apolidi in patria


Alcuni di noi, io ad esempio, abbiamo una Patria, un paese che amiamo, una cultura comune. Sappiamo cose, magari non tutte così precise, e non tutti le stesse. Ci formiamo idee, un’analisi della realtà, pensiamo soluzioni. Di sicuro non abbiamo, da molto tempo, verità assolute e il relativo ci sembra un buon modo per accogliere differenza e ragionamento contrario, ma pretendiamo rispetto. Per i principi fondanti, ad esempio, che se tali non sono il palazzo sociale barcolla, non è più casa comune e a che serve un paese se non ha principi, rispetto e solidarietà? Ciò vale per noi e per chiunque. E nel rispetto sono comprese le regole che devono valere per tutti, prima tra tutte la verità dei comportamenti. Per questo e per altro, non ci piacciono i furbi, quelli che dicono una cosa e ne pensano un’altra, quelli che cercano di fregarti dicendo e ritrattando. E neppure gli arroganti ci piacciono perché usano la forza per imporre verità non vere. Non ci piacciono gli irresponsabili che dicono cose che non faranno, oppure fanno guai e li attribuiscono ad altri. Non ci piace chi la racconta pressapoco, chi imbonisce, chi prende in giro la speranza comune di star meglio.

Sappiamo che la colpa di ciò che accade non è sempre altrove, che un motivo per tutto non giustifica niente, e quindi facciamo autocritica. Spesso. L’onestà ci sembra una precondizione in ogni rapporto, e non è un fine. Bisogna essere onesti, anche con se stessi. Vediamo i nostri limiti, sappiamo che sono importanti, però abbiamo sogni grandi e piccoli, vecchi e nuovi. Sappiamo che il mondo è complesso, che bisogna semplificare le cose per capirlo, ma nessuno di noi banalizza la realtà e sappiamo che semplificare è difficile e non lo si fa a colpi di slogan e tanto meno con l’accetta. Pensiamo che ci sia un primato del capire e dell’intelligenza nel fare, e che quest’ultimo abbia bisogno, almeno, di essere pensato.

Siamo stanchi degli annunci, vogliamo partecipare e l’abbiamo sempre fatto. Oggi siamo coscienti che i problemi sono la pace subito in Ucraina e altrove, prima che deflagri il disastro. Vediamo il pianeta che degrada rapidamente e crea nuove povertà oltre al pericolo di annientare la specie. Cogliamo nella realtà la società che non rispetta i principi, che pochi sono molto voracità e generano diseguaglianza, affievolirsi della solidarietà, corruzione, malaffare. Pochi che interpretano la legalità e il rispetto delle regole solo a loro favore e tolgono a tutti parti importanti del bene comune. Essere umani, vivere assieme in libertà ed eguaglianza non sono parole devono valore ovunque e comunque.

Per noi le istituzioni non sono immutabili, ma sono il nostro patrimonio e baluardo democratico comune e quindi pensiamo si debba agire partendo dal rispetto del futuro e del presente nel modificarle, che ogni fascismo debba essere bandito dalla concezione individuale e collettiva, che ciò che è stato conquistato a duro prezzo di sangue e sofferenza, libertà e democrazia, eguaglianza ed equità, legalità e dignità umana siano fondamenta intangibili della casa comune.

Abbiamo un Paese che amiamo, una cultura e volontà comuni e non siamo pochi eredi di quella che non a caso si chiama lotta di Liberazionema, non abbiamo più una parte sociale e politica forte che riconosca che le fondamenta comuni vanno sempre difese. Temiamo di non avere più un partito in cui riconoscerci e pur essendo tanti, ci sentiamo soli in questa lotta dove resistere è la condizione per non sentirci apolidi in Patria.

un mandala fatto di silenzi, di gesti, di parole

Le parole giuste sono quelle che hai dentro, quelle che non dici per timore che vengano fraintese e quel tacere costretto è educazione appresa, inculcata senza possibilità di replica, non libertà d’essere.
Allora scegli di scrivere anziché parlare, ma le parole si piegano alla sintassi e diventano altre. Così generano insoddisfazione e non corrispondono a quelle che hai dentro. Sono irte di significati spuri e devono essere levigate, con pazienza, come fa il mare con la pietra e il legno, con le sue creature fino a ridurle in pulviscolo d’anima. Questo è il sentire del mare e tu il mare lo possiedi e ne hai la pazienza operosa. E se a volte sei stanco e tutto sembra inutile, parla dopo il silenzio che osserva. Taci e prendi appunti sulla carta, guarda il segno e la parola, rendila morbida nel tracciare, per non snaturare quel che provi. Questo sarà il tuo ormare un nuovo lessico per quando deciderai di parlare. Un dire che parla con i gesti, che fa quello che più t’assomiglia, anche in silenzio perché basta l’alzare di sopracciglia o il morbido posare della mano aperta, per dire ciò che è stato pensato.

