andare o fuggire

Andare è un atto pacifico, un trascorrere dove il tempo e il moto si confondono sfuggendo alle leggi della meccanica classica. Il tempo dell’andare è un compagno che non si esaurisce se non dopo un percorso e poi si riforma per tornare a scorrere. Nel frattempo lo scorrere si è mutato in un vivere tra gli altri e osservare, aprire la mente, scardinare le abitudini.

Fuggire è lo stato che segue la misura colma per preservare l’integrità o almeno ciò che conta in essa. Non si può fuggire da se stessi, ma si può attutire, deviare l’attenzione, sollevare, e questo lo si raggiunge con il nuovo, lo stupore dell’inusitato, la rottura delle abitudini circolari. Il tempo lotta, sottrae possibilità, fuggire è ricaricarsi. Cercare un’altra possibilità dell’essere se stessi, dopo aver compreso il limite proprio e quello altrui.

Andare e fuggire, disseminare la strada di ciò che non necessita, che non aiuta a star bene. Benessere e andare, in una dimensione nuova per misura e limite. Oltre la delusione e il fallimento c’è il non provato che attende o il buio della tenebra, la scelta è nel trovare un fotone di luce, di speranza che appicchi il fuoco e cominci nuovamente il trascorrere.

Se conosco la direzione posso mutarla, 90° bastano per scoprire cosa stia sfuggendo accanto e quanto di tutto questo non abbia consapevolezza, nozione e scelta.

È la scelta l’ elemento basilare del tempo e del suo scorrere. Il senso dell’andare. Si può essere felici, sereni, in equilibrio o meno, sono possibilità che solo il restar fermi ci nega. Nel ripetere c’è la sicurezza di quel che accadrà e la scontentezza del non approssimarsi a ciò che si è o si potrebbe essere. Questa è la radice dell’inquietudine, dell’essere sfocati e fuori posto e per questo, inconscia o meno, l’intelligenza innata del crescere, spinge ad andare. Non occorre sapere dove e verso cosa, ma andare salva ciò che vuole vivere.

mettere ordine al proprio mondo

Vorrei mettere ordine alle mie riflessioni. Non le penso gran cosa, ma sono mie, come i ricordi, le passioni, le speranze su cui ho costruito la mia storia. Ho iniziato più volte, mi è sempre parso non sufficiente per passare da una narrazione fatta di frames a un insieme organico. Poi ho scritto tre capitoli, rigorosamente a mano e, a parte, la voglia di iniziare da qualcosa che affonda a le radici dove tutto diventa nebuloso e possibile, ovvero un passato remoto, il resto prendeva una forma dik osservazione. Quasi fossi un entomologo e insieme l’insetto. L’ho chiamata condizione quantica perché ha a che fare con l’entanglement ma insieme prova sentimenti. Esiste una meccanica quantistica dei sentimenti? Io penso di sì e penso sia l’unica che ci consente di esplorare e partecipare.
Poi mi sono fermato, assorbito e ammirato, da saggi che leggevo e da romanzi così ben costruiti da rendere poca cosa tutto quello che potevo scrivere. Ho pensato che comunque non era una fatica inutile e che la realtà scorreva tra le dita, la bocca biascicava qualcosa e il pensiero andava lontano, come credo accada ai vecchi musulmani che appoggiati a un muro giallo ocra o di altro colore, ma invariabilmente scrostato, fanno scorrere le sfere della misbaḥah, mentre attendono la sera, il canto del muezzin e soprattutto il fresco della notte. Tutt’attorno ci sono grida di bimbi, la polvere alzata nel loro correre e la vita che si dipana nelle mansioni, nei piccoli affari, negli incontri fortuiti e cercati.
La vita cerca perenni equilibri nel suo scegliere, correre, subire, inventare, amare e poi cuce il tutto e lo colloca in un susseguirsi di scene, di immagini che non sono solo una storia ma l’insieme delle storie possibili per quella persona, in quel tempo.
Questo vorrei fare, sapendo che serve tempo e lasciarsi andare ad un flusso, senza porgli un limite che lo imprigioni in qualcosa che necessariamente abbia un senso e una morale. Il senso è lo stesso accadere che viene raccolto, filtrato e si sofferma sui particolari, sospende il procedere e nota qualcosa che non era nel quadro generale come importante, ma che invece, a ben vedere, lo è e da solo può essere un pezzo di senso. Così accade per la morale che avrebbe il compito di rassicurare, mentre avverto un’insicurezza palese o celata attorno, ne colgo i riti e il tributo di falsità che le viene corrisposto perché tutto torni ad essere abitudine. Di questa morale me ne farei poco e anche chi leggesse ciò che scrivo la sentirebbe come un contenitore a perdere, allora meglio che essa si sciolga nell’opinabile che non abbia giudizi, se non quelli necessari al vivere. E che sia come il biscotto che da ragazzini ci sembrava così buono e che ora diventa diverso, banale, perché il tempo è passato e i gusti sono mutati.

