umbratile

umbratile

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Mica lo sapevo di essere umbratile, l’aver imparato la pazienza, anche per predisposizione, occultava questo mutar d’umore e sopratutto il bisogno di solitudine. La solitudine quando si sceglie, non sempre, forse per questo l’umore umbratile è meno prevedibile perché vive sia in compagnia che da solo, partecipa, a volte è proprio un compagnone, ma a guardarlo bene è sempre un po’ distaccato, come se vi fosse un bisogno nascosto, un desiderio, che attende d’essere soddisfatto. Di questo star assieme, per bisogno di compagnia, e dello star solo per bisogno d’essere con me stesso ho imparato presto a considerarli come parti di me immodificabili e quindi tanto valeva accettare entrambi gli stati. Così giustificavo l’umbratilità, la facevo mia e potevo cercare di gestirla. Più complicati erano gli sbalzi d’umore che facevano star male se ulteriormente compressi. Ho ricordi da ragazzino di questo carattere e di questa ricerca di equilibrio tra solitudine e compagnia. Anche di risposte strane, così pareva loro, ai miei compagnucci per questo esserci e andarmene. Ho capito poi che non era una cattiva cosa, ma un modo per essere sinceri. Con se stessi anzitutto. Ho scoperto allora che essere chi si è oltre la superficie, non interessa poi tanto, che lo si può mostrare a seconda degli interlocutori, e che mettere assieme due opposti non è difficile, ma induce a cercare chi è simile per capirsi. Quindi un ragazzino che giocava assieme o da solo, che aveva bisogno di spazi per pensare oltre che di correre poteva accettarsi. Ma quando era solo pensava a cosa? A quell’età le cose non sono mai troppo complicate, c’era la voglia di fantasticare e questo si può fare assieme solo se si è in sintonia. Se avevo bisogno di star solo, fantasticavo.

Una bella ginnastica quella di mettere assieme tensioni differenti nella stessa persona. Ho scoperto che le donne la fanno molto più degli uomini, e non è solo una questione di ruoli, credo derivi dalla cura, dal farsi carico e che il bisogno di star da sole, nelle donne, sia una doverosa cura di sé che spesso viene loro negata. Quando lo capii, ebbi la sensazione di aver una parte che capiva e sentiva assonanza, ma si collocava comunque in un genere privilegiato. Non credo di poterci far molto, ma l’umbratilità altrui provoca in me una reazione che cerca di capire cosa ci sia dietro, se la cosa mi riguardi oltre la sua manifestazione. In questo è utile la pazienza, il vero legame tra opposti che fa tenere assieme solitudine e compagnia, temperando entrambe. Se accetto me dovrei accettare anche gli altri, ma non è necessario abbia empatia con tutti, ma solo con quelli che mi interessano, che sono simili, perché con loro posso comunicare a un livello di realtà maggiore. E di loro capisco la necessità di raccogliersi, di avere un proprio spazio riservato. Non è difficile capirlo, se qualcuno vuole essere lasciato in pace è perché ha bisogno di ritrovarsi, di recuperare energia, di riprendere a fantasticare, di essere libero. Almeno per un po’. Poi tutto riprenderà, ruolo, necessità, responsabilità, ma una pausa non si dovrebbe negare a nessuno e siccome nessuno ti insegna come trattare la propria umbratilità, bisogna imparare da soli a ricavarsi spazi, a dire di no. Almeno per un po’ finché la pazienza riprenderà il sopravvento.

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