Pantaloni neri, camicia bianca, a gruppetti i camerieri parlano, si muovono, non capiscono nulla del mondo fuori dal loro momentaneo occuparsi e sembra che lo scopo sia il movimento. Nei vicoli, nelle piazze, ristoranti in cerca di clienti, profumi forti e tavoli di antipasti troppo abbondanti. Resteranno giorni ad invecchiare immersi in finti oli di prima spremitura. Qualcuno osserva il menù, pochi si siedono, c’è spazio tra i tavoli adesso più distanziati per il covid. Lentamente, senza obbligo d’ora, in parte i locali si riempiono, gesti usuali. Togliere una giacca, avvicinare una sedia, distrattamente prende il pane dal cestino e sbocconcellare, osservando. Attorno si infittiscono i dialoghi, le voci si alzano e si abbassano, come onde di un mare che sta sopra le teste, che smuove l’aria di odori e di particelle d’unto. L’unto scende nell’anima, nel cuore, qualche Inquietudine emerge, i sorrisi vagano leggeri. Si parla e non si osserva. Quell’unto che il menù decanta nelle pietanze si rincantuccia negli angoli dove le scope non arrivano, inacidisce, penetra, fornendo il colore del luogo. Ogni luogo è la somma di un passato, di un guasto che si è trascinato in avanti sino a diventare identità. E chi ora è seduto, lo fa per novità, caso o abitudine, deciderà poi se mutare la condizione iniziale, conta il sapido o il raffinato scindersi dei sapori? Già essere seduti in un ristorante, vedere il muovere dei camerieri è una quasi novità che annuncia un mutare della situazione propria e altrui, si diluisce l’ansia dei mesi di cattività.
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minimi pensieri 9
Alleviamo le giornate di piccola poesia: un pensiero che distoglie dall’usuale, un gesto congruo ad una cura, lo sguardo che coglie una bellezza nascosta. La parola si confonde e diviene sentire, così l’alleviare è il curar di sé nell’allevarsi e il puntare verso l’alto del levare. Come se nella sua terreità il reale coltivasse un sogno che abbiamo dentro e ci dicesse che non si è mai soli quando si parla col cuore del mondo.
immagino

Leggevo di un terzo stato tra il sonno e la veglia. Ben descritto nelle sensazioni e negli incontri che in esso si possono fare, sembra sia una cosa che tutti possediamo, ma alcuni, pochi, in misura più rilevante perché ad essi accade più spesso. Beh, spesso significa una volta in 5 anni e però di esso resta una impressione profonda che riesce difficile comunicare. Si tratterebbe di uno stato in cui si fonde il percepibile con l’inconosciuto e in esso lo stesso corpo diventa quasi immateriale o altra cosa da quello che normalmente è, pur mantenendo i sensi ma anch’essi variati e acuiti. Negli stati intermedi in cui vive l’immaginazione credo ci siano tracce di questa modalità dell’essere in cui il reale si ridimensiona e diventa diverso. Le esperienze virtuali credo recuperino in parte da queste modalità dell’essere e pur avvalendosi di strumenti tangibili, scivolano in una dimensione che alberga in qualche parte del nostro cervello.
Pensavo che non mi illudo di essere capito quando rappresento ciò che sento e che può essere detto, ma che neppure mi sforzo perché questo accada. Accendendo il camino ho preso dei ciocchi di un melo tagliato l’anno scorso, mi colpiva la perfezione dell’addensarsi delle fibre, il residuo di corteccia che dove lasciava il posto alla superficie del legno mostrava un passaggio da una rugosità ricca di segni prodotti dal tempo e dalle variazioni delle stagioni con le loro occasionali intemperanze, fino a una superficie a tratti liscia e in altri luoghi con cicatrici di rami che erano stati eliminati dalla stessa pianta. Questa superficie liscia variava nei colori del grigio e del nocciola e poteva essere letta come qualcosa che racchiudesse altro. In fondo la metafora che una statua è un blocco di marmo a cui è stato tolto ciò che non era necessario si può applicare a qualsiasi insieme compatto di materia e persino ai fluidi. Ciò che differenzia il pensiero di chi vede solo un pezzo di legno da chi vede una figura che si forma nella sua testa, che saggia con le dita e annusa per sentirne il profumo, è tutta in quell’esperienza dell’immaginare unito al fare. Ma questo ognuno di noi, se ha voglia di sviluppare la sua parte artistica, lo può tentare sapendo che ci saranno infinite insoddisfazioni e prove e insieme una crescita che diventa parte del sentire.
