notte romana

Fuori si sentono le voci notturne, qualcuno litiga, un bimbo piange molto spesso, un cane abbaia al caldo con la stanchezza paziente degli animali. Dalla strada giungono accordi di chitarra, immagino seduto sul balcone, il ragazzo del piano terra, quello che ha le imposte sempre chiuse, ma stanotte prova una chitarra e parlotta con una ragazza. Rumori e voci. Ogni tanto passa un aereo che decolla da Ciampino, sirene e voci dai balconi, all’interno le case aprono piazze d’aria immobile. Poco distante, si vede il condominio, dove abita la famiglia Cucchi. Penso che quel ragazzo quando era a casa sentiva gli stessi suoni, soffriva lo stesso caldo,  dovremmo essere più vicini agli altri che condividono con noi l’aria, le strade, il bar dove la mattina si scambiano parole e si beve un caffè. Se non fosse stato per la sorella di quella persona, uccisa da una furia cieca, non si sarebbe visto l’uomo ma i suoi problemi. Sarebbe stato etichettato e subito scomparso nei gorghi dell’indifferenza. Eppure era una persona che passava per queste strade, portava e mostrava la fatica di vivere. Non vediamo umana l’eccezione e questo ci perde tutti.

Volevo parlarti delle sensazioni, che provo in questi giorni romani. Sono luoghi che mi pare un po’ di conoscere, ma io sono un foresto, uno straniero, come si dice dalle mie parti. La mia cantilena mi tradisce anche quando parlo in italiano.

Stasera sono andato a vedere l’inaugurazione di un archivio dei movimenti a Roma, di fatto l’autonomia romana. Guardavo i manifesti, la radicalità di molte parole e le persone attorno, molti avevano la mia età ma c’erano anche molti giovani. Chissà come vedono ora la situazione. Noi eravamo un obiettivo di autonomia, ricordi? Le telefonate in piena notte per sapere se eri a casa, le minacce dirette, le parole inutili e cattive di quella ragazza che poi ho scoperto che s’era innamorata di me e io non me m’ero accorto. È stato un attraversare gli anni della giovinezza, per fortuna senza odio. Non l’ho mai provato. Stupore quello sì e pure spesso perché non capivo.

Stasera mi incuriosivano le storie parallele dei miei coetanei. Chissà che avevano fatto nella vita. Non erano male in arnese, curati, vestiti sempre un po’ fuori fase ma non sembrava avessero problemi. Abbracci, ricordi tra loro, il vino nei bicchieri di plastica e qualcuno che tagliava il pane e il salame. Il posto non è male e credo sia importante che resti memoria di quanto è accaduto. Anche per noi che eravamo considerati dall’altra parte. Chi parlerà di noi, delle fatiche e della mediocrità nel non aver saputo realizzare i sogni? Credo ormai nessuno perché il tempo vira verso un nuovo che non ci comprende, come non comprende i devianti, i controcorrente, i tanti che non hanno tutela. Però il noi l’avevamo in comune forse ora l’abbiamo perso entrambi.
Penso poco in questi giorni di calore furioso. Aspetto la notte, come fanno tutti, stasera il tramonto alitava calore e il cielo era grigio azzurro, con qualche venatura di rosa. Un cielo da polvere senza vento. Siamo in una cupola di calore e il sudore sale al cielo, un sudore triste, senza riposo. Manca quel venticello che spostando l’aria sembra scollare gli abiti dalla pelle e scartoccia i pensieri dai circoli viziosi.
Credo che molti non capiscano la correlazione tra questa calura che fiacca pensieri e corpo con quanto sta avvenendo al pianeta in conseguenza dell’attività  umana. Questo non essere coinvolti e l’indifferenza, pervadono la convinzione che tutto ciò non ci riguardi. Si attende che passi e intanto si cerca una difesa per il disagio. Questo è un altro effetto del noi che si dissolve in un non-io senza altri appigli che l’ attendere.
Bevo molta acqua ma non serve, vorrei gli anni forti di sole e di scelte, ora c’è solo calura e ci si preoccupa sui giornali per il vino che verrà. Dovrei chiederti se era questo il mondo che abbiamo sognato ma sarebbe troppo facile. Tu, io, cosa sognamo in questa notte in cui una nave con dei profughi entra in un porto e il.problema non sono gli uomini ma il nome che gli hanno appiccicato?

