Ricordo il sole nel giardino, l’ombra della mura, la mezza vera da pozzo rinchiusa, il banco, i “ferri” originari di mio Padre che l’avevano accompagnato nel mestiere e nel suo evolvere, gli attrezzi che si erano aggiunti nel tempo comprati perché la tecnica mutava. Nulla era in disparte, ogni utensile aveva un nome e una funzione e il suo ruolo emergeva quando veniva preso dalle cassette o dalla borsa.
Quello che doveva essere un amico, ma era solo un collega, prese tutto, diede pochi soldi a mia Madre e sembrò fare un favore. Forse lo pensò, comunque si sbagliava. Un’ impressione triste mi rimase di quel pomeriggio, perché parlava troppo e un giudizio era stato emesso sulle cose. Il sole nel giardino, nel capanno dove mio Padre lavorava, era diventato inopportuno, come lo stridio del gesso sulla lavagna, qualcosa di fastidioso che non scriveva nulla. Ciò che per quell’uomo era ormai vecchio e inadeguato, aveva prodotto capolavori che ancora funzionavano benissimo, era stato usato con la maestria che differenzia chi prende in mano un tramite per l’intelligenza e l’arte che possiede da chi questa intelligenza non ha e si affida alle cose.
Capivo che per mia Madre, come per tutti noi, la presenza di mio Padre era ovunque e la sua assenza lancinante, gli oggetti del suo lavoro erano un continuo riportare il pensiero e far riemergere il dolore. Questo aveva motivato l’accogliere quello che sembrava un atto d’amicizia, poi le parole di troppo, che a me erano sembrate un giudizio, avevano riaperto la ferita.
Mia Madre non capi, prese la banconota con difficoltà, salutò e ringraziò con le parole che definivano il sentire: non occorreva. Ed era vero, era una signora mia Madre, e lo era mio Padre. Fosse stato zitto con me, avrei ora un ricordo negativo in meno su come ci si approfitti anche del poco. È natura umana per alcuni, ma non di tutti.
Però un dono mi è stato fatto quel giorno, mai avevo capito così intensamente la grandezza di mio Padre nel suo lavoro, la sua maestria che curava il bello assieme all’utile e le sue mani, le mani che tanto ho amato nelle rade carezze, le avrei volute nei geni, come un tratto che si trasmette per il tempo a chi verrà. Non so se questo accada, ma se ciò fosse non serviranno utensili particolari per l’arte di essere se stessi e grandi, con umiltà e silenzio, mio padre era così, perché un lavoro ben fatto è già eloquente in sé.
Archivi categoria: lettere all’analista
parliamo tanto di me
Parliamo tanto di me, che questo poi si fa guardando il mondo e illudendosi che il mondo ci guardi e abbia un qualche interesse per noi. La realtà, così come la percepiamo è nostra, immersa nelle emozioni, deviata dai pensieri e oscuramente percepiamo questo isolamento che poi motiva lo sforzo comunicativo. Abbiamo bisogno di confrontarci di continuo con ciò che percepiamo, sentiamo, guardiamo e non poterlo fare con il mondo, gettiamo messaggi in bottiglia sperando che qualcuno apra e ci legga. A questo serve scrivere parlando d’altro. E pure a dire la verità scrivendo, quella che ci pare la verità. La verità non si esibisce, si racconta, è un’approssimazione della comprensione, ma la verità di chi scrive onestamente, anche quando è ipotetica, è chirurgica. Almeno chirurgica a sé, perché capire di più è inseguire qualche demone, anatomizzarlo per capire com’è fatto, purché resti vivo ed aderente alla sua verità. Che poi è la stessa di chi scrive. La verità del guitto, invece, balla larga nei vestiti non sono suoi, mentre vuole farli apparire tali; e si capisce.
Bisogna dirla con semplicità, la verità, ma questo è il segreto dello scrittore di rango che la ammanta di semplicità di vesti e la lascia spogliare da chi conosce l’erotismo della verità.
La verità ha una sua malinconia, che supera di molto il racconto del proprio malessere, anzi il parlar d’altro è un modo per proporre diversamente la malinconia che è nelle cose. Si dirà che le cose non hanno emozioni, però le acquistano quando cessano di essere tali e acquistano significato per noi. Sono le cose che ci colpiscono quando smettono d’essere indifferenti, che offendono; in fondo la verità è una mediazione tra un sentire e un essere ed entrambe le condizioni sono vulnerabili dalle cose. Ma restiamo in ambiti domestici: la nostra verità, che è poi bisogno, non ha specchio nel bujo del non vedersi, del non sapere chi si ha davanti. Soprattutto se si scrive come si borbotta tra sé. Il fatto di non avere specchio nello sguardo, nell’espressione, fa trovare specchio nelle parole e qui, a volte, si potrebbe usare la perfetta ricetta dello scrittore, ovvero mistero, storia, erotismo q.b. Ma questa non è verità, è racconto, plot, eppure quanti tentativi maldestri di racconto auto specchiante slegato da chi scrive, si trovano.