stelle d’agosto

La linea dei monti si è fatta azzurra e il cielo si è coperto. La girandola è ferma, c’è calma di vento. È san Lorenzo, le pleiadi faranno fatica a mandare messaggi, così i desideri si accucciano nel fresco della sera.

È l’ora dei marinari, del silenzio che scende con le voci che sbagliano il tono. È l’ora dei ricordi che si presentano e dicono di altre età. L’orologio scandisce il suo tempo, ma a me interessa la meccanica che lo muove non ciò che segna. Sbuffi di fumo da una vecchia pipa che m’ha seguito fedele mentre il mondo mutava. Si parla a se stessi, si enumera ciò che va per suo conto e la direzione, come per il fumo, è quella del vento che ora ristagna, pensoso. Una voce poco fa ricordava la Barbagia, un’altra ha riassunto in poche parole ciò che non c’è nelle intenzioni vere del mondo. Le notizie dicono l’insensatezza di chi non pensa, non crede all’evidenza delle precarietà. Senza il tempo siamo immortali, per questo alle scie nel cielo affidiamo la determinazione di tornare. Si torna sempre da qualche parte. Mai al passato insieme. Questa vecchia pipa significa qualcosa solo per chi l’ha vissuta e ancora, come allora c’è l’allegria di avere un pavimento per camminare e il cielo come tetto per i sogni.

