amo l’inutile e il suo riempire la passione

Amo l’inutile che riempie di fretta le passioni:

inutile come le cose che ci cambiano davvero
inutile come le parole che sono solo nostre e di chi le ascolta,
inutile come parlare nel buio,
Inutile come una lingua morta che rivive dentro,
inutile come tutti i libri che contano davvero e parlano di noi,
inutile come essere la minoranza della propria ragione,
inutile come il presente che non osa,
inutile come una recensione,
inutile come l’amore che non può crescere,
inutile come il tempo non usato.

Inutile, amo l’inutile, il privo di senso che si cerca, il limite che si supera, la paura che lo precede, il tempo che verrà e quello che ho usato senza senso. Apparentemente.

In questa immensa catasta di inutilità incombuste arde il senso che solo nel gesto gratuito ci sia grandezza e che quando si è troppo ragionato, l’intuito si sia rintanato offeso. L’errore ha dovuto essere giustificato e un senso di sconfitta rimproverata ci ha preso. Eravamo sotto giudizio, la cosa più utile per dire che non eravamo. Ecco, l’utile ci dice ciò che non siamo per davvero.

sera

Prima s’addensa nel bosco, sotto i faggi, tra gli abeti e in quel gorgo di pietre, anfratti e muschio che le radici conoscono a menadito, ma non noi che guardiamo il passo che affonda nell’ombra. Poi esce e serpeggia tra l’erba, i crochi, le miriadi di fiori che piano chiudono le corolle e s’apprestano al buio. È la sera, con le vette illuminate che illudono del permanere della luce mentre le ombre s’allungano.  È la sera che s’annusa nel fumo dei paioli e delle cene nelle case di pietra. È l’ora che gli animali che sentono per rientrare mentre i cani cominciano la guardia al territorio. È la sera che lascia sempre aperti cancelli di lievi malinconie, misura la distanza da un tepore, da volti cari, da oggetti conosciuti. L’ombra che si stende fa calcoli di fatica e di cammino, rovescia clessidre e traccia confini oltre i quali non andare. Sarà contraddetta ma non importa perché è testarda e paziente. Come una sirena invita a restare, a godere del silenzio che si gonfia di piccoli rumori, suadente chiede di lasciare che la luce scemi in noi assieme ai pensieri che portano distante. Riassetta il libro delle decisioni e lo chiude, invita al momento, sommessa ne racconta l’unicità. Cosa c’è di meglio, sussurra, che appoggiare la schiena ad una parete di legno ancora calda del sole e guardare la luce che disegna profili, lascia ch’essa entri a sorsate e racconti di una pace alternativa al correre, all’andare.
Qui subentra la volontà del tornare che punta a un futuro prossimo oppure il consegnarsi alla pienezza precaria d’un presente infinito. Ogni attesa può essere posposta, una soluzione per la notte trovata e intanto si può godere di questo avvilupparsi malinconico che è clemente col passato: ne fa un insieme di occasioni lasciate mentre non dice nulla del futuro. Qui e ora è la vita. Libera, nel rideterminarsi. Dice la sera.
Quante volte l’orlo del buio ha avvinto e poi la decisione ha accelerato il passo e trovato un cerchio di pensieri per misurare il ritorno. Quante volte si è sospesa una decisione che scegliesse la notte della solitudine. In quel confine si gioca la sera del viandante che si ferma e contempla l’ultimo fulgore sulle cime mentre un brivido l’attraversa, e sente che è freddo e consapevolezza.

la parte del lupo

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Questa notte i lupi, un piccolo branco, hanno ucciso e divorato un asinello. I cavalli sono scappati lontano nel pascolo alto. Gli allevatori ne parlavano preoccupati. L’anno scorso l’orso, quest’anno i lupi. Avrei voluto dirgli che abbiamo i cinghiali in città e che nessuno se ne preoccupa se non ci sbatte contro con l’auto, ma si continua a pensare che sia colpa di altri e non delle nostre abitudini. Ma erano davvero preoccupati e sono stato zitto. In fondo sono loro le sentinelle di un mutamento che si fa evidente, continuano a produrre formaggio, a falciare i prati ma sentono che le cose mutano e che lasciano traccia nelle persone prima che nell’economia.