Chi ha lembi di storia comune si capisce per ricordi conosciuti, sensazioni sperimentate e soprattutto per intuito. Aiuta il vissuto che si sovrappone, ma nei modi in cui questo accade. Questa condizione si può trasferire anche nella comunicazione epistolare, che è fatta di sintonie profonde, rivelazioni intime, ed è un percorso di conoscenza, una relazione. Invece scrivere al mondo, a chi non si vede né si conosce, razionalizza, semplifica. Una frase in testa è fatta di continuità piene di puntini multimediali e spiegarlo diventa una fatica immane. Allora si razionalizza, e si perde il succo della vita vera.
Non scrivo per essere capito subito, non da tutti almeno, ma per la sintonia. Mi basta.
E se poi la parola diventa cura, allora ci dev’essere, come nell’amore, una doppia disponibilità: quella di lasciarsi curare e di curare. La relazione epistolare non esaurisce certamente la necessità di conoscere l’altro, essere vicini è una scelta che usa più mezzi.
Scriversi è una componente potente di un incontro, ma bisogna che sia un incontro.
E c’è differenza tra vivere come superficie (con puntate al profondo) e l’essere.
In fondo di questo vivere, di cui molto si parla, il limite è proprio la superficie e di come se ne parla. Se si fa lo sforzo del non tradire se stessi, è necessario scavare, allora agisce più il malessere, o il dolore, che la gioia, ma per comunicare la conoscenza che emerge, la nostra verità infedele, c’è bisogno di mostrarsi e questo implica una fiducia totale anche sull’essere fraintesi, perché il fraintendimento è il miglio posto dove nascondere ciò che siamo davvero.
Oh beh!
Questa canzone è per me la summa sublime di ciò che si può comunicare:
carichi eccessivi ed equilibrio












A volte penso che i carichi, presi con grande insensatezza (la generosità è tale), siano eccessivi. Lo sono perché projettano un’ombra sul mondo, sul tempo, su ciò che vedo. Ribellarsi per tutta la vita alla schiavitù delle cose, al loro ingerirsi nella vita, proprio per il senso del dovere che merita la funzione che si ricopre, significa rispettare le regole, ma non deve impedire di vivere.
Forse si cade in altre costrizioni; penso a me che coltivando le mie passioncelle, ho direzionato la nave tenendo equilibri che poco c’entravano con una visione usuale del presente, del mondo. L’essere fuori dagli schemi in realtà non pesa, è una scelta. E’ il folle che non sceglie la sua follia, ma la diversità non è un marchio d’infamia tra gli eguali, è una specialità, un seguire il demone, o il sogno che questo produce. Il problema, per non pochi, è proprio quello di avere un sogno, di alimentarlo, di svegliarsi, fare, e poi nuovamente sognare.
Qualche giorno fa, scrivendo d’altro e ben più concreto, parlavo del sogno come generatore di passioni. Vale in politica come nella vita quotidiana, ma non sopravvaluto le passioni, hanno troppa letteratura che le ha svalutate. Mentre in questi tempi si usa molto la narrazione ovvero il raccontare una realtà che sembra plausibile ma non è neppure finzione, anche se modifica non poco le vite collettive. Le passioni soffrono della stessa sopravvalutazione dell’emozione che diventa il modo per sgravarsi di obbiettivi più ampi e faticosi. Ma pur ridotte, passioni, emozioni, hanno comunque bisogno di un flusso in cui manifestarsi, una sorta di recinto in cui possono esplicarsi, correre. E parlo di passioni che non sono la soddisfazione del desiderio, del giorno per giorno; no, parlo di ciò che si può mostrare senza timore, perché è in sé chiaro ciò che si dice, parla della diversità e della sua continuità ed è così che ha un ambito in cui confrontarsi. In fondo quando raccontiamo di noi, ci sono almeno due realtà che si uniscono, quella delle nostre urgenze interiori, quelle che ci fanno star bene o male, e quella delle urgenze esteriori, con la loro violenza e scarsa creanza.
