e il mio passato e questo diventa una storia. 

Era marzo e c’era già estate. Accade così in Eritrea. La mattina era piena di sole e percorrevo una strada tra due campi minati. Accade spesso in questi luoghi che manchino i soldi per togliere quello che può far male, allora si tracciano percorsi. La strada era asfaltata e bambini in fila indiana ne percorrevano il ciglio tornando a casa da scuola. Avevano le divise colorate delle scuole da cui venivano. Erano bellissimi come solo i bambini e i popoli che hanno preso geni da altri popoli sanno essere.
I bambini conoscevano il limite, non c’erano gare a rincorrersi, si parlavano, ma l’uno alla nuca dell’altro. E ridevano oppure ascoltavano in silenzio, aspettavano di essere al sicuro per sovrapporre le voci.
C’era un territorio precluso attorno e nessuno ci poteva far nulla anche se si stendeva libero alla vista e c’erano alberi, jaracande in fiore, fichi d’India pieni di frutti e case vuote che si consumavano al sole. Le case di mattoni cotti al sole si addolciscono piano piano, lasciano andare una polvere rossa di argilla sottilissima che poi trovi dappertutto, sulle cose, sugli abiti, sul corpo. Ci si abitua, come alle mine. Tempo prima una compagnia di sminatori danesi aveva lavorato in quei luoghi, era un aiuto alla popolazione locale. Poi il governo aveva chiesto loro di pagare per fare il lavoro di assistenza perché nessuno poteva portare aiuto in un posto solo ma doveva dare un contributo al governo e i danesi se n’erano andati. Erano rimasti sentieri poco segnalati e insicuri in una estensione enorme di terra, un tempo coltivata, abitata e fertile, ora punteggiata di carcasse di veicoli e carri armati. Era la rappresentazione del supplizio di Tantalo, c’erano i frutti ma non si potevano raccogliere. Ogni tanto qualcuno ci provava, poteva andar bene o male, ma un vecchio che aveva un’età senza rughe mi aveva spiegato che non provavano quasi più: perché aggiungere morti a una guerra finita da dieci anni?
La sensazione era di essere prigionieri della poca sicurezza possibile, di muoversi solo con gli occhi. Andavo piano e arrivando nella piccola città vedevo i bambini che entravano nelle case di mattoni crudi cotti al sole. Era come vivere su una carta geografica: si andava dal punto A al punto B, si seguiva la strada e poi si restava tra le case. Alcuni, i più vecchi, conoscevano l’italiano, parlavano volentieri. Avevano un discorrere fatto di lunghi intervalli di silenzio, come per cercare le parole e raccogliere le idee. Offrivo loro una birra e passavo il tempo guardandomi attorno. Uno si offerse di farmi da guida, accettai solo di essere portato in periferia, se esiste una periferia in un pugno di case. Appena fuori, sotto un grandissimo sicomoro c’era una scuola coranica. I bambini erano attorno al maestro e avevano delle tavole di legno su cui erano scritti delle sure in arabo. Leggevano assieme, ad alta voce. Come mi videro, ci fu il silenzio, il maestro parlò con chi mi accompagnava e capii che disturbavo e dovevo andarmene. L’albero era immenso e allontanandomi vidi uno dei bambini, che avevo incontrato sulla strada arrivando, era ancora con la sua divisa rossa e blu. Stava seduto su un ramo e ascoltava, poi si voltò guardandomi, pensai al Zaccheo del Vangelo. E mi sorrise. Tornammo, il paese era davvero piccolo e nell’unica osteria c’erano i mercanti di cammelli che avevano finito il loro lavoro, offrii il pranzo alla mia guida: youghurt di latte di cammella e il pane injera  per intingere e pulire la scodella. Era una guida semi silente, gli chiesi del passato e del presente. Rispondeva parlando della stagione, del caldo che arrivava e del mercato, che oltre ai cammelli, si era ridotto a sole merci cinesi o quasi, mentre le donne continuavano a tessere scialli di garza per avvolgere la testa e le spalle, che poi faticavano a vendere. Era un po’ triste per questo, ma era il mondo che arrivava. Ci salutammo, gli diedi un po’ di denaro e mi sorrise come il bambino: ero uno straniero, pagavo qualcosa, ma non c’erano né stranieri né lavoro.
Ero in un luogo che non permetteva di muoversi come si voleva, ma io sarei tornato e lui non sapeva dove andare.