Lo stato di cui leggevo era ancora oltre e seppur limitato nel tempo non era da questo influenzato, si parlava cioè di qualcosa che come nei sogni non ha una misura ma una realtà propria e una sequenzialità che implica più un connettere le sensazioni piuttosto che stabilire quanto esse durano. Ciò che veniva descritto erano vari accadimenti, tutti in relazione a un io che era l’unico nucleo permanente mentre il resto mutava. Si parlava ad esempio di sensazioni piacevoli, ma anche di quelle dolorose, si descriveva una fluidità del corpo che poteva essere una soddisfazione sessuale primaria. Usava parole imprecise però nell’insieme l’idea dello stato particolare veniva trasmessa, ho associato queste descrizioni a certi sogni che si fanno da bambini dove il sogno continua nel risveglio e l’impressione forte che ne rimane si imprime nel ricordo. Mi sono anche chiesto, nella mia ignoranza conosco ben poco delle sensazioni che prova chi pratica discipline orientali od occidentali che agiscono sulla mente e sul corpo, se esista una sorta di capacità non sviluppata che porta a questi stati senza l’uso di droghe perché esse di fatto, sono in noi e alterano i normali circuiti che presiedono alla percezione.
Mentre scrivo sto ascoltando le suites per violoncello solo di Bach, attorno la stanza è in penombra, so che se mi mettessi sulla poltrona e chiudessi gli occhi, poco a poco le cose attorno scomparirebbero dal pensiero e agirebbe solo il suono, mentre di tanto in tanto, piccoli lampi di colore porterebbero scene e ricordi apparentemente senza alcun nesso.
storielle d’universi paralleli
Da tempo, (si dice così per rappresentare un farsi dei pensieri, un ruminare che per motivi estetici diventa rimuginare, ed è un mettere assieme pezzetti sconnessi di parole, senso e tempi diversi. Tutte cose che una scatola di lego fa molto meglio di noi, solo che quando si è adulti e si vuol dare un senso preciso alle cose, si resta con il mattoncino tra il pollice e l’indice e ci si chiede come meglio approssimare la realtà, notoriamente curva, con qualcosa che è un parallelepipedo) ovvero stamattina, ho sentito una riflessione sulle parole e sul loro approssimarsi e approssimarci dentro di noi. Tiziano Scarpa descriveva il farsi della parola e la sua imprecisione e che quando essa veniva usata era come portarsi all’orlo del precipizio (del senso, immagino). La cosa mi ha colpito perché per me le parole sono contenitori e come usano gli illusionisti, dal contenitore vengono estratti fazzoletti di seta multicolori annodati, conigli, cappelli, magari anche l’assistente, l’illusionista è particolarmente bravo, ma il tutto ha comunque un legame che pur approssimando descrive l’illusione di dare un nome al mondo. Proseguendo nei pensieri, mi è tornato a mente, un blocco di parole che in un romanzo russo contemporaneo, descrivono l’attività soddisfacente di una protagonista. La signora in questione, si chiama Elena, fa la disegnatrice tecnica di motori per carri armati ed è felice che con tre proiezioni assonometriche, finezza di segno e quote, possa essere descritto compiutamente qualsiasi pezzo che diventa da quel momento riproducibile e quindi privo di equivoci. Insomma acquisisce una identità perfetta. Lei pensa che anche le frasi abbiano una loro particolare prospettiva che dà loro senso di cosa ed è somma compiuta di singole rappresentazioni.