Quando lascio che l’urgenza esteriore mi espropri da me, che non ho più equilibrio e cerco ciecamente la medietà, il confondermi nell’essere eguale perché questo è rifugio, è riposo. Ma non posso permettere che l’esterno ammazzi la capacità di sognare, di generare passione; non posso permetterlo perché ne morirei in ciò che ho di vero e quello che rimarrebbe sarebbe poca cosa: un codice di regole banali.
dire è non dire
Si snoda il racconto di una storia oscura, dice di cose evidenti, ma parla anche d’altro, di un sottofondo che la sorregge e non emerge. E’ una di quelle storie che non si capiscono bene, estratta dal fondo melmoso che ciascuno si porta dentro. Sembra semplice, ed invece è complessa, fatta d’un malessere che ha più nomi: quello contingente, ed è ciò che viene vissuto, ed altri nomi apparentemente più lontani. Reminiscenze, sorta d’aliti di antichi pasti mai conclusi, che fanno capolino e sembrano non entrare nel sentire, senza parole per dirsi e dire. Difficile dar loro nome perché sono storie parallele all’esterno, vicende apparentemente già terminate che si annodano in chi racconta. Semplicemente ci sono e confluiscono tutte nello stare a disagio con sé. Questo è il sentire vero, e il racconto cerca di dare evidenza a una serie di fatti, parla di particolare e di generale, li mette assieme, e prova, con fatica, a collegare ciò che è distante, e che si dovrebbe davvero cambiare, con quello che è più vicino e pare avere decisioni semplici. Ma esiste una decisione che ci riguardi profondamente e che sia davvero semplice?
In fondo il racconto è ricco di quelle richieste di intuizione che generano puntini che attendono nomi. E in quei puntini c’è la misura della richiesta di partecipazione, sono piccoli-grandi vuoti che si generano quasi da soli per far capire che il racconto è ben più complesso dell’evidenza. L’evidenza è una ferita che deve essere ripulita, suturata, ma il motivo per cui si è generata è anche in quelle sospensioni. Il racconto è un processo curativo, prima che salvifico, e come ogni cura mette in discussione il rapporto con il medico. Genera il dubbio se tarda il risultato e però ci si deve fidare, servirebbe la comprensione, richiesta con la parola, e il silenzio. Anche pensarci, senza proposta di una soluzione, va bene, ciò che urta è la proposta facile che dice: bisogna cambiare per star bene. Per questo non serve un racconto, chi racconta sa che non va bene e sta cercando con fatica una via d’uscita.
La meccanica semplice ed oscura, è fatta di racconto, ascolto, reazione, e se l’ascolto è giudicato insufficiente, confluisce in una chiusura-reazione.
La difficoltà raccontata, è di quelle profonde, un mal stare da scelte in gestazione, oppure da scelte che non verranno prese, ma che comunque interferiranno fortemente con il concetto di star bene. E’ eccessivo pretendere attraverso un racconto una svolta, chi parla lo sa, e forse quello che vuole nel raccontare è un aiuto a decidere costruito con partecipazione e rispetto, con la comprensione della difficoltà, non una soluzione. Ciò che il racconto della difficoltà d’essere, narra, è il capire la ferita e il suo legame con altro.
Il limite della parola è questo, pensare che essa sia in grado di rappresentare davvero il malessere, oltre la partecipazione empatica di chi ascolta. E’ il limite dell’analisi che si esaurisce nella parola, senza una nuova storia da scrivere, e chi racconta si chiude nel momento in cui sente l’ascolto come non adeguato al dolore e alla sua complessità. Mentre sa benissimo che la semplicità sarà creata nello sciogliere molti nodi con difficoltà, e per questo rifiuta il consiglio, e vuole la partecipazione, magari silente. Un effetto del racconto può essere l’aggressività, ovvero la reazione che ribalta sull’altro l’insufficienza propria e della risposta, come se la mancanza d’intuizione fosse una colpa. In sostanza gli si chiede con rabbia perché non capisce e lo si traduce nel vedere la sua fragilità: ma tu che sei debole come me, come puoi avere le idee chiare? Se tu stesso stai male, quando mi proponi soluzioni apparentemente facili, mi stai parlando di ciò che ti infastidisce nel mio malessere. E perché non le applichi su di te?
Quando scatta questo meccanismo di reazione, può esserci solo la rivalsa, a volte la rabbia che fa dire parole eccessive che mostrano altre difficoltà, seguite dal ritirarsi verso la coscienza che è inutile parlare di sé e dalle difficoltà si esce solo attraverso se stessi. Allora il senso di solitudine è grande.
