non dite che non ve l’avevo detto

C’è una diffusa tendenza a belligerare che circola, mostrare i muscoli conta più del ragionare. E del resto forse non succede quando la misura è stata colmata? Intanto si scaldano gli animi per averli pronti quando sarà ora di rafforzare le scelte compiute altrove, basta che nessuno pensi di perdere più di quanto guadagnerà. Provate a riflettere: non è questo il senso più vasto dell’attrazione di un’idea, di una fede, ovvero ficcarsi in un futuro che sia meglio e più vantaggioso dell’adesso? Questo funziona quando è l’individuo a essere solo e non crede più di poter soddisfare i bisogni con un’azione comune e cerca altri che alzino la voce con lui, più che ragionare e costruire. Così qualcuno la butta sul facile: scoppierà una guerra, ma non spiega il perché e dove.

Sembrerà strano ma concordano i pessimisti che allineano gli indizi e gli ottimisti si rifanno agli interessi evidenti, anche se entrambi sperano che accada altrove.

Il bosco è secco e nessuno pulisce, basta un fiammifero a scatenare l’incendio, solo che ora nessuna Danzica sembra sufficiente per morire e la fame del disagio è disarmata. Alcuni pensano che ci sarà un fragore lontano e che non toccherà  a loro. Altri hanno paura. Una fottuta paura boia ma intanto si coprono gli occhi e nessuno fa nulla. Anzi soffia sul fuoco delle fobie e ci si spacca in piccoli agglomerati di individui e consegnandoci nelle mani di chi dice che ci difenderà. Da cosa? Da chi?

A guardar bene, i capi che alzano la voce, sono gli stessi che per dare sbocco alle paure, indicano il nemico, armano la mano, e cercano di dimostrare che sarà facile e non c’è nulla da perdere. Tanto, dicono, avete perso tutto, peggio di così?  

Altri dicono che non c’è via d’uscita senza rinunciare a pezzi di libertà e pensano sia il meno peggio.

Però c’è un peggio e crearlo con le proprie mani non rende creatori, ma servi al giogo di qualcuno. Se il mondo scivola, se i conflitti lontani si avvicinano, se in casa si alzano i toni, resta a noi dire e fare ciò che è necessario, confrontare i presunti mali, vedere nell’arricchimento di alcuni la povertà dei tanti. Da oltre 70 anni questa parte del mondo è in pace (o quasi perché la ex Jugoslavia dimostra che di facile e scontato non c’è nulla) ma questo è accaduto perché la cooperazione era più importante del conflitto, abbattere i muri più importante che erigerli, crescere e rispettare più importante che chiudersi e prevaricare. Cambiare strategia e approccio porterà conseguenze, i rumori sono tutt’attorno, ma davvero vogliamo barattare la nostra civiltà con lo scontro?
Rispondetevi e non dite che non ve l’avevo detto.

ma che vita è

Giornate tessute di pessimi caffè,

di scortesi disattenzioni

e singulti d’amore sciolti nel ricordo.

Non sogno più, hai detto,

e la bocca ha rivelato una pena.

Non sogno più è dire che il nulla è entrato,

che i passi sono trascinati in ciabatte,

e così anche il sorriso si liquefa,

diventa una piega che non parla con gli occhi,

come dirsi buongiorno senza un augurio,

così per abitudine, priva d’attenzione.

Eppure da qualche parte rimane la speranza,

anche se ora arranca smarrita.

Ti cerca, come negli anni migliori,

ma siamo tutti confusi,

prostrati da regole di cui abbiamo perso scelta e nozione:

c’era qualcosa che doveva far bene,

e ne saremmo stati felici,

il possibile e quando il caso voleva,

ma poi il caso è sparito, nell’indifferente attesa

e con esso le felicità,

chiuse in tempi sempre troppo brevi.

Per questo se la notte non dormi

i sogni non proseguono nel giorno

e davanti ad un distributore di pessimi caffè ti chiedi:

ma che vita è?

super stizioni

È come un annodarsi d’intestino, qualcosa che deve sbrogliarsi dentro per lasciar liberi. E bisogna convincersi del disannodare con leggerezza e arguzia acuminata: vedi non è così, non accade ciò di cui hai paura perché è solo (solo?) una paura. Gli specchi non si rompono quasi più, eppure resta un senso di franto che investe l’anima. Il corpo, lo stesso corpo ne è scisso in più parti, come le membra fossero tirate da coppie di buoi in direzioni opposte e il ritrovarsi a pezzi fosse ricomposto con chirurgie maldestre.

Perché ricomporre e non comporre? Cioè accettare il nuovo che si è creato per rifletterci meglio prima di assemblare nuovamente. Gran parte del tempo lo passiamo a ricostruire, come se il prima fosse stato un tempo intrinsecamente felice e solo il perfido aggregarsi di contrarietà ne avesse determinato la fine. Silenziosa o esplosiva. Nel rompere del mito, ovvero in ciò che ci ha contenuto, lo specchio, c’è la rottura del sé: l’identità franta. In un prima, dove eravamo interi e poi invece, divenuti tanti, più piccoli, incoerenti, taglienti alle dita, ma soprattutto allo spirito. E se fosse proprio il frangere che permette la composizione di un sé a dimensione propria? Dai pezzi che riflettono, rifiutando la geometria di linee ritte e portati su più luoghi trovare una immagine che assomiglia. Non quella che tira indietro la pancia, mostra la rotondità delle labbra, scruta le pieghe del volto, indaga quello sconosciuto che sta guardando verso di noi, ma qualcosa di più piccolo, spigoloso e irregolare, frutto di una rottura paradigmatica che genera o rottami incoerenti, oppure l’alterità misconosciuta. Anche la ricomposizione dell’immagine attraverso i pezzi avrebbe una verità ulteriore, ovvero la dimostrazione che non è l’unità il punto di arrivo, ma il suo riconoscimento nella molteplicità. Io sono questo e anche altro, mi riconosco in ciò che vedo di me e la mia sintesi è apprezzare le diversità, farne un poligono di forze che genera equilibri dinamici.

