racconti per notti di vigilia: approssimazioni 1

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Quando cerchi qualcosa in questa casa non la trovi mai. Vorrei delle viti autofilettanti da ferro, 1.5 x 0,3 testa piatta. Sarebbero meglio inox, ma non si può avere tutto. Mi basterebbero le viti. 3 o 4 e attacco la stella al porta vasi esterno. Una stella luminosa, unico arredo esterno per una festa che dice, anzi chiede, e lascia larghi spazi di vuoto.

Mi succede ogni anno da quando ho smesso di credere nei significati religiosi del Natale, però mi sono tenuto il pensiero di una bellezza infantile. Un clima caldo dentro casa, l’albero e le palle colorate, l’attesa di un regalo che allora c’era sempre, la responsabilità di preparare la tavola e mettere una letterina sotto il piatto.

A volte c’era la neve fuori. Mi piaceva la neve a Natale, mi piaceva nonostante il freddo che entrava nei cappottini più pesanti che caldi. Il freddo che arrivava nei maglioni fatti in casa che pizzicavano la pelle, le scarpe che si bagnavano e che poi avrebbero fumato, piene di giornali vicino alla stufa. Mi piacevano gli amici alla messa con le luci sfolgoranti, il coro. Mi piaceva cantare nel coro. Cosa cantavo… adeste fideles. La canticchio anche ora che cerco le viti e dallo sgabuzzino è emersa una scatola di libri che non mi ricordavo più di avere. Libri di fotografia, tecniche vecchie, ma come stampavano un tempo? Quadricromie costose che ora virano verso i rossi e gli aranciati. Bei tagli. Chissà quanto hanno lavorato in camera oscura, mica erano tutti Cartier Bresson che stampava l’intero fotogramma e fotografava senza farsi vedere. Sì, ma chissà quante ne ha buttate via di foto Cartier Bresson. Che faccio con questi libri, fuori non c’è più posto quindi di nuovo in scatola. A dormire. Usciranno alla prossima ricerca di viti.

La casa è piena di carabattole, di oggetti che potrebbero servire a tre vite e invece ne ho una. Però ho una buona memoria. Infatti ecco il barattolo delle viti. Un giornale e poi si rovescia l’intero contenuto. Me l’ha insegnato mio cugino. Belli quei tempi quando avevo un’officina dove portare l’auto, e dove avevo pure lavorato. Si fa per dire lavorato. In officina mi ero sporcato di nafta e morchia. Ero un ragazzino e più mi sporcavo più mi pareva di dimostrare impegno nel lavoro. Mio cugino era ordinato. Le chiavi e gli attrezzi a posto, non come qui dentro che ci sono cose per attrezzare una fabbrica ma nessuna si vede. Però mi ha insegnato come si trova quello che si cerca in un barattolo: è semplice, non bisogna avere paura della quantità, si rovescia sul tavolo e si separano le cose con la punta del cacciavite, o con la pinzetta a becchi lunghi da officina. Giornale e barattolo rovesciato. Viti di tutti i tipi, alla fine tre uguali ci sono, la quarta è un po’ più lunga e larga ma non si vedrà da fuori. Solo che sono vecchiotte. Taglio e non testa a croce. Serve il cacciavite giusto.

Prima mi faccio un caffè. Polvere, acqua, e dieci gocce per dove finirà il caffè, non bisogna bruciarlo appena esce. E fuoco basso. Intanto cerco il cacciavite, è nella cassetta degli attrezzi, assieme ad altri dieci compagni: perdo memoria delle cose che compro, ma quando le vedo ricordo il periodo. Mi piaceva fare il bricoleur, dovevo dimostrare qualcosa, adesso faccio meno del necessario e m’ illudo di saperlo sempre fare. Bah, mica è vero, ci provo e mi trovo sempre nei guai con tempi sballati, con impegni che si sovrappongono e quello che doveva essere fatto in 10 minuti, dopo un’ora è ancora malfatto e incompleto. Penso sempre che sia un problema di attrezzi e invece è incapacità di valutare le proprie forze. Delirio di onnipotenza. Succede in molte cose. Magari si chiama ottimismo della volontà, ma in realtà quelli che sanno fare sul serio, hanno misura di sé, si muovono con i tempi giusti e hanno il necessario. Il caffè sta uscendo, si sente il profumo. Mettendo il fuoco al minimo sin dall’inizio, esce piano e aprendo il coperchio il profumo esplode nell’aria. Aver vissuto per anni vicino a una torrefazione mi ha condizionato, ne sono certo. Mi mandava mia madre a prendere il caffè, non potevano vendere al minuto ma me lo davano lo stesso: un chilo che macinavano al momento. Finché guardavo i forni dove tostavano i grani, mi regalavano un caffè fatto da una Cimbali enorme. Un caffè buonissimo che non riuscivo a trovare al bar. Ristretto, profumatissimo con un retrogusto rotondo e dolce. Questo magari fosse così. Ci si accontenta col tempo magari vantadosi di essere gourmet. Però il caffè si beve seduti. Sul tavolo ho giornali di due settimane, devo trovare il tempo per liberare. Fosse facile… Ogni volta che vedo qualcosa di scritto m’interessa. Caffè e biscotto caramellato, inzuppare con calma. Il caffè si beve con calma, poi inizierò. Intanto fuori la luce cala in fretta e farà pure freddo.