In questo primo aprile la temperatura più alta, inquieta tutti, anche se è bello star fuori. È stato un inverno molto mite e breve, le piogge mancano da tempo e la neve, salvo le cime più alte, è già sparita. Il clima sta cambiando.

Lontano, ma qui tutto è connesso, Trump, il presidente degli Stati Uniti, ha dato via libera all’uso delle centrali a carbone, all’estrazione di combustibili fossili per energia e ha disconosciuto gli accordi, già blandi e insufficienti, sul clima. Un paio di mesi fa, un grande quotidiano statunitense si chiedeva come mai senatori e deputati repubblicani, in grado di interpretare i dati sul riscaldamento climatico, poi sostenessero la sua inesistenza o marginalità. Eppure erano laureati nelle università da cui provenivano gli stessi studi, sono le fucine dei premi Nobel, a cui magari contribuivano come ex allievi. La risposta era il prevalere dell’interesse immediato su quello collettivo e futuro. Ci sono state grandi e continue scoperte scientifiche, ma hanno riguardato campi che poco c’entrano con l’ambiente, però si è generato un clima positivistico che ha portato a sopravvalutare le possibilità che ha la scienza di metterci una toppa a qualsiasi comportamento reiterato e dissennato. E sono gli stessi inascoltati scienziati a dirlo. Il pianeta non ha mai avuto così tanti abitanti umani e soprattutto non ha mai sopportato così tante alterazioni prodotte scientemente per solo interesse economico. È come se la specie perseguisse un fine di inversione della propria conservazione, magari non l’autodistruzione ma un riassestamento in negativo del suo rapporto col mondo. Siamo in tanti e mai stati così fragili. Dipendiamo in misura così pervasiva dalle tecnologie basate sull’energia che mezza giornata di black out scatena il panico, la violenza, l’incapacità di avere regole comuni di solidarietà. È accaduto qualche anno fa a New York quando le centrali per 6 ore non hanno fornito energia. Quindi basta poco e i telefonini non funzionano più, mancano le comunicazioni e improvvisamente siamo di fronte alla nostra inermità, incapaci di calcolo, di usare un attrezzo più complicato di un martello.

La terra provvederà da sola ad aggiustare i guai, magari a favore di altre specie, però nel frattempo la domanda che mi faccio è perché non cresca la consapevolezza che ciò che accade appartiene alle politiche e ai comportamenti. Questo impero del presente che distrugge pezzi di futuro non riguarda forse i nostri figli, i nipoti, ma anche noi stessi visto che tutto accelera? Si accumula una colpa immane fatta di tante piccole viltà e grandi egoismi ma se noi non vogliamo salvarci perché impedirlo agli altri.

I lupi uccidono per fame, non i propri simili, percorrono il territorio in cerca di un equilibrio che li mantenga in vita. E loro sarebbero il pericolo? Mentre guardavo la polizia provinciale che percorreva la capezzagna e si fermava a parlare con i piccoli crocchi di persone preoccupate, pensavo che mi dispiaceva per l’asinello ma stavo dalla parte del lupo.