Guarda i gesti gentili, consueti, del vestirsi con cura e leggerezza. Pensa che sono stati prima appresi e poi cambiati e fatti propri, sono parte di una meditazione, di un verseggiare muto che si modifica per sovrapposizione, sino al risultato. Un mandala composto su di sé per portarlo tra altri, o solo per sé, e come sempre da disfare e ricomporre all’infinito.

Scrivilo questo mantra aperto alla tua anima, fa che rappresenti te stesso e che aggiunga parole e gesti, secondo i giorni. Che sia un poema che non finisce e che reciti sottovoce quando la solitudine prende il posto della leggerezza.

Scrivi con tutto te stesso, con la parola, il gesto, l’abitudine consapevole, vesti la tua anima di te.

camminare la vigilia

Ogni giorno correvo verso i giochi, anch’essi fatti di corse, cadute, polvere e rincorse. Ogni mattina camminavo, mia Nonna mi accompagnava a scuola e d’estate dove si poteva correre. Ai giardini o nelle piazze di sera, con lei, mano nella mano potevo andare ovunque.
La sua mano era bella, appena più grande della mia. Era fragile e tenace, regalava la sicurezza e ciò che mi era necessario.
Con mia Nonna ho imparato a camminare, ad amare il cammino come modalità del vedere e del sentire. Molte volte all’anno il camminare assieme diventava speciale e due di queste erano consegnate alla sua religiosità, le vigilie di Natale e di Pasqua che avevano itinerari fissati e duravano l’intero pomeriggio.
La vigilia di Natale si andava a vedere i presepi, la vigilia di Pasqua erano i Sepolcri i protagonisti. Mia nonna aveva abitato sempre dentro le mura cittadine, e le Chiese erano quelle storiche della città, con qualche digressione per luoghi che ho imparato ad amare con lei.
Le chiese erano grandi, spesso altissime ma tutte particolarmente buie, gli altari coperti di panni violacei sembravano tolti all’esistere, solo al centro della navata o in una cappella importante, era tracciata una grande croce a terra fatta di candele e fiori. Le persone si inginocchiavano, alcuni sostavano a lungo, altri un segno di croce e qualcosa mormorato a fior di labbra.
Mia Nonna sostava poco, guardava e io facevo lo stesso, confrontando mentalmente quello che vedevo con la cura di altri Sepolcri già visti. Non riuscivo a collegarli al racconto della Passione che avevo ascoltato il giovedì, le mie preghiere erano quelle di un bambino e in latino, imparate perché in quei luoghi si dovevano usare.
L’altare dove andava mia Nonna era quello della Madonna, lì si fermava e accendeva un cero. Le donne di casa avevano una particolare devozione per la Madonna, credo la sentissero una persona con cui si poteva parlare e che capiva sia i problemi da risolvere che la loro condizione. Una vicinanza che era confidenza, da Lei poteva venire consiglio e comprensione.
Ho visto, da adulto, che accadeva lo stesso in altre donne e non importava in cosa credessero ma il rapporto con la Madonna c’era ed era tanto più forte quanto più era appartato. Un bisogno di confidenza e una certezza di ascolto.


Mia Nonna non aveva avuto una vita facile, ma l’ho sempre sentita serena e amorosa, con me in particolare, nei giorni della Pasqua qualche parente veniva a trovarci e lei ne era felice.
Ne parlavamo camminando, di solito era già arrivato a casa e il giorno dopo avremmo pranzato assieme, ma quel parlarci era fatto dalle mie domande e dalle sue risposte che spesso erano memorie. Tempi che risalivano verso l’inizio del secolo e oltre, storie di casa e poi di migrazione, di un abitare distanti, tra lingue sconosciute in bocca a persone come noi, solo che questi uomini e donne avevano il potere di accettare o rifiutare chi arrivava per abitare e lavorare. Un potere immenso perché essere rifiutato implica a una solitudine e un timore ancora più grande e allora serviva coraggio, silenzio e dignità e lei e il nonno ne avevano ben più che a sufficienza per farsi rispettare. Le chiese erano i luoghi comuni, la lingua era il latino, le immagini dei santi, della Madonna, del Cristo, le stesse, li si poteva andare senza timore. Mia Nonna l’ho conosciuta così sin da piccolo: coraggiosa e fiera della sua libertà, con una vita difficile che non faceva pesare su nessuno e che aveva trasformato in amore per mio Padre e per me.


