abilità

Mi avevano insegnato a far la punta alle matite. Nel libro di disegno c’erano illustrazioni che mostravano il legno scolpito e punte esagonali bellissime. Non si poteva usare il temperino, e neppure il coltellino (forse temevano ci ammazzassimo a vicenda negli intervalli), bisognava adoperare un attrezzo strano, antenato del cutter, che conteneva una lametta da barba. E imparare a controllare la presa e la forza del braccio per avere un risultato era una disciplina zen che ci avrebbe insegnato anche a fare linee sottili oppure grosse con le stesse matite. Ma questo non lo sapevamo e nessuno lo spiegava. E anche se l’avessero spiegato sarebbe stato lo stesso. Così si consumavano le matite, nel profumo del legno di cedro e nel truciolo di grafite che c’ imbrattava le dita, i fogli bianchi A4, squadrati con attenzione, il banco e non di rado maglioni e camicie. Con successivo e insufficiente gran uso di gomme. Quelli bravi erano i puliti, gli ordinati, gli appuntiti. Ci voleva talento e io non ne avevo, eppure di quel fare ho nostalgia e se prendo una matita per farle la punta come un tempo, tralasciando i temperamatite evoluti che posseggo, lo faccio per mio conto, come fosse un piacere  segreto. Non c’è un fine particolare, né un’utilità, è solo la verifica di un ricordo d’abilità che nessuna macchina riesce a dare. E in un sorriso altrettanto segreto finisce tutto.

