l’anima è un muscolo?

Chissà se l’anima è un muscolo ed ha anch’essa le sue contratture, il bisogno d’essere curata per non zoppicare.

Chissà se l’anima è un muscolo che ha palestre sconosciute e solitarie, che pratica attrezzi quali l’introspezione e il discernere, ma anche la misericordia e il raziocinio.

Chissà se l’anima è un muscolo che si distende per abbracciare tutto ciò che gli occhi possono contenere e il cuore sentire, ma anche rifiuta ciò che non le appartiene. Si divincola e respinge e quando è costretta, intristendo deperisce. 

Chissà se l’anima è  muscolo che a volte trova il pudore di stendersi e finire tranquillamente una lettura che ha mosso pensieri, provocato emozioni, cambiato quello che pareva. 

Chissà se l’anima è un muscolo che capisce attraverso il suo sangue che scorre e dove prima c’era il sonno della certezza, lascia che ora viva il piacere d’una nuova percezione. 

Chissà se l’anima è un muscolo e quello che a volte mostra è la dolenzia che chiede aiuto. Nasconde la sua fatica e magari confonde le acque, fa la spavalda mentre vorrebbe farsi compatire.

E quando sembrerà additare e sorridere, magari è un artificio, una scorciatoia che si trasformerà in altro che sempre vorrebbe essere compreso.

Allora se l’anima è un muscolo, chissà quante volte si chiederà se può scrivere mi piace a un’altra anima che dice la sua pena.  

 

 

felici d’esser felici

C’era una sublime confusione d’acque spartite,

di procelle imminenti, d’infinite risate.

I pensieri vorticosi inghiottìvano dubbi,

girevoli porte d’hotel

che poi tornavano su te, su me,

nell’aria che sapeva d’ombra, di folla, di buono.

Si può amare molto un caffè imboccandosi il dolce,

e sommessi ridendo.

Sincronizzare il passo prima d’una corsa,

per scherzo e per bere il respiro dalla bocca,
per stringere più forte la pelle
e dire quel mio che luccica d’ acciaio.

Così nasceva e si compiva ogni giorno una parabola,
un razzo a solcare la notte e
una prua a dividere ciò che si riuniva
dietro noi,

perché non c’era un prima ma solo il giorno
e le stelle ad accennare una via.

Imprecisi come il vivere, dicevamo:
non ho mai chiesto alla rosa d’essere altro da sé,
e questo era in ogni parola, ogni carezza, ogni bacio.
Felici d’esser felici.

ci sono momenti

Ci sono momenti in cui la commozione ti assale, basta un fatto, una parola che evoca, e qualcosa si gonfia, riempie, sale agli occhi, libera le sacche lacrimali e ti senti scemo e inerme, inadeguato all’ indifferenza, al reale senza etica. Poi piano il cuore si sgonfia e si normalizza, resta una sensazione strana di diversità, come un essere più umani. Eppure non ti inorgoglisce ma ciò che senti ti fa sentire tutta la tua limitatezza. Bisognerebbe parlarne, ma le parole sono insufficienti: che vuoi raccontare di ciò che è evidente. Siamo circondati da problemi e sofferenze, lo sappiamo talmente tanto che bisogna mettere in stand by la condivisione. Però a volte qualcosa, inopinatamente, fa breccia e quell’air bag che si gonfia dentro per una volta ci ricorda che siamo vivi e ci salva la vita.

a sera tornare, ma verso cosa ?

Lui scriveva cose minuscole. Perdeva accenti sullo smartphone, metteva apostrofi alle maiuscole, coagulava serie di piccoli punti. Diceva: c’è il sole con quel punto esclamativo che voleva forse dire ti penso. A che volte sembrava un tiamo, d’un fiato non abbastanza coraggioso. Lei leggeva, sorrideva, non rispondeva. Più per paura di lasciar correre un sentimento che per pudore. Si vedevano spesso, facevano cose assieme, andavano in vacanza, oppure si mescolavano nelle serate tra amici tenendo le tenerezze per la successiva notte. Separati da diversi ex amori, conducevano il tempo senza progetti, con molte silenti aspettative e altrettante paure. La notte non mancava mai un messaggio che pareggiasse il conto breve della solitudine, una lucina intermittente per quel poco che lenisce un cisonoetucisei? 