Il nostro giro continuava nel pomeriggio della vigilia, che riempiva le strade. Le vetrine sfavillavano di carte colorate, di uova di cioccolata, di focacce piene di mandorle e anche chi vendeva abiti o scarpe per la nuova stagione aveva uova in vetrina. Noi entravamo ed uscivamo dalle grandi chiese, dall’oscurità alla luce, finché queste si equilibravano e si accendevano i primi lampioni. Allora era tempo di tornare, un dolcetto per me e le caramelle al latte e i pescetti di liquerizia da mettere in un cartoccio in tasca ed estrarre per gustarlo e succhiare piano.
La sera, a casa, avrebbero cotto e colorato le uova con il caffè o con altri misteriosi colori pastello, servivano per il mattino seguente e per chi veniva in visita. Da qualche parte un uovo con sorpresa mi aspettava per il pranzo del giorno dopo, la cena già aveva novità in tavola e i discorsi leggeri della festa, poi a letto, sentivo le donne di casa che andavano alla messa di mezzanotte. Ogni volta mi ripromettevo di attendere sveglio per chiedere cosa c’era di speciale da vegliare così a lungo, ma ogni volta m’addormentavo e mi svegliavo nella festa.

verdi dialoghi e confronti

Nel mio piccolo giardino le piante non sono cose, ma posseggono personalità precise. Alcune ascoltano, aspettano in silenzio d’essere curate, e deperiscono, come gli umani, in mancanza d’amore. Altre sono pensose, metodiche, spesso sotterranee nel meditare e fioriscono quando è tempo, spandono profumo, hanno un cosciente equilibrio di bellezza che si ripete, sempre nuovo e stupefacente. Altre ancora, sono arroganti, si propagano secondo oscuri amplessi, vanno ovunque, tolgono aria e respiro a chi da tempo occupa silente il luogo che pensava suo. Non bastano all’arroganza verde, i capienti vasi, si sparge nei giardini vicini, spesso viene strappata come erba ma è pervicace e molteplice d’ingegno così quella che sfugge diventa forte di radici, intimorisce i giardinieri improvvisati che lasciano crescere e poi si stupiscono d’essere prigionieri di nuovi alberi.
C’è talmente tanta vita in questo fazzoletto di terra che alberi maestosi vi vorrebbero trovare posto, le rose tranquille invecchierebbero, silenti e profumate e il gelsomino ripeterebbe la sua magia ogni anno parlando con il lento ulivo.
Le lotte verdi per il predominio trovano insperate alleanze in piante da semi ventosi e si disputano spazi, intrecciano radici e rami in dialoghi mai quieti e tantomeno casti. Ciò che prevale dipende dalla cura o dal capriccio della stagione, il caldo sceglie e modifica le resistenze di ciascuno, così l’acqua diviene il dono che posso dare indifferentemente a tutte, ma so che ciascuna ne farà un diverso uso e che ancora una volta, una sotterranea lotta s’accenderà per vivere e proliferare.
In questo battagliare salvo gli umili e i silenti, li porto altrove, in nuova terra e vasi, perché conosco l’arroganza che pretende e non fa dire ciò che necessita alla vita e alla bellezza di ciascuno. Per gli altri è un susseguirsi di rese e di nuovi assalti, di fascinazioni per uccelli prima affamati e poi golosi. Dei frutti nulla resta ma della battaglia sono osservatore attento. Partecipe, a volte, per simpatia o per stabilire un ordine, ciò che è tumulto di vita m’affascina quanto il silenzio del fiore di limone e il bocciolo di rosa, e capisco che un linguaggio per me silente, ma forte d’urli e di sussurri, sta percorrendo terra e aria che dà a ciascuno personalità e misura.
È un piccolo farsi di verde sociale dove nessuno mai rinuncia ad essere se stesso.