le mie estati erano spinose

Le mie piccole estati erano spinose con punte che si conficcavano ovunque, anche se prediligevano mani e piedi. La sera, mia madre arroventava uno spillo sul fornello e poi estraeva le spine. Avevo prima imparato a non piangere e tanto meno ad aver paura e poi a farlo da solo. Mi sembrava una prova di coraggio ma anche un governare me stesso in ciò che facevo. Andavamo a un mare semidisabitato, ricco di colonie, di case di suore e preti e di ospedali per cure elioterapiche. La casa era in spiaggia ma il mare aveva messo duecento e più metri di dune e sabbia caldissima prima del mare. Un terreno di giochi infinito dove il vento aveva disseminato semi di piante spinosissime, creato ginepri di rovi di more dolci e acuminate e soprattutto aveva elevato le dune ad altezze inverosimili da scalare per le nostre piccole gambe. Ed era un correre continuo, con il costume che continuamente scivolava dai finanche magri finché lo si usava come palla da lanciare iin quelle risalite e discese a pelle nuda. I piedi riuscivano a trovare dei piccoli globi duri, irti di spine, su cui zoppicare e da togliere pungsndo anche le mani. Ciò che non si riusciva a capire era la frequenza di questa spinosità diffusa, come se le piante si difendessero dagli uomini o da qualche sconosciuto predatore. E di certo tutti quegli spini a cui non badavamo se non per le parti del corpo più delicate, erano rivolti a noi perché gatti, topi, lepri e altri animali di caria stazza e velocità entravano e uscì ano dai cespugli, si muovevano nelle macchie verdi irte di punte, con una naturalezza che non imparavamo. Giocare un intero giorno in quei luoghi, mescolandoli al mare, al salso sulla pelle da stendere al sole, creava due felicità difficili da spiegare: una libertà illimitata e gioiosa del proprio corpo e dell’esistente e una dimensione del tempo e dei pensieri che era regolata dalla fame e dal sole. Si rientrava per pranzare e dopo un finto pisolare, si riprendeva fino a ora di doccia e di cena. Ogni giorno era una raccolta di spine, risate e scoperte che sembravano isolare agosto dall’estate e questa dalle stagioni: non c’era nulla di paragonabile nella meraviglia dell’anno e neppure il ricordo assisteva nel raccontarlo. C’era solo l’attesa che si sarebbe ripetuta, con i suoi rituali, le scorribande, le nuove avventure, la scoperta delle ragazze che prendevano il sole nude dentro casotti di cannucciato ben permeabili agli occhi e alle prime maliziose curiosità. E le spine che attendevano di conficcarsi i pelle tenera. Ma non erano un problema, casomai un capriccio della natura che non occorreva capire, solo togliere senza piangere. Ed era naturale come il diventare scuri in pochi giorni, avere la pelle che mutava nel sole e nell’acqua, sentire il corpo che era tutt’uno con i desideri e i pensieri, con i gridi e i sorrisi, con i piccoli segreti raccontati sottovoce, con il gelato della passeggiata serale. Un pinguino prima della notte e del sonno, che aveva un solo scopo:far nascere un altro giorno tutto nostro, tutto mio.

T. W. F. o chiunque altro

Da una parte la tecnologia e la complessità, ciò che sfugge alla nostra comprensione oltre l’uso, e dall’altra la dimensione di noi, ammassi fragili, d’ossa, pensieri e sentire. Così è T. oppure W. o F. o chiunque altro, decisamente inerme e malcollocato per carenza di scorza e superficialità. Eppure prova con l’energia, che ogni giorno si riforma, a indovinare, interrogare, presumere il nuovo dentro di sé. L’uomo si sta rimpicciolendo, dice, non emergono i pensieri che abbracciano il mondo e l’universo, lo spirito è al servizio di un precario equilibrio dove ciascuno trova ragioni e scuse. Cita Kerouac e l’inizio di Urlo, ma non ci sono migliori menti a disposizione dell’economia politica, della linguistica o del semplice vivere. Per sfuggire dalla rivoluzione che li lacerava interiormente e dai colonnelli che ne martoriavano i corpi, i monasteri di monte Athos si riempivano di monaci giovani, piegati su se stessi. Una repubblica con diritto d’asilo che seppelliva i contrasti e metteva assieme mistica e mondo in ebollizione.

Nella teologia c’è la semplicità dell’assoluto di chi crede, la linearità del ragionamento che confluisce nella fede,
Per gli altri vale la ragione che porta in sé le sue aporie e la sua negazione. Poi W. o T. o F. pensa che c’è l’ironia che salva e il galleggiare sul cloud. Non dentro ad esso perché le memorie organiche e quelle digitali non si confrontano se non per trarre una realtà spuria che comunque è mente fallace e in divenire. Il déjà vu che possiede la coda dell’occhio, il sogno, la matrice del ricordo soppresso, sono elementi di ciò che ci cammina a fianco e dialoga con noi, il cloud non lo può fare. La memoria digitale nasce cristallizzata, morta all’evoluzione: dev’essere riscritta per falsificare, non tiene conto di come evolve e muta il mondo e il suo riflettere si spegne. Si sgrana in rivoli di incertezza precisa, di complessità ripetuta, ma è solo sequenza non arruffato mescolarsi di ipotesi, di tentativi di scomporre dentro la novità di sé il mondo.