Trapano, punta da 2,5, fori sul portafiori. Fatti i fori, il prossimo anno basteranno le viti. Sembra semplice, ma fa freddo davvero, le dita si ghiacciano e il metallo non è facile da forare. O è la punta? Primo foro per la stella, poi per fare il secondo dovrò decidere come butta la coda, la mando in orizzontale o verso il basso? Orizzontale. Servirebbe una bolla, ma vado a occhio anche perché il portavasi non ha tutto questo spazio di libertà. Con due fori fatti la stella e la coda sono già a posto. Basterebbe così, aggiungiamo il terzo foro per preziosismo. Mi fermo a guardare il tramonto, in questa parte del mondo il sole fa meraviglie quando scompare dietro ai colli. Però fa davvero freddo e bisogna finire. Mi pare di fare le cose per bene, non è così, però se tutto è accettabile, chi se ne accorge a parte me e la mia insoddisfazione. Ormai è notte e sono pieno di freddo. Potevo farlo stamattina, mi dico, anzi lo dico proprio così lo capisco meglio, e invece rimando finché non ci sono più scuse.

La stella è a posto, il portavasi e le piante pure, e adesso serve il filo elettrico da portare dentro. Una prolunga e si accende. Lo so che questa cometa è una cosa banale, una pacchianeria. Me lo dico da quando l’ho comprata. Il cinese m’ha assicurato che è per esterno. Magari sarà vero, ma speriamo non piova e che non prenda fuoco. Però adesso si accende e potrebbe pure lampeggiare. Sarebbe troppo, un cattivo gusto aggiunto al cattivo gusto. Farei fatica a dormire col pensiero della stella fuori che lampeggia. Siamo sempre prigionieri di quello che pensano gli altri ma questo lo penso anch’io.

Adesso da dentro si vede la stella cometa illuminata, a frammenti, tra le piante, fuori è intera. Ho preso freddo e ormai è notte piena. Ho preso troppo freddo, come un imbecille. E la casa è rovesciata. Comincio a mettere a posto, mi fermo spesso perché trovo cose inaspettate. Intanto la stella è accesa. Scendo a vederla intera. Non è male. Pacchiana ma un po’ fa festa. Poi quando andrò a letto, chiudo la porta e la spengo. Se non prende fuoco prima.

E’ quasi Natale, quasi, manca il resto.

racconti per notti di vigilia: l’acciaieria

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Le billette si allineano nel piazzale. Disposte per orditi e trame salgono di 8-10 ordini in quadrati di sei metri o più. Qualche colata e le pile si alzano, poi i camion caricano e portano via. Il freddo del metallo lo conosce solo chi ci ha messo le mani. Anche con i guanti spessi, quel freddo ti entra dentro. E’ un freddo solido, squadrato, 140 per 140 fanno 900 kg a billetta di 6 metri. Così è pesante il freddo, potente, autonomo e indifferente. Com’era indifferente il calore, prima bianco e poi rosso ciliegia, centinaia di gradi di colata che rapprendono per loro conto, poi billette che scivolavano sui rulli, muletti, fuori. All’aria. Aria fredda d’inverno, alito di metallo che muove l’aria, deforma lo sguardo. Non è respiro d’uomini, non c’è vapore, è una vita per suo conto. Allineata, impilata, in attesa. Scaglie d’ossido si staccano e volano leggere. L’anno scorso con la prima neve si mescolavano all’aria e volavano attorno. Prima grigie e poi rosse ruggine. Come ciocche di capelli di una bella donna capricciosa che taglia e ti guarda con sfida. Continueranno a volare dai camion, scia destinata all’erba di scarpata, ai fossi. La poesia in fabbrica te la porti dentro, fuori turno. Nei turni serve attenzione, bisogna esserci e non sbagliare. Nella poesia si sbaglia sempre, sei fuori dal mondo, vedi i particolari e il generale, ti soffermi , pensi con un respiro possente e lieve, che è come il metallo, solido di sé. Solo che non hai tempo, ti muovi, mentre il metallo ha il suo tempo e nel piazzale dove volteggiano camion, gru a ponte e muletti, la poesia allora è quella che ti fa alzare gli occhi quando sui pioppi di cinta compare il primo verde. E’ la stessa attenzione che ora segue la danza delle forche dei muletti che sollevano e allineano le billette. Tutti diminutivi per cose che pesano, sono potenti, buone se non ti cadono addosso: billette, muletti. Ecco adesso il pensiero si ferma. Erano in sette alla Tyssen, non gli hanno fatto male le billette, è stato l’azzardo di altri sulla loro pelle, l’olio ha preso fuoco e l’incuria ha fatto il resto. Chissà chi si ricorda ancora della Tyssen e dei sette morti di Torino, sono passati 14 anni. E dell’incidente alle Acciaierie Venete di 4 anni fa, con la rottura del gancio di una siviera colma di metallo fuso, due operai morti dopo mesi di sofferenze e due feriti gravemente, qualcuno si ricorda adesso? Anche dei cinesi di Prato, chiusi nel capannone e morti bruciati, nessuno si ricorda più. Non ci si ricorda più di nessuno, solo il cuore ricorda, ma il cuore è qualcosa che si mette assieme. Non ci appartiene mai davvero. Però adesso facciamo fatica a stare assieme, così i ricordi non sono patrimonio comune e occasione per ricordarci che bisogna cambiare il pericolo nel lavoro. Toglierlo. La classe operaia non esiste più, non esistono le classi, dissolte nell’individualismo. E questo non è successo troppo tempo fa, qualcuno s’è portato via per interesse lo stare assieme. Prova a pensarci, è accaduto. A chi è servito?