Questo produrre cose e dare loro un nome, ha anche un processo nell’immateriale, ovvero descrive l’indescrivibile e allora approssima, ma non per questo diventa incapace di suscitare sia l’immagine di ciò che descrive, sia il suo senso profondo emotivo in grado, miracolo, di mettere in sintonia persone che non si conoscono oppure di approfondire in modo vertiginoso la conoscenza tra chi si crede di conoscere. E tutto questo con un mezzo imperfetto che sostituisce la mera indicazione di un dito e di un suono più o meno preciso che diventa quella cosa. Il fatto è che noi il multiverso e il meta verso lo possediamo in noi e che tutto quello che la tecnologia ci può dare è la rappresentazione imperfetta del sogno e del suo sconfinare nel risveglio. Quindi lo sconnettere la precisione dalle parole sarà seguita dallo sconnettere identica precisione dalle cose e dalla loro immagine. In definitiva possiamo descrivere o compiere o fare entrambe le cose, magari riassumerle in un processo strano che chiamiamo poesia e che ha potenza evocativa formidabile quando è buona. Oppure possiamo usare un’altra notazione e leggere musica, persino scriverla o cantarla e poi riascoltarla indefinitamente e scoprirne ogni volta sensi nuovi. E se alla musica uniamo le parole ottenere insiemi così potenti che in alcuni casi possono sollevare passioni oppure quietarle e sempre con gli stessi segni su un pentagramma se siamo in occidente. In oriente qualcuno o qualcuna, piangerà o si sentirà pieno di vita per parole differenti e accordi meno usuali di quelli che si frequentano nell’altro emisfero, però, e qui concludo, è proprio quell’approssimare che va dritto al senso, differente per ciascuno di noi e che ciascuno costruisce come fosse un castello di lego dove la fantasia rende i vuoti, stanze e i pieni, mura, ma l’insieme è un brulicare di possibilità di accadimenti che hanno come riferimento ciò che ci sembra di conoscere: le vite.
giorni mai eguali

Il garofano, il tulipano, i tralci, l’azzurro ovunque, il profumo di maggio dalla finestra aperta, ma questo era il sogno di stanotte. Oggi il cielo era grigio. si attende la neve, intanto è arrivata una pioggia sporca che bagna appena le crepe del cemento, riga l’asfalto e aspetta che si aprano gli ombrelli perché le persone si stringano un poco.
Una festa non genera né conserva l’amore che non c’è, allora bisogna cercarlo se esiste in noi, se le mani che mostriamo sono adatte alle carezze. Davanti alla porta dei nostri pensieri c’è qualcuno che attende? Ecco, il senso di tanto cercare, di tante sicurezze, è quell’amore di cui non è lecito parlare e che ci conosce. Noi siamo noti a lui, non è vero il contrario e ciò che portiamo attorno come una conquista reciproca è l’incontro che la forte determinazione del caso ci ha regalato. Ma eravamo predisposti, attendevamo entrambi che ci fosse qualcosa di nuovo, un generatore di palpiti, di occhi aperti nel buio, di indecisioni, di entusiasmi sconosciuti.
Dare forma a tutto questo, farne un progetto di vita e riempirlo di errori, di deviazioni, di slanci e di storia, restando noi diversi. Incredibilmente e definitivamente diversi è una avventatezza che solo ciò che non risponde a regole può dare. Forse esiste uno spirito dei Valentini, di ciò che è evoluto e che non è ricordo, non è vita stata, ma un corpo che è cambiato per esso, per quell’amore che non si chiede e si propone, lui, alla vita: prendere o lasciare. Quello abbiamo, se vogliamo, se apriamo la porta .