tra le pieghe del vero

Dai propri errori si impara, a volte, quelli degli altri si subiscono, sempre.
Eppure c’è la presunzione di chi ha un’ autorità, anche piccola, di non sbagliare. Mentre la moltitudine che si chiama pubblica opinione pensa che ripetendo opinioni altrui, di non causare danno con i piccoli assensi, con i silenzi che oscurano la realtà, che velano e la manipolano fino a non percepirne più il gusto, il profumo, la forma.
L’errore è la naturale ignoranza che possediamo, l’impossibilità di tenere nel giusto conto tutti gli elementi che compongono la realtà e ciò che si dovrebbe capire.
Quando studiavo chimica quantitativa, la teoria dell’errore veniva in soccorso, in qualche modo svelava il vero perché evidenziava la sistematicità insita negli strumenti e nelle procedure ma anche il compensarsi delle forze opposte che agivano sulle cose e proprio quel compensarsi, distinto e scrostato dalla superficie diveniva un indizio forte di ciò che agiva e mascherava il vero. Il risultato era lo stesso ma le dinamiche differenti e l’errore appariva.
In quel modo analitico di tener conto prima di emettere un giudizio, prima di una consapevolezza era contenuta una lentezza che metteva da parte l’azzardo ed era, nel suo essere vicina alla realtà, sostenibile in sé.
Se tutto questo lo si applicasse ai sentimenti, alla natura della comunicazione (anche amorosa) che conforma i rapporti e genera le cose si avrebbe, forse, una serie di mezzi silenzi, inframmezzati da parole pesate che esprimerebbero il dubbio e darebbero fiducia all’agire, perché se nulla nasce da nulla, il vero è fatica e comprensione profonda della realtà.
Ma il dubbio non è gradito, si vuole la certezza immediata e allora con il conforto di dati, di interpretazioni e autorevolezze costruite sugli errori occultati, sulle verità dette a mezzo, ciò che verrà detto sarà inconfutabile. Nei rapporti umani, nella politica, ma anche nell’ informazione che sceglie i fatti e li interpreta anziché mostrarli, abbiamo resuscitato il vaticinio e una pletora di pizie conformi che alla fine ci convinceranno che, non il loro affermare ma il nostro capire, è l’errore e così terranno intatta la ragione.
In fondo Guglielmo di Occam ci aveva insegnato a discernere e anche al chiedere se mi ami o no emergeva che non c’era via di mezzo, con la conseguenza che ogni spiegazione era superflua.
La risposta più semplice contiene più verità e se non ho la risposta che vorresti raccontami i tuoi dubbi, ciò che ti trattiene, ciò che è impossibile ma vero. Questo basterà e non sarà necessario che ci siano altre domande ma solo conseguenze, silenzi e rade risposte.

sette anni selvaggi

Sette anni selvaggi in cui la vita si è rollata come una sigaretta con tabacchi strani e quei sette anni l’hanno preparata per sottrazione, deviazione, fraintendimento, bisogno. Tutto questo mescolato nel bidone dello scorrere dei giorni, con tutti i loro luoghi comuni acquisiti e in formazione.

La regola aurea dell’umano sentire l’ho appresa così, aggiungendo, perché solo questa operazione contiene tutto, l’aritmetica, la fisica, lo spirituale, le cose. Ho aggiunto esperienze, fatto cose banali, alcune singolari, molte inutili e scavato la terra per creare trappole mentali in cui inciampare, ma ho imparato molto. Quello che s’impara resta a modo suo, cambia natura, diventa altro da ciò che è accaduto, da ciò che si è letto, scritto, visto. E ciò che resta si aggiunge con delicatezza inusitata, rispetta l’esistente anche quando questo lo accompagna alla porta del pregiudizio. Lo rassicura che resterà una traccia, un ricordo, e nel frattempo ci muta.

Sette anni di cui posso dire che ogni errore era necessario, ma non sufficiente, che esso si è sommato in silenzio, chiudendo strade per costringermi ad aprirne altre. Quanto pesa il caso rispetto alle scelte e alla necessità? Credo parecchio, anche se la controprova non possiamo averla. Quando penso a una sintesi, la sento sferica, morbida, globulare di piccole offese e di slanci improvvisi, ora ad ardua disposizione mentre guardo il soffitto.

Brani di immagini, il sole che filtra tra le imposte, un ricordo scacciato per l’umiliazione subita, per il prezzo eccessivo pagato che si somma ad altre umiliazioni. Brucia ancora anche se ora che ne vedo le motivazioni, sono poca cosa, i fatti spesso banali, le scuse superflue eppure pretese. Come imparare quando vengono aggiunte ingiustizie grandi a corpi piccoli, eppure sono cose che restano e flettono un cammino, una realtà che poteva essere differente.