I capannoni sono aperti su un lato. Ci sono i portoni, ma sono sempre aperti. Se guardi da fuori, ogni tanto vedi lingue di fuoco: i forni covano metallo, lo scaldano, lo sciolgono. La ganga galleggia sul metallo fuso, poi finisce, a mucchi appena fuori. Dalla parete che manca entra vento d’inverno, entra ed è respinto dal calore. C’è poesia nel calore del metallo che scende dalla siviera negli stampi, sembra colore denso che cangia e che cola, c’è la poesia di una forza antica. Cose d’altri tempi, come il carbone, il minerale, il calcare. Cose senza tempo. Sarebbero facili le similitudini, evocare miti e vulcani, ma sono così banali le similitudini.  Da queste parti adesso si usa rottame. Rottame che arriva dalla Russia, rottame di guerre mai combattute, di altre povertà. C’è stato un tempo in cui, dopo Cernobyl misuravano la radioattività. Chissà se la misuravano sempre. Nelle case e nelle fabbriche attorno, anni fa avevano steso lenzuola fuori delle finestre. Si riempivano di polvere scura in pochi giorni, la gente protestava, ma non accadeva nulla. Anzi non è accaduto nulla: la fonderia c’era prima delle case, hanno detto. Sono diminuiti gli scoppi di notte, la gente si è stancata. Quando ci si stanca ci si abitua, sai che c’è qualcosa che non vorresti ci fosse, ma lo confini in un angolo. Sta lì acquattato come una bestia in sonno, poi di tanto in tanto, muove la coda e ti fa paura. Speri si riaddormenti se non puoi affrontarlo. E’ questo sonno che ti fa male.

Per capire dove sei, bisogna guardare quel pavimento grigio, le rotaie dei carrelli, ascoltare i rumori, sentire l’ozono e il carbonio che pizzicano un poco il naso, le pance dei forni, il calore, le tracce di ciò che resta e ciò che se ne va. Questa è realtà, solida e a turno continuo. Ci pensi mai che la realtà non dorme? Tu dormi e la realtà prosegue, la raccogli la mattina ascoltando il giornale radio, come la polvere sul lenzuolo fuori dalla finestra. Tu dormivi e la realtà apparecchiava il giorno. Particolari e panorama generale. Guardi sul piazzale ed è quel volteggiare di scaglie d’ossido che è poetico, sembra neve sporca, sembra la pelle del serpente che volteggia nell’aria. Sembra ed è solo ossido che si posa. Piano, piano, come neve.

Dormi, non ti svegliare troppo, tra poco è Natale. Appunto.

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gentile presidente

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al Professor Mario Draghi, Presidente del Consiglio dei Ministri.

Gentile Presidente, vorrei narrarle un fatto che mi è accaduto e che credo, possa giovarle nella Sua opera di ammodernamento e crescita del Paese. Possiedo una vecchia auto, ormai passata al registro storico. Non la muovo molto e la tengo in Umbria, dove abita una parte della mia famiglia. Dovendo fare la pratica che sancisce la storicità dell’auto, questa si è espletata presso la città in cui risiedo e che è nel Veneto, dove è immatricolata l’auto. L’ACI è stata rapida e solerte e in mezz’ora, con 80 euro e due disinfezioni delle mani, sono riuscito a far incollare un adesivo sulla carta di circolazione, che sancisce l’appartenenza dell’auto al registro storico.

Essendo l’auto ferma in Umbria, perché priva di carta di circolazione, per farla circolare ho pensato bene di spedire, tramite raccomandata, il documento aggiornato. Fin qui tutto bene, con due code alle Poste e quattro o cinque disinfezioni di mani sembrava che la cosa si fosse conclusa. Una raccomandata dovrebbe impiegare tre o quattro giorni per arrivare, beh, la mia è stata persa nel tragitto tra l’ufficio postale e Roma. Passa una decina di giorni e consigliato dall’ufficio postale, telefono al call center che si occupa di capire dove si trova la corrispondenza e degli eventuali reclami. Ci ho messo un bel po’ per avere la comunicazione ma alla fine sono riuscito a parlare con un signore molto gentile che in circa mezz’ora di telefonata, mi ha confermato che della mia raccomandata si erano perse le tracce. Mi ha consigliato di fare reclamo. Scarico il modulo dal sito delle Poste e compilo il reclamo, che poi, dopo una adeguata coda e qualche ulteriore disinfezione di mani, consegno all’ufficio postale. Intanto l’auto non si può muovere, allora passo alla Motorizzazione Civile.