Che faremmo senza il romanticismo? Essere comunisti un tempo, era romantico. Si poteva sacrificare molto senza pensare all’utile personale. In quest’epoca i comunisti non ci sono più e muoiono i romanticismi, si concentra sull’io, sull’affermazione di esso, la vita. Eppure l’amore resiste e di diffonde, incurante di quello che accade, a mutare le vite. E la vita è quella che tu hai donato a me, senza l’amore sarei stato uno sbandato tra le pile accumulate dei libri senza ordine, spinto in mezzo a persone animate da sentimenti diversi, a chiedermi qual è il filo ed io chi sono. Poi è accaduto qualcosa di diverso dall’atteso, così ne è nato un ordine/disordine. Ciò che portavi hanno spinto le parti comuni a mettere assieme un ordine profondo e segreto. Nell’amore ci sono segreti in troviamo il nostro senso profondo e parti che non mostriamo se non in una intimità assoluta. Potrebbe bastare per segnare definitivamente le pagine di un’agenda e invece, scrive, ah come scrive e vuole scrivere quest’amore che non esaurisce il sentire.
la lieta fatica del leggere e dello scrivere
Non è sempre semplice leggere. Manca il tempo, gli spazi e gli orari non sono quelli della iconografia della quiete: la luce vicino alla finestra, il volto preso, la posa composta il libro davanti al viso o sulle ginocchia. Spesso leggere è piacere rubato al sonno, all’intento d’altro e alla distrazione. Avviene nei luoghi più svariati, dall’intimo al pubblico.
La casa è uno dei luoghi del leggere, ma confesso che ho letto molti libri in libreria e con l’attenzione acuita dal tempo ridotto e dalla necessità di capire che mi avrebbe portato alla decisione se acquistare o meno, un ulteriore ospite per la casa. Del molto che avrei voluto, ma poi rimase in scaffale, mi restano tracce, lacerti e impressioni forti, come se il cervello conoscendo l’esiguità del tempo a disposizione si acuisse per “rubare” un senso, suscitare un’emozione, mettere insieme i pezzi di una trama che poi sarebbe stata ripresa. Alcuni di quei libri li ho poi comperati, altri sono rimasti nella mia testa e ancora mi fanno compagnia, per cui mi chiedo se l’impressione sarebbe stata la stessa se ne avessi letto l’intero contenuto. In un libro forte è il piacere della scoperta che le parole sollevano, lo stile, la composizione della frase tolta dal contesto, così nasce il primo giudizio. E la curiosità che nasce da una vicenda accennata porta con sé una concentrazione inusuale che prescinde dal luogo. E’ il piacere sottostante a far diventare la stanza della mente prevalente sul luogo in un suo estraniarsi, perché c’è un’urgenza che coincide con la necessità. Per questo subentra il disappunto se si viene interrotti: iniziare, proseguire a sazietà, interrompere per un successivo appuntamento. In questa sequenza si trova il gusto di un rubare le parole che poi verrà disteso nella successiva, casalinga lettura.
Lo scrivere dovrebbe essere speculare, distendersi come un gatto, dormire ed essere pronto ad azzannare. Così vale per l’ispirazione, ma scrivere è anche bisogno, lavoro che deve cercare motivazione. Procedere, come faccio per frammenti, in fondo è nulla e per me tutto. Fabbricante di coriandoli per mancanza di costanza o di sufficiente ingegno, comunque considero lo scrivere un’attività di rapina e di equilibrio tra ciò che sento, vedo, penso. E’ un saltabeccare che lascia tracce dentro, traccia vie, apre porte e vede il contenuto di stanze che attendevano d’essere amate. Come per l’ascoltare, lo scrivere è interpretazione, decrittazione dei pensieri che spingono la parola ad uscire, fascino del palese mischiato al nascosto. Non è mai passivo, spesso è inadeguato, crudele con sé stesso se non trova il filo che lo porti fuori dal labirinto trionfante delle parole sull’orlo del vuoto e del bianco di un foglio, ma lo scrivere, nelle sue forme, è estetica del contenuto e insieme contenitore. La sintassi può essere violata, le parole non dovrebbero mai esserlo, perché contengono, nascondono e mostrano, si allineano sulla pagina, sopportano, ci parlano. Di questo bisognerebbe essere consci che lo scrivere anzitutto parla a noi e ci cambia, ci fa capire quello che ancora non era chiaro e per questo andrebbe rispettato sin dalla grafia. Ma oggi non si scrive più a mano e pur avendo tanti caratteri a disposizione spesso può mancare il nostro.