Il pomeriggio lo passai seduto all’ombra a bere birra chiara e la vita mi pareva asincrona e bellissima.  

qui non si parla di politica

Un tempo lo si trovava scritto nelle osterie: qui non si parla di politica. Era un cartello stazzonato, con qualche mosca spiaccicata, retaggio del fascismo e dei suoi pericoli. Poi di politica si è parlato molto, spesso di squincio per dire con chi si era, autodefinirsi senza grande fatica, e l’ideologia aiutava molto. Anche chi era anti qualcosa era comunque parte di un gruppo in cui circolava qualche risposta e non pochi perché. Poi è subentrata l’indifferenza. Più o meno negli anni 80/90 quando fare politica aveva acquisito assieme alla Milano da bere, una sua rarefazione ideale, ma tutto era già nato prima.

Si dice adesso che tornino i fascismi, che l’istinto autoritario sempre presente nelle azioni e nel pensare umano, prenda il sopravvento. È il bisogno di un capo quando non c’è più un padre e anche la madre diventa incerta, oppure è quel bisogno di non avere responsabilità, di delegare che ha ucciso la cultura della partecipazione. E a cosa  si può partecipare se tutto attorno dice che sei in competizione, con tutti, nel lavoro, nella coda al supermercato, nel trovare un posto all’asilo per tuo figlio? La competizione atomizza, riduce la persona a non dover chiedere perché mostrerebbe le proprie debolezze, oppure fa chiedere il non dovuto, la raccomandazione, comunque riduce gli spazi di fiducia, abroga le regole comuni. Quest’ultima parte diventa fondamentale, senza regole comuni tutti sono avversari o nemici e in politica si assiste ad una condizione esilarante in cui tutti vorrebbero essere all’opposizione. Questo è il combinato disposto di anni di balle, di narrazione della realtà, di irrisione degli ideali, di demonizzazione del noi, che hanno demolito il senso comune. Non si parla della bellezza della differenza ma del culto della differenziazione, non si disquisisce sul perché siamo assieme e in tanti possiamo fare più della somma di ciascuno ma del rifiuto di stare assieme.

Si sono create delle realtà prive di prova effettuale, insomma verosimili ma non verificabili. È la narrazione che dice a chi sta peggio che non è vero, è la statistica che parla di lavoro in crescita a chi non lo trova, e diventa la colpevolizzazione di non vivere nella realtà giusta, ovvero quella raccontata. E siccome le narrazioni sono diverse e per paure o speranze differenti, ognuno sceglie la sua, salvo poi scoprire che era una balla, che non è possibile, o meglio che chi racconta effettivamente gli darebbe ciò che promette ma qualcuno glielo impedisce. Un cattivo si trova sempre, un complotto affascina, ma la realtà non cambia.

Se si dovessero dire quale siano i compiti identitari della politica democratica, a mio avviso, si dovrebbero individuare in due priorità: ricomporre la realtà in una sola, quella che tutti vivono, poveri e ricchi, e fare della politica una scelta individuale. Non è una cosa nuova, dopo il 1943 chi scelse l’antifascismo e la resistenza fece queste due cose. Prima di essere comunista o democristiano o socialista o repubblicano, scelse di vedere la realtà del fascismo che era ben diversa da quella che era stata raccontata per vent’anni e unificò la sua realtà con quella degli altri antifascisti. L’altra scelta fu quella che lo riguardava nei confronti della politica ovvero se contare o meno nel creare il proprio futuro; poteva essere indifferente, opportunista, ignavo, oppure scegliere. In molti scelsero e cominciarono a creare un paese condiviso. Chi era all’opposizione voleva prendere la guida del Paese per portare innanzi un benessere più forte, ma agiva all’interno della stessa realtà.

Tutto questo si è smarrito e nella politica, è compito della sinistra rimettere assieme la realtà dei bisogni con quello che viene raccontato. È compito della sinistra dare risposte che riguardino i problemi reali non le conquiste immaginarie che non si traducono in vita quotidiana. È compito della sinistra fare della politica una scelta individuale che mette insieme, che partecipa a un noi. È compito della sinistra far sì che la competizione serva anzitutto a chi perde mentre premia chi ha più qualità. Non è difficile spiegare questo concetto, se chi concorre non vince deve avere la possibilità di far meglio e di vincere la prossima volta. Ci dev’essere un noi anche quando si ha l’eccellenza perché il Paese cresca, altrimenti si allarga l’abisso tra i pochi primi e i tanti ultimi e questi non si solleveranno più. Si cresce assieme perché ci sono idee diverse e un tessuto comune, regole comuni, legalità comune.