A lungo possono andare avanti le vite a questo modo: senza certezze grammaticali, senza amori che si gettano nel fuoco senza un progetto che superi il giorno, la settimana. Possono procedere senza muoversi, sedute in una eterna panchina nello spogliatoio della vita. Possono vivere di abitudini e di gesti indecisi che non sembrano neppure esserci stati. Chissà cosa resta poi di quel sole che c’era, di quel facciamo assieme la marmellata di ciliegie o dell’andare al mare. Un asciugamano steso accanto, il sole che arroventa la pelle, le parole intinte di ricordo e i calamari ai ferri, la sera.  E al ritorno, la luce del cruscotto che illumina appena il volto, liscia l’espressione intenta, getta verso un domani senza data una domanda: tornare sì, ma verso cosa?

ancora, prima della notte

Togliendo l’io che resta: una constatazione quasi d’impotenza. Nella stranezza dei discorsi quella prima persona plurale è così ardua per capire quanto e come includa un eguale sentire.

Così mi rivolgo a te che capisci, allora.

Tu che hai disagiate modalità, versi incombusti da bruciare, parole trattenute, pensieri inconsulti di contesto. Tu che sostituisci il gesto e il tatto alla parola e poi metti profumo in un verbo. Tu che hai il soggetto nei piedi e nel cuore, che agiti la testa per scuotere i capelli e tieni in gran conto i riccioli ribelli. Tu che insisti senza dire, che lasci parlare gli occhi, che accarezzi le cose pensando agli amori dispersi nella corsa. Tu che hai colto senza cogliere, trattenuto un respiro che scioglieva l’aria, spartito l’acqua dicendo questa è la mia parte. Tu che non lesini, che giri in tondo per danzare e sposti una sedia senza far rumore. Tu che guardi e pensi altrove, mentre lasci che il tuo corpo splenda alla luce. Tu che righi il vetro come la pelle, che chiudi una porta senza far rumore. Tu che non usi la punteggiatura, che bevi l’aria per unire le parole. Tu che sei attenta all’indolente muovere d’una coccinella, che guardi il gatto e questo abbassa il capo. Tu che conosci la strada tra un letto disfatto allegramente e una sedia con la luce che illumina le spalle. Tu che scrivi sui margini dei libri, che semini aromatiche per i giorni che verranno. Tu che non guardi la scadenza delle tisane e mentre scaldi l’acqua pensi all’ultima birra, all’ultima sigaretta, all’ultima riga letta e piangi di bellezza. Tu che hai aperto il cuore e non l’hai rinchiuso. Tu riconosciti se puoi, se vuoi, ma non importa perché tracce di te sono in ogni sogno, in ogni sguardo attento, in ogni giorno che vuol venire, in ogni passo che trasale l’ombra. Tu, ovunque, ancora, prima della notte.

e più o meno detto in altro modo:

Tu che hai disagiate modalità, versi incombusti da bruciare, parole trattenute, pensieri inconsulti di contesto.

Tu che sostituisci il gesto e il tatto alla parola mentre metti profumo in un verbo.

Tu che hai in gran conto il senso e lasci lo scorrere dai piedi al cuore annodandolo in un pensiero.

Tu che agiti la testa per scuotere i capelli e tieni per te i riccioli ribelli.

Tu che insisti senza dire, che lasci parlare gli occhi, che accarezzi le cose pensando agli amori dispersi nella corsa.

Tu che hai colto senza cogliere, trattenuto un respiro che scioglieva l’aria, spartito l’acqua dicendo questa è la mia parte.

Tu che non lesini, che giri in tondo per danzare e sposti una sedia senza far rumore.

