piume e foglie

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Nell’aria cadono piume,

uccelli d’autunno e questioni di posto

in piccole baruffe, subito spente. 

Oltre, le foglie,

posano anch’esse. 

e lo stesso albero,

in cui s’aggrappano ora smemorati contrasti,

si scioglie al suolo,

in fulgori di colore,

inutili e cangianti alla vita.

Alto, il sole, allieta ed illude,

noi, 

che il tempo abbiamo scordato.

monte corno

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Dove ora fiorisce  la camomilla, il timo selvatico, e il cardo piumoso,
bacche rosse sfolgorano dalle pietre,
C’è profumo d’erbe d’autunno dov’era la trincea,
e più avanti, sul ciglio d’infinito, l’avamposto diruto ancora guarda la piana.
Attorno,                                                                                                                                                         tra schegge di bianco puro calcare,
fosse d’antiche granate                                                                                                                               non conta di chi fosse in quella ruga,                                                                                                           che il declivo conquista ricoprendo di fiori e rami spinosi,
ma lontano gli azzurri monti
e la pianura avvolta di bruma,                                                                                                                         hanno accolto allora gli sguardi.
Nei giorni di limpido freddo,
luccicava d’acque e riflessi, l’orizzonte,
ed era la bellezza inconsapevole e cruda,
a stringere nel pugno il cuore e la vita.

volti

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Questa fotografia è stata scattata nel 1968, durante la festa delle matricole, poi di fatto abolita dalla contestazione. Non conoscevo gli studenti fotografati. L’ho conservata pur essendo priva di riferimenti personali. E di fatto non contiene nulla. Nulla di conosciuto.

Già allora mi piaceva fotografare volti, figure, corpi, mi sembrava che le storie contenute si potessero intuire da una espressione del volto, da una posa, dagli occhi. Mi sono chiesto, e lo faccio ancora, come si sono svolte le loro vite. Dove sono adesso. Ho la sensazione che nei volti ci sia una continuità che resta, come un’eco di qualcosa di accaduto.

Non sono mai stato un gran fotografo, ma mi piaceva, già allora, fissare ciò che percepivo, intuivo. Stranamente il vedere veniva dopo, magari leggendo la fotografia in camera oscura. Associavo le fotografie a un pensiero, a un suono, un odore. Di allora restano parecchi negativi, spesso non stampati. Mancavano i soldi.

Mi accorgo che documentavo qualcosa a me stesso.

Fotografavo spesso sconosciuti e privi di particolarità forti. Oggi si guarda una foto per riconoscersi (teologia del selfie) oppure per riconoscere o per meraviglia. Il resto fa parte di quel mondo poco interessante che è la realtà. E pur fotografando la realtà mi pareva di distorcerla con le persone, con i loro pensieri, le attese, la normalità unica d’ogni vita. Per questo volevo aggiungere i volti alle cose, perché loro avevano un’altra percezione rispetto alla mia. Ed io non l’avrei mai conosciuta, ma ritenevo possibile che essa in qualche modo mi arrivasse.

Devo dire che anche adesso ho la stessa illusione e che nel fotografare spesso cerco qualcosa d’altro rispetto a ciò che apparentemente vedo. Non sarò mai un buon fotografo, ma in fondo la fotografia è una scrittura e l’adopero come mi viene. Proprio come le parole.

18.03



Sono le 18.03, l’ora del rosso degli stop. Delle code col verde dei semafori. Lampeggiano insegne di farmacie, bar, supermercati e offellerie. Immersi nei gas di software taroccati, c’è chi guarda il nulla, chi il telefono, e pochi il tramonto che gonfia nubi di luce gialla e rosa.

È l’ora dei ritorni e dell’andar via. Schizzi di buio nei vicoli, prime luci, rossi melograni e cachi gialli tra le foglie dei giardini.

Auto, musica, parole, pensieri, Janacek e Kafka. Chissà come sono i moravi adesso.

Non pensarci e guida, è la modernità, bellezza.

ascolta

Piccoli rumori oltre la porta,

lo scalpiccio discreto,

una maniglia che apre,

il soffio d’ un passaggio,

la tenda che si muove,

un cuscino si sgonfia sotto il peso.

L’orologio ha la fatica di portare avanti il tempo,

ma le ore battono distratte,

e il corpo ha suoni quasi impercettibili:

tra un raschiar di gola imbarazzato,

il fruscio d’un gesto,

non c’è nulla da dire.