Controllare il balzo della bestia interiore, ammansirla, convivere, è un mantra. Dal racconto, fattosi soliloquio muto, sembra emergere un tentativo di conclusione: bisogna correre con l’animale, riconoscerne il senso del pelo, capirlo senza la pretesa di esaurirlo. Ma è un tentativo, perché anche da soli, il racconto è sempre un dialogo a più uscite e soluzioni.
piccoli wafer di risentimento
Sensazioni impercettibili di fastidio. Rapprendono senza chiedere aiuto alla ragione, sono il facile ricoprirsi d’altre ragioni. La domanda a cui rispondere è: con chi ce l’ho davvero e perché mi dà fastidio il suo interferire con me? Poiché la risposta neppure s’accenna, su croccanti modi di dire che sostituiscono le frasi, viene spalmato un sentire che mescola assieme la mancanza della giusta cura con la certezza di una incomprensione profonda. Una piccola colpa viene attribuita e il tutto è mescolato in crema da racchiudere sotto altri croccanti modi di dire. Si può continuare a lungo, anche perché il gusto dolciastro dell’essere incompresi alimenta non poco la considerazione di sé, fa sentire la propria differenza persino negli ambiti in cui ci si sente amati e protetti. Quella crema che si crea diviene appetibile giudizio, una sorta d’offesa lieve che tiene un po’ in disparte e accende l’attesa delle domande che si riferiscono allo stare. Tutto si misura tra ciò che verrà intuito e quello che resterà in ombra. In fondo è un gioco che lascia sempre la porta aperta al recupero. Un broncio del bimbo che è in attesa dentro i gesti, le attenzioni. E come bimbo è egoista, chiede d’essere accudito mentre non si prende cura. Non ha la leggerezza che sarebbe necessaria, però fa i conti con la ragione e il sentimento e questi sono nani forzuti che riportano le cose in un ambito dove ciò che c’è davvero emerge. Che stai facendo? Di cosa t’Incupisci? Non ci sarà la forza per sorridere e neppure per accantonare del tutto, ma il limite è già chiaro e tutto ritrova un posto d’importanza propria. Come nascono, i piccoli wafer di risentimento, vengono consumati, digeriti e scompaiono nei modi del vivere che di ben altro hanno bisogno. Non farli evolvere ma considerarli parte del silenzio è una pratica salutare. Neppure dovrebbero nascere, ma la perfezione attribuita è intrinsecamente fallace perché è bisogno d’altro, non libertà. E sul bisogno d’amore non si riflette mai abbastanza, ma neppure lo si lascia cadere se esso esiste davvero. Se è bene solvibile nel conto acceso tra anime che hanno innumeri ragioni d’essere insieme e che neppure devono attingere alla ragione per capire le alchimie profonde che le lega. Nella ricerca del benessere facciamo i conti con noi stessi e il mondo, quando siamo meno in equilibrio, insoddisfatti, preoccupati, giochiamo a chi risolverà la fatica che ancora non ha dimensione, per farci star bene. In questa sfera nascono dolcetti che tali non sono, che scompariranno dal ricordo ma fotografano un momento, una immagine in cui siamo a centro e attorno tutto è sfuocato, c’è e attende di essere riconosciuto. E’ solo stanchezza, tutto si rimetterà a posto. Riconoscere d’essere stanchi è già capire che il problema è in noi e che costruire silenzi è fatica inutile.
Il rancore è un veleno serio, modifica dentro e toglie luce, è una lama che scende e taglia la percezione. Produce disastri a chi lo prova e non di rado a chi ne è oggetto. Lasciamolo da parte, non ci riguarda.












divagazioni sulla bellezza
La bellezza ci cerca, ovunque, basta non essere offuscati dalla stanchezza, dalla serialità d’un sentire obbligato, e ci trova. Se diventa estetismo non ci coinvolge davvero, parla con quel narciso che ci accompagna, lo conforta e gli fa credere di appartenergli. Certamente è un sentire concreto la bellezza, è un equilibrio e un imprevisto, ma qui mi fermo perché voi ne sapete più di me e ognuno sa di cosa parla quando parla di bellezza, della sua bellezza.
Mi piace meno la “letteratura” del brutto, dello sporco redento, la povertà non è mai bella per chi è povero e neppure la bruttezza lo è per chi è brutto. Può essere una spinta a riconoscersi, estrarre virtù nascoste, ma costerà fatica. Altra cosa la mediocrità, la miseria interiore e la bruttezza sguaiata senza pensiero, che si distribuiscono ovunque secondo una gaussiana indifferente al censo. Magari più diffuse dove ci si aspetterebbero i migliori talenti. La politica, a esempio, oppure gli alti ruoli di lavoro, pubblico o meno, dove conta più il millantare che la capacità vera. Se la bellezza è un aiuto formidabile a crescere, l’imitazione del mediocre condanna a vedere il peggio come normale.
Però l’umanità c’è ovunque, in centro come nelle periferie e credo che portare la periferia in centro sia un atto di bellezza, come pure far vivere le persone in modo più decente. Lasciarla dov’è, nel bisogno è letteratura e divisione sociale. Quando si parla di mobilità sociale di questo si intende, ovvero del cambiare condizione di partenza.