parole

Una infinita cascata di parole inzuppa il Paese. E come in un giorno d’estate, ritornati bambini, tantissimi si lasciano bagnare. Eppure le condizioni materiali dei cittadini non sono migliorate in questo anno di transizione (si spera) verso qualcosa di differente. Ma cos’è, dove sia e come si possa raggiungerlo, questo mutamento positivo, non è certo. Le parole offuscano le relazioni causa-effetto, ed evocare un cambiamento, spesso punitivo, non basta ad essere certi che per un sacrificio ci sarà una ricompensa. In questi giorni ho sentito un profluvio di immagini, di similitudini, di metafore. Una girandola variegata che ha portato gli occhi altrove dagli esuberi Alitalia e Meridiana, dai licenziamenti Tyssen Group, dalle casse integrazioni senza ormai azienda in cui tornare, dalle 160 vertenze aperte presso il ministero del lavoro. In piazza san Giovanni, la segretaria Camusso, arrancava con le parole un po’ usate: diritti, lotta, sciopero, contrattazione. Altrove tutte queste parole venivano irrise, giudicate vecchie, parte di una generazione di ideali vetusti e portate innanzi da persone incapaci di capire come funzione un iphone, una macchina digitale, un computer. Il vecchio e il nuovo che malamente si confrontano, dove il primo chiede di discutere con gli strumenti che conosce, con quello che è stato elaborato in decenni di confronti con risultato positivo e il secondo gli risponde che non è più un soggetto portatore di soluzioni, di cultura, di problemi. Ma davvero è una questione generazionale, un modo nuovo di capire la realtà? oppure è un diverso modo di usare le parole, di offrire una risposta verbale ad un Paese stremato, che non lotta più e vuol darsi una tregua, una speranza (che come tutte le speranze non ha bisogno di motivo e neppure pretende di diventare certezza). Leggendo il materiale a disposizione sui decreti delegati del Job Act, capisco che non viene indicato il lavoro vero che ci sarà alla fine, se spariranno le decine di contratti atipici, se chi lavora -o vorrebbe lavorare- sia esso giovane o meno giovane, troverà un lavoro e non solo una precaria occupazione. Però sentendo le parole sembra che tutto questo ci sia, allora capisco che ci sarà uno jato tra realtà e promesse, che ciò che davvero manca è una indicazione, un piano per lo sviluppo del Paese che da decenni latita e lascia alla sola iniziativa privata il compito di provvedere alla crescita. Ma questa iniziativa si è dimostrata insufficiente, spesso incapace, e allora torno sulle parole, quelle nuove, colorate e troppe da una parte, e quelle vetuste, logore, grigie, dall’altra. E mi convinco che siccome di parole ce ne sono state sempre più del necessario, dovrebbero essere i fatti a dare speranza, a dimostrare la giustezza di ciò che si fa. La realtà è una dura maestra. Ma la realtà rende flebile la speranza, la circonda di dura fatica, la mette in un percorso in cui chi conduce ha lo stesso rischio di chi è condotto. Proprio lo stesso rischio, non quello delle liquidazioni d’oro dopo i fallimenti. E troppi sono ancora le scialuppe per la prima classe e troppo pochi i salvagente per quella economica. Falso in bilancio, evasione fiscale, carcere per i reati finanziari, tutele per la fuga di capitali, ecc. ecc. non fanno parte del lessico trionfalistico di questi giorni perché parlare di questo, non dà colore ai discorsi, non infiamma, fa scappare i finanzieri d’assalto, i bon vivant, e al più racconta di equità e giustizia in un Paese che sembra preferire i furbi agli onesti. Forse per questo queste idee, a me care e importanti, sono diventate rare e difficili. Perché non si vede la riva, e così, finché si nuota, ci vengono raccontate storie e parole che non ci appartengono, ma che ci invitano a immaginare una salvezza facile e vicina (naufraghi, ecco quello che davvero siamo, di idee, di progetti comuni, di certezze), e questo ci espone tutti ad una scelta: valuteremo la realtà di ciò che viene promesso, oppure ci accontenteremo del calore delle parole che tratteggiano un futuro possibile? E’ una scelta drammatica, disperata per certi versi. Emerge in molti la tentazione di lasciare ad altri il compito di analizzare, riflettere, indicare soluzioni, come se la stanchezza del vedere la realtà ora fosse impossibile da superare. Credo invece che tutti dovremmo essere coinvolti, non dalle parole, ma da un progetto che condividiamo. Si usano esempi affascinanti ma poco italiani, è strano evocare Steve Jobs in un Paese che non ha più nessuna filiera tecnologica innovativa leader mondiale. E’ strano parlare di investimenti quando i privati se ne vanno dopo aver lucrato per decenni sugli aiuti di stato. E’ strano immaginare che i talenti che abbiamo restino senza un piano che investa denaro pubblico per le start up, per le nuove tecnologie, per la ricerca, per il lavoro che non sia solo occupazione, ma contenuti, competenze, abilità innovativa. C’è una strana mescolanza tra le parole: futuro, tecnologia, presente. Come se ciascuna di esse fosse automatica negli effetti e gratuita. Come se il futuro, per il solo fatto di tratteggiarlo, fosse già presente. La parola vivifica ciò che vorremmo, ma non lo rende reale, lo rende perseguibile. E questo costa fatica. Allora la domanda oltre le parole è: siamo disponibili a far fatica, sacrifici, condividere un percorso per raggiungere qualcosa di certo? E questo obbiettivo è di ciascuno, di alcuni, oppure è di tutti? 

umbratile

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Mica lo sapevo di essere umbratile, l’aver imparato la pazienza, anche per predisposizione, occultava questo mutar d’umore e sopratutto il bisogno di solitudine. La solitudine quando si sceglie, non sempre, forse per questo l’umore umbratile è meno prevedibile perché vive sia in compagnia che da solo, partecipa, a volte è proprio un compagnone, ma a guardarlo bene è sempre un po’ distaccato, come se vi fosse un bisogno nascosto, un desiderio, che attende d’essere soddisfatto. Di questo star assieme, per bisogno di compagnia, e dello star solo per bisogno d’essere con me stesso ho imparato presto a considerarli come parti di me immodificabili e quindi tanto valeva accettare entrambi gli stati. Così giustificavo l’umbratilità, la facevo mia e potevo cercare di gestirla. Più complicati erano gli sbalzi d’umore che facevano star male se ulteriormente compressi. Ho ricordi da ragazzino di questo carattere e di questa ricerca di equilibrio tra solitudine e compagnia. Anche di risposte strane, così pareva loro, ai miei compagnucci per questo esserci e andarmene. Ho capito poi che non era una cattiva cosa, ma un modo per essere sinceri. Con se stessi anzitutto. Ho scoperto allora che essere chi si è oltre la superficie, non interessa poi tanto, che lo si può mostrare a seconda degli interlocutori, e che mettere assieme due opposti non è difficile, ma induce a cercare chi è simile per capirsi. Quindi un ragazzino che giocava assieme o da solo, che aveva bisogno di spazi per pensare oltre che di correre poteva accettarsi. Ma quando era solo pensava a cosa? A quell’età le cose non sono mai troppo complicate, c’era la voglia di fantasticare e questo si può fare assieme solo se si è in sintonia. Se avevo bisogno di star solo, fantasticavo.