Non è facile di questo tempo andare per uffici, bisogna prenotare in internet e non sempre le piattaforme sono un capolavoro di chiarezza, comunque capisco che devo fare denuncia di smarrimento della carta di circolazione ai Carabinieri. Piccola coda, due spruzzate di antisettico ed è fatta la denuncia, poi il sito della Motorizzazione mi dice che devo fare un versamento di 10,20 euro su un conto corrente, quindi ulteriore passaggio all’ufficio postale e infine (questo infine purtroppo non è vero) portare il tutto all’ufficio della Motorizzazione, previo appuntamento. L’appuntamento, non semplice da fissare via internet, è per 10 giorni più tardi, l’auto è sempre ferma. Fiducioso, alla mattina indicata mi presento con moduli compilati, versamento effettuato, denuncia in originale, ma mi viene spiegato, con molta gentilezza, che la pratica non si può fare perché serve l’atto di proprietà dell’auto e il versamento non si fa più dal mese di ottobre in posta, ma attraverso un pagamento particolare che è possibile fare con carta di credito o altro, ma dopo aver scaricato un modulo dal Portale dell’Automobilista, previa registrazione come utente, e che comprende un particolare riquadro QR leggibile con il lettore ottico che hanno gli uffici postali o altri riscossori abilitati. Purtroppo non il tabaccaio presso il quale è ormai possibile fare tutto, compreso giocare al lotto o le fotocopie. Peccato. Beh, caro Professore, se la sera ha voglia di esercitarsi, provi a scaricare dal Portale dell’Automobilista un modulo di pagamento per una pratica, non dubito che Lei sarà molto più bravo di me, ma le assicuro che studiare fisica quantistica la impegnerebbe meno. Comunque alla fine ci riesco, vado all’ufficio postale, due spruzzatine di antisettico sulle mani e con discreta difficoltà del lettore ottico e dell’impiegato, alla fine riesco a pagare i 10,20 euro dovuti. Quelli che avevo già pagato con il bollettino e che il portale della Motorizzazione continua a consigliare di versare.

Problemi di disallineamento delle procedure, mi ha detto l’impiegato, davvero gentile della Motorizzazione, quando gli ho mostrato copia di quanto c’era scritto sul portale informatico. A questo punto con tutte le mie carte e il pagamento, devo ritornare alla Motorizzazione, qui credo mossi a pietà, hanno accettato le carte senza prenotazione e dopo una settimana ho avuto copia della carta di circolazione che ora comprende anche l’atto di proprietà dell’auto. Tra una cosa e l’altra sono passati due mesi abbondanti, ho saltato parecchi passaggi intermedi di richiesta per capire che fare, ma solo per non annoiarla e adesso, ho due pratiche di richiesta di rimborso in corso con le Poste e l’auto è sempre ferma, perché non ci crederà Signor Presidente, ma la nuova carta di circolazione la porterò con le mie mani e sarà il mio regalo di Natale a me stesso.

Io credo che questo Paese stia cambiando, che le cose andranno certamente meglio, che la transizione ecologica si farà, come pure quella digitale (non sono riuscito a calcolare il costo in CO2 dei miei percorsi in auto per andare nei vari luoghi che ha richiesto questo duplicato, né i costi dei collegamenti digitali, né delle telefonate ai due call center, né quelli delle persone coinvolte, né i costi di stampante e del tempo usato in totale), credo anche che sconfiggeremo il Covid 19 perché con tutte le disinfezioni che ho fatto e sto facendo, con tutte le mascherine usate e con le regolari vaccinazioni di sicuro ne usciremo.

Lungi da me darLe consigli Signor Presidente, ma credo che se Lei mettesse assieme un piccolo gruppo di persone che impavide attraversano la burocrazia e le sue modalità, informatiche o meno, otterrebbe un impagabile team di controllo dell’efficacia del PNRR e ancor più della vita comune dei cittadini.

La ringrazio della sua attenzione che mi rendo conto sarà attratta da ben altri problemi, ma mi permetta questa considerazione: questo meraviglioso Paese è la somma delle difficoltà quotidiane dei cittadini di fronte allo Stato meno la gentilezza delle persone che ad esso appartengono e che cercano di diminuire l’altezza della montagna da scalare. Come equazione è semplice, ciò che bisogna ridurre è il primo fattore e quando questo pareggerà il secondo la transizione sarà compiuta. (all’Italiana, ma va bene così)

Con molto rispetto per il suo lavoro

racconti per notti di vigilia:tempo previsto, domenica…

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posted on willyco.blog 16 dicembre 2014

S’era messa a fare i biscotti. Farine, burro, uvetta a mollo nel latte, mandorle, zucchero, uova, lievito. Nella ciotola le farine mescolavano i colori in scie, attendevano il giallo delle uova e il paglierino del burro sciolto, ne veniva un aranciato omogeneo che si scoloriva nello zucchero. Mescolare, mescolare a lungo, con il braccio che sentiva la consistenza dell’impasto e la morbidezza crescente. Si lasciava andare, l’impasto, a quella violenza morbida e la densità, prima granulosa si rasserenava e diventava liscia. Una amalgama omogenea che inghiottiva uvetta e mandorle, golosa essa stessa di sé. Una crema densa ch’era quasi un peccato suddividere in piccole losanghe, cerchi, animaletti da formina che sarebbero bruniti nella piastra: era bella così.