Infine quando si scrive la propria storia non importa molto da dove si viene, l’importante è scriverla, possibilmente con meno luoghi comuni possibili, e in questo avere una direzione è importante. Ma forse nella mia testa c’è un’ icona del bello interiore che è lo star bene nell’equilibrio mobile, mentre il bello esteriore è un urlo che trascina, spesso è apparentemente statico mentre genera pensiero nuovo e acuisce i sensi. Modelli di sentire, che mescolano esperienza, vita, letture, viaggi, sono parte di me, motivo per la mia, di storia.
La bellezza è una direzione, una guida, in realtà cerco me stesso e la mia storia.









mappe e portolani
Il mattino aveva portato luce e stanchezza. accade dopo una notte in cui si dorme poco. Da tempo si ripetevano sogni pieni di simboli e di ricordi, ma tutto in altri contesti che alla fine si troncavano nella ricerca di una soluzione già data. Un vincolo, insomma, che ripeteva ciò che nel giorno o in tempi precedenti era stato lasciato a mezzo, come accade a quelle case abitate che lasciano pilastri in cemento e ferri protesi verso un piano che non nascerà mai e che il cielo arrugginisce per pietà. L’aria li dissolve mentre il sole solleva il cartone catramato che funge da tetto e che doveva essere pavimento. Tutto si sparge secondo i capricci dei refoli d’aria come i sogni degli uomini o degli animali che s’agitano e muovono il corpo in modi apparentemente scomposti prima del risveglio. E’ il giorno che ripone i nodi della notte e lascia quel fondo di polvere sugli occhi che ancora inseguono un pensiero. Le vite diventano sconcluse come le case, per mancanza di fondi, per eccesso di vincoli, per una errata valutazione di sé. In fondo ciò che è accaduto non ha percepito appieno la necessità e il possibile e non ha trovato una via che li separasse dai vincoli che tutto ciò che stava attorno poneva.
Ognuno di noi ha esperienza di se stesso, conosce i limiti che qualcuno gli ha dato. alcuni ne condivide, altri sono piccole prigioni in cui è stato costretto e di cui non si è liberato. Neppure quando con orgoglio e coscienza ha interiormente urlato, è riuscito ad annullare del tutto il peso e il significato di quel pensiero imposto, di quella strada obbligata, di quel fare o non fare che gli è stato chiesto, pena una colpa nel trasgredire. C’è un modo che tutti attuiamo per queste prigionie non risolte: dimenticare, rimuovere, ma siamo in libertà vigilata e le cose torneranno a galla nei sogni e nella coscienza. Allora si ripeterà una eterna scelta che ci chiede se c’è qualcosa che quel ricordo dice per oggi e la tendenza sarà nuovamente di respingere e occultare in qualche meandro della mente dove non ci sono interrogativi, dove nulla sembra far male.
A questo guardarsi e constatare la differenza tra desiderio e realtà, sfuggono i luoghi comuni, le abitudini acquisite, le regole accettate come norma innata, la morale media del sociale. Questa è l’acqua in cui nuota il pesce, noi, e quanto sia inquinata non ci è dato discernere, ma possiamo usare il ridicolo e lo svelamento per depurarla. Mi chiedo se esista una società che non inquina le menti, che rende più facile alle persone assomigliare a se stesse nel profondo, che lascia liberi davvero di costruirsi una vita con tratti di felicità e costanti di serenità. In fondo questo è quello che le religioni contemplative, i filosofi, le scienze della psiche e le filosofie del benessere, propongono con caratteristiche non dissimili. Ma ci sono anche strutture di pensiero masochiste che nel constatare la presenza del male e della poca libertà negli uomini, pensano che tutto debba essere rimandato a un futuro immanente e allora accentuano le norme e propongono il dolore attuale e la costrizione contronatura in cambio di una vita ultraterrena felice. Restano i geografi della psiche, non scevri da un’idea del mondo e degli uomini, praticanti il relativo mascherato da assoluto che cercano di rimettere in sesto le menti offrendo un equilibrio tra norma ed essere, facendo prevalere il secondo. i migliori indicano un rapporto con gli altri e con il mondo che percorra una strada di pace interiore.
Se guardo nel passato c’è stato un tempo in cui l’apparenza e la sostanza non coincidevano. Frutto di molte direttive a crescere in un certo modo e di un distinguere tra giusto e ingiusto nato nel conformarsi più che nella sostanza delle cose. Questo seminava rovine interiori, generava fantasmi, toglieva la percezione del necessario nascondendolo sotto il superfluo. Forse da lì nascono sogni di adesso e molto di quello, che per pietà, si è rimosso. Allora pensavo che l’inutile, proprio per la sua libertà dal venale e per la sua inermità nell’incidere nei rapporti, fosse una scelta. Occupava spazio e aveva un’ intrinseca qualità di non pesare nel farsi vedere per ciò che era, ma era solo una piccola parte della libertà e se generava un equilibrio era qualcosa di non esaustivo e troppo intimo, per essere condiviso senza banalizzarlo.