non sopporti il caldo

Per qualche anno avevi avuto come vicino un muratore. Era più giovane di te, una persona generosa, senza pensieri non necessari. D’estate tornava a casa la sera disfatto dal calore. D’estate si fanno i tetti e cinque litri d’acqua non bastavano per placare la sete. Era una abbronzatura assoluta, senza olio né creme dopo il primo giorno. Con le mani che maneggiavano malta era impossibile avere cura di sé. Lo vedevi che bruciava pelle e anni, invecchiava e ti raggiungeva. Lo hai incontrato qualche mese fa, ormai in pensione, gonfio di cortisone, il viso paonazzo, tormentato dai dolori alle mani e alla colonna vertebrale. Con te è stato cortese come sempre, ti ha parlato dei tempi andati, dei bei momenti passati insieme, quando eravate giovani entrambi e ora poveri vecchi. Anzi lui era un povero vecchio con 15 anni meno di te, mentre tu ancora …
C’è chi può seguire il suo equilibrio, che può fuggire il caldo d’estate o cercarlo per un rapporto con la propria idea di benessere e chi non può farlo. Non serve che tu rinunci a te stesso ma hai la vista per vedere e la testa per capire, ciò che ti accade attorno non è solo fortuna o la parte giusta del mondo, ma opportunità distribuite in modo ineguale. C’è chi può scegliere, gli altri subiscono. Pensaci un poco, non stare male, ma non permettere a nessuno di dire che questo è giusto.

per chi ama la sete e la pioggia

La pioggia è arrivata, prima tiepida e sporca
d’oscure particelle, d’ozono e vapori,
poi limpida ha svettato col profumo dei tigli,
degli arsi muri e del legno d’alberi esausti.
È scrosciata, impudica e forte,
da togliere la ragione e gettare le gambe nell’inutile corsa,
oppure ha generato il felice pensiero d’inzupparsi nei cotoni leggeri.
Così un uomo attempato cammina con piccoli passi,
ha un sacchetto della spesa,
ne difende l’imboccatura e il pane,
rifiuta un ombrello e la giacca leggera è ormai fradicia,
dalle spalle l’acqua riga i calzoni,
s’infila nelle scarpe,
e ancora rifiuta, mettendo i piccoli passi verso qualcuno,
che con pazienza attende il pane, la spesa e lui stesso.
Amo la pioggia quando ha sete la terra,
quando il verde si scuote dal torpore,
e felice brulica di gocce:
generoso le getta nella pozzanghera che s’ingrossa
e disegna, come fanno le nubi, figure nell’asfalto,
nella terra già ebbra.
Sul muro di mattoni, cocci di vetro rilucono i lampi,
sotto d’essi, piante d’interstizio
bevono e distendono radici nella calce,
a loro canta un uccello
e guarda dai rami degli alberi reclusi.
Amo la pioggia quando accarezza le foglie e la pelle:
nei suoi brividi, che scorrono in luoghi segreti,
c’è sensuale maestria,
che toglie il pensiero dal giorno e lo posa nell’attimo
Amo la pioggia mentre distacca fiori di tiglio e
bacia, ingorda, i boccioli di rosa.
Amo la pioggia che rammenda larghe trame di luce,
mentre tutto scorre in rivoli,
coagula, scorre,s’ingrossa là, dove più facile corre l’arsura
e genera la vita del tempo,
mio, nostro, di chiunque
insieme ami la sete e la pioggia.

come nascono gli statisti

C’è chi ha un progetto che non  è solo suo, ma di molti e si impegna, ci soffre o gioisce a seconda di come vanno le cose. C’è chi ha un progetto personale che è proprio suo e lo mette in un progetto più grande. Si impegna, ci soffre e gioisce se il suo fine si realizza o meno. Per realizzare il suo progetto deve coinvolgere altri, essere un capo, spargere benefit e paghe finché dimentica ciò da cui era partito, cosi fa politica e vive nel solo presente. Si occupa del proprio potere e di esercitarlo e ciò basta e avanza. In mezzo ci stanno tante persone che vivono, operano in misura differente tra i due estremi. Il progetto dei molti va avanti, rallenta, fallisce, secondo l’energia che gli viene immessa. Se troppa attività si esaurisce nel personale ciò che è di tutti, e grande, e nuovo, diventa prima difficile e poi relativo. Se invece molta energia viene data al fine comune, qualche progetto personale fallirà ma molto del nuovo accade e la società cambia per tutti. In meglio. E questa potrà lasciare spazio al lavoro e alla crescita di chi vede oltre al proprio interesse e più lontano per tutti. Così nasce una classe dirigente, oppure il vecchio continua. Dipende da ciò che accade davvero non da ciò che si racconta.