Il mondo virtual-reale è fatto di miliardi di immagini, scritte o fotografate che continuamente rappresentano, narrano storie, mostrano identità subito cancellate dalla successiva. È stata creata la più grande discarica di sé mai inventata nella storia dell’umanità. Frammenti. Simboli che sanciscono inizi e conclusioni continue. Si strappa la fotografia dell’ex amato, la lettera (la mail) a lui indirizzata e guardandosi allo specchio si pretenderebbe di essere uguali, oppure di riconoscere la tristezza in ciò che viene riflesso. È una rappresentazione, una approssimazione del sentire ciò che ci si para davanti, mentre la tristezza sarebbe ben riconoscibile in ciò che strappiamo e cancelliamo. Lì, in quell’immagine protesa c’era già il germe della rottura, cioè una falsa unità, un assomigliare a un’ immagine non propria per accontentare (rendere contento chi si ama).

E se l’immagine non ha più un oggetto a cui rivolgersi perché non dovrebbe riflettere sulla molteplicità e sulla solitudine che accompagna l’uomo? Noi cerchiamo l’unitarietà perché pensiamo che in essa ci sia un ordine di natura, un’innocenza perduta, una pace in cui il conflitto esteriore non ci sia e con esso il conflitto interiore. La notizia cattiva è che quell’unitarietà e quell’ordine non c’è mai stato, la notizia buona è che con fatica ci si può liberare dal conformismo che ci vuole ad immagine di qualcosa che non siamo noi. Pensiamoci in quest’era di falsità globalizzate, lo specchio che si frange è ora l’immagine buttata e in questo noi possiamo vedere la ricerca di ciò che siamo davvero oppure la nostra irrilevanza quando ci mostriamo. E siamo irrilevanti quando non siamo noi stessi, quando l’immagine è quella unitaria di uno specchio che distrattamente non ci trattiene per carenza di dialogo. Gli specchi rotti li abbiamo dentro e su questo possiamo decidere se essere o assomigliare ad altri, se comporre o ricomporre. Un insegnamento viene dal mito, ciò che si rompe non è più come prima, comporta un passo avanti, mai indietro. E l’essere differenti è un male se si è in un mondo in cui tutti si conformano oppure diviene la spinta verso il cammino, la solitudine di chi cerca un luogo in cui riconoscersi.

C’è un mito ulteriore su cui vorrei attirare l’attenzione. Qualche giorno fa parlavo di architettura e di un progetto di una casa che a suo tempo mi colpì, E-1027, di Eileen Gray. L’autrice, che di scomposizioni interiori se ne intendeva e le mostrava nel proprio creare, diceva che in quella casa era possibile trovare la solitudine pur restando tra altri. Provate a pensarci quanto questo archetipo dell’essere soli e socievoli, ci accompagni, come bisogno del comporsi a fronte di una scissione esterna, una sorta di non io obbligato. La stanza tutta per sé di Virginia Woolf, le solitudini dell’uomo senza qualità di Musil, il mondo di Orwell, la musica dal ‘600 in poi, la poesia come liason tra il dentro e l’universale, tra l’additare e il sentire. Insomma c’è un bisogno di essere con sé che si esprime attraverso desideri, e questi sono i pezzi di quell’unitarietà che può essere composta solo accettando che ci siano più immagini, che questa sia la condizione per vedersi davvero. Poi come ci vedono gli altri importerà meno, ma almeno non sarà la costrizione a non assomigliarci.

rileggere il giovane Holden

c’era qualcosa come un milione di ragazze sedute e in piedi che aspettavano di veder arrivare quello con cui avevano un appuntamento. … Era un gran bello spettacolo, non so se mi spiego. Per certi versi era anche un po’ deprimente, perché ti chiedevi che fine avrebbero fatto tutte quante. Una volta finita la scuola e l’università, dico.  Ti immaginavi che quasi tutte avrebbero probabilmente sposato un cretino. Uno che parla sempre e solo di quanti chilometri fa la sua stupida macchina con un litro. Che se la prende e fa i capricci come un bambino se lo batti a golf, o anche solo a un gioco stupido come il ping pong. Uno di quelli veramente cattivi. Di quelli che non leggono mai un libro. Quelli noiosissimi…  

A quel punto la vecchia Phoebe ha detto qualcosa…

“A te non piace mai niente di quello che succede.”

Mi ha fatto sentire ancora più depresso, dicendo quella cosa. “Ma sí. Sí, invece. Certo. Non dire cosí. Perché diavolo devi dire cosí? … 