Tu che guardi e pensi altrove, mentre lasci che il tuo corpo splenda alla luce.

Tu che righi il vetro come la pelle, che chiudi una porta senza dire una parola.

Tu che non usi la punteggiatura, che bevi l’aria per unire le parole.

Tu che sei attenta all’indolente ancheggiare d’una coccinella, che guardi il gatto e questo abbassa il capo.

Tu che il mare guarda e si ritrae e poi torna.

Tu che conosci la strada allegra tra un letto disfatto e una sedia con la luce che illumina le spalle.

Tu che scrivi sui margini dei libri, che semini aromatiche per i giorni che verranno e sorridi alla prima foglia.

Tu che non guardi la scadenza delle tisane e mentre scaldi l’acqua pensi all’ultima birra, all’ultima sigaretta, all’ultima riga letta e piangi di bellezza.

Tu che hai aperto il cuore e non l’hai rinchiuso.

Tu riconosciti se puoi, se vuoi, ma non importa perché tracce di te sono in ogni sogno, in ogni sguardo attento, in ogni giorno che vuol venire, in ogni passo che trasale l’ombra.

Tu, ovunque, ancora, prima della notte.

11 settembre

L’aereo non atterrava, nella mattina di luce,
volteggiava tra Roma e il Tirreno,
a terra venne il buio, ma per ciascuno a modo suo.
Molti anni prima, qui era sera,
ma lo stesso giorno, di mattina in Cile,
e anche allora ci parve che morisse un mondo.
Un altro mondo,
non quello che ora scinde l’inquietudine e l’attesa,
di chi e cosa, bene non si sa,
ma l’11 settembre chiede dov’eravamo e dove saremo.
E l’inquietudine storce le bocche
scuote capelli e teste,
non nobis Domine non basta più,
dove siamo noi quest’oggi?

non possiamo essere diversi da ciò che siamo

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Stasera c’era una luna incredibile in cielo. Incredibile perché inattesa. Era grande, appena gialla, con le tracce dei crateri. Era sopra la basilica, poi sopra una statua, ancora sopra una giostra con i cavalli e le carrozze. Una giostra illuminata, di quelle antiche, dove i bimbi vanno finché non hanno gusti inutilmente forti e condizionati da mode, finché sanno ridere per un apparente nonnulla e non si sforzano. Era una giostra in cui a volte c’era qualche bambino piccolo con la mamma o con il nonno. I padri sono ancora a lavorare la sera e arrivano stanchi a casa: non amano le giostre come i bambini e così la giostra è sempre semivuota.

La luna era inattesa e grande, come la sera che calava dolce. Ed era dolce davvero perché l’aria non era più né calda né troppo fresca, non ancora. E le persone stavano sedute sui muretti, nei bar che sono sul corso o che guardano il Prato, e mangiavano o bevevano quieti, come si fa quando si vuole stare con una persona e si cena o si beve assieme, ma senza uno scopo vero perché ciò che importa è stare assieme.

Non possiamo essere diversi da quello che siamo, non possiamo fingere e adeguarci, e sottometterci o urlare sempre. Non possiamo e se guardassimo davvero dentro a quelle tracce che chiamiamo pensieri, se li liberassimo dal ragionamento resterebbero due poli: una grande immensa solitudine e un immenso grande amore che attende di avere un ponte. Per colmare la solitudine, per diluirla, per cancellare l’urgenza delle risposte e affievolire le domande.

Non possiamo essere diversi da ciò che siamo davvero, per questo la luna era incredibile, le parole usate per giustificarci non uscivano ed era chiaro che dobbiamo cercare dentro altre solitudini le parole che servivano. Che ne faremo di noi se tutto ciò che abbiamo è una giustificazione a non essere, un chiedere scusa e un prendere a prestito parole che non hanno consolato.