Ma questo non l’ho detto stamattina.

l’inocénsa del verde

Se fusse l’uti’e ol bisogno o la misura d’ essar
a’ora el pisacan o ‘a margarita lassaria perdere el sò mostrar,
el sò fiorire nei trosi, ne’e maresane,
parfin nei ritaji de tera scampà a na scoa, o soto on marciapiè o na piera che parea desmentegà,
e invesse i se mucia, i se move contenti, vissini come putei ch’ei zuga
ma anca rispetosi parché se vivare xe sugar nea lota,
la belessa xe educà,
e se ‘a lassa el posto la par piû granda, ne l’inocensa de sto verde che se veste de color restando verde.
E no va ben domandare razon de tuto sto regalar sensa pensiero,
d’uti’e o scopo che non sia el vivare,
no va ben dire che basta la piova, ol so’e e far l’amor coe a’e de un’ave, o de un calalabron.
No va ben dire, ma se poe pensar, che parfin na vespa se incanta e no ‘a beca
ma ciuciando on fiore come un putin da ‘a teta
da tuto sto bon n’altra vita la cressarà,
Cussi desso tuto passa da on colore a na boca,
da un’erba a un’ala,
e tuto se parla e dise sensa granca na parola sbaglià,
segno che del belo no ghe xe utilità ma solo el senso de la vita che tien tuto tacà.

primavera

Le libertà sono allegre,
Impastate di bianco
come petali che il vento distacca
e sparge per gli occhi nell’aria:
un gesto piccolo di lontananza
per generare le vite.

l’infanzia del capirsi

Tutto si poteva riassumere nella sensazione di una definitività accessibile. Un assoluto che non aveva bisogno di nome, ma era lì, a disposizione per essere capito, investigato. Fatto proprio. Definitivamente.

E attorno c’erano piccole cose che trascinavano via, urgenze false e fastidiose che volevano rimandare l’entrata in quella soglia di comprensione profonda. Ma a ben guardare, erano loro che acuivano l’urgenza del capire e rendevano netta la sensazione di scelta. Si sarebbe perduto qualcosa di importante, eppure sconosciuto? Oppure lo si sarebbe avuto nonostante quelle forze che volevano posporre, strappar via l’attenzione portando il pensiero nella banalità del necessario. E non era forse più necessario il conquistare l’inutile piuttosto che perseguire la facilità beota dell’utile?

Tra questi pensieri, intanto, il tempo scorreva e si restringeva, anch’esso preso da una scelta e, di fatto, attento a un proprio tornaconto che s’alleava con l’utile.

Nulla meglio della clessidra rappresenta la lotta e l’estraneità della necessità del tempo. L’assottigliarsi della sabbia o dell’acqua nell’ampolla superiore, toglie l’idea malsana degli orologi che sembrano avere una riserva inesauribile di circonferenze da percorrere. Tutte uguali, tutte con le stesse distanze d’arco circolare, e in fondo tutte prevedibili nel dire quanto manca alla prossima, mentre la clessidra mostra un tempo che pur costante, diviene più rarefatto e veloce nello scorrere via. Un tempo in relazione al volume disponibile di sabbia o acqua in quell’ampolla che si vuota ed esso è misura del nostro perenne ritardo rispetto all’assoluto. Così anche il filo di sabbia o le gocce d’acqua che scendono mostrano che c’è un’indifferenza rispetto al ritardo del nostro fluire, che guarda a quel volume disponibile di libero arbitrio.

E il tempo sembra dire: fa ciò che vuoi.

Così ne viene un’influenza cupa di scelte mancate o costrette, che ci rende irrimediabilmente in colpa verso ciò che doveva accadere e non è ancora accaduto. E per questo l’avvicinarsi al limite dell’intuizione profonda e il tempo dell’utile acuiscono le sensibilità e definitive la scelte. Possiamo essere, forse, consapevoli di qualcosa mai intuito prima oppure lasciar perdere, rassegnarci ad una necessità. La scoperta, insomma, fa i conti con quel fluire dell’utile che rende precario il superfluo del nuovo e ci consegna al grigio della prevedibilità. Non avventurarsi nel limite ci rende poveri e puntuali, e toglie la differenza che solo nell’esplorazione dell’eccezione ci rende unici.