Una bella ginnastica quella di mettere assieme tensioni differenti nella stessa persona. Ho scoperto che le donne la fanno molto più degli uomini, e non è solo una questione di ruoli, credo derivi dalla cura, dal farsi carico e che il bisogno di star da sole, nelle donne, sia una doverosa cura di sé che spesso viene loro negata. Quando lo capii, ebbi la sensazione di aver una parte che capiva e sentiva assonanza, ma si collocava comunque in un genere privilegiato. Non credo di poterci far molto, ma l’umbratilità altrui provoca in me una reazione che cerca di capire cosa ci sia dietro, se la cosa mi riguardi oltre la sua manifestazione. In questo è utile la pazienza, il vero legame tra opposti che fa tenere assieme solitudine e compagnia, temperando entrambe. Se accetto me dovrei accettare anche gli altri, ma non è necessario abbia empatia con tutti, ma solo con quelli che mi interessano, che sono simili, perché con loro posso comunicare a un livello di realtà maggiore. E di loro capisco la necessità di raccogliersi, di avere un proprio spazio riservato. Non è difficile capirlo, se qualcuno vuole essere lasciato in pace è perché ha bisogno di ritrovarsi, di recuperare energia, di riprendere a fantasticare, di essere libero. Almeno per un po’. Poi tutto riprenderà, ruolo, necessità, responsabilità, ma una pausa non si dovrebbe negare a nessuno e siccome nessuno ti insegna come trattare la propria umbratilità, bisogna imparare da soli a ricavarsi spazi, a dire di no. Almeno per un po’ finché la pazienza riprenderà il sopravvento.

spiegazione che si può tranquillamente saltare

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Due giorni fa ho pubblicato dei pensieri in sequenza, senz’altro legame che non fosse il succedersi cronologico. Non era esplicito ma mancando una tesi e una conclusione, ricomporre la frammentarietà era affidata a chi leggeva. Si potevano scorrere le parole come dei frames, abbastanza banali, di proposizioni e archiviare il tutto, oppure potevano essere evocativi di sensazioni e convinzioni proprie sino a una conclusione o meno. Cioè la storia tra le slides può proseguire oppure no, a scelta, perché ognuno di noi ha una propria storia in un campo così abusato come quello dei sentimenti, ha delle convinzioni, dei luoghi personali e dei luoghi comuni. Ma perché poi dovrebbe leggerla in parole d’altri? E a che serve questo scrivere che vorrebbe far scrivere il testo in chi legge più che esporre il proprio testo?

C’è un antefatto e un postfatto.

Racconto l’antefatto. Ho riletto alcuni miei vecchi testi sparsi tra carta e altro, anche su questo blog. E, checché se ne dica, scrivere è una buona misura del comunicare a sé. Anche in altri modi di espressione si vede il cambiamento di interessi, il modo mutevole di vedere il mondo, gli apprendimenti che diventano sostanza. Accade nelle arti visive, in quelle plastiche, nella musica, ovunque ci sia espressione. Succede anche nel lavoro non tayloristico o burocratico. Però nella scrittura è più evidente e così rileggendomi in poche cose, però distanti, ho visto un’ attenzione diversa. C’è stato un tempo della ricerca della sintesi, un tempo di parecchia condivisione musicale, un tempo ricco di descrizioni, un tempo di ricordi, un tempo ermetico. E così via. Ma ora che tempo è ? Mi sono chiesto. Certamente un tempo di passaggio importante, di cambiamento (si cambia a qualsiasi età dipende come), dove tutto è molto più orizzontale, alcune cose sembrano capite e assestate, altre si sono aperte e non si capisce bene come evolveranno.

