Con pazienza e cocoina, la maestra ci insegnava a costruire scatole di cartoncino bianco. Contenitori di cose preziose, quelle che tu davi a me in cambio di figurine, e qualche monetina arraffata.
Mi piaceva l’odore di mandorle della cocoina, il barattolo di alluminio, con il cilindro centrale che conteneva il pennello di setola dura, anch’esso d’alluminio, tondo e perfetto nella sua funzione. Nella classe eravamo in tanti e tutti maschi; a due a due nei banchi di legno: gli stessi in cui era seduto mio padre, con grembiuli neri e colletti bianchi, ben inamidati. Gli stessi calamai, i canotti porta pennini. Solo i libri erano diversi: era cambiato regime, ma i quaderni erano pieni della stessa didattica, aste e poi parole difficili da tenere tra le righe larghe. Cielo era una di una difficoltà terribile per quella i che non c’era nel cervello e neppure nel cielo azzurro che vedevo dalle finestre, così come per aiuola, la gomma da inchiostro cancella e ricancellava fino al buco nella pagina e alle lacrime. Per fortuna c’era la cocoina e il suo odore da sniffare, la sua capacità di mettere assieme e costruire cose che prima non c’erano e non avevano nome e poi semplicemente erano quello che gli occhi vedevano. Opere d’arte infantile, grandi, immense, nuove.
È ottobre, ora di fare la cartella, non lo zainetto come s’usa adesso. La cartella di cuoio era anch’essa ricca di odore di concia e pronto ad ospitare altri profumi. Cartelle da poveri in cuoio senza tasche esterne e cartelle da ricchi con la pelle lucida e grandi tasconi pieni di pastelli di legno colorato, marca Giotto. Eravamo tutti artisti come in quella scatola dove c’era un Giotto bambino accoccolato a disegnare su una pietra, con una pecora in primo piano e un Cimabue che osservava appoggiando un braccio ad una colonna mozza. Già sapeva che sarebbe finito al Purgatorio ma non si tirava indietro di fronte al talento: Credette Cimabue ne la pittura / tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, / sì che la fama di colui è scura. Ma noi mica lo sapevamo e combinavamo disegni temperando e colorando, con quel magnifico odore di cedro e cera ancora senza nome. E si mescolava con l’odore della carta, dei fogli bianchi e rugosi o con quello dei quaderni, con copertina nera, il frontespizio su cui scrivere il nome e l’ultima pagina con le tabelline. Cartiere Pigna, generatrici di sogni e di spazi per la fantasia, raccoglitrici di macchie e lacrime, di disegni copiati con carta velina, coacervi di parole semplici, poche, per pensieri che erano inferiori al tumultuare del cervello in cerca di capire cosa diceva il mondo, ma necessari per imparare quest’arte dello scrivere in bella calligrafia con aste diritte e riccioli per le opulente lettere, valutate poi in pagella e foriere di un ordine interiore dove la forma si staccava già dalla sostanza. Chissà se Pigna o Fabriano sono ancora italiani oppure sono solo un nome nelle mani di qualche fondo pensione britannico o americano che non conosce l’odore bellissimo della carta. E chi conosce oggi, l’odore dell’astuccio di legno con il coperchio a scorrere, scrigno prezioso e macchiato ben presto di macchie d’inchiostro dal sentore di tannino che si fondeva con il legno piallato. Finché l’astuccio era nuovo aggiungeva l’odore del legno agli altri profumi degli oggetti custoditi e lo scorrere del coperchio li sprigionava mescolandoli al nostro profumo di sudorin. Poi sarebbe rimasto solo un odore informe e quello acuto del sudore, retaggio dei maglioni fatti in casa, imprigionati nei grembiuli, eccitato dalle furiose grattate alla pelle irritata, perché in fondo non eravamo pecore, dal caldo che si alimentava nelle corse d’intervallo, dal perpetuum mobile delle gambe sotto il banco, ma anche del gorgoglìo dei grossi termosifoni del silurificio di Napoli che emanavano ondate di calore polveroso quando la caldaia funzionava. Chissà perché un silurificio faceva termosifoni di ghisa con le zampette e grossi costoni decorati con tralci di fiori sconosciuti, anziché dedicarsi ai sommergibili. Non l’ho mai saputo e non era importante allora, come adesso, ma solo una frase curiosa e due parole nuove che nessuno avrebbe mai ripetuto più di una volta nei discorsi in casa, ottenendone sguardi stupiti che tradivano la preoccupazione su cosa facevamo fuori casa.
Età dell’oro, delle passioni senza nome, dei desideri semplici, del panino custodito nella cartella per la merenda, delle cose preziose come i pezzi di spago, un coltellino piccolo, le cartoline colorate a mano e la stagnola iridescente che avvolgeva i sassi che ti regalavo. I traslochi disperdono le cose non i ricordi, in quella scatola c’era la mia anima e lì dentro c’eri tu. Adesso che c’è solo un ricordo: a che serve l’anima?