viaggiatore

Non ho molto da dire. Oggi l’oceano, dall’alto d’una rupe, gli uomini sono piccoli e le onde instancabili carezze. Ieri, altrove, piazze lastricate di bianco, un ricordo d’autodafè cancellato e poco oltre le sedie di ghisa d’ una pasticceria piena di antica gentilezza. Ancora oggi, le mura bianche bordate di giallo e d’azzurro, d’una città dei Mori, che prima fu dei Visigoti, e ancora prima dei romani. Chi in origine davvero era nato in quella terra ha solo mescolato il suo DNA con chi arrivava.
Cosi la città si è abbracciata e case e chiese si sono strette in cerchi digradanti di spirale. Orgia di turisti, di liquori e specialità locali. Fuori, attorno, la campagna e i boschi. Quasi quelli di prima. Quasi.
Se si ascolta tutto parla e c’è davvero poco da dire. Un marrano poeta, compose poesie che parlavano del fiume e dei boschi, dell’urgere dell’acqua in primavera e del lento carezzare della brezza, innamorata delle foglie e l’erba. Fu assai maltrattato come nuovo convertito, non si fidavano di chi cantava la bellezza, in fondo era quello di prima con vestiti nuovi, per poco evitò il rogo.  Ci sono tempi in cui nessuno ascolta, nessuno ricorda, molti parlano con verità sicure e non sono buoni tempi : la bellezza tace e si perde e non salva più nessuno.

venne il profumo del latte, ovvero l’importanza di essere amati

Per primo venne l’odore del legno stagionato e della lacca, si mischiò con quello ferroso del sangue, poi ci fu  il profumo  dolce del latte e della pelle calda. C’era del vapore nell’aria,  l’acqua calda per pulire, il profumo dei lini puliti in cui avvolgere. Fuori era già estate, come si usa da queste parti in giugno, con la notte che alita il calore degli intonaci e delle pietre arroventate. Poco distante, il canale, che ora non c’è più, l’eco dei gridi degli uccelli notturni che rimbalzavano tra gli edifici alti delle torri e dell’università. Mancava poco all’alba e l’allodola svegliava le compagne, così il parlottare diventava canto fuori degli scuri accostati. Mia mamma era stremata, nella sua camicia di bianco lino bagnato dagli sforzi della nascita. Io avevo pianto un poco e poi m’ero quietato su di lei, mio fratello si svegliò nel lettino azzurro e tiratosi su, assonnato chiese chi ero. Mio padre lo tranquillizzò e dopo poco riprese a dormire. Ci fu un po’ di traffico nella stanza, ma erano ormai le quattro e tutti i visitatori volevano riprendere il poco sonno che restava. In cucina c’era un vassoio con il marsala in piccoli bicchieri dal vetro luccicante e i biscotti secchi. Molti fecero gli auguri e la bottiglia finì presto, ci fu una silente confusione per le scale in pietra di Nanto, consunte dai molti piedi. Mio padre aveva passato il bianco della calce nei giorni precedenti, così anche l’odore fresco e acuto della calcina si mescolò a quello del legno. Fuori ormai albeggiava, il fresco della notte entrava con il primo chiarore e lentamente tutti andarono. Restammo mia Mamma, il Papà e mio fratello che dormiva. Credo si guardassero, dopo avermi già amato, e che la speranza fosse padrona dei pensieri. Sarebbe andata meglio che a loro e se ci fosse stata fatica e modo di trovare strade ancora sconosciute, era la vita e la sua possibile felicità che sempre avrebbero contato. Non li ho mai ringraziati abbastanza, loro, assieme a chi mi ha amato, ma non ho mai finito di farlo e ciascuno è nel mio cuore grato.

confessione alla stagione del gelsomino

Ho conosciuto l’amore che toglie la precisione, m’ è rimasta la passione per ciò che è simmetrico e imperfetto, per ciò che si rimanda per poca voglia, per il tempo dissipato nell’apparente nulla. Ho confuso i sogni con i progetti, usato matite molto grasse, dal segno obeso, per scrivere parole che dovevano solo suggerire. Tenendo ben presenti i numeri non ho concesso loro il futuro che avrebbero preteso, mentre  sono stato avaro nel gettare ciò che poteva aver vita. La notte l’ho mescolata con la mattina, senza lesinare per alzarmi presto. 

Mi sono preso cura e molto più spesso ho ricevuto attenzioni immeritate. Quasi mai chi mi ha lodato ha avuto la mia approvazione, sentivo cose che s’agitavano sotto le parole e portavano domande inopportune. Ho esplorato dentro e ho ascoltato, scialando il tempo. Non me ne sono subito pentito, ma dopo, almeno per un poco sì, m’è sembrato d’aver tradito, ma cosa e come, davvero, non l’ho capito. 

Spesso mi sono sorpreso di ciò che trovavo in me, e non tutto era buono, però ho portato pazienza e speranza assieme. Non fa così il giardiniere che pota e parla a una pianta con l’oscura sofferenza del vivere. Le racconta la gioia del fiorire, le muove appena la terra, toglie i parassiti, la osserva con occhi amorosi, e cercando d’ indovinarne bisogni, perdona sempre  le sue piccole intemperanze. Così  per me è stato, e ogni anno attendo la stagione del gelsomino, quando l’aria è tiepida e il bianco compie il miracolo nel suo profumo che perdona la passata stagione e attende quella che verrà. Così penso sia la cura e la ricerca di ciò che sono.