Il post fatto è che allora mi sono chiesto, non se continuare a scrivere, questo è un mio piacere e necessità, ma se farlo, e come, in pubblico. Avendolo fatto da sempre per mio conto, la considerazione è che non potrei che essere me stesso ovunque e riflettere ciò che sono ora. Ma adesso qual’è la differenza tra ciò che resta privato e ciò che è pubblico. Il pudore del sé profondo, cosa contempla in questi casi? Come nelle conversazioni, si è maggiormente espliciti a seconda che si sia tra amici oppure tra conoscenti o ancora diversamente tra estranei. Ma in questo contesto ho qualcosa di più (e qualcosa di meno, ovvero il contatto fisico) a disposizione, cioè posso dire, raccontare e ascoltare senza troppi vincoli di forma, grammatica, sintassi, regole, tempi, purché vi sia un senso. Almeno per me. Essendo poi un viandante, sarei portato a raccontare. Ma ora, in assonanza con quello che mi accade, sento che la mia scrittura pubblica muta, che c’è un bisogno di ascoltare finché parlo. La scelta potrebbe essere quella del silenzio. Si chiudono tantissimi blog ogni giorno, e altrettanti restano fermi a una data. Quando ci capito sopra mi chiedo cosa sia accaduto, come sia mutata la vita di chi scriveva e se c’è stata una corrispondenza, mi chiedo come sia proseguita la vita. Dove sia, cosa faccia, per alcuni mi chiedo persino se sia felice. Credo ci siano tantissime interruzioni nelle nostre vite, reali o virtuali, che molte conoscenze restino sospese, in attesa, e per chi non ha notizie questo sapersi, cristallizza al momento in cui c’è stata l’ultima comunicazione, al più con una prosecuzione logica immaginaria. Ma il tempo è andato avanti diversamente e la vita vera sarebbe ben più interessante dell’immaginazione, per questo mi piace ascoltare, per riempire il tempo di chi si è fermato, per dare a un frame la possibilità di diventare una storia.

Sembra mi sia perso. Mi piace perdermi e mi accade spesso di guardar per aria, ma in realtà mica ci si perde: si imbocca un’altra strada, ci si segue. Ed io vorrei conformarmi a ciò che sono ora, al bisogno di ascolto e al tempo stesso dire in maniera diversa ciò che mi sento di comunicare. Non so cosa ne verrà fuori. Portate pazienza, o anche no, dipende dall’interesse che avrete per come andrà a finire. E giusto per contraddirmi, una cosa ho capito in questo tempo in cui poco è certo: che non finisce mai.

vorrei sapere chi mi ha venduto

Vorrei sapere chi fornisce il mio nome e numero di telefono ai call center. Vorrei sapere perché ogni giorno, l’80% delle telefonate su rete fissa mi offrono qualcosa che dovrebbe costare meno di quello che pago. Vorrei sapere se il tempo che perdo ad ascoltare è solo segno di una mia cortesia e del rispetto verso chi fa un lavoro mal pagato, con un accento straniero, messo chissà dove, oppure se è una mia debolezza. Vorrei che nessuno si permettesse di registrami senza che io lo chieda. Vorrei sapere perché mentre si vogliono mettere limiti ad internet, il governo non mette limiti a questa vessazione continua. Vorrei sapere perché le cose si sono degradate a tal punto che nessuno difende gli anziani che sono i maggiori utilizzatori di telefonia fissa. Vorrei sapere perché devo pagare qualcosa dove vengo venduto come possibile cliente e perché non pagano me. Vorrei sapere perché i servizi su banda larga sono sempre carenti e la pubblicità invece funziona sempre sullo schermo dei browser.