Con gli ingredienti e le proporzioni, e un po’ d’amore per i propri gesti, il risultato non muta. Accadesse anche nei sentimenti… Fare, pensò, era un antidoto al pensare, all’oppressione che sentiva. Sapere che dalle sue mani sarebbe uscito qualcosa di buono, sembrava rassicurarla. E come l’accudire, fare biscotti o torte per sé e per i bambini era mettere del dolce in mezzo alle difficoltà. Perché per un attimo restasse l’amore. Anche in bocca. Solo l’amore. Cos’era la gelosia se non una malata forma d’amore? Malata di rifiuto, d’insicurezza, di possesso. E il possesso stesso era conseguenza della non certezza. Un giudizio su di sé, non sull’altro. Amato, desiderato, mancante quanto mai eppure non raggiungibile. Gelosia e cose dolci assieme, e una malinconia infinita, impotente, come un lasciar scorrere sangue da una vena aperta, che non fa abbastanza male e intanto toglie le forze. Languore del lasciarsi andare. Scorre il sangue, lo spirito, la stanchezza. tutto assieme. Prima tumultuava dentro sulle pareti, sciacquava veloce nelle curve, invadeva il cuore e colmava tutto fino all’ultimo capillare, cosicché la malinconia era in tutto il corpo. Ovunque. Ho un alluce malinconico. Pensò. E sorrise, con quell’allegria discreta che avrebbe voluto condividere con lui, che avrebbe voluto potesse essere sua. Chissà che fai a quest’ora? Pensò. Con chi sei. Chissà se mi pensi. Nella gelosia non si accetta d’essere meno che importanti all’altro, eppure c’entriamo noi, solo noi, è un’importanza non condivisa. Dove ho sbagliato. Pensò. Oppure non c’era nessun errore e ciò che ci condanna alla mancanza è qualcosa di distante, un vuoto che ci sembrava di poter colmare, ma che non ha limite e allora pretende d’essere esclusivo e vuole tutto per sé. Incolmabile mancanza non tollera l’insicurezza. Come ai funerali. Come si vivrà senza?

Vuoi più bene alla mamma o al babbo? Domanda stupida, inutile, volevo essere voluta bene da entrambi, non volevo bene a quel fratello che mi portava via il loro amore. quell’amore fatto di disponibilità e attenzione. A che serve essere come ci viene chiesto, se poi l’amore non è sufficiente, se non è disponibile quando necessita, se non c’è quando lo si implora muti perché afoni di dire. Eppoi dovrebbe essere naturale riceverlo, no? Invece non è così, non basta mai. Poi quando si cresce, si intromette il piacere e allora tutto sembra complicarsi e scomplicarsi. Il piacere condiviso lega assieme, è la porta della confidenza, misura di qualcosa che si riproduce sempre diverso, a voglia, ma è un mettere le mani avanti su un futuro partendo da una felicità. Sennò cosa resta? Per questo la gelosia è un dialogo con sé prima che con chiunque altro, un dialogo che se non ha risposte scava, disgrega, devasta. Quando emerge cosciente , la rovina è già inarrestabile. solo l’altro la può arginare, farci ridere assieme. Che stupida. Pensò. S’era seduta e le mani giocavano con gli stampini dei biscotti. Però tu rassicurami, ti prego. Chiamami. Dimmi che solo noi, solo noi possiamo essere insieme. Felici. Dimmelo in qualche modo, fammelo sentire, perché così potrò lasciarmi andare alla fiducia. Ho paura di perdermi. di scivolare in una solitudine senza fine. Ho paura di avere freddo. Quel freddo che non va via e tu ti mette coperte, scaldi la boule, soffi sulle mani e c’è sempre una lama che risale e ti prende tutta. E sai che non avrai più caldo. Più.

Le voci dei bambini che bisticciavano, del cane che era impegnato a chiedere un suo ruolo nel litigio, la fecero lanciare un richiamo. Alzò la voce. La fece scura, imperiosa. Minacciò. Ma era distante con la testa. Non le importava molto, presa com’era da quel flusso di pensieri che s’ingolfavano dentro, s’attorcigliavano, diventavano circolari e ripetitivi. Un mantra negativo. E anche se sembravano tanti, poi erano uno solo: mi manchi. Lo disse ad alta voce perché avrebbe voluto lo dicesse lui: mi manchi. E voleva sentire il suono avvolgente di quelle emme che si sovrapponevano, così lo ripetè sempre più rapido: mi manchi, mi manchi, mi manchi, mi manchi … finché divenne un sussurro, un soffio, come un bacio che stava per posarsi sulla nuca. E allora chiuse gli occhi socchiudendo le labbra e aspettando arrivasse. Mi manchi. Ripetè. Uno dei bambini entrò con una grossa lacrima che scendeva, cominciò a protestare le sue ragioni e si convinceva con il discorso mezzo urlato e mezzo a singulti. Arrivò anche il cane e cominciò ad abbaiare a tratti, guardando alternativamente lei e il bimbo. Come si aspettasse qualcosa. Lei si chiese perché le lacrime a volte non sono simmetriche, ma ne cade una sola all’inizio, da un solo occhio mentre la testa soffre intera. O forse non era così e si poteva soffrire a mezzo? Prese in braccio il bimbo, gli diede il dito pieno di impasto dolce da succhiare. E mentre si quietava pensò alla bocca di lui. Pensò che avrebbe voluto tornare indietro. essere bimba e donna allo stesso tempo. Essere tenuta, compresa, capita, amata. E che tutto cominciasse su un foglio bianco con una parola ancora da scrivere, da declinare, da condividere. Ci si innamora della mancanza di essere amati, e così si pronuncia quella parola. E ci si crede perché sembra non ci siano alternative. Forse qui c’è una radice di malessere che finisce nella gelosia. Pensò.