Cosa si prova rileggendo il giovane Holden dopo 40 anni? Di aver sbagliato tempo allora e anche ora. Oppure che è accaduto tutto quello che poteva accadere e non è accaduto tutto quello che poteva accadere. Allora lessi il libro che già ero all’università e c’era talmente tanto attorno che ribolliva che Holden poteva essere un adolescente americano, di famiglia ricca, con molte domande ma anche molta confusione. Neppure a me piaceva quello che succedeva, ma cercavo insieme a molti altri, di cambiarlo. La differenza era il molti, mentre Holden era solo. Così lo leggevo non come romanzo di formazione ma come un bel libro e mi colpiva il lessico, il modo di scrivere così al limite tra un dentro e un fuori dove tutto era immediato e si sentiva e diventava una cosa oppure il suo contrario per sbalzi d’umore. Come accadeva a tutti, ma lí sembrava fosse meno strutturato, che ci fosse una confusione ancora più confusa di quella che sentivo e per traslato pensiero, immaginavo sentissimo tutti. Però era una confusione operosa che s’inabissava dentro e nella società, che la scomponeva, ne usciva con le mani piene di organi pulsanti e caldi, prima nascosti e silenti. Sembrava che da questa dissezione ne venisse un nuovo corpo senza costrizione, e quindi senza noia e depressione. E le ragazze, certamente aspettavano un amore, ma noi non saremmo mai stati noiosi, né cattivi. E avremmo letto tanti libri e ce li saremmo passati. Avremmo condiviso, senza ruoli. Noi eravamo molti, pensavo, e non lo capivo ancora, che anche noi eravamo soli.

Così mi pareva, e pensavo anche che mi piaceva un casino, come scriveva questo Salinger. E pure che era un eroe romantico della scrittura, perché dopo il successo si era inabissato in una di quelle cittadine che costellano gli Stati Uniti, chiuso in un anonimato da cui emergevano frasi come: “Non pubblicare mi dà una meravigliosa tranquillità…Mi piace scrivere. Amo scrivere. Ma scrivo solo per me stesso e per mio piacere.” Quindi continuava ad esserci, a pesare nelle citazioni del vissuto comune, quasi senza libri. Sí c’erano i due che ancora giravano da Einaudi, ma che non facevano lo stesso effetto del giovane Holden. Insomma un grande.

Così pensavo allora. E adesso?

Adesso mi chiedo che fine abbiano fatto tutte quelle ragazze, cosa sia accaduto nel frattempo. Se siamo davvero tutti incattiviti, se la noia ci abbia devastati e se siamo ritornati soli da molti che eravamo. Ho pensato, rileggendolo, a me e a noi. Lo posso dire con le frasi che seguono, ma in fondo poi evocherò una parola che in Holden non c’era e che pure da lui mi viene.

Era come se l’aria, dentro uno strumento appena più piccolo di ciò che serve, fosse insufficiente e quindi essa stessa trattenuta dall’esprimere appieno. E così mancava la sfumatura, la densità d’un pezzo d’ombra, la fine di una frase che precipitava in una parola senza seguito: era il divenire potenziale che si tratteneva, ciò che voleva liberarsi da noi e correre o fermarsi, dire o stare in un silenzio così vigile e profondo da essere solo occhi. Incompiuti per un’inezia.

Accade ogni qual volta si scopre l’inadeguatezza dello strumento e invece la percezione cresce e si fa più esigente e sottile. Come non ci assomigliassimo mai appieno, e al colore mancasse un riflesso, alla luce una nitidezza e il nero non fosse ombra ma un buco che risucchia il tempo. Così diventa chiara l’ipocrisia, il modo di dire che nasconde la superficialità, e per noi l’impossibilità di dire tutto quello che vorremmo appena si vede un lampo di noia attraversare gli occhi. E tutto allora sembra imperfetto, salvo il genio, che è talmente alto da parlare altrove, con altre parole. Le stesse che noi riconosciamo giuste, e che sono anche nostre, ma non le abbiamo pronunciate a tempo e così è rimasta un’impressione balbettante di noi, che agli altri ha solo generato un giudizio, ma a noi ha causato una ferita profonda: l’impotenza di essere davvero ciò che siamo. 

Holden era un giovane che provava a essere grande e se stesso assieme, e faceva fatica. Come tutti. E la parola che da lui mi viene è: incompiutezza. Capire, accettare, spostare in avanti l’incompiutezza, altrimenti tutte le vite sono sbagliate e tutto è stato una corsa cieca. Tramutare quello che non piace, in domanda su di noi e non farci inutilmente del male. Questo mi diceva Holden riletto e riamato. E penso che quelle ragazze siano andate via e poi tornate. Sempre ragazze. O almeno lo spero.

“Io abito a New York , e stavo pensando al laghetto di Central Park, quello vicino a Central Park South Chissà se arrivando a casa l’avrei trovato ghiacciato, e se sì, chissà dov’erano andate le anatre. Chissà dove andavano le anatre quando il lago gelava e si copriva di ghiaccio. Chissà se arrivava qualcuno in furgone che le caricava tutte quante per portarle in uno zoo o chissà dove. O se volavano via e basta. “

(J.D. Salinger. Il giovane Holden, p.16, Einaudi Super ET trad. Matteo Colombo 2014)

chi abita il corpo?

Una macula infinitesima. Un’imperfezione della retina dovuta al troppo uso. Così è nata una piccola moschetta inesistente, che raramente vola nell’angolo del campo visivo.

Come un fantasma, si prende l’attenzione inquieta, del vedere e poi perdere nozione. Accade anche quando ci si guarda dentro e per un attimo, un solo attimo, tutto diventa chiaro, salvo poi perdersi e sparire nei piccoli gorghi di cui è costellato il mare al limite del cosciente. Tornerà, sia la moschetta che la percezione assoluta. E il pensiero assieme agli occhi torna sulla pagina. 

Quando ci sarà la tecnologia necessaria, quel puntino che vola sarà un pixel bruciato: anche adesso con 7 si può cambiare il sensore, se è in garanzia…

Importante è la misura che il nostro corpo ci propone.

La sera ci si propone di perdere cinque chili. Perché?

Abbiamo parlato con chi abita il corpo?

Già, chi abita il corpo sembra sia solo il cervello, anzi neppure quello ma quel pizzico di coscienza che va spesso per i fatti suoi. Di sicuro lo fa quando si dorme, ma spesso anche da svegli. E invece, di tutto quello che sta sotto la cute ci si occupa come di un inquilino moroso, quando dà segni d’insofferenza per lo stato della casa.