Vorrei sapere se chi pensa di avermi venduto lo crede davvero oppure non gliene importa nulla, io propendo per la seconda soluzione e allora, mercante di indirizzi e telefoni, stai sicuro che non mi avrai, che ogni telefonata che ricevo mi allontano dai tuoi scopi e da quelli dei tuoi clienti, che sto usando la dissuasione del rifiuto, che non rispondo più a chi non vedo come numero conosciuto. Non mi avrai e se in molti faranno barriera fallirai. E’ il mercato bellezza e io voglio, che nel mio piccolo, tu scompaia perché sei noioso, infedele e usi due debolezze, quella di chi lavora per te e quella di chi risponde. Sei un mercante che importuna e ha merce opinabile, non ti rispetto perché tu non rispetti me.

spunti sull’amore sino al luogo dei corpi

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Nell’incontro supponiamo l’eguaglianza, la vogliamo, ma è la differenza che ci affascina, e ci sconcerta, gettando luce diversa sulle nostre vite.

Nel timore di non essere adeguati a quanto accade, dapprima non ci si mostra come si è ma come vorremmo essere visti. Ed è inutile perché l’altro vede ciò che vuol vedere. 

Prima o poi si capisce che l’esperienza dell’amore è necessaria, non la sua conoscenza.

Solo nell’amore si vorrebbe davvero vedere il cervello nudo.

Il luogo dei corpi è il luogo dei confronti.

E delle sintesi.

inclusivo

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Alle 16 i marciapiedi della strada si riempiono di bambini festanti, di voci acute, risate, corse, piccole bizze. Vengono a frotte dalla vicina scuola privata, gestita dalle suore. E’ una scuola di rango, ce ne sono diverse in città, famose per la qualità. O almeno così si dice sia. I bambini hanno una mamma, o una tata oppure qualche giovanile nonna che li accompagna. Sciamano tutti verso il piazzale e i parcheggi. Lì troveranno o le case vicine, oppure auto spesso voluminose. E’ uno spettacolo che mi rallegra molto, c’è la gioia dei bimbi di essere fuori da una costrizione e l’amore di chi li sta accompagnando. Tutto si vede sui volti distesi, sulla disponibilità a fermarsi a chiacchierare.

Bene, oggi pensavo che gli 80 euro, promessi da Renzi alle neo mamme per 3 anni, dati a queste persone che non ne hanno bisogno sarebbero sbagliati, mal posti, inutili. Pensavo anche che i servizi, gli asili nido, gli aiuti domiciliari, il lavoro, per le neo mamme che ne hanno bisogno sarebbero ben più importanti. Pensavo anche che l’eguaglianza non è per forza giusta se non tiene conto delle condizioni di partenza. Fine dei pensieri e mi sono goduto il concerto di grida e corse.

Dal 2010 è possibile inscrivere sulla carta di identità l’autorizzazione a donare organi. Sugli oltre 8000 comuni italiani solo 24 l’hanno fatto. Manca il regolamento della legge. Stamattina una funzionaria del ministero della Sanità ha dichiarato che siamo (chi siamo?) in dirittura d’arrivo, manca solo un passaggio formale e poi il regolamento sarà disponibile. Quattro anni. E questo è uno degli oltre 700 regolamenti in attesa di emanazione da parte dei ministeri dopo l’approvazione di leggi che spesso hanno avuto  discussioni accese. Dopo l’eliminazione del Senato come fonte di lungaggini, chissà cosa starà pensando il Presidente del Consiglio e la Ministra competente per togliere questo spreco e vergogna amministrativa. Perché se si pensa che il balzello all’investire in Italia, sia nei diritti non più attuali dei lavoratori (esistono diritti non più attuali?) si sbaglia, in realtà ciò che limita gli investitori sono le incertezze sulle decisioni e sui tempi della burocrazia.