Era finito il giornale radio, la voce dell’annunciatrice disse: Tempo previsto per domenica… Il bimbo dormiva succhiando il dito. Il cane s’era accucciato sui suoi piedi e sembrava appisolato. Guardò fuori. Era già scuro, la notte s’era mangiato il giorno, le cose, la possibilità. Le sembrava di non aver combinato nulla. E allora desiderò profondamente di uscire, camminare, essere distante da sé, mentre fuori pioveva e l’acqua lavava i vetri, gli alberi, l’asfalto, ogni pena.

i venti dell’est

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Il sole, ormai sbieco, illumina la stanza. Rovista indiscreto, impudico rivela e mostra. Insegna e di tanto groviglio dipana, semplificando come usa col taglio netto, la svolta. Esserci senza impegno di fare, agire costretti, eppure esserci. Giungere alle parole per significare, con quella limpidezza che incute rispetto ed esaurisce le domande. Risulta chiaro dove si è, a cosa si dà importanza, a che serve l’impegno senza interesse personale e solo questo è un vivere definito e libero che può dire o tacere, studiare e cercare vie nuove senza l’ansia del giudicare e dicendo: appartengo a me stesso e a ciò che amo, con i miei errori e la mia voglia di giustizia, di vita e d’infinito.

Di questa stanza ormai c’è solo un insieme di rovine, Martini ad Aleppo era un ristorante- locanda con secoli di voci e sorrisi accumulati, mobili antichi e il patio interno coperto da una vetrata a riquadri. Sarà caduta alla prima granata, le pareti divelte assieme ai marmi dei pavimenti e poi il silenzio. Sui muri che avevano stratificato le presenze, ascoltando discrete le lingue che si sommavano, guardato curiose le vesti diverse che entravano, sentiti i fruscii delle sete pesanti per l’inverno. Gli occhi rossi dei bracieri si saranno consumati attendendo le mani che portavano il freddo esterno e si preparavano al cibo e agli sguardi. La scala interna che puoi vedere riflessa sullo specchio, i suoi legni intagliati, gli scalini arrotondati dall’uso, mostravano le venature del sole antico ricevuto e il segno impercettibile delle babbucce. una discesa e un salire discreto con gli occhi che parlavano. Un salire e scendere come se il tempo fosse percorribile dai soli istanti che ci appartengono e poi passi leggeri che scivolavano sul pavimento prima di sedere nella bellezza di esserci.

Tutto si conserva come radiazione nell’universo che ci racchiude e ritorna. In qualche modo ritorna anche se non si parla più della Syria, anche se nulla si vuol conoscere dei Curdi. Tutto il passato è racchiuso in una noce di presente che attende il suo momento e accumula energia. Non c’è il caso ma stati progressivi dell’universo e noi siamo in questo stato irripetibile come tutti gli altri, ma consapevoli della spinta di tutto ciò che ci ha preceduto e gentilmente ci chiede conto e al tempo stesso propone di essere felici del molto che possiamo condividere.

Ci si deve compromettere, le scelte sono necessarie, farlo con la bellezza che si possiede, con ciò in cui si crede, con le passioni che ci animano, i desideri che ci scuotono è comunque una sequenza di no e pochi sì, ma è necessario perché la bellezza non si perda e non diventi oggetto di derisione e rovina. Io l’ho vista la rovina, ho visto il Mantegna, il Guariento e il Semitecolo polverizzati agli Eremitani, li ho visti crescendo nella grande fabbrica che ricostruiva il possibile e ricopriva il grande spazio con la carena rovesciata di una nave. Quel soffitto era il paradigma di ciò che era avvenuto, una nave si era rivoltata e di essa erano rimaste solo gli irti frammenti del legno antico, ora bisognava ricreare il possibile di quel passato che comunque non voleva sparire. Forse per questo la grande chiesa priva di gloria è così piena di tempo indeciso, così forte nel chiedere che i vuoti restino silenzi dell’anima. Crescendo ho capito che quando Lutero si era fermato a dormire in quel convento, in cui avevo giocato, qualcosa aveva lasciato. Qualcosa che si scriveva con inchiostri strani, qualcosa che era coscienza d’essere in un luogo dove le cose avevano spinto in avanti il mondo e non era stato pacifico tutto ciò, come non era pacifica la distruzione che annullava, anzi pensava di annullare ciò che era stato. Non è così, per fortuna, ma bisogna scegliere, non scordare la bellezza e non scordare gli uomini. Mai come ora è necessario, mai come ora siamo inconsciamente coinvolti in ciò che deve essere il futuro come piccolo passo di questo presente che gioca sull’orlo del vulcano.