Ho capito allora che un sentiero era cercare la bellezza disseminata ovunque, oltre l’autore, oltre l’abilità. E dove non c’era bellezza bisognava diffidare perché lì si annidava una distorsione dell’umano vedere il mondo. Cercare questo sentiero era impegno, fatica, disciplina e negazione, affermazione, esaltazione, gioia immotivata, distacco, scoperta, ma era un ritrovare sintonia tra dentro e fuori.
La bellezza è un portolano, non una carta geografica tracciata da menti che hanno una rappresentazione codificata, ma un percorso, una sensibilità ricordata e ormai indelebile, che trasmette scogli, secche, sentore di prossimo vento, odore di terra. Quella terra nuova è la ricerca, iniziata con lo staccarsi dalla sponda, era scrivere il proprio racconto, la storia, in un senso o nell’altro.
Lo penso anche ora, e se i sogni mi smentiscono so che si si possono perdere spazi di libertà, ma la bellezza, una rotta la fornirà sempre. E cosa sia bellezza, ognuno lo determina per sé ogni giorno. Stanotte prenderò con me il profumo di legna, una strada percorsa parlando, una cortesia ritrovata, il particolare d’un quadro, lo scrivere una lettera, la certezza di ciò che davvero resta.
Quasi mai è facile andare, ma a questo poi servirà un portolano, che prima è immaginazione, congettura, spinta a mettersi per strada e poi, camminando, diventerà utile per staccarsi da ciò che è terminato. Servirà a metter distanza da chi è prigioniero delle proprie rabbie, a liberarsi da ciò che trattiene con la promessa del ripetuto, dell’abitudine.
Quasi mai è facile andare, eppure senza farlo non si procede e il ricordo di noi ci divorerebbe.












la linea dell’innocenza

Stavo andando verso Cheren, a nord di Asmara con un’auto a noleggio. Scendere dall’altopiano e immergersi in una pianura in parte coltivata, aveva un segno di preesistenza per i pensieri di ciò che doveva essere stato e ora era in parte in abbandono. Qualche mezzo militare semidistrutto, vecchi carri armati, segnavano la strada assieme ai cartelli che dicevano in Tigrino e in inglese che i campi erano minati. Residui di30 anni di lotta di liberazione dall’Etiopia, si mescolavano con Jacarande in fiore, acacie, alberi dell’incenso. Non c’era nessuno per strada, qualche posto di blocco a cui bisognava mostrare i permessi e lasciare un po’ di legna per i soldati. La strada si snodava piena della polvere che l’auto sollevava e del vento che strappava fiori rossi e foglie secche d’eucalipto. Tutto si posava con lentezza, si vedeva poco e cercavo di non correre, intanto ai lati della strada vedevo gruppetti di case con le donne e i bambini indaffarati a preparare il pranzo, I bambini più grandi, con divise fatte di grembiulini grigi e calzoncini rossi, tornavano da scuola in gruppetti o da soli. Fu in un tratto semidesertico che lo incontrai, piccolo, sandali di pezza, cartella di tela sulla schiena e ben attento a restare sul margine della strada. Mi fermai e gli chiesi in inglese se voleva un passaggio. Scosse la testa e riprese a camminare. Avevo sempre caramelle con me, mi affiancai e gli allungai la mano piena di dolcetti, ne prese uno, disse qualcosa che interpretai come un grazie e riprese a camminare, serio e compunto sotto il sole. Era chiaro che gli avevano insegnato a non dare molta confidenza e continuai la strada verso Cheren. Era ormai l’una passata, avevo sete, c’era un gruppo di capanne e case attraversate da una strada, non c’era nessuno. Mi fermai davanti a quello che sembrava uno spaccio, c’erano due sedie di metallo e sedendomi, uscì un uomo. Gli chiesi una birra. Prima in inglese, poi in italiano. L’uomo mi guardava senza capire, feci il gesto di bere, mimando un bicchiere, sparì senza più tornare dentro una oscurità densa. Entrai nella stanza, che era priva di finestre, la luce si fermava con un segno netto dove iniziava l’ombra, oltre era compito degli occhi abituarsi a vedere nel buio morbido dei riflessi e del chiarore. C’era un banco, un tavolo, delle persone sedute che mangiavano dentro a scodelle, con del pane eritreo intinto in un qualcosa di bianco. Era yogurt di latte d’asina o cammella. Pranzai così, a nord di Asmara i residenti sono spesso di religione sunnita e l’alcool non viene servito nei villaggi. Rifiutai l’acqua, lo yogurt era buono e toglieva fame e sete. Pagando cercavo con gli occhi qualcosa da comprare per dare del denaro senza offendere, c’era talmente poco che presi una scodella di terracotta seccata al sole. Un recipiente buono per lo zighini uno spezzatino piccante che mi servivano sull’enjera, quella specie di pane crespella e che non toccava la scodella o il piatto. Se li avessi lavati si sarebbero rotti a pezzi e sciolti nell’acqua e così, pensai, il mio yogurt aveva avuto molti antenati che avevano reso impermeabile il fondo della scodella. Si sperava in questi casi che nessuno degli antenati avesse l’ameba o che fosse vero che lo yogurt con il suo acidulo e con le colonie di lactobacilli e loro amici fosse uno dei pochi alimenti sicuri.