Ognuno di noi contiene molte vite autogenerate, alcune di esse continuano parallele nel presente e nel ricordo. Ciò che le separa è la relazione che esse conservano con l’idea che abbiamo di noi stessi, che maturiamo nel profondo e che hanno la necessità vitale dell’omeostasi. Ciò che esce alla comunicazione è la capacità di suscitare emozioni in noi stessi e negli altri, i pensieri e gli atti conseguenti, espliciti o meno, che generano.

C’era una forma nella sintesi che quegli anni donavano, una sfera che ora si apre, il coraggio accanto alla paura, la difficoltà di crescere perché si deve perdere molto, l’innocenza e il nuovo che è bisogno prima d’essere fascino. Non è vero che a ogni domanda c’è una risposta , ci sono molte risposte e molti pezzi di realtà che vivono dentro e si ricombinano. Non serve più cercare ciò che viene da solo, basta mettere quiete, lasciare che la distanza renda piccole le ferite, le cose, quello che poteva essere e non è stato.

Dopo notte, atra e funesta,

splende in Ciel più vago il sole,

e di gioia empie la terra;

treni perduti

I capostazione perdono tutti i treni, ma hanno una stazione, un luogo in cui arrivano e partono le persone più diverse, quelle che tornano per restare e altre che cambiano destinazione inseguendo un sogno che sembra eterno e lo è, ma muta e diventa altro, finché non si capisce che l’eternità è nel mutare. Nel lasciar morire il vecchio e portare entro sé il nuovo, così quei treni passati entrano nel ricordo, lo addolciscono, diventano leggeri e si posano tra parole e pensieri.

Cosa pensa chi non parte e cosa pensa chi arriva. Neppure gli addii hanno la capacità di annullare la speranza del ritorno e chi parte è sempre alla ricerca di qualcosa che è necessario.

Tra noi restavano le giornate di sole, le corse in campagna, le risate con gli amici, il fuoco, la voglia d’essere soli, la timidezza che doveva diventare coraggio. Ciò che era sperato e con sublime determinazione voluto, s’era poi, a suo modo, realizzato. Ma nel tempo che genera le cose, le forze dei nostri universi si mescolano con altri mondi, ne sono condizionati e si piega non la volontà o il fine o la realizzazione, ma ciò che si era immaginato che diviene vero e altro.


Delle volte lascio perdere il filo dei pensieri e mi prende una spossatezza che è malavoglia, spengo tutto, guardo il soffitto, lascio che le immagini scorrano. Senza desideri, tutto s’acquieta, trova un senso razionale, ma senza obblighi.

Ho imparato la scienza degli addii,

nel piangere notturno, a testa nuda.

-Osip Mandel’stam-

un lento ritorno

I gesti inutili hanno un senso come i giardini delle case in cui non abita più nessuno.

Dietro al cancello, stretto da una catena di ruggine, crescono erbe, alberi, fiori. Seminascosti stanno oggetti abbandonati che ricordano qualcosa; quieti aspettano d’essere anch’essi piante e rifugi d’animali. Davanti al cancello infiniti ritorni, passi che rallentano, visi ricchi di ricordo che guardano e si soffermano. Una mano stringe l’inferriata, ne prova la mobilità, ma è un posizionare il corpo verso una visione più attenta, gli occhi scorrono e cercano ciò che in realtà un tempo era condiviso. Una mano nella tasca a scaldarsi, parole inesauribili e la sera che calava nelle strade mentre luci e nebbia preparavano la notte. Ci sono luoghi che portano dentro a un vortice in cui si sovrappongono i sensi e l’accaduto. Un profumo particolare, l’aria sul viso, un saluto inatteso, la voglia di essere ovunque e insieme sapere che quello è un luogo di magia.

Chi si ferma toglie la mano dal ferro e si guarda attorno, intimorito da ciò che sente e che pare essere voce che narra attorno, d’altro tempo e speranza e vita, poi tutto si è costruito come doveva, ma quel luogo è rimasto dentro.

Nell’attesa che qualcuno si soffermi, il giardino respira, pensa, accoglie gatti e uccelli, tiene da conto lo sbattere d’una imposta mal chiusa, ricorda parole che sono state dette, quelle sussurrate, le piccole falsità, le certezze maturate sulla pietra d’una panca poco distante. Attende, il giardino, ciò che non ritorna, che forse è stato, ricorda il bello che è sembrato, gli pare ci sia stata una porta sbattuta, il silenzio, le risposte vaghe, ma questo era d’altri e i volti si sovrappongono. Ora non riconosce nessuno e tutti, pensa alle scie che lasciano i gatti, al cibo che viene loro dato attraverso l’inferriata, togliessero almeno la plastica dei contenitori. Toccherà a lui, assieme al sole e all’acqua, decomporre, togliere il colore dai cartocci, far crescere erba che nasconda e s’alimenti.