Solo l’arte, dice W, con il suo slancio verso il cielo, sia esso interiore o esteriore, domina la complessità morta della tecnologia. In essa c’è l’ordine, continuamente infranto che dovrebbe contrastare l’entropia dell’anima, ci sono gli incontri fortunati e ci sono i sentimenti. E la materia. E nell’arte di vivere va ancora di moda l’amore: nessuno riesce a tappare la falla nel razionale che esso genera. Nessuno può farne a meno e nel descriverlo T. già sente il suo sminuire rispetto ad un oggetto che non ha punti di presa, di controllo, di misura. Nei particolari ci si esercita per governare quel poco di conoscenza che la vita e I libri offrono, nei particolari si rivestono d’amore le parti aguzze, si rende armonico ciò che sfugge ad un primo pensiero ideativo. Il pollice opponibile non s’oppone all’amore, modella e scava, dall’informe estrae un senso. Da dentro sé attraverso le dita esce un senso. Non tutto deve avere un senso anzi a volte è meglio che questo non sia evidente, uscirà poi e risistemerà la comprensione. E forse le cose.

Siamo un impasto di passato, futuro e presente e li chiamiamo memoria, speranza, realtà, ma sono parole e il senso siamo noi, o prima o poi evidente.

Solstizio d’estate

Stanotte il solstizio d’estate.

Notte misteriosa nell’aria che ci legge i corpi, nella luce che si fa amica l’ombra, nel mistero che parla con il cuore.
Nel solstizio si/ci riconosce, luce e ombra spartite a mezzo. Il pensiero si faceva strada stamattina, raggio oltre l’alba, bussava nell’ultimo sogno. Poche mattine fa mi sorprendevo contento d’un desiderio serbato e ho scoperto che ho scialato con i pensieri, tenuti stretti i desideri, lasciato fluire il tempo e il kairos si è vendicato. Così restano le impressioni di ciò che è mancato e riemerge, potente, come solo i desideri sanno fare.

Che sia una bella estate e la luce aumenti in noi.

è la solitudine ciò che ci avvicina e ci allontana

Tutto allora si fa per paura della solitudine?

È per questo che rinunciamo a tutte le cose di cui ci rammaricheremo alla fine della vita?

È questo il motivo per cui diciamo raramente ciò che pensiamo sino in fondo? Per timore di perdere chi ci vede e vuole diverso.

E per quale altra ragione ci abbarbichiamo alle false amicizie, ai noiosi pranzi di compleanno?

Cosa avverrebbe se rompessimo con tutto questo, ponendo fine all’abitudine della compagnia  e prendendo partito per noi stessi?

p.s. alle domande cercherò di dare risposta molto parziale con una lettera ad una immaginaria interlocutrice, ma questo sarà un lungo scrivere seguente che i miei pochi frettolosi lettori potranno saltare allegramente.

e si discute dei posti da occupare in ristorante

Non è la prima volta che i mezzi, a furor di popolo, generano i fini, cioè rovesciano la politica che non è fatta di annunci, ma neppure solo di fatti. Perché i fatti muoiono o generano altri fatti, ma mai un progetto. Se star bene in molti, è un progetto, ci sono priorità e conseguenze. Avere tutto subito è prerogativa dei bambini che sperimentano il limite, a volte piangono a volte li accontentano, ma è così casuale l’effetto che il limite stranamente si fa solido ed emerge interiormente da solo, ovvero si sa cosa si può chiedere e quando. Guardatevi attorno: distinguere la necessità dal superfluo, la discussione oziosa da quella che va al cuore delle cose è igiene mentale personale e collettiva.

Ma chiedetevi quanto vale davvero la vita umana, perché viviamo tutti di luoghi comuni e le vite umane oggi valgono molto meno delle parole con cui le si circonda e compatisce. Chiediamoci se il nostro senso di umanità non sia per caso, proporzionale alla distanza e se questa non aiuti gli uomini a diventare numero. Mancando una guida morale forte e comune che lasci correre la libertà sino al limite di non far male all’altro, che consideri giustizia ed equità collegate, serve un ripensare a ciò che si dice e conseguentemente si fa.