Facciamo un conto: ho un sacco di organi collegati, una macchina piena di display e di segnali, un sistema simpatico (ma molto indipendente) che governa gran parte delle cose e il tutto abita dentro di me in silenzio. Forse perché non parlo mai con nessuno. Mi occupo della coscienza, raramente del sauro che alberga al buio nel profondo, ma a tutto questo sommesso sferragliare non concedo il bene della mia comunicazione. Non alle 206 ossa che esigerebbero un dialogo singolo e neppure alle 68 articolazioni. Eppure c’è stato un momento in cui ho scoperto che esistevano, è stato con una caduta importante e la riabilitazione. Per due mesi si svolgeva un rito molto fiducioso, nudo, steso, pancia sotto, avvertivo che le mani che stavano estraendo risposte da muscoli e articolazioni riaggiustate stavano parlando con qualcosa che avevo sempre trascurato. Non era un massaggio piacevole, era un dialogo tra parti che riemergevano. Alcune mi sembravano risentite di essere state chiamate dopo tanta trascuratezza, altre più docili, si prestavano a funzioni nuove. In quei mesi, mi promisi di riprendere il discorso, poi le cose andarono diversamente. Subentrò nuovamente la violenza con cui si chiede a noi stessi e a chi ci abita, di fare le cose.

Però mi ero convinto che, come per la coscienza, per la fantasia, l’acume e la memoria, ci fossero altri con cui stare in compagnia. Chieder loro come stanno, ma soprattutto cosa vogliono. Nei miei dialoghi con i coabitanti capivo che il linguaggio era essenziale, che c’era bisogno di calma reciproca e che soprattutto era un dialogo a due. Per questo – pensavo- ci si stende, si chiudono gli occhi e si ascolta. E anche se all’inizio non sembra arrivare nulla, ma in realtà poi ci sono segnali, piccole richieste. Capivo che i miei compagni erano modesti e alacri, che facevano tutto quello che potevano e anche più, ma se dovevo perdere cinque chili dovevo parlare con loro. Cioè non bastava togliere, bisognava aggiungere, dare, fornire un significato: cosa vuoi che interessi al fegato la mia bellezza, eppure senza la sua collaborazione la superficie soffre, dentro nasce un putiferio, i suoi amici si rivoltano, quindi dovrei discutere con lui non della bellezza ma di un nuovo equilibrio. Quello che è strano è che si parla con soggetti enormemente tolleranti, flessibili, che si adattano e si conformano purché gli venga fornita una ragione valida.

Serve una ragione valida e un discorso che ascolti. Poi anche i desideri saranno esauditi, le passioni introjettate ed esaltate, e non sarà un discorso tra macchine ma tra soggetti.

Chi abita il corpo? È una domanda rara, ma se si pone è una continua scoperta.  Basta qualche minuto al giorno, non per placare un urlo, ma per ascoltare chi c’è. Anche se tutto funziona lo stesso, si fa movimento, si mangia con attenzione o si eccede in allegria. Senza un obbiettivo che oltrepassi la curiosità di capire, di collegare, solo per  accogliere il corpo come i pensieri. E partendo dall’ignoranza, che è la migliore condizione, ascoltare e dialogare. Pensando che solo noi possiamo fare questa esperienza ed è un peccato vivere senza farla.

il giorno dopo

Se qualcuno mi ha letto sa per cosa ho votato. Serenamente e con convinzione. Non ero tra quelli che votavano no e speravano vincesse il sì, proprio volevo che la Costituzione non fosse cambiata in questo modo. Dovrei pentirmene? Essere triste perché la mia convinzione ha vinto? Non lo sono. Mi preoccupo della situazione politica da molto tempo, non è una novità sapere che il partitismo italiano si è trasformato in altro da quello che c’era al momento del varo della Costituzione. Sono anche conscio della scarsa qualità della classe dirigente italiana, che produce troppe leggi, di poca qualità. Ci sono cerchi ristretti di potere, è stato fatto l’elogio delle oligarchie da Scalfari, ma il metodo di selezione di esse è più la conformità che l’indipendenza dei singoli. Manca un progetto generale che riguardi il futuro collettivo e sembra che il problema stia nella governabilità. No, il problema sta nella gestione del potere e nella risposta che il governo e il parlamento danno ai problemi reali e urgenti. Questo è il prodotto del leaderismo e del piegare i partiti, luogo di discussione di sintesi, ad esso. I partiti dei leader si sono staccati dalle periferie del Paese. Tutte. E queste ricambiano  con una avversione crescente per la politica. Ma i partiti non riformano se stessi, non riformano la gestione del potere che appare smaccatamente sbilanciata verso chi più conta. No, piuttosto chiedono all’elettorato di modificarsi, di cedere quel poco di controllo che ancora possiede. E qui scatta la reazione. Poi le componenti che essa contiene sono differenti, bisogna tener conto che in politica non esistono i vuoti e non esistono azioni prive di una reazione, per cui in un voto che ha un oggetto preciso confluiscono componenti emozionali importanti. Per questo è sempre delicato sollevare emozioni che non si sa bene come controllare. È il caso dell’antipolitica generata dal dileggio nei confronti della casta di cui solo gli altri fanno parte, oppure la personalizzazione di un processo collettivo di formazione delle leggi, che portano sempre a reazioni diverse dall’oggetto su cui si decide.