Qui non si parla di politica ma di condizioni per farla, di onestà e pulizia, di un arrivare alla sinistra e non di dire: io sono di sinistra ma mi va bene tutto quello che impedisce l’equità. La notizia buona è che non c’è nulla che non possa essere fatto meglio e a servizio di tutti, quella cattiva è che non ci verrà mai regalato. E adesso ognuno decida perché la decisione è personale.

 

rta ovvero una mattina del mondo

La mattina si era svolta, come lo spiegare d’un lenzuolo antico. Un prenderne i capi ed aprire ciò che è molto più grande dell’apparenza, poi il distendere con quel movimento che imprigiona l’aria per scherzo e poi la lascia andare finché si forma una superficie liscia e tesa, grande per accogliere e sovrabbondare. C’erano lenzuola per tutte le stagioni in casa: quelle di canapa per l’estate che mia nonna conservava nel suo piccolo armadio e odoravano sempre di lavanda ed erano morbide d’uso e d’anni, e fresche e lisce con dei piccoli ingrossamenti del filato su cui si attardavano le unghie e i polpastrelli prima del sonno. C’erano le lenzuola di lino che uscivano dai calti dell’armadio di mia mamma, con qualche ricamo colorato e le iniziali, anch’essi riservati all’estate e alle occasioni d’una festa che s’accompagnava dalla vigilia alla settimana successiva. C’erano le lenzuola di flanella per le notti più fredde e per avvolgere i sogni rimboccati dal desiderio d’abbraccio. C’erano lenzuola di cotone, di vari colori che accompagnavano l’anno e l’umore intermedio. Insomma le lenzuola s’aprivano e si svolgevano per avvolgere. Così era stata la mattina, stesa e piena d’incontri, di sorrisi, di abbracci e di portici luminosi come parole piane. Era stata una mattina in cui il senso, una piccola sfera densa che dà ordine alle cose, fissandone una precedenza e conseguenza, era rimbalzato nella piazza, aveva convinto anche i riottosi (che tanto riottosi non erano visto che erano venuti per ascoltare, incontrare, celebrare), e si era poi sciolto nei piccoli capannelli, nelle discussioni, nello sciamare che metteva assieme luoghi differenti per un aperitivo, uno sguardo ulteriore, un pranzo. Insomma il rito era stato caro agli dei e l’ordine si era mantenuto con i singoli universi di ciascuno.

Ṛta è il termine sanscrito che descrive l’ ordine dell’universo, quella cosa grande che contiene e uniforma la realtà, ma è anche ciò che rappresenta l’universo attraverso il rito. Ṛta deriva da Ṛ (radice sanscrita di “muoversi”) e *ar (radice indoeuropea di “modo appropriato”), quindi significa “muoversi, comportarsi, in modo corretto”. Fare le cose per bene. Ed è riferito sia agli uomini che alle leggi che regolano l’universo. A ciascuno il suo compito in modo che ci sia l’armonia, il corrispondere tra realtà e il fare e a ciascuno l’universo dia secondo la sua necessità d’armonia.

Pensandoci, mi veniva in mente la meccanica della serenità, che non di rado contiene la felicità, ovvero fare ciò che si dice e dire ciò che si pensa. Che poi è anche il riproporsi dell’innocenza senza età, dell’etica del giusto che non include la costrizione ma si nutre di equilibrio e necessità.

C’era un legame tra tutto questo e il rimpiangere le scelte sbagliate, l’ozioso e cupo enumerare i fallimenti, l’incapacità di vedere il futuro come conseguenza di un pensiero attuale e felice? 

Quando gli anni si accumulano con pennellate successive o viene fuori una lacca lucida e riflettente, che ha un colore così intenso che sembra risucchiare la luce al suo interno oppure si creano una serie di strati che si sfaldano nel presente e mostrano tracce di antica bellezza, ma anche crepe e disfacimento dei tentativi che non furono felici. Esiste una terza via che mette assieme il fare e il suo consolidarsi nel ricordo e nel presente ed è la sensazione di essere vissuto e voler vivere approssimando le regole che ci riguardano. In questo si è pietra porosa che assorbe il colore, lo mostra e al tempo stesso è se stessa. È il senso del limite che ci dice del corrispondere tra noi e quello che è fuori di noi, è quel sentire lo sguardo che ha il ricordo e vede il futuro nell’ordine che percepisce. In fondo un letto con le lenzuola ben stese e appropriate alla stagione era un atto d’amore, d’innocenza e d’ordine e già lo stendere era gustare ciò che sarebbe venuto come appropriato al sonno e a i sogni. 