Il partito della nazione comincia a prendere forma. Ieri alla direzione del PD, c’è stato un uso smodato del termine “inclusivo”. Per avere un partito di tutti bisogna metterci tutti, da scelta civica a Sel e magari anche altri se lo ritengono opportuno. A mio avviso, allora, bisogna togliere il termine partito dal nome, è un non sense, partito è di parte, non può comprendere tutti, ma solo quelli che la pensano in un certo modo, che perseguono gli stessi obbiettivi. Allora come si pensa, e opera, in questo Paese? C’è un pensiero, e una azione, comune? Ovvero, sappiamo tutti dove vogliamo andare, con chi, in quali modi e con quali eguaglianze e diritti? Credo che il pensiero che si sta formando sia quello del tradurre le larghe intese, ossia una situazione transitoria e di emergenza, in un modo di far politica permanente, basato sulla eliminazione del confronto e del contrasto.  Questo non avviene solo nel pd, ma ovunque ci sia un partito di grosse dimensioni: la lega, forza Italia, il movimento 5 stelle. Il Presidente della Repubblica spero stia meditando su quanto avviene, anche perché non è un arbitro, ma ha scelto di fare il giocatore. Il dissenso scompare, diventa un problema “inclusivo” oppure viene marginalizzato, espulso. E’ questo il concetto dialettico democratico che si ritiene utile per governare il Paese? Dire chiare le cose agli Italiani servirebbe, serve, è necessario. Poi ciascuno deciderà cosa gli piace.

misteri

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Rovistare nel passato ha un fascino che conosciamo bene. E’ quello delle nostre scoperte bambine, delle soffitte impolverate, dei cassetti chiusi, delle porte male accostate delle case disabitate. La fisica o le scienze soggette alla grammatica galileiana hanno altre eroicità e coraggio. Un conto è muoversi tra il provando e il riprovando, altro è il connettere condizioni e ipotesi che si rafforzeranno ma saranno sempre mancanti di qualcosa. Cos’è la storia se non un’infinita processione di assenze e incompletezze? Eppure in questo regno così labile, che però esce dalla favola e si solidifica in prove, riscontri, analisi di carbonio 14, raffronti con certezze o quasi, c’è molto di ciò che siamo. Archeologia e neuroscienze, genetica e paleosociologia, paleoetnografia e storia, in un fondersi di discipline che datano, raffrontano, ipotizzano, trovano tracce, danno percentuali. La falsabilità delle tesi in questi campi è davvero labile, Popper non soccorre, eppure a poco a poco la nebbia diventa meno fitta e se ci manca il nitore di un’ esattezza resta il calore di uno sguardo possibile. Il mistero nel passato ha un portatore di mistero: l’uomo. E allora si procede all’interno di un’antinomia. Così quando emergono le statue di mont’e Prama, in provincia di Oristano (chissà fino a quando potremo dire in provincia di…), non è in discussione il primato greco, ma ciò che avvenne e avveniva in questo crogiolo di pensiero esplosivo che fu il Mediterraneo. E il mistero della Sardegna, custode di misteri, richiama tutte le Atlantidi del mondo, che si danno appuntamento nella nostra testa, e si fanno largo sgomitando, presentandosi con una tale ricchezza di vita che riscrive le certezze. Abbiamo la fisica, la chimica e le tecnologie, ma l’uomo è sempre quel tramite tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. Lì, collocato a mezzo e quasi lo stesso di allora, intriso di mistero perché portatore di pensiero e di rapporto con il sé. Il mistero ha bisogno di sintonia, di accoglienza, e così penso ai bronzi di Teti, alle raffigurazioni intense e familiari da una parte all’altra delle sponde mediterranee, ai tumuli etruschi visitati in solitudine, alle sensazioni provate nel Mandrolisai, oppure nelle Barbagie, o in Ogliastra, ai silenzi dell’avellinese, all’idea che gli uomini camminavano come io facevo e che non c’era distinzione nel mezzo e nel fine, tra l’uomo di Similaun dalle mie parti e gli uomini che popolavano le rocce aspre delle parti interne della Sardegna o di ogni montagna. E nella solitudine dei luoghi si sentiva che c’era stato altro, e che non era morto, ma dormiva, emergeva e scompariva, come i fiumi carsici.