Più distante dal cancello, davanti alla porta della casa, c’è la pietra tenera che era sedile e gioco, ora il giallo è diventato grigio ma le impronte di infinite sedute di bimbi e adulti si vedono nel muschio. Attorno l’erba è alta, il vento la muove con dolcezza attenta e indaga, chiede delle crepe nel vialetto, nella tazza della fontana dove ristagna l’acqua ormai verde di tempo.

Nulla è stato invano ed è nulla che diventa aria e verde e guarda la mano che s’allunga, strappa uno stelo per farne suono d’erba tra le labbra. E’ un gesto che conosce, d’allora antico, che canta una canzone. E’ più un pensiero che melodia di suono, ma è il senso che ciò che trascorre è nuovo.

entrocrazia

Trionfa il prevalere dell’entropia come orizzonte dell’uomo, luogo del massimo disordine e per questo perdonabile a prezzo di soggezione assoluta, Sempre più difficile e rara è la fatica eroica del togliersi la colpa di non rispondere a qualcuno o qualcosa che ha semplicemente usato il potere come autorità e la parola come verità. Tra questi estremi siamo noi, immagine di un tempo e di una società che pure qualche valore doveva averlo in sé, avendo come soggetto l’uomo. Le ideologie, le guerre, i regimi, tutto ciò che è fallito, è scomparso con il dio che si era imposto un noi senza compromessi. Alle idee di eguaglianza e solidarietà è stato negato il perdono e con esso si è negata la speranza perché ciò che le ha sostituite non è stato meno terribile ma era vuoto e ha lasciato l’uomo solo e in balia di forze che mai potrà controllare.

Il passato conteneva sogni e convinzioni che giravano per l’umanità da qualche migliaio d’anni, possibile che tutti si siano sbagliati, che non ci sia stato modo di ridurre l’ansia del possesso a qualcosa di compatibile con la vita?

Oggi, anche nelle contraddizioni assolute, tutto ciò che cambia è buono, o almeno preferibile all’ordine che fissava diritti inalienabili, che riportava all’equilibrio del mondo, la presenza umana. Cose private del loro senso intaccano le libertà, vengono scambiate con privilegi da scartare subito. Il merito è il sollevarsi dell’uno, non della specie mentre dovrebbe essere il contrario e l’insieme è sostituito dall’alta opinione personale che dice che io sono al centro del mio destino e il resto viene di conseguenza, quindi eticamente e moralmente oltre il bene e il male che sono concetti collettivi.

Così anche le cose impalpabili, però assai concrete come l’amore, la serenità e il giusto rispetto dell’altro vengono piegate dal pensiero entropico, dove tutto passa e si trasforma. Diventa disordine incanalato entro rigide pareti d’ordine dove la libertà e il diritto di ciascuno sono moneta di scambio e come in un’arena i gladiatori si affrontano per chi li guarda indifferente dagli spalti. Apparentemente tutto è eguale, tutto si svolge secondo le regole che sono scritte nelle leggi, nelle costituzioni, ma perché allora, cresce la fatica di vivere, perché la diseguaglianza dilaga e toglie speranza consumando gli anni, perché non si vede il vicino che ha la stessa sofferenza e bisogno? 

Nel migliore dei mondi possibili la punta del rifiuto fa un male nuovo e l’abbandono è un lago nero in cui vengono lasciate naufragare le vite. 

indeterminato bisogno d’amore

Si desidera, a volte, un’attenzione che non viene. La si copre d’altro. Motti di spirito, qualche gesto nervoso, ricerca di cibo, un parlare per immagini vaniloquenti ossia col parlar d’altro. Ma quel bisogno d’attenzione resta insoddisfatto e vissuto come un’ingiustizia senza ragione. Cercare cosa manca veramente porterebbe a un mondo colorato dove lo star bene si coniuga con i desideri, e più a fondo, con i bisogni che sono sempre un interpello di vita e benessere. Per noi resta ancora misterioso il perché dopo quattro miliardi di anni di evoluzione, ciascuna cellula parli a sé stessa e all’altra vicina, e tutte assieme esprimano un bisogno d’essere accudite. L’amore, insomma.