E noi dobbiamo curare i sogni e le passioni, farli grandi e simili a noi, contenerli nell’universo e nel sole di una mattina d’inizio maggio, dove l’innocenza è ciò che si mostra ed è grande di semplicità. Come una bandiera, un sorriso, un colore, una voglia di essere ancora vivi nel fare il proprio compito. Incuranti di ciò che è stato e felici di ciò che potrà essere.

dall’altra parte della barricata 1.

Non sapevo bene cosa significasse, ma quel primo pomeriggio di luglio ero diventato situazionista. Così nel sole, senza preavviso, su una panchina davanti al fiume, con la digestione che chiudeva gli occhi e le righe di “Quindici” che mi ballavano davanti. Capivo che quell’Europa, così grande e diversa di popoli e abitudini, così difficile per i confini da valicare, così complicata per i visti, le lingue e i passaporti, era il mondo perché il resto diventava atlante e una macchia confusa e barbara. Eppure da qualche parte, nel suo cuore, quell’Europa fremeva impaziente, mentre ragazzi poco più grandi di me, si agitavano ancora di più. Alla Freie Universitad di Berlino, leggevo che protestavano, si battevano, discutevano. Ma dov’era la Freie Universität? E Berlino non era una città isola dentro la Germania Democratica, come mai lì la libertà diventava contestazione e non solo necessità? Capivo quello che leggevo e vedevo la distanza dal mio mondo, da quel pomeriggio sospeso di sole, con i pesci che saltavano a pelo d’acqua. Mi sembrava che ciò che leggevo fosse grande, che questo accorciasse le distanze e se avevo caldo, sonno, voglia di andare in piscina o al mare, restava la necessità di capire perché altrove si coagulasse il futuro.

E mentre facevo fatica a tenere alta l’attenzione mi rendevo conto che un piccolo salto in avanti era stato fatto nella mia piccola vita. Nella testa anzitutto, perché per capire, per esserci, bisognava si accendesse l’attenzione, ma soprattutto attorno capivo che c’erano cose che altri discutevano e capivano ed erano totalmente diverse da quelli che fino a quel momento erano stati i miei interessi.

Nella sonnolenta Padova, così simile al torpore post prandiale, non accadeva nulla, ma altrove scomposte e ritmiche code di sauri di scontravano e diventavano altro. Situazionismo, cosa voleva davvero dire? Forse, ma non solo, essere nel presente e mescolare anarchismo e marxismo, vedere la realtà e la sua miseria là dove si viveva, smontare l’attuazione dei sogni attraverso l’analisi di ciò che quei sogni avevano prodotto, vedere i limiti del socialismo attuato e rifiutare il capitalismo. Per me significava discutere con mio padre, con i miei pochi amici che pensavano altro, significava non farsi capire perché non c’era nulla da capire, bastava guardare la realtà e per renderla evidente ancor più, creare situazioni.

Non c’entravo con quanto accaduto ma alla messa in duomo per la commemorazione di Mussolini, un paio di artisti avevano versato 5 litri di ammoniaca pura nella pila dell’acqua santa. La chiesa era stata evacuata, tutti piangevano, tutti erano indignati e la realtà si era mostrata. Così pensavo. I simboli erano urticanti, scomodi e conflittuali. I simboli non erano acqua fresca e come tali si dovevano leggere nel loro produrre cambiamento, nel contrasto con il sonno, il lassismo del non impicciarsi. Era scoccato il mio ’68, anche se mancavano ancora un paio d’anni e non lo sapevo. Neppure dopo l’avrei saputo bene, però capivo che se c’era coincidenza tra desideri, soddisfazione e libertà, si andava verso una situazione di collettiva euforia, di cambiamento, con momenti di felicità.