Il silenzio,

o quel che ne resta,

avvolge, anch’esso discreto,

quasi temesse di far rumore.

sole dopo una notte di pioggia

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Le cupole si mostrano con la perfezione sensuale della mezza sfera. S’arrende la sottostante violenza dell’arancio nel bianco grigio che riflette il sole.

E stagliano contro il cielo come un assolo di clarino, dilagano di presenza, attorno.

Si rispecchiano, vanitose, in ogni pozzanghera dimenticata dalla pioggia della notte.

Nella curva dell’Alicorno tra le statue del Prato.

Tra le ninfee delle grandi vasche dell’Orto, vicino.

Bellezza.

Eppure penso che tutto questo accogliere, voglia cacciar via un pensiero.

Distogliere.

Tornare a sé perché manca la forza d’un pensiero condiviso che ci riguardi assieme, una passion comune senza pretesa d’assoluto.

Un acuto che porti via dalla tirannide del quotidiano, dalla miseria dell’ accontentarsi senza attesa.

calura

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Questo sole, di noi indifferente,

mentre dìsseca piante e arroventa aria,

si mostra alla sua estate.

Come da bambini cerchiamo pozze d’ombra,

portici, bocche di cantine, 

aria antica e fresca che solletica la pelle.

Non abbiamo più la freschezza delle giovani estati,

l’acqua guasta del fiume,

il pavoneggiar di spruzzi il nuoto,

mostrar l’ardire nell’attraversare.

Ci muoviamo poco,

confinati nel fresco di condizionati luoghi,

usciamo il necessario, 

e anche l’anima ne risente

perché il coraggio di mostrarsi ormai s’è sciolto.

È questa, in fondo, la nostra calura

che sbiadisce i colori del presente,

e fa ondeggiare, in indistinta nebbia,

il pensiero di futuro.

 

dopo la mietitura

I mucchi di paglia s’allineano in file parallele. La macchina sferragliante ha tagliato, separato le spighe ed è sparita assieme ai trattori carichi di grano. Non tutto però, non tutti i grani che ora luccicano nella terra e satollano gli uccelli e i loro piccoli che appena volano.

Il sole cocente e torrido delle ultime settimane ha caricato l’oro degli steli. L’ha persino stancato nella lucentezza, prosciugandolo d’ogni residua umidità. E’ oro antico, quello che giace tra i solchi, ed emerge da un’arcaica classicità. Com’è antico lasciare l’accesso agli uccelli e ai topolini di campagna. Un tempo avevano la concorrenza dei bambini, che raccoglievano i grani uno ad uno, ma comunque lasciavano quello che manteneva uno stato, un ambiente, un equilibrio d’assieme.

pulviscolo

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Dopo aver arieggiato la casa di primo mattino, venivano accostati gli scuri delle camere fino a lasciare una lama di luce e d’aria. Attraverso quella fessura, le cose all’esterno,  diventavano puro colore. Anche quelle usuali e sciatte, pur viste mille volte con distrazione, diventavano nuove e misteriose. E attraverso quella lama di luce diventava chiaro un universo danzante di pulviscolo: nell’aria apparentemente immota, s’ agitavano cose sconosciute.

Ero incantato. Saggiavo  la luce per sentirne il calore. Agitavo l’agitato cercando di scompigliarlo. Muovevo le mani piccole e poi mi fermavo: erano quei minuscoli riflessi che rimettevano in riga me, catturandomi per incantamento. Vivevano, loro, dell’ aria che non sentivo.

Poco lontano, oltre la penombra, le voci care, parlavano piano, perché d’estate anche la voce sembra fare caldo.

A volte bastava un filo d’aria per gonfiare le tende e sentire un fresco che non sarebbe durato, ma sembrava l’eterno cambiare in bene la fatica.

terrazze

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Col sole e il caldo, terrazze si sono popolate. Ombrelloni, tavoli, pompeiane rinnovate, lettini. Chi prende il sole, chi conversa e mangia di notte, chi cura le piante. Un bisogno di luce e calore in attesa di vacanze ancora distanti. Si aprono porte e finestre, le persone rendono le abitudini, valori. E le voci sommesse di notte, raccontano storie intime, proiezioni di quotidiano consumato. Subito, senza pensarci troppo, vivere. Come il sole di giorno, anche la notte.

Le terrazze sono il luogo raccolto dove, come da bambini, basta nascondere gli occhi tra le dita per essere invisibili.