Nello stropicciar di carte,
i pennini asciugano significati, s’intingono di lettere.
L’attesa aveva un senso, se può avere un senso l’attesa,
quand’era diluita in possibilità tessute di poca trama:
così si vanta l’intuito, senza dire,
del suo cervello tattile proteso
e della mia passione di sentircapire il presente tra le dita.
Tutto vero,
anche del portare al fiuto il mescolar del mio e d’altro sentore,
del distendermi che divora sensi trasversali,
di questo ha intuito,
ancora.
Pile di fogli bianchi, fittamente ordinati,
in attesa,
non del caso e della sua arroganza,
ma di ciò che è stato, delle parole che non hai detto ancora mai,
e se al finir della luce ritrovo serenità
nel frusciar di fogli, senza lettura,
sono preso d’un bisogno d’altro respiro, mai provato.
stropicciar di carte

Nello stropicciar di carte,
pennini asciugano significati, s’intingono di lettere.
L’attesa aveva un senso, se può avere un senso l’attesa,
quand’era diluita in possibilità tessute di poca trama:
così si vanta l’intuito, senza dire,
del suo cervello tattile proteso
e della mia passione di sentircapire il presente tra le dita.
Tutto vero,
anche del portare al fiuto il mescolar del mio e d’altro sentore,
del distendermi che divora sensi trasversali,
di questo ha intuito,
ancora.
Pile di fogli bianchi, fittamente ordinati,
in attesa,
non del caso e della sua arroganza,
ma di ciò che è stato, delle parole che non hai detto ancora mai,
e se al finir della luce ritrovo serenità
nel frusciar di fogli, senza lettura,
sono preso d’un bisogno d’altro respiro, mai provato.
la realtà non mente
La situazione è quella che è, la realtà viene interpretata, attutita, giustificata ma resta e pesa sulle persone. Lo spettacolo offerto dal Parlamento in questa settimana di sedute congiunte, quando si doveva eleggere il Presidente della Repubblica e il trovare un nome comune doveva essere parte di un unico afflato che affronti i problemi comuni del Paese, ha dimostrato l’incapacità di affrontare il problema con chiarezza e verità comune di intenti. Tornare sul nome del Presidente uscente, persona di grande equilibrio, ma che aveva dichiarata ripetutamente la propria indisponibilità, rende anche evidente che la politica gridata diventa inane e non solo non è in grado di risolvere i problemi ma si avvita su se stessa. Questo “gioco” in cui gli attori hanno fini che mescolano il potere, con la crescita del consenso relativo che esso ottiene e con la difesa di interessi che riguardano solo una parte totalmente disgiunta da un’idea di futuro comune, è responsabile di non poco del degrado che investe la società e il Paese.
La realtà viene interpretata attraverso il parlar d’altro dei leader politici, snaturata della sua effettività, trasformata in una competizione che non propone soluzioni e che punta sulla divisione non sull’adeguatezza delle risposte. Eppure i fatti indicano che la deriva verso un impoverimento economico, sociale, collettivo e individuale è innegabile. E la pandemia ha agito, enfatizzando la divisione tra chi è garantito e chi non lo è. La nuova stratificazione in classi si attua sia nel fermare l’ascensore sociale e sia aumentando il controllo sulle persone. Se pur lavorando, una parte non trascurabile di famiglie si impoveriscono, significa che si è rotta la società basata sul lavoro. E si è formato uno strato che è intrinsecamente precario e quindi massa manovra per qualsiasi dipendenza. Clientes con diritti decrementanti. Osservare questa realtà che muta anche la politica fatta più di favori, di attenzioni interessate e non di diritti, ci dice che indignarsi non basta più, è sterile e non muta nulla. Nessuno di chi si interessa di ciò che accade non può non vedere sia l’assenza dal voto considerato privo di effetto e lo smottare di non poca parte del “popolo” privo di una proposta verificabile di futuro della sinistra, verso una destra basata sull’io, sulla cessione di libertà individuali, di diritti. E questo avviene sostanzialmente in cambio di piccoli privilegi che non mutano la condizione reale delle persone ed è così che il disagio diventa fisiologico. Si assottiglia l’idea che le cose possano essere mutate assieme, lo stesso sé non è percepito come importante e come parte di un comune sentire con altre persone. Insomma si è più soli, indifesi, resi anonimi e defraudati di diritti che fanno parte del patto sociale. L’indignazione è il primo tentativo razionale di dare un nome a questo disagio e di rifiutare il potere che lo comprende.