Era caldo, tornavo verso la strada principale e ritrovai il bimbo in divisa che camminava verso una casa, aveva ancora in mano la caramella, non l’aveva mangiata. Scesi e gli offrii altre caramelle mezze sciolte, mi guardava dal basso con gli occhi spalancati, ne prese un’altra e mormorò qualcosa, poi si riavviò verso la sua casa e sparì nell’ombra. Salendo in auto e puntando su Cheren, pensavo ai profughi eritrei che spesso cercano di arrivare in Italia e tra loro molti cercano di sfuggire a un servizio militare a vita o a condizioni di precarietà assoluta. Non pochi di questi sono tra le vittime dei naufragi e della mancanza di accoglienza e pietà della presuntuosa Europa, dell’Italia, che non riconosce neppure la cittadinanza ai figli di Italiani che hanno occupato quel Paese sino alla seconda guerra mondiale.
Pensavo al benessere malato che spingeva da analisti e da dietologi, all’eccesso di cose che alimentavano i consumi. Pensavo i pensieri che passano quando si ritorna perché si è un po’ cambiati ma non abbastanza per mutare malesseri e vita. Pensavo che Freud in Eritrea non avrebbe avuto successo e che il racconto di ciò che affliggeva costringeva a fare cose, a muoversi in un ambiente bellissimo e difficile. Mentre intravvedevo le prime case di Cheren, l’immagine di quel bimbo non mi lasciava, il viso da adulto consapevole che non c’era nulla da ridere nella sua condizione, la scuola che gli avrebbe insegnato il minimo perché l’istruzione non era un diritto ma un servizio allo stato e per la prima volta mi sono chiesto qual è la linea dell’innocenza e come essa entri nei sentimenti sorgivi. Come essa si muova nel mondo e tracci confini dove si contamina il giusto e l’ingiusto. E questi pensieri non mi hanno abbandonato, perché non basta discernere e riflettere, non basta la ragione sia essa personale o di stato, c’è qualcosa di più profondo dove ancora l’innocenza vive e non ha bisogno della perfezione che genera la colpa, ma si nutre di ciò che sana lo spirito, fa cadere le braccia lungo il corpo, rende attento l’udito, acuto lo sguardo e non presume, non giudica. Ascolta e vede e neppure cerca di capire, solo riconosce l’uomo che sta davanti, ciò che lo attornia, il suo vivere, come un valore.
E va in pace o si siede in pace aspettando il canto del muezzin e la notte che porterà sogni agitati e fantasmi di ciò che era prima, sino al nuovo canto del muezzin. Qui vicino era nato l’uomo e qui ci sono radici che nessuno investiga con il cuore, ma che solo ad intuirle generano la sensazione che qualcosa, nel tempo, non si sia mai spento.
Chissà cosa farà quel bimbo adesso…
vanitas vanitatum
Esiste un orlo del tempo, una fretta che diventa creazione perché genera pensieri che dovrebbero essere continuati e allora attinge a risorse sconosciute, le allinea, cerca di mandarle a mente, le rimanda con il senso della perdita che non sarà colmata perché nulla si ripete davvero nei nostri circuiti di senso, ma intanto altro, interrompe e porta via. Resta un alone che ricorda, sarà dissolto dalla creazione, che è furore e nostalgia.
La ricerca di dominare ciò che è un protendersi nell’ignoto e trarne un immediato senso è solo un capo del refe tessuto d’ illusione: è il filo che tenendo assieme genera il senso e il nuovo.
Così esiste una calma che non è noia, né bonaccia, è l’intromettersi di pensieri che salgono e sconfiggono il rettiliano che vorrebbe tutto e subito. Riportano, i pensieri, in una sospensione del capire della superficie, persino l’intuizione sospendono. Ed è un dialogo tra il dentro e fuori che nei momenti di mirabile equilibrio è meditazione. Nulla urge, nulla va perduto, tutto è labile per sua natura e come il capire si deposita e permette di pensare senza farlo. Vedersi.