In questo confine così affascinante e pertanto pericoloso, tra necessità (presunta) e superfluo (utile a sé), si trova l’amore per quella parte incredibile (ciò che è credibile lo conosciamo e ciò che ci meraviglia è incredibile inizialmente) che ciascuno contiene e mortifica. E insieme ad essa, la libertà del disporre di sé, del non essere prigionieri della necessità, del poter dare consistenza a ciò che nessun altro può capire meglio di noi, perché ci riguarda in senso assoluto. E questa è una geologica interiore forza che può crescere una montagna, eruttare un vulcano, piegare dolcemente un fiume e prosciugare un mare per ricrearlo altrove. È la manifestazione che noi riconosciamo in chi ci ama e ci comprende e vede oltre noi: è l’amore e il sogno che conteniamo, che urge e vuole diventare materia, noi, insomma, che dopo aver compreso profondamente non saremo più uguali.

Ecco perché nel limite ci troviamo amore.

Ecco perché in esso ciò che era ritardo non lo è più e siamo altri da prima. Con altro tempo con cui rapportarci.

Non è forse questo il senso del cambiamento che riapre le vite?

verbi riflessivi

La giornata lunga di sole affatica la sera,
del mare si potrebbe dire che ha un suo suggerire la stanchezza e un misterioso ordine nel radunare le cose,
e dopo tante parole e silenzi, attoniti di calore,
lo sguardo si meraviglia e indugia sul colore, sull’onda, ascolta i richiami verso bimbi
attenti alla marea che divora le opere del pomeriggio.
Castelli, fossati, statue e merletti gocciolati di sabbia e pazienza
ora si ricompongono lisciati dall’onda.
Tutto sembra più lieve mentre le case, le luci elettriche chiamano alla cena,
e lì, nello stacco tra l’immutevole clessidra che suggerisce di lasciarsi andare nel tempo,
nelle chiuse mura, tra gli oggetti dell’uomo,
si consuma la dimensione dei verbi riflessivi e dell’arrogare.

una sfera di luce

Con la fiaccola ben stretta nella mano
generiamo sfere di luce,
attonite presenze ci guardano per poi essere ricacciate nel buio,
camminiamo e vediamo il piccolo tratto,
le sue asperità mentre la direzione è un intuito dell’andare.
Restano i desideri che vorrebbero colmare domande,
ma senza un seme amoroso il vuoto sgretola certezze.
Solo la passione per un poco ci salva,
e oltre quella sfera di luce, indica
un senso, un’attesa, un luogo
perché il tornare sia nostro
come l’andare.
E così la parabola
d’una torcia gettata nel buio
genera il giorno.


Inviato da iPhone

all’osteria del libero amore

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I colombini, dopo aver depresso i tulipani, crescendoci sopra e stortandoli senza riguardo, sono volati via. Metaforicamente volati, visto che artigliano con piacere la ringhiera e si rituffano tra le piante e insozzano il terrazzino. Pare che questo luogo sia favorevole ad amplessi e idilli, agli amoreggiamenti di colombi incontinenti.

Insomma mi trovo ad essere l’osteria del libero amore dopo tre covate che s’incrociano Kamasutramente tra di loro.

Spero nella pioggia, nella nascita dei tulipani e delle fresie, spero che si riprenda l’elicriso che vedo un po’ provato dalla cova.

Il rosmarino, pusillanime, ha ceduto le armi, resiste il timo e la ruta, furoreggerà la menta impavida. Forse i peperoncini mi faranno il regalo della loro autosemina.

Discosti e per loro conto, due piante di lantana, attendono sornione il primo accenno di tiepido costante.

E i colombi di tre generazioni impazzano.

vedersi

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Vedersi. In questo verbo che diviene altro, c’è l’accogliere e il graffiare che non fa male per avere di più. C’è l’offrire incondizionato e l’attendere che non ha misura.

Nel vedersi c’è la scelta radicale che muta l’andare, il cercare. Dopo di esso le vie non avranno alibi, casomai un prima dove regnava una confusa vita e un poi che si chiede conto di tanta cecità .

Vedersi include la tenerezza che non finisce. È far l’amore, vedersi, e buttare via da sé il tempo.