Un vaso di Pandora è stato rotto da qualche parte e la cosa ci riguarda. Quando uso il noi penso a persone che non conosco, che non accettano ciò che è acquiescenza o cinismo, che non sono attendisti. Ma effettivamente non so a chi parlo e così parlo a me stesso. Mi chiedo se c’è una chimica sociale del tenere assieme ciò che è giusto e necessario. Ci penso perché è indispensabile nell’era della pandemia, della diseguaglianza crescente, dell’ascensore sociale che funziona all’incontrario. E capisco che questo interferisce ancora più pesantemente con le vite, con i sentimenti e che l’amore e il bene diventano difficili, inefficaci a lungo andare. Le società indifferenti trasferiscono l’indifferenza nei rapporti personali, si incattiviscono.
Un vaso è stato rotto, ma era rabberciato alla bell’e meglio, ci pareva sano e invece non lo era. La pandemia mostra anche i nostri errori e non parlo delle misure sanitarie ma del limite del passato, di ciò che si è fatto, della propria importanza e possibilità: siamo a questo punto perché lo si è permesso e ci siamo resi ciechi a ciò che già accadeva. Per questo penso al noi, senza conoscere se ci sarà qualcuno che ha le mie stesse insofferenze. E questi non sono gli amici senza amicizia, neppure il cicaleccio inane, mi chiedo se ci sarà qualcuno che prova lo stesso bisogno e non si arrende.
Una torcia lanciata nella notte, mostra la realtà immota della paura delle cose, ma anche la direzione per uscire insieme dal disagio di un vivere che peggiora. Capire che solo guardando la realtà, chiedendo verità e trasparenza, non sopportando illegalità e politiche ad personam, affrontando il problema dell’equità e della dignità del lavoro, dovrebbe mettere insieme il noi condiviso, come unica via per tenere assieme la società e non farne un campo di battaglia per la sopravvivenza.
minimi pensieri 8
La tentazione del bello non diventa ossessione di perfezione ma è il modo per uscire dall’immobilità e dal pantano in cui si scivola in questa società ineguale. C’è una tentazione costante del non decidere, del mantenere la posizione nel timore di perdere qualcosa, o tutto quel poco che si possiede. Solo i giovani fuggono da questa immobile assenza di futuro, non tutti ma quelli che prendono in mano la loro vita capiscono che la coscienza di percorrere almeno una strada, andare verso un dove, è già avere la possibilità di essere se stessi. Essere prigionieri, a partire dal linguaggio, delle cose seriali, dei modi convenzionali e stereotipati di dire, nel definire e vedere la realtà, ci rende ciechi. E in questo il luogo comune che è la realtà virtuale, dove regole e modi sono apparentemente liberi, precipita l’immobilità della mente. Qui il bello diventa transeunte. Non vivifica, non spinge a sperimentare se stessi, non fa crescere le persone e non le mette assieme. Nasce un sogno di innocenza originaria che appartiene a ciascuno, ma è qualcosa che non esiste se non si verifica nella realtà e nel suo svolgersi. Il conformismo, anche virtuale, uccide i sogni e rende immobili le persone, fino alla rinuncia della libertà. La lingua ci insegna che le cose possono cambiare nome perché non sono ferme, perché hanno più dimensioni, perché mutano nel guardarle, toccarle, sentirle. E così nei miliardi di modi di chiamare i sentimenti e l’amore, nel renderlo vero nei gesti e negli infiniti modi per farlo non c’è forse il prefigurare della vita nella sua molteplicità che ognuno di noi contiene? E non è questa molteplicità la radice dell’innocenza, del bello e del rapporto profondo tra chi cerca, trova, mette in comune ciò che sente ed è?