Ci sono cose che sembrano indifferenti
e il loro suono è vuoto
come una lingua priva di sorrisi,
solo la paura impedisce di scorgerne in noi
la luce.

lo stupore del cuore

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Di tutte le parole che avremmo potuto trovare rimase la semplicità e il silenzio,

il pudore che frena la bocca prima delle mani.

Rimase l’aria sospesa ad attendere paziente,

e guardandoci negli occhi si riempì ciò che non riusciva ad esser detto.

Cercavamo motivi di scherzo, allora,

perifrasi d’amore che colmassero lo stupore del cuore.

Questo sentire nuovo,

che metteva ali all’ essere,

nel suo ignoto scuotere non aveva un fine,

si scioglieva, sì, con noi,

pozza di cera travolta dalla luce,

ma eravamo

e ciò bastava, tanto da non poter essere di più.

Tutto questo l’abbiamo gettato?

Un angolo di cuore, non di ricordo, attende una mano

in forma di bacio, di carezza, di tocco gentile,

e vuol vedere, e sentire

ciò che già abbiamo sentito e visto.

Rendere nuovo ciò che ora non basta,

innocente il vivere e ciò che non lo è più:

eccolo di nuovo,

che vuol essere lo stupore del cuore

e solo ciò desidera e attende.

parlando

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Posted on willyco.blog 28 dicembre 2007

Parlando emerge la barriera: non voglio più che mi facciano male, per questo non mi lascio coinvolgere. E poi siete tutti uguali. Lascerei cadere il discorso nei convenevoli, facendolo serpeggiare tra immagini vuote. Poi i saluti, con l’impegno per una prossima volta, che se sarà avanti nel tempo non farà particolarmente male. Ed invece insisto, ribadisco che è offensivo pensare che tutto e tutti siano uguali, chiedo ragione. Così emerge una disillusione profonda, un male che ha devastato. Sono quasi contento di aver chiesto di più, ho paura della pavidità che frana nel cinismo, non la sopporto, è la rinuncia ad essere, fatta pagare ad altri inconsapevoli. Capisco il dolore, il ritrarsi, la paura, ma non il nascondersi e l’attacco vile. Argomento poveramente: non mi è mai riuscito di tirarmi fuori, di guardare senza partecipare. Ma le domande rimbalzano: perché dopo un dolore, un abbandono, si rinuncia ad un pezzo di sé? E perché costruire un riparo, che da momentaneo, diviene crosta, prigione dei nostri sentimenti e spegne la capacità di lasciarci stupire. Per alcuni il dolore della perdita, del non essere amati, schianta la speranza, impedisce al tempo di sanare, di riordinare le attese. Per altri, il dolore fortifica e aiuta a vivere più pienamente.

Io so la scienza degli addii, appresa

 fra pianti notturni  a chiome sciolte.

Ricordo che Osip Mandel’stam ha avuto una vita terribile, senza perderne il senso.  Ma i dolori altrui non hanno più significato: la crosta s’è indurita. Resta solo la notte e un pensiero: non è che il cinismo sia il modo per far male al nostro sperare per far pagare qualcosa a chi non c’è più nella nostra vita? 

riassunto

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Rimettere in ordine ciò che si è scritto, discernere quello che resta da quello che era transitorio e trovarsi davanti a una consapevolezza e a una determinazione. Questo scrivere è stato un diario non autorizzato dalla razionalità, una sequenza interminabile di stati d’animo, di percezioni, di sguardi, di emozioni. È stato l’apocrifo racconto d’una vita nel suo farsi e contemporaneamente rifrangersi. Come accade a tutti penso. Le urgenze, l’ascolto, il raccontarsi d’altri vissuto come emozione e lasciato frammischiarsi al proprio.

Chi ha la pazienza curiosa dell’ascoltare capisce cosa sia un interesse determinato, colto negli occhi dell’altro, indagato nei moti del viso e del corpo, atteso nella scelta delle parole.
Trovare e condividere la consonanza, ovvero la capacità di essere veri dove l’apparenza e le sue finzioni non sono richieste, fa parte di questo comunicare.
E parlare di sé è parlare d’altro, in ordine inverso, nell’audacia onnipotente del passare dal particolare al generale.

Di molte cose avverto il limite (ecco il biografismo) ma mai degli abbracci, anche di quelli dati a chi ha tradito. C’è un’ accettazione inerme nell’abbraccio che purifica il passato e il futuro. È una terapia che rimescola le carte, ci riconfigura ma dopo, molto dopo. Accade anche nell’ascolto che deve abbandonare la facilità del giudizio e affidarsi allo stupore dell’altro da sé. L’abbraccio e l’ascolto sono un far proprio che lascia integra la libertà. Anche del tradire.
E che dire degli abbracci mancati? Dell’ascolto negato?
Qui, rileggendo, il pensiero si vela di scuro, porta il rimpianto di una possibilità negata, coinvolge l’esame di una scelta che poi magari si relativizza in giustificazioni oppure si assolutizza nell’assenza della perdita.
Beati quelli che rimuovono, oppure beati quelli che sanno abbracciare e se lo tengono per sempre quell’abbraccio.

pubblicato in willyco.blog il 7 dicembre 2016

che resterà?