Oggi ho visto molti commenti sul risultato referendario, ne ho ascoltati tantissimi, poco si parlava dell’oggetto del referendum e del fatto che la Costituzione non muta e del perché non muta. Si parlava dell’incertezza politica, dei riflessi economici del voto, del discorso del premier sulla sconfitta, del partito democratico, delle cattive compagnie di quelli del no, ecc. ecc.
Ci sono quelli che hanno votato sì ma l’hanno fatto per altri motivi che ora recriminano con quelli del no, non ascrivibili alla destra o al m5s. Gli dicono che sono irresponsabili, che non dovevano votare sul quesito referendario ma sul fatto che Renzi si dimetteva. Nessuno del sì, che abbia detto sinora che forse il metodo per riformare la costituzione era sbagliato, che i professoroni forse non erano tutti deficienti, che i gufi magari non erano veloci ma un po’ più saggi visti i risultati, che c’è un modo alternativo al fare politica mettendo alla porta i tuoi compagni di strada se non la pensano come te.
Nessuno che abbia detto che per fare una modifica importante della Costituzione forse serve uno schieramento ampio e non una maggioranza variabile (a dire il vero l’aveva detto anche Renzi in fase costitutiva del Pd, in riferimento alla riforma Prodi sul titolo V, tanto che era stato inserito nella carta dei valori costitutiva del Pd), nessuno che dica bisogna ricucire lo strappo di 7 mesi di campagna elettorale violenta e divisiva, per avere un futuro comune.
Nessuno che si chieda perché Berlusconi, quando la sua riforma costituzionale non dissimile da questa fu bocciata da un referendum, non abbia sentito la necessità di dimettersi. Forse che gli interessi del Paese erano più presenti a Berlusconi? Non credo, però nessuno dice che aver caratterizzato così tanto una campagna referendaria corrispondeva anche a un giudizio non nel merito ma personale. Ecco, io credo che lo statista, soprattutto di sinistra debba avere più a cuore il futuro del Paese che non quello proprio. Soprattutto se è segretario del partito che ha una schiacciante maggioranza alla camera e una possibile maggioranza in senato.
Ho ascoltato il discorso del premier stanotte e non ho sentito un ripensamento di fronte all’esito, ho sentito i ringraziamenti a quelli che hanno condiviso la sua battaglia e il silenzio sui cittadini che hanno pensato altrimenti. Ma un capo di governo con una maggioranza in parlamento rappresenta tutta la nazione, non solo una parte e questo fa lo statista a differenza del presidente pro tempore.
Credo che siamo davanti a una scelta tra chi pensa in modo differente dalla destra e dal m5s, ovvero si riconosce ciò che è avvenuto e cerca di capirne le ragioni e chi invece resta nel suo recriminare. Posso capire che si debba elaborare una sconfitta, ma non è attaccando l’avversario di un giorno che questa diviene una vittoria, anzi il problema è proprio quello di superare la bocciatura cercando nuove soluzioni. Vedremo se sarà così. Non c’è nessun sogno infranto, ma una realtà da gestire e un Paese diviso.

E chi ha condotto il Paese a una scissione tra il chi è con me e il chi è contro di me, dovrebbe rendersi conto che la grandezza è nell’unire non nel dividere.

‘900

Con la morte di Fidel Castro, finisce il novecento perché ci è nato. I millennials non l’hanno nemmeno assaggiato questo secolo breve e lunghissimo. Sono finite le ideologie, non tutte, è rimasto il capitalismo. Sono finite le passioni pubbliche, collettive, annegate in piccole pozzanghere di soggettività. È emersa la solitudine, il dominio della tecnologia, l’eclissi della conoscenza. La politica rimane sempre più nuda e si inchina alla finanza, ai poteri forti e senza nome.

Un oceano di parole investe ciascuno di noi, connessi, non si sa a cosa e a chi. Sempre più virtuali e disperati in cerca di fisicità che durino, che abbiano un senso si è prigionieri del presente. E il nuovo stranamente soccombe davanti al vecchio che comunque un’ impressione di solidità l’aveva. Il sogno era coniugare le libertà individuali con quelle collettive, fare della terra un mondo di possibilità e portare la serenità nella politica. È questo il dio che è fallito: il pensiero di un destino collettivamente positivo e individualmente felice.

Con Fidel Castro finisce la generazione del ’68, finiscono le battaglie per le libertà altrui, subentra la consapevolezza che le proprie sono precarie quanto mai, che il mondo si avvia verso una stagione fatta di contrapposizioni e di muri. Colpito a morte il romanticismo finisce con le sue deviazioni sanguinarie; un acuto si è levato nel teatro, è stata cantata un’ elegia dell’uomo, del primato dell’ideale, della libertà, ma la platea era vuota. Che faremo senza passioni, se i cuori non batteranno più forte resterà solo la commiserazione. In fondo il ‘900 è stato il secolo delle grandi vittorie dei piccoli contro i giganti, è stato il secolo di Stalingrado, del Piave, della battaglia d’Inghilterra, dei pacifismi e delle suffragette, dei maquis e dei partigiani. È stato il secolo degli anarchici a Barcellona, della resistenza a Praga e a Budapest, delle disselciate strade di Parigi. Un resistere e riprendere fino alla vittoria spinti da cosa, se non da un ideale collettivo, sbagliato, crudele, ma forte e saldamente poggiato sull’idea che il futuro migliore e di tutti, era possibile. La lunga battaglia di Fidel Castro esemplificava questa vittoria dei molti, del popolo, contro la dittatura. Non era forse romantica la vita del Che, quella dei descamisados che finito il compito in patria, andavano in Bolivia o in Angola a portare un progetto di liberazione?