La luna era un ponte fragile di meraviglia tra una solitudine e un bisogno d’amore. E continuava a sorgere stasera, ed era grande di sé, attirava gli sguardi, forniva materia per qualche parola che aggiungesse dolcezza ai discorsi, al parlottare, persino ai silenzi che s’arrampicavano per scavalcare ostilità radicate, aggiungeva un punto di tregua. Era un dirsi sapendo troppe cose e così solo i bambini la guardavano davvero incantati, ma per poco prima di riprendere un gioco, una domanda, una corsa, o un giro di giostra su un cavallo di cartapesta. Loro, i bambini, sono abituati alla meraviglia e ancora non sono diversi da quello che sono e magari sono tornati dal mare, o sono rimasti a casa, e gli è sembrato naturale perché sono ancora bambini.

Non possiamo essere diversi da ciò che siamo e non possiamo far sempre tacere il bambino che è in noi, per questo guardavamo tutti la luna e lasciavamo che entrasse dentro, e lei entrava, girava con la giostra, addolciva i discorsi, gettava un ponte che faceva sognare.

perché non me la prendo con i politici se non quando davvero serve

È facile prendersela con i politici. Si mostrano molto e pavoneggiano, dicono sempre troppo e senza obbligo di coerenza, fanno cose di parte spacciandole per tutti, non capiscono la realtà che viviamo davvero e non sono più intelligenti di molti di noi, ma solo furbi.  E si sa che i furbi non piacciono, anzi si piacciono solo tra loro e si stimano per questo.
E noi cosa c’entriamo?
Durante la formazione in quel percorso che ci ha fatto cittadini di un paese democratico, ci è stato insegnato che chi esercita il mestiere dell’amministrare e del fare leggi, è il terminale temporaneo di un processo di dislocazione del potere

Un potere che essendo del popolo dovrebbe partire da noi, approvando, attraverso il voto e la delega, un progetto e dar mandato a chi lo propone. Ma soprattutto verificarlo nella sua attuazione.
Tutto questo per ordinare e rendere equo e giusto il mondo in cui viviamo. Poi ci accorgiamo che non è vero, che non accade quello che ci era stato detto, ma soprattutto verifichiamo che non siamo uguali detentori del potere perché ci sono molti altri più “importanti” di noi che ne hanno uno infinitamente superiore al nostro e questi non hanno bisogno di delega per trattare con la politica: le banche, i potentati economici, i grandi funzionari pubblici, sono pezzi di potere senza elezione. E ci accorgiamo che le loro decisioni non hanno di fatto sindacabilità. Quindi solo un pezzo di potere viene da noi e questo non ci fa cambiare le cose, cosi preferiamo pensare che quando si vota si esaurisca la responsabilità di una scelta, mentre è in realtà il controllo che ci tiene in democrazia e ci fa contare davvero.
Il controllo è quella cosa che non accetta ciò che gli viene raccontato, ma fa la fatica di verificarlo e apprezza chi è indipendente più di chi si conforma.
Eppure viviamo in un livello crescente di baggianate, di eccitazione alle soluzioni semplici quando il mondo è invece complesso e rende tutto precario. Pensiamo alle nostre vite, di facile c’è ben poco ma sappiamo che senza un po’ di fatica non si va avanti, per questo dovremmo pretendere dalla politica e dai politici, di rispettare i programmi ed essere coerenti con la realtà. Però non basta perché trovato un evidente responsabile poi non ce la prendiamo allo stesso modo con il vicino che non pratica la legalità, che dice cose che non condividiamo, che è esso stesso furbo.

Al più si ribatte, si evita che invada i nostri spazi e in nome di una libertà precaria dal punto di vista concettuale permettiamo che pensieri e pratiche illiberali, coercitive, razziste allignino tra noi.
La religione con le sue barriere ha aiutato i processi di delega, ha giustificato il peggio in nome di qualcosa che doveva essere più alto e soprattutto ha reso indiscutibile la delega del potere. Aveva capito che nel portare il potere verso il basso si generano processi di discussione e di controllo che se aumentano la differenza rendono anche più evidenti le storture e urgente il loro metterci mano.