pratico la gentilezza

Come posso pratico la gentilezza. Con tutti, anche con i supponenti e gli arroganti, ma per poco, il tempo di allontanarmi. La pratico con chi ammiro per le sue capacità, e lo faccio con gioia, ma anche con quelli che frequentano solo l’io e con chi racconta ciò che non è. Non so se la sentono, mi pare la considerino un atto dovuto, un omaggio naturale, come il loro non ringraziare, che è poi un modo di non vedere gli altri. Ci sono tanti modi di vedere, di essere sensibili, Hitler era vegetariano e amava gli animali, era sensibile a sé. Ci sono molte persone che hanno bisogno di tenersi assieme, per questo sono sensibili a sé, sorvolano e non notano. Mentre altre persone vedono in profondità, notano l’umanità, la sentono e la raccontano, magari per poco. Hanno una collezione di tipi umani,  ma sanno che ne esistono altri, sono curiose e spesso felici e tristi di essere vive. Forse io che osservo e cerco il noi, non sono diverso da queste persone, mi dico, e capisco che mi piacerebbe molto. Ma siccome non mi vedo, non so cosa pensino gli altri di me, come mi vedono. Magari distante, oppure troppo pieno delle mie piccole passioni, preso in inutilità di poco conto.

Non credo mi interessi sempre saperlo, però so che in un mondo dove si compete, dove le storie si assomigliano, ognuno le sente come esclusive e comunicare non è mai facile, per questo pratico la gentilezza. Non credo di essere migliore di altri, non l’ho mai pensato, però sento che mi viene donato non poco, e non saprei fare altro per ringraziare.

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sulla porta

Sulla porta avvengono cose intense. Cose che hanno a che fare con i sentimenti. Non mancano le banalità, i simbolismi: porte accostate e sbattute sono quasi icone di un prima e un dopo interiore che rappresenta ben altro. Sulla porta vengono dette parole spesso usate, banali, ma qualche volta, definitive. E gli addii consumati sulla porta di una casa, di un treno, di un aeroporto sono crudeli e senza replica apparente.  Lasciano interdetti, come accade in ogni omicidio premeditato. Oppure raccontano il banale che sconfina sempre nell’irrevocabile. Quanta indifferenza può esserci nel ripetere, o quanta insicurezza si trova nell’abitudine, non ce ne accorgiamo, fino a un momento di rottura. Ma l’eccezionale in fondo si prepara un po’ per volta nel suo agente. E chi è l’agente dell’eccezionale se non colui che dice che qualcosa è accaduto. Qualcosa che era percepito e rifiutato, oppure intuito e atteso, perché a volte, nell’entrare c’è la felicità che si palesa confermandosi.

Sulle porte avvengono cose che voi umani sapete e che non è necessario cercare nei bastioni della galassia, ma dentro, perché un saluto è un arrivederci, un addio è una rottura di un equilibrio, di un viaggio, di un possibile che poi giace infranto. Ai propri piedi perché chi l’ha pronunciato già non teneva più a quel possibile, l’aveva scartato. Sulla porta, sotto lo stipite, ci si rifugia quando c’è un terremoto. I credenti, non importa di quale religione, mettono sopra di essa immagini ben auguranti, tracce di sapienze definitive e chi passa sotto dovrebbe essere investito dall’aura che benedice.

Sulla porta il cuore non è mai indifferente perché vede fuori e accoglie oppure chiude e sbarra, paura e speranza si intrecciano, un modo sostanziale di vedere coincide con le vite che si sono scelte. Il tempo è breve sulle porte e di questo tutti dovremmo essere consci, una comunicazione, un accadere ha bisogno di tempo e invece le porte sono un imbuto dello scorrere, come in una clessidra sono un cappio che velocizza l’accadere. Credo che l’addio che si perpetra su una porta che poi si chiuderà è il crudele finire e nessun finire dovrebbe essere tale.

Usare la porta per accogliere, e dire, è già molto, moltissimo. Ripercorre la sorpresa di quando si era felici, ora al contrario, ma con creanza. Non è un comunicato, è una con-divisione, un dolere comune, come c’è stata una felicità comune. Almeno questo nell’educazione ai sentimenti: non sulla porta.

sconosciuti ma non tanto

Tra lui e me c’è un legame di note e ciascuno sa poco dell’altro.