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Che resterà di questo tempo indeciso,

di questi giorni che scavano fossati,

che resterà delle pietre lanciate,

delle amicizie provate,

dei confronti infuocati,

che resterà delle speranze deluse,

dei scenari tracciati?

Rovine, resteranno rovine.

Dal dileggio non emergerà la speranza,

dei toni troppo alti resterà a lungo l’eco,

e chi si è riconosciuto non dimenticherà,

né per convenienza, né per stanchezza.

Di tutto questo c’è un peso crescente,

molti non hanno notato,

da tempo non guardano più,

però qualcuno se n’è stupito, 

altri cercano di pensare sia dovuto,

ma è un peso nel cuore che pulisce il superfluo,

che evidenzia destini sullo sfondo,

mentre trasale ciò in cui si è creduto.

Si è tracciata una riga 

e usato un bastone,

no, non sarà come prima,

e neppure come dopo,

come un tempo s’era sognato.

osservare un incrocio

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Le persone parlano se trovano qualcuno che ascolti. E io ascolto. Non di rado le parole sono imprecise, al loro posto vengono adoperati modi di dire oppure parole pluri significato che sono abbastanza larghe da contenere anche ciò che vuol essere detto. Intanto il corpo, il viso e le mani si muovono e parlano per loro conto e precisano il senso, negando in parte quanto viene detto. Basta attendere poi verrà dell’altro. Non di rado la comunicazione finisce in un vicolo cieco, proseguendo dovrebbe dire troppo e allora si avvita su se stessa, cerca di tornare indietro. Basta attendere e poi riprenderà il filo.

Le parole non sono mai sufficienti, bisognerebbe ci fosse corrispondenza tra ciò che si dice e ciò che si ha dentro e usare i silenzi quando serve, allora il sentire uscirebbe in pienezza e sarebbe in accordo con gli occhi, la bocca e le mani finalmente distese. Ma non è facile: bisogna fidarsi e non è facile fidarsi di un quasi sconosciuto che ascolta e non parla di sé.

Invece il bisogno di comunicare riguarda tutti, anche chi ascolta e l’ascolto è una forma di comunicazione che non aggiunge, accoglie, rispetta. Non è forse di questo che spesso si manifesta come bisogno forte. Ora che viviamo in una forzata clausura, ancora di più, perché le abitudini e il timore accentuano l’isolamento e i pensieri si accumulano dentro, formando strati su strati che poggiano su un terreno oscuro e malfermo.

Tutta questa immaterialità credo ci faccia male. Ci espone a un confronto continuo e superficiale, a una narrazione reticente od ostentata, chiede una continua risposta o presa di posizione su cose che non si conoscono e annulla il tempo che potrebbe essere dedicato alla ricerca interiore, a capire di cosa abbiamo davvero necessità per il nostro benessere. Uscire dai social è possibile ma ha un costo immediato: piombare in una solitudine comunicativa a cui non si è abituati e la stessa ricerca del riscontro per qualsiasi cosa venga pubblicata ne è dimostrazione.

È notizia un po’ datata, qualche anno fa un blogger nordico puntò la telecamera collegata al suo computer sull’incrocio con semaforo, sottostante la sua casa. E la lasciò accesa e in connessione alla rete. Ogni giorno, e vieppiù la notte, un pubblico notevole si metteva a guardare per ore da casa propria nei più svariati mondiali orari, quell’incrocio, attendendo che accadesse qualcosa. Questa pratica è stata ripetuta e pare procuri uno sballo meditativo, come fissare un nulla mantenendo attiva l’attesa. Sembra anche che questo guardare sia sostitutivo di altre pratiche, sonno compreso.

Cercando meglio ho trovato che questa comunicazione ha vari gradi di sviluppo e che non sono pochi quelli che lasciano il computer e la telecamera perennemente accesa, questa volta fissata in una parte della loro camera o in altre parti della casa e hanno il loro pubblico di fans scelti oppure lasciano al caso l’incontro tra un bisogno di guardare nella vita altrui e la sua soddisfazione. Come guardare dentro una finestra aperta la vita che si svolge altrove. Pirandello, in una delle sue novelle, Il lume dell’altra casa, parla di questo guardare e di come esso possa entrare nelle vite dei protagonisti, ma ciò che è sottostante è sempre un bisogno comunicativo dove il pensiero interpreta la vita altrui e la confronta con la propria, sinché non capisce quale sia la soluzione che lo riguarda.

In questo ascoltare è necessario ci sia qualcosa di vero, un mettere a disposizione che chiede conferma o almeno una dialettica di esperienze. Kieslowski, in Film Rosso, mostra un giudice che spia le case degli altri e ne ascolta le telefonate per confermare a se stesso che non c’è possibilità di comunicare davvero e che la gente mente, poi il film si incaricherà di far emergere il valore della comunicazione profonda e si chiuderà, dopo tante menzogne, con una speranza. Credo che solo il comunicare possa davvero cambiare le vite e portarle verso qualcosa che le approssima nel profondo, ma questo è ciò che credo io.