La società laica dovrebbe quindi esercitare costantemente la critica e controllare la delega ma non solo verso l’alto ma anche e sopratutto in orizzontale perché senza una presa di coscienza che le idee perniciose restano tali anche in democrazia non si riesce a vedere la stortura che esiste nei comportamenti, nella prassi quotidiana, nelle furbizie, nella giustificazione dei piccoli abusi, nell’interesse che pur essendo giustificato ha un limite: non togliere nulla agli altri, non far male, rispettare le regole comuni perché questa è la base del rispetto reciproco. E se le regole non vanno bene protestare finché cambieranno. Per questo me la prendo con i politici il giusto che conservi il rispetto per la funzione che hanno, ma me la prendo molto di più con la chiacchiera che osserva ciò che sta nel piatto dell’altro e non guarda nel proprio, me la prendo con chi non fa nulla e si lamenta, me la prendo con chi non ha un’idea comune, che non fa nulla per un futuro in cui si stia meglio. E questo è più difficile di imprecare contro qualcuno che è talmente distante da non sentire.

 

acua morta

Acua morta, che rabia
col so’e che bate
el remo pesca erba e scoasse,
sbrissia ‘a barca sensa movar aria,
l’acua xe brodo de pesse che lessa,
ch’el salta par sentir se cambia:
on tonfo de pansa, se sarà pian i serci
e xe passà ‘a speransa.
Resta on pensiero
che se gira e rigira
come se ‘a testa sercasse calcossa,
nel senso de ndar,
nea spiera de vento,
ne l’ombra del salgaro che pesca coe foie,
e tuto invesse se rompe
come el remo ne l’acua ch’el serca
na spinta
e intanto entra, se spaca
e quasi no se bagna.
Sbrissia via ‘a barca col pensiero
che se destriga e el se intriga,
ne l’ acua morta, nel sole,
che rabia.

Tamigi

Sotto la terrazza ci sono piccole onde marroni che sciacquano sassi marrone. Dove ci sono uffici e pub c’era una fabbrica di pesce affumicato e in salamoia. L’odore è entrato nella calce e nei mattoni che non sono stati demoliti, e si sente. Bisogna annusare e ascoltare ma si sente. Arrivava il pesce e le mani delle donne toglievano ciò che non era necessario. Fanno sempre così le donne. Poi immergevano i pesci squamati nella salamoia calda e poi in quella fredda. La mani erano rosse e levigate dal sale, se le avessero messe a bagno nell’acqua trasparente l’avrebbero colorata e succhiata dalle unghie, dai polpastrelli, dai palmi. Respirando sale e pesce il naso si affila, diventa trasparente come porcellana controluce, annusa e scarta. E sogna, ma per suo conto. Meglio la salamoia che l’affumicatura che entra in tutta la pelle, sotto i vestiti, ovunque ci sia qualcosa da imbibire di fumo e di carne di pesce. Però le cassette di aringhe allineate e luccicanti d’oro erano più belle dei barili pieni di pesce che guazzava in un sale marrone. Estetica del conservare. Ma questo era prima. Ora c’è una terrazza sull’acqua e si vede bene il tramonto. Anche attraverso la birra, si vede. Nell’angolo c’è un signore vestito di lana scura, pesante per la stagione: guarda l’acqua e i palazzi dell’altra riva. Ha un bastone di legno duro levigato dal palmo. E il palmo si è curvato per accogliere il bastone. Non guarda i ponti e nemmeno il tramonto, guarda l’acqua che si sovrappone con piccole onde marroni ai sassi marrone. Le mani sono grandi e pulite, nodose di artrite, solo le unghie hanno una corona nera del tempo in cui trasportava carbone dai barconi.
Pensa alla sera, a un naso che sembrava porcellana contro la lampada e le mani rosse che lavavano le sue nel secchio. A lungo.
Alza gli occhi verso i grattacieli e annusa il muro che sa ancora di salamoia e pesce. Poi guarda l’acqua che sposta i sassi e non sposta il tempo.