Molte idee erano sbagliate, ma i dittatori del ‘900 non sarebbero stati sconfitti se quelle idee non avessero tenuto. In fondo le dittature erano anch’esse figlie di quel secolo che compiva la glorificazione della borghesia, del capitale e della tecnologia applicata alla guerra. Nascevano dal connubio tra una visione dello stato e dei popoli che prometteva benessere e ordine, terra e sangue, ma usando l’arma della conquista, portando la differenza e la superiorità degli uni rispetto agli altri nel dna del potere e facendone una volontà di potenza. Il ‘900 ha contenuto i contrari, le idee si sono espanse sino a entrare in conflitto con le coscienze. Spesso, hanno vinto le seconde producendo nuove idee, nuove provocazioni. Quando gli assiomi delle ideologie penetravano davvero nelle menti, si generavano gli anticorpi e altre passioni accompagnavano la distruzione dei paradigmi delle prime. È accaduto ovunque, dalla politica alla scienza, dall’economia ai diritti individuali, dalle libertà formali a quelle concrete. Poi il secolo si è affievolito, la libertà ha cessato di infiammare i cuori sostituita dal benessere, le grandi scoperte sono diventate meno decisive della tecnologia, la stessa ragione si è relativizzata ammettendo come prassi l’ossimoro.

Siamo individui e popolo, ma non attraverso un processo di coscienza, bensì insieme con una prevalenza schiacciante dei primi: una somma di individualità concorrenti. L’umanità è divenuta essa stessa terreno di battaglia per l’individuo, una guerra permanente di tutti contro tutti. Con le passioni che s’assottigliano, anche i sentimenti diventano più precari: oggi ci si infiamma per l’uno, domani per l’altro e non parlo di amori ma di una precarietà del campo in cui si è. L’anomia, troppo spesso evocata nel finire del secolo, ora è parte integrante del processo che tampona l’isolamento con l’illusione del virtuale. Se ho tantissimi followers mi acconcio a loro, li devo tenere e mi adeguo al loro pensiero medio. Esattamente come fa in continuazione la politica e l’economia consultando le tendenze, le attese, le mode, intese come atteggiamento prevalente. All’umanità e ai suoi bisogni collettivi si è sostituito (sinonimato) il mercato, che ci vuole singoli, interagenti con l’oggetto del desiderio, mutevoli per necessità produttive. L’io si esprime nella scelta oggettivata e infatti il successo di mercato è il risultato di una lotta che piega i flussi di pensiero verso le cose. Le passioni hanno a che fare con i bisogni e né le une né gli altri possono essere mai completamente soddisfatti. In fondo è la loro bellezza perché inesausti spingono l’uomo in avanti. I desideri si saturano nella soddisfazione, digeriscono e si trasferiscono verso un nuovo pasto che dev’essere a breve per esigenze di produzione. I corpi perfetti praticano la bulimia del desiderio e non lo mutano in passione, si occupano del puntuale e non del contesto.

Finisce il romanticismo, il ‘900 breve e cruento, finisce un’epoca. E noi come vivremo nell’età senza orizzonte?

Hasta la victoria siempre comandante Fidel. 

urbano morbido e scabroso

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La sera scende presto e con essa il freddo. Chi cammina affretta il passo, non c’è più il conversare lento dell’estate e del primo autunno. La città può essere morbida o scabra, dipende dallo sguardo e dagli altri sensi cooperanti. Procedere per coppie di contrari aiuterebbe a vedere l’altro lato dell’evidenza, ma è fatica. Eppoi quanto influisce lo sguardo, quest’aria così limpida e colorata d’artificio? 

C’è una conseguenza nelle cose fatte, pensavo, che si cela tra i ricordi. Nei fallimenti ci sono ferite di cui non si vuol vedere la profondità, ma se ne sente il dolore sordo. Oltre la cicatrice. La cicatrice si esibisce, la si racconta, ma non il resto. Le viltà, le paure risolte ne diniego, i danni collaterali di ogni battaglia che si racconta vinta. In qualche modo, vinta. Non ci si accetta mai per davvero e la macchina del mutare ciò che è stato, rende morbida, quasi gloriosa, la percezione dell’errore. Che tale non era, inizialmente, ma lo è diventato vivendo. Uccidendo e alterando ciò che è accaduto davvero. Come se chi si perde avesse una colpa, dovesse rispondere a un genitore severo che chiede conto della propria paura, del tempo buttato, della fatica impiegata per ritrovarti.

Anche nei successi accade. Sono spesso solo una diversa modalità del fallire e lasciano una sensazione di vuoto onnipotente dopo il riconoscimento. Ci si rende conto che ognuno di quelli che avevano plaudito, aveva un motivo. Per questo si è soli. Alla fine. Come nel fallire. Però non si ha freddo, la casa è calda, le persone ti salutano.

Ma perché è così? 

C’è un bisogno incredibile di ordine nella città. Forse è la serenità che manca. Oppure l’equilibrio. Quest’aria insolitamente limpida evidenzia geometrie che si sovrappongono. Finestre chiuse da mattoni e intonaco hanno lasciato traccia sui muri. Dove c’è pietra, dapprima ci si sporgeva oppure si guardava da quelle finestre. E si riceveva luce. Poi qualcuno aveva spostato muri, aperto nuove visuali. E chi c’era, se n’era andato avanti. Aveva deciso di cambiare. Con il sapere amoroso accumulato, i sentimenti ordinati e disordinati, aveva bisogno di un diverso vedere. Nel disordine c’è passione, avrà pensato, e così l’ha frenata attraverso l’ordine nuovo. Si è chiusa una vista e impostato un diverso modo di vedere la strada, il giardino. È sembrata una spinta al soddisfacimento di un nuovo che si era affacciato dentro, costretto o meno era anch’esso un fallimento del prima e un successo del presente.