Ho un sito in cui pubblico parte della musica che ascolto e che costituisce una sorta di colonna sonora degli interessi stabili e delle scoperte. Questo sito lo frequentiamo in tre e quello che mi stupisce sono le approvazioni che uno di questi amici di strada, manifesta.  Ho cercato il suo blog, vedo quello che pubblica: abbiamo gusti differenti, o almeno così pare, ma lui è più aperto di me visto che ascolta musica molto diversa dalla mia.
Ho spesso immaginato che il virtuale diventi luogo e che in questo caso sia un locale affollato, in penombra, dove suonano cose diverse. Le persone si incontrano, a volte parlano, oppure si guardano e pensano ascoltando, in quella mistura magica in cui funzionano assieme gli occhi e l’udito. Poi se ne vanno: semplicemente vivono.
Potrebbe essere una cosa banale, ma credo sia una metafora del vivere oggi.

scrivo lettere che non spedisco

Con il tempo molto si mette in ordine, si quieta, per stanchezza forse oppure per usura, anche se mi convinco che l’una regge l’altra ed entrambe si giustificano.

I miei percorsi sono una spirale, così sembra andare il tempo, non lineare e non circolare ma una mistura di entrambi che procede facendoci guardare il passato e spingendoci verso il futuro. La consapevolezza è il presente, così ricco di assoluti e di noia, di fatiche e di idiosincrasie che ci permettono di godere, di desiderare ciò che abbiamo o altro, ma che interroga e inquieta. In questo presente ci accorgiamo che il passato sembra poco utile, che ciò che è stato non ritorna, ma ancor di più ciò che non è avvenuto ha perduto la sua possibilità. Era di questo che parlavi nel condensare tutto in una parola: rimpianto? Si perde un sacco di tempo a giustificare ciò che non è accaduto e man mano ci si convince che quella era la scelta migliore, ma sappiamo che non è così. Era ciò che costava meno, che non buttava all’aria le sicurezze, ma c’era una possibilità di mutare la vita e la si è rifiutata. Non c’è nessun giudizio su tutto questo, anzi è la dimostrazione di quel procedere nella spirale dove tutto è compatibile.

Le cose ci cambiano, ciò che accade ci cambia, restringe e precisa le vite finché lo sguardo vede ciò che conosce, frequenta meno il rischio e la meraviglia che esso include. Forse per questo dovremmo conservare la curiosità della fanciullezza, lasciare che il differente si lasci capire, per vivere vite differenti.

Abbiamo grandi risorse nelle passioni, tu hai ancora passioni oppure una vita ordinata fatta di sicurezze e abitudini? Io cerco di lasciarmi trasportare dentro le cose, non so se siano queste le passioni che mi sono concesse. Non perseguo più l’utile esteriore, forse è anche questo che le passioni odierne mi concedono assieme alla sensazione che nulla si ripete.

Ti parlo di un presente che si costruisce e si alimenta non piu nell’esperienza ma nella certezza che la società si sia riscaldata e con essa le vite che accettano di farlo. Ricordi che c’era questa classificazione in sociologia tra società fredde e società calde. Le prime erano quelle stabili in cui mutava poco, i figli avevano le abitudini dei genitori, le vite sussistevano con quello che era possibile e si riproducevano. Questo ha funzionato ripetutamente per secoli, ha dato ruoli e consistenza alle persone. Poi qualche rivolgimento generale, qualche passione collettiva ha messo in moto e in discussione tutto, e il personale si è alimentato del cambiamento collettivo. Sono le società del coraggio che spingono le vite a mutare e allora la spirale accelera. Credo che oggi siano presenti entrambe le opzioni, si può restare nel freddo oppure scegliere il caldo. Quello che mi viene da pensare è che seguire il daimon sia già una guida e di certo tu ha seguito il tuo. Hai rallentato la spirale, guardato ciò che c’era, e scelto. Va bene così, nulla è uguale, e tanto basta.

fare il punto

A volte il silenzio è un perdersi che include sia il trovarsi o l’abbandono. Nasce come una crepa, dapprima impercettibile, che fa risuonare diverse le parole e infine le rende mute o eccessive.

Meglio fare il punto che consente di sapere dove si è e decidere il che fare. In fondo è la stessa strategia dell’inerme e del supponente.

Oppure c’è la troppo difficile arte del rabberciare. Il kintsugi (金継ぎ) degli artigiani zen, che mettono l’oro a ricomporre ciò che è prezioso ed è stato rotto. 

Ma se la pazienza ci assiste, in quel silenzio, che ora nuovo risuona, saldato dall’oro, s’imparano a leggere cicatrici che luccicano come un disegno dell’anima vissuta.

E tutto si muove: nulla è come prima e nulla è peggiore.

E neppure il punto è lo stesso.