Un’etica comune costruisce un popolo. Forse anche di questo parlava la festa della Repubblica. Dalle nostre parti si è rovesciato l’assioma di chi educa chi e a educare la politica dovrebbe essere il popolo, chiamarla alla realtà di ciò che si promette. Non è una acquisizione recente, è nella Costituzione perché i padri costituenti sapevano da dove venivano e con chi avevano a fare. Ma non è andata così e abbiamo assistito, complici o ignavi, al più grande fallimento della politica da quando è nata la repubblica, ovvero la sua incapacità di essere progetto e azione conseguente.

Draghi non è un prodotto dei cattivi maestri ma il risultato di una politica che a furia di personalismi, proclami, inettitudini ha formato dei leader che blandiscono, accarezzano i desideri, promettono, e incuranti disfano ciò che la fatica di tutti costruisce. Sarebbe bene chiarirla questa cosa perché quando si vive a debito significa che qualcuno continua a spendere ciò che con fatica altri guadagna, significa che la cuccagna finisce con la credibilità delle formichine, significa che la politica non governa ma accarezza il pelo. Per questo si parte dai mezzi, veri o annunciati, per arrivare ai fini.

Questo paese purtroppo si è spesso impantanato, non perché gli altri sono cattivi ma per carenza di un progetto che sia condiviso e reale. Vivere a debito è facile finché il creditore non chiede la restituzione, ricordiamolo ora che il liberi tutti cancella la realtà, ricordiamo che il problema non sono i posti a tavola al ristorante, ma il fatto che da 30 anni massacrando la stessa idea di lavoro e i lavoratori il tasso di produttività non cresce, le idee innovative scarseggiano, non esiste più una grande industria che metta insieme manufatti complessi.

Se questo Paese vuole avere un futuro tutti devono pretendere che dopo il covid le cose cambino, che ci sia un lavoro che sia pagato dignitosamente, che le tasse siano progressive, che il sistema pubblico di salvaguardia della salute e del sociale sia garantito ovunque e che i giovani non se ne debbano andare. Insomma alla politica non si devono chiedere quanti posti si possono occupare in ristorante ma il progetto di vivere meglio, con giustizia ed equità, pagando i debiti.

Il resto sono chiacchiere.

un’opa sul paese

Siamo azionisti in quanto cittadini di questo paese e detentori di un immane debito diviso pro capite, ma i dividendi hanno vie privilegiate.

Siamo azionisti di sogni che vengono spacciati per possibilità concrete della politica, ben sapendo che nessuno ci presterebbe un soldo se non ci fosse una grande quantità di risparmio accumulato a cui prima o poi attingeranno i creditori e il Paese scivolerà ai saldi. Quante volte in questi anni si sono cambiate le regole in corsa, mutati i fini della politica, e poi attribuiti gli insuccessi alla colpa di altri. Viviamo in una costante carenza di verità, anche positive.

Siamo azionisti di un Paese bellissimo ed è in atto un’opa ostile che accentuerà le differenze tra chi ha molto, pochi, e chi ha poco, la maggioranza. Verranno scatenati i poveri, gli uni contro gli altri, cacciati i dissenzienti dal pensiero di massa, le voci critiche zittite: resterà chi condivide.

Siamo azionisti amorfi, un po’ infingardi, pronti a mutare opinione con il demagogo di turno che non ha fatto nulla di positivo ma racconta la realtà che vorremmo ci fosse e che costerebbe una fatica immane se venisse realizzata, ma questi imbonitori la promettono gratis e così pensiamo di vivere nel paese di cuccagna.