C’è un bisogno immotivato di ordine nella città. Ci si stupisce volentieri nelle case altrui di ciò che confonde. Si cerca il colore, la diversità in altri luoghi, ma non vicino a casa dove fa rumore o dipinge i muri. C’è un successo che si sovrappone al fallimento, dentro di noi, che rende intolleranti. Sopprime la curiosità, chiude le braccia a difesa della casa interiore. Ed esonda nello spazio prossimo: dove si vive, si è.

Il mio ordine è l’ordine, ne ho bisogno per capire da dove entra il dis-amore. Non mi sento sicuro se le cose non sono a posto. E così rinuncio al tempo. Sacrifico sull’altare di un ordinato presente il vaporoso magma di scelte che porta con sé il tempo. Non potrei fare altrimenti, ci devono essere punti di ancoraggio. Vie diritte e cartelli che indichino i luoghi. Non posso vivere nell’anomia. Essa è il teatro del fallire, del non essere riconosciuti, dis-amati. Sapessi quante solitudini si sono chiuse nell’ordine, quanto esteriore ha sostituito l’interiore. Ne abbiamo bisogno per ancorarci a qualcosa. L’ordine è diventato l’altro nome dell’innocenza, espressioni asintotiche di un essere che non si raggiunge, che non trova equilibrio. Se fossimo in equilibrio saremmo allegramente indifferenti alla paura. E invece è la paura che ci tiene assieme.

Morbida è la mia città interiore. Ordinata e conseguente a ciò che sento. Scabra è la città che mi urtica la pelle, che non tiene conto della mia fragilità, del confine labile tra fallire e riuscire. È una città che può ingigantire indifferente, la mia solitudine. Le città ideali del ‘500 erano piene di sole, rassicuranti nelle geometrie e dell’occhio del principe. C’era un confine netto tra il disordine delle vite e l’ordinato fluire del potere. In esse si sacrificava la libertà dei molti a servizio di quella dei pochi. Ed erano vuote, desolatamente belle e vuote. Anche adesso è così? Ci viene chiesto di ordinare le libertà, arginare il disordine interiore, trovare un equilibrio estetico che aiuti a confermare il proprio potere sulle vite? Forse è per questo che ci svuotiamo del caos, delle passioni in cambio di una sicurezza che non appartiene. E neppure c’è. È solo vantata. Giustificazione di un fallimento, di una paura così grande da escludere. 

Le periferie sociali non sono gradite, soprattutto in centro. 

l’amore al tempo dell’incertezza

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Ne erano nati degli altri. Sott’acqua. Prima timidi accenni, come a tastare attorno la possibilità di crescere. E di essere individui completi pur facendo parte di un ceppo: uno e tanti assieme. Poi i nuovi getti, rinfrancati, puntavano verso l’alto con una gioia trasfusa in quel verde limpido che solo l’acqua riesce a estrarre.

Lei mi aveva detto che in un articolo, pubblicato in qualcuna delle riviste scientifiche americane che seguiva, c’era la conferma della presenza di neuroni vegetali. Quindi un sistema parallelo che percepiva, elaborava, reagiva agli stimoli, forse parlava con le altre piante quando le propaggini dell’ una evitavano di intralciare l’altra. Un ordine segreto contro la confusione che impediva di crescere, che dava e toglieva energia, esponeva alla luce oppure occultava. Un lavorio di stimoli che consideravano naturale la condizione dell’immobilità relativa e quindi dovevano sviluppare alternative per l’incontro o la difesa.

Questa era l’incertezza, ovvero percepire, elaborare, vedere l’occasione e il pericolo, eppure essere immobili. Sentire l’amore che nasceva e non sapere se fidarsi di farlo crescere o meno, in una condizione di società vischiosa, senza orizzonte lungo e quindi scevra di speranze. Non era questa la scelta nel relativo, ovvero far nascere e considerare da subito l’idea che finisse sentendo già il peso dell’ uccisione dell’amore. E non era questo finire dell’ amore uno strappare la possibilità con le sue radici, impedendole di essere realtà?

Altrove accadeva qualcosa, questo era certo, ma cosa? Comunque c’era chi si lasciava andare a facili entusiasmi, chi sviluppava superficiali alternative, chi, ancora, semplicemente si fidava perché non poteva fare altrimenti. Era tutto così complicato e semplice. Come per una pianta l’essere in balia di uno stupido animale brucante questo generava un’accettazione del presente. Solo il presente.

Il tempo dell’incertezza.

E del passato solo la confrontabilità, utile all’occasione, per rafforzare gli assoluti così relativi da essere circoscritti tra virgolette. Un “per sempre”, un “mai come adesso”, il “mio amore definitivo”. Ed erano così difficili quelle parole che si gettavano in avanti, quasi a rassicurare sé prima dell’altro, da essere pronunciate troppo spesso, cosicché le trajettorie si riducevano, come non avessero peso e si svuotassero nel volo. Poi il passato tornava con grosse bolle di ricordo, ma restava il rammarico e l’automaticità, non la sua capacità di generare futuro. 

Il presente, il piacere, il dis-piacere, ciò che passa e ciò che resta. Come se il tempo fisico si fosse cristallizzato in un perenne adesso, così fragile che qualsiasi evento esterno, fato (?) o casualità, l’avrebbe mandato in frantumi. E il noi con esso. Perché nel tempo dell’incertezza comunque il noi veniva coniugato, l’io era solitudine ed essa era ancora più acuta quando i punti attorno erano indecisi sul da farsi. Franavano e seppellivano oppure smottavano lontano. Per caso.