L’antico, anche biologico non era poi così lontano, parliamo di 3000 anni, ed è davvero un attimo nella storia, se si guarda nelle soffitte di casa, nella natura attorno, nelle pietre sbozzate, nelle abilità scoperte e perdute. In queste presenze/assenze si capisce che l’universo della precisione coesiste nell’universo del pressapoco e che il secondo non è meno umano. Anzi.

http://www.repubblica.it/cultura/2014/10/13/news/museo_cabras_due_giganti_mont_e_prama-97995647/

prima notizia

Da mezzogiorno, su radio e tele giornali, la prima notizia era la trascrizione, in Campidoglio, delle nozze tra omosessuali italiani celebrate in altri Stati. La seconda notizia, che adesso è diventata prima, è quella del sinodo dei Vescovi che apre su gay e divorziati. E si spacca. Quindi oggi davvero non ci doveva essere molto di importante se si gira attorno a questioni becere e vecchie come il cucco. Per quanto mi riguarda, sono contento che i vescovi discutano, sono contento della trascrizione delle nozze, ma proporre questo piccolo angolo di novità come il più importante, è testimonianza di quanta pruderie ci sia ancora in questo Paese. E credo che anche dimostri quanto distanti siano i diritti dalla normalità. Perché di diritti si tratta, ovvero della libera scelta di due persone di amarsi e di stare assieme, e con questa unione generare diritti affettivi, assistenza, diritti patrimoniali, identità civile. Nell’amore lo stato dovrebbe occuparsi solo di tutelare la parte debole, non entrare nell’amore stesso. Ma in questo non c’è alcuna notizia, sui ritardi dello Stato nei confronti dei cittadini si può disquisire, dividersi, dissentire, concordare, ma alla fine non c’è nulla di nuovo. La novità sarebbe una legge italiana sulle nozze tra omosessuali e sulla possibilità di avere figli, adottarli, crescerli, ma questa legge non c’è e allora dov’è l’importanza di questa notizia? Credo che per essere cittadini del mondo, ma anche solo dell’Italia bisognerebbe che la stampa ci proponesse una visione diversa del Paese. E invece ci liscia il pelo, tocca le corde che fanno alzare gridolini di compiacimento o biasimo, ma sempre gridolini sono, Paese visto dal buco della serratura. Cosa c’era di davvero importante attorno oggi: cortei per il lavoro, scontri con la polizia, la Libia che sta esplodendo, Kobane che resiste e contrattacca, l’ebola, la crisi e le sue soluzioni, una manovra economica che avrà effetti, positivi e negativi, sulle vite di tutti. Sciocchezze? Non notizie? Credo che ci siamo lasciati prendere in giro per troppo tempo, che a furia di non guardare siamo diventati miopi e che questa miopia abbia bisogno di essere coltivata attraverso le non notizie. Bravo sindaco Marino, ma vorrei che la sua notizia fosse un articoletto di quarta pagina e che in chi ascolta e legge, ci fosse la coscienza che essere cittadino implica sapere dove si è, capire se le cose ci vanno bene e, nel caso che così non fosse, modificarle. Insomma farsi un’opinione del mondo. E se permettete il mondo è anche e soprattutto altro.

gli uomini del fango

Se fossi in loro mi offenderei.

Per l’assenza di soluzione ai loro problemi e per la somma di luoghi comuni di cui sono oggetto. Per la fuga dei cervelli, per le bombe d’acqua, per la tragica fatalità e per il tutto era già previsto che gli raccontano. Mi offenderei per la presa in giro d’una realtà raccontata, così pelosa e inconsistente da essere sui giornali per tre giorni e poi archiviata. Come si potesse archiviare la realtà…

Angeli del fango. Chissà cosa significa?