In questo c’è la tentazione del bello come processo che muove, che induce a vedere ciò che gli altri si rifiutano di cogliere, ed è l’imperfezione perfetta di chi ama profondamente.
senza memoria
L’ha visto mia moglie e mi ha chiamato. È a terra, la testa poggia sul braccio ripiegato, il corpo steso, l’altro braccio s’allunga come uscisse dall’acqua e chiamasse aiuto. È davanti al cancello chiuso della canonica, poco discoste ci sono la valigia e uno zaino.
Sono le 11 del mattino, e siamo a fianco della chiesa. Gli chiedo se sta male, non mi aspetto risposta, ci sono 3 gradi e chissà da quanto tempo è a terra. Altre persone passano per la strada davanti la chiesa, forse lo vedono come un fagotto abbandonato. Per fortuna risponde, prima in modo incomprensibile poi dice che vuole parlare col prete, ma non si alza, chiede di stare quieto, per terra. Suono il campanello. Il prete torna domani, dice la donna che fa le pulizie, ha due parrocchie e non ci sono preti. È inutile chiamarlo perché non verrebbe. Dico all’uomo che si alzi, fa troppo freddo e deve cercare un posto caldo. A fatica si alza, con accessi di tosse e il respiro rotto dalle parole che escono confuse. Mi richiama il 118 che avevo avvisato quando lo pensavo ferito o peggio. L’ambulanza arriverebbe se confermo la chiamata, ma lui non vuole l’ambulanza, vuole il prete e vuole tornare a casa. Casa. A pezzi esce la sua storia. È del nord dell’India, immigrato regolare in Italia, a casa era motorista di motori marini e di elicotteri. Qui faceva il bracciante nei campi dei vivaisti. Mi mostra delle foto sul cellulare. Capisco che gli hanno rubato tutto fuorché i documenti e non vuole più stare in Italia. Dorme all’addiaccio da tre notti perché per entrare in un asilo notturno serve il tampone e lui non ha più nulla, ma non vuole soldi. Vuole tornare a casa. La mascherina gli scende sul mento e gli vengono attacchi di una tosse profonda, la voce si rompe. Gli chiedo di tirar su la mascherina chirurgica. Ci sono adesso altre due persone con noi, anche il sagrestano. Si convince a entrare in chiesa. È malfermo, un po’ confuso. Cerchiamo una soluzione. La Caritas, ha un ufficio in città ma è aperto domattina. La persona che mi risponde, dice che deve passare domani, gli spiego che con un’altra notte al freddo, questa persona avrà solo il problema di essere seppellito. L’ufficio apre domattina, mi suggerisce di parlare con il Comune. Vado dai carabinieri, gli spiego la situazione. Il carabiniere è gentile, mi dice che se ne occuperanno. Intanto, l’uomo, stremato, ha preso sonno su una panca in chiesa. Il sagrestano ci assicura che la Chiesa non chiude e che gli porterà qualcosa di caldo da mangiare. Le telefonate si susseguono, assistenti sociali, vigili urbani, tutti prendono nota della situazione. Mi rendo conto che però non arriva nessuno. Intanto dorme, forse sogna casa. Penso che oggi è la giornata della memoria, ma che nessuno vuole vedere la sofferenza, che la speranza diventa disperazione e che sentiti al telegiornale i morti di freddo, gli annegati in mare, i bambini che soffrono con le loro madri non sembrano appartenere al mondo caldo e protetto in cui viviamo. Penso che la cura di chi non ha nulla, subisce un torto, l’abbiamo affidata allo Stato, ma lo Stato ha procedure, sportelli, orari, poi c’è il buio per l’umanità più debole. È la giornata della memoria, non so se l’uomo indiano riuscirà a tornare a casa. Se racconterà che l’Italia non solo non gli ha dato una possibilità, ma gli ha tolto tutto, fuorché la vita.
Oggi è la giornata della memoria, come allora, non ricordiamo nulla e non vediamo niente.