Ma non era nelle regole che l’azienda era di tutti, che la Costituzione questo garantiva e che solo la strategia del benessere giusto e collettivo era in discussione? Dove è iniziato l’errore?

leggere nel flusso

Ho letto i libri sbagliati. Quelli che facevano immaginare, che arrossavano le guance, che illuminavano i mondi. Mi sono rinvoltolato nelle cose che m’incuriosivano, in ciò che era segreto, nelle tecniche del sapere parallelo. Eppure ricordo – e ricordavo – cos’era giusto fare, dov’era la logica, il crescere con un obbiettivo, ma io non avevo un fine che non coincidesse con me. Anche se mi toccava frequentarlo di straforo, quello era il fine. Ho perso il tempo che serviva ad altro per privilegiare il tempo rubato. Così i libri attorno si sono moltiplicati perché la porta della curiosità mostrava mondi sterminati, lasciava vedere quello che c’è oltre la collina. I miei amici ci andavano in auto, anzi la saltavano la collina ed io andavo a piedi, seguendo le righe allineate in pagine nuove o già consunte.

Cos’è il flusso quando l’uggia pomeridiana frena le cose, spinge i doveri da parte, mette indietro il tempo, le cose che si dovrebbero fare scivolano via e basta una pagina, poi un’altra, poi un’altra ancora. Ho imparato a leggere nel flusso, ad uscire dalla solitudine e a sentire chi era accanto silente o vociante. A dargli il giusto peso. Per me naturalmente. Si scoprono segreti importanti leggendo, e ancor più scrutando negli altri i vizi accennati, le rivelazioni che li fanno sentire grandi o piccoli. Ho imparato a non giudicare. O almeno a tentare di non farlo. Non volevo essere giudicato, questo era lo scopo, per le mie innumerevoli mancanze, per le lacune che dovevo riempire d’inventiva, di deduzione. Deduzione e logica ovvero la capacità di seduzione verso se stessi: basta crederci profondamente e libertà insperate si aprono. Nel flusso ciascuno nuota, si lascia trasportare, lotta contro corrente. Leggere insegna ad andare controcorrente, a riempire le crepe d’oro fuso, a sfogliare i petali senza toccarli e ad ammirarne la trasparenza. Poi arrivano i ceffoni della vita, ma sono piccola cosa se si ha un segreto, se i pomeriggi e le notti sono state riempite di pensiero apparentemente altrui che è diventato nostro. E non era lo stesso, non era uguale nel profondo perché qualcosa dentro rielaborava e trasformava una realtà in qualcosa di personale che nessuno può imitare.

A chi lo puoi raccontare dentro al flusso? A qualcuno che ti somiglia, che alterna silenzi a troppe parole, i sogni alla realtà. Difficile, ma comunque è nato uno sguardo nitido, che vede il particolare e l’oggetto nel suo insieme e un sentire che va oltre il suono. Per questo ci si riconosce. Oppure ci sembra che altri nel flusso la pensino più o meno allo stesso modo. Più o meno. È così che nasce la delusione ed è nei libri che hai letto, nella vita che hai vissuto di conseguenza mescolandoli con te e la realtà, che la delusione ha tutte le sue sfumature sino al tradimento. Parola difficile da vedere in positivo, nel flusso, ma cosa contiene il tradimento della tua realtà. Chieditelo perché solo tradendo te stesso non avrai requie, non potrai assolverti. Prova a pensare perché delusione e tradimento si toccano, perché l’una sconfina nell’altro, perché il giudizio altrui dovrebbe essere più importante del tuo male. Importante è non fare il male ad altri come importante è non farti del male, è in questo equilibrio che trovi una ragione per superare ciò che si chiama colpa. Non bisogna arrivarci nel flusso alla colpa perché annegheresti, e allora leggi, fai quello che senti dentro, fai cose inutili e ripetile finché non diventano inutili a te. Poco interessanti, indifferenti. E cerca chi capisce tutto questo. Lo sai già che sarà uno che legge i libri sbagliati e che butta via il suo tempo. Lo sai perché è questo cercare di assomigliarsi che porta la asincronia apparente con l’utile. Ed è il gesto gratuito, inutile, che lo fa riconoscere, che lo rende una propaggine del bello. Quello che non delude e non tradisce, ma che è sbagliato per gli altri, non per te.