Che non si sporcano a spalare merda e fango? Che sono buoni e che rappresentano una sorpresa positiva nell’indifferenza di chi è stato graziato dall’incuria o dalla sorte? I giovani che stanno dando una mano a Genova, sono quelli che abbiamo attorno tutti i giorni. Che troviamo per strada e sono allegri o tristi, che vediamo a piedi, in bicicletta, in motorino. Che vivono in una scuola indecisa su cosa dargli, tra datori di lavoro che invece sanno cosa dargli, cioè poco o nulla. Sono gli stessi giovani che vogliono divertirsi, ma anche avere un futuro. E se credono sempre meno nella politica è perché la politica gli ha detto che hanno meno speranze dei loro padri. Però sono giovani, non ancora consumati dall’indifferenza di chi comunque ce l’ha fatta, e allora si rimboccano le maniche in cerca di un posto di lavoro, studiano, s’impegnano sperando che davvero serva per avere un mestiere.

Nello spalare fango e liquame c’è il massimo della solidarietà e il minimo dell’efficienza. Per spalare con efficienza vanno bene le ruspe, ma se non ci sono o non hanno conducenti, che si fa? Si rispolvera la solidarietà e ci si mette a spalare. Solo che lo stato sono le ruspe assieme alle braccia dei cittadini e se mancano le prime allora è lo Stato che manca. Questi ragazzi non se ne rendono conto, ma ciò che buttano nei rivoli verso il mare è il prodotto di quello che ha reso difficile la loro vita. Uno Stato che interviene a posteriori, che non provvede all’evidenza, dove chi governa il territorio ha paura o peggio, altri interessi, dove la fragilità non è il fatto idrogeologico, ma la vista e la memoria. Uno Stato che sta per adottare un provvedimento che renderà ancora più facile il cemento e l’ha chiamato sblocca Italia, ma non ha ruspe, non ha giudici efficienti, non ha condotte fognarie, canali che portino a mare, non ha coscienza collettiva.

Quello che ci tiene assieme è il minimo dell’efficienza, lo sperare che vada bene. Questo fa parte della coscienza che nasce in famiglia e riguarda i beni comuni, ma a tutti, fuori, i principi che vengono insegnati riguardano il successo di sé, e sono la competitività, la velocità, l’efficienza, la brevità, la resilienza. Sì, anche la resilienza perché in un autoscontri vince chi reagisce meglio alle botte. Qualcuno parla anche di solidarietà, ma sottovoce perché non è di moda come fondamento della politica e così sembra riservata all’antica carità cristiana: la pietà per chi non ce la fa, non il mettersi assieme per cambiare le cose. Renzi non è ancora andato a Genova, luogo difficile in questo momento, Grillo ci va domani, aveva la kermesse 5 stelle a Roma. I due non sono la stessa cosa, preferisco chi proverà a fare, non chi distrugge ogni cosa che tocca. In questi giorni parlare di peste non è bene, abbiamo tutti una vaga inquietudine per Ebola, e abbiamo visto troppi film di fantascienza. Credo che mettere assieme sia la cosa più difficile, che urlare e additare nemici sia più facile. Chi amministra è marginale nel movimento di Grillo, vorrà pur dire qualcosa. Confesso che la mia generazione ha molte colpe, una è quella di non aver ascoltato, o visto, o provveduto. Nel ’66 a Firenze ci potevano pur stare gli angeli del fango, già nel ’70 a Genova (eh sì, accade spesso) era difficile, ma se i figli e i nipoti di quelli di allora sono ancora a spalare, qualcosa nella coscienza ce lo portiamo. I ragazzi di quasi 50 anni fa, una speranza l’avevano, ora questa non c’è, si deve creare. Può nascere una speranza dal fango? Sì, se una coscienza di un giorno, di una settimana, diventa una coscienza comune, se si crederà alla realtà e non alle parole, se quelli che ora sono angeli diventano uomini. Ben più terribili degli angeli, e sporchi di realtà, gli uomini. Un esercito di giovani determinati al cambiamento può cambiare la fatalità, i luoghi comuni, la protezione civile con l’aspirina, la metereologia che non c’è, l’Italia. Sono grandi gli uomini del fango.