In quell’attività dell’anima, ch’è guardarsi nello specchio oltre ciò che ad altri può essere utile, vedo segni del tempo, un lampeggiare d’occhi, tratti che riconosco, e allora indugio nei pensieri, che resistenti, han modellato solchi, tracciato mappe: percorsi ch’io seguo e ricordo. Ma anche il nuovo vedo e non sempre è facile o benevolo, è ciò che trattengo che mi ha segnato? E come lasciare ch’esso si liberi e corrisponda non a ciò che è stato ma a ciò che vorrebbe essere?
Chi mi vede, scivola su tutto questo, chissà che cerca, mentre anch’io mostro la vanità d’esser un po’ sopra il ripiegar la schiena, e tengo per me, e per pochi altri davvero, il senso di quelle strade che costante indago. Di tanti anni, ed errori, m’è riuscito il riconoscermi (il ricordo è così mutevole e creativo), mentre a dire ciò ch’è accaduto, solo i segni restano oggettivi.
Forse è questo che rende contento il sapere che una mano ancora lasci impronte di calore sulla mia. Andare, mentre mi guardo, andare in scelta o solitaria compagnia, andare restando qui, in cerca di me stesso.










variazioni sull’aria della frescobalda
nel lavoro si predicava: Tu puoi trarre il massimo da me se mi consideri persona e non cosa. Se la mia opinione vale e non viene usata contro di me. Se valorizzi ciò che posso dare attraverso quello che do, posso essere fedele ai progetti dell’azienda che poi sono i tuoi se mi meravigli con una nuova conoscenza e così i progetti diventeranno i miei. Ciò che non puoi fare è essermi indifferente.
Esisteva un piccolo negozio di dischi, una stanza incastonata tra un’osteria e un ferramenta, con due cabine anecoiche e i dischi stipati in verticale in mobili di formica. Ci si sedeva su una panchetta all’interno di una delle cabine, si chiudeva la porta pesante con una piccola finestra e si metteva la cuffia. All’esterno un signore, forse proprietario, ma di certo possessore della musica, metteva il disco e lo faceva assaggiare nel pezzo scelto o in uno a sua discrezione. Mi piacevano molto i pezzi che lui sceglieva, preannunciavano un piacere sconosciuto, che poi avrebbe avuto modo di diventare parte di me. Mi convinceva con un annuncio di bellezza, un inizio di conoscenza e di passione. Non funziona così anche per le grandi imprese tra gli uomini?















Si diceva che in fondo non abbiamo altri criteri per scegliere in un gruppo: gli amici, i nemici, gli indifferenti.
Vale anche ora, gli indifferenti a noi, non contano.
Ognuno di noi contiene la propria malattia e su questa costruisce vita e relazioni.
Ne ha sensibilità, ma la mette in disparte, la maschera di necessità.
Scrivo di marginalità, penso cose strane e futili, uso quello che conosco per indagare con lo sguardo a lato. Mi interessa vedere intorno dopo aver guardato negli occhi, perché lì dentro ho trovato pezzi di me.
Conoscere la propria malattia significa averne intera la paura, vedere che l’indifferenza è appena dietro l’angolo pronta ad azzannare.
Quindi non è vero che l’indifferenza non conti, specie quando si maschera di cinismo, non è più inazione e azzanna la volontà.
Curare la propria malattia, significa capirla e temere il cinismo che non fornisce interessi veri. Solo le passioni sono a lato del cinismo, agiscono con chimica strana che combina occasioni e sentire. E se quasi mai si completano negli enunciati che le avevano generate, forniscono, comunque, la materia del vivere.
Scrivo spesso di piccole cose per me grandi e mi occupo di cose vere, mi saturo di realtà ogni giorno, al contrario di quando si parlava molto e si faceva poco o nulla e si viveva altrove. A lato. Allora restava quel vuoto, quell’inanità che genera la percezione della propria insufficienza colpevole.
Anche adesso.
Così la mia indignazione diventa passione e si scatena appena fuori della banalità di ciò che questo paese è diventato.
Ognuno è soggetto felice delle proprie passioni.
Per età potrei dire che non è più compito mio, che non m’interessa più. Ma in fondo la terza metà della vita, non è destinata a fare ciò che non si poteva fare prima, quello che non si è fatto è definitivamente perduto, ma il nuovo che è interessante, i nuovi percorsi e vincoli, le nuove virtù.
Ognuno di noi contiene la propria pazzia e ne ha nozione.
Spesso è l’unica libertà, la parte vera che si possiede, per questo è intollerabile viverla con continuità. La pazzia non conosce il limite tra il particolare e il generale. Totius ex parte. Era uno dei principi della magia antica, nel particolare c’è tutto il conoscibile dell’universo, tutte le contraddizioni, tutte le forze e le equazioni fondamentali. Per questo cerco la mia pazzia nei particolari, li lego alle passioni con sottili rossi fili di seta, scrivo di sciocchezze e m’intrido di realtà.