Leggevo cronache più che racconti. Diari e quotidiano. Oggi mi è accaduto questo, quest’altro, domani ci sarà quello… Non riuscivo a cogliere da questo raccontare, la prospettiva, le speranze, cosa si sarebbe voluto accadesse, come se i desideri si fossero spenti nell’indeterminato desiderio che tutto vada bene. Ma cosa e come lottare perché ciò avvenisse, questo no, non c’era.

La dimensione dell’uomo è il racconto, più o meno analitico, a volte superficiale, ma mai banale per davvero. Mancava questa dimensione. Quando si parla del racconto del presente si dice qualcosa che ha un substrato da cui si alimenta, una cultura, un insieme di convinzioni che generano desideri. E una prospettiva. L’incertezza uccideva la prospettiva. E con essa, l’amore ne soffriva, non diventava passione. Capacità rovente di piegare il tempo verso di sé, di noi.

Avevo ascoltato in una conferenza molto affollata, uno psicanalista junghiano dire, che questa era l’epoca in cui le passioni s’erano spente assieme alle ideologie. Le persone si erano guardate smarrite e poi avevano applaudito. Anche quando aveva detto che i simboli e i miti resistevano, e restavano una riserva per costruire mappe e riferimenti, avevano applaudito. Ad altre conferenze con un altro psicanalista, molto in voga, lacaniano, si erano dette parole diverse. Sembravano ricche di speranza, basate sulla volontà, quasi fosse possibile uscire da soli dall’imbroglio in cui si era finiti. Ad un certo punto, parlando dell’amore e del tradimento, aveva fatto una serie di considerazioni che mi parevano molto legate alla morale cattolica più che alle persone e alla natura dell’amore. Ma in fondo diceva cose di buon senso, sull’attendere, sul posticipare il definitivo. Mi perdevo a pensare che con tre concetti, forse meno, imbastiva una conferenza di un’ora e mezza e c’erano applausi scroscianti. Le persone si alzavano sorridendo. E io capivo che aveva descritto una rotta per l’età dell’incertezza: puntare sul consolidato, su quello che è stabile, riempire i vuoti di buona volontà.  Ma l’incertezza era dappertutto e noi eravamo immobili: lo sentivo questo, lo vedevo, ma al tempo stesso speravo di sbagliarmi.

Serviva una mappa, anche un portolano andava bene, perché solo navigando si sarebbe usciti dall’immobilità. Oppure bisognava rivoluzionare il modo di vedere le cose, non considerare più il movimento come risorsa della speranza, ma partire da ciò che si era e sviluppare nuove capacità di relazione. Nuove sensibilità che percepissero l’ambiente, le sue positività e i suoi pericoli. Questo era rivoluzionario per una cosa apparentemente immutabile come l’amore, aveva bisogno di nuove parole, di nuove certezze e di altrettanto nuove promesse. Diceva che era necessario stringersi quando c’era il vento e la paura, e allargare le braccia per lasciare entrare aria e luce. Diceva che non bisognava sempre sovrapporsi, togliersi spazio, ma che sapere dov’era l’altro era sufficiente perché l’amore fosse vicino. Rivoluzionava abitudini, rendeva semplici cose difficili e viceversa, ma conservava una dimensione del tempo perché l’amore è fatto per durare non per scadere nel presente.

E mi chiedevo come tutto questo potesse entrare in un nuovo raccontare. Perché raccontare è rendersi conto, guardarsi attorno, sentire in maniera così profonda che subentra il traboccare e il trasmettere a chi può ascoltare. 

Me lo chiedevo e guardavo le piante che sembravano aver trovato un nuovo equilibrio, e ne ero contento per loro. E me: si può trarre non poca gioia, e lettura della realtà, dalla cura una pianta.

 

 

 

la corretta pronuncia dell’amore

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Ortoepia  ovvero la corretta pronuncia delle parole, ma tu come pronunci la parola amore?

Tieni la a lievemente chiusa come fa il cuore che, prima di lasciarsi andare, ha un piccolo brivido di paura?

E la emme è tenuta a bada perché non raddoppi d’entusiasmo, perché non corra sulle sue gambine per abbracciare e farsi festa e poi distendersi. Al modo, e con la fiducia, dei gatti, che mostrano sì la pancia, ma non sono indifesi. E sono pieni d’aculei morbidi, di libertà amorose, ma anche di rabbia se vengono traditi. Allora decidi come sarà ma che non sia un glissar distratto verso la vocale.

E la o  che segue, sarà una semplice vocale o un erotico bacio? Un soffio prensile, una meraviglia che si sorprende vogliosa e pronta e non lo sapeva. Ovvero, faceva finta di non saperlo, ma respingeva desideri e attese con lo stesso rastrello con cui li raccoglieva, indecisa e al tempo stesso tentata.

E la erre, s’arroterà come fosse una lingua che non s’accontenta, oppure indugerà nel suono che ha l’aspetto lieve del limone, un dissetarsi tra brividi e un chiudere e aprire come a cercar aria? Quell’aria che solo un certo alito possiede, un certo odore di pelle imprime ed anima un desiderio che già s’avverte nel dire. Ed è un dire muto che è già sentire e attendere il buono, il dolce, il sapido del dopo.

E lafinale sarà squillante oppure quasi afona, tronca come nel richiamo dei poeti? E come la porgerai mentre gli occhi sono attraversati da bagliori languidi, come la terrai per lunghezza di pronuncia? Lunga e dolce come i baci che non finiscono, o ancora breve come l’impazienza che esige d’esser completata?

Perché amore non è una parola che s’ esaurisce in un’unica pronuncia, ma è un filo lanciato per attrarre e unire. Non legare, unire, in interminabili accenti, in variazioni d’infinite semplici complessità e tutte con i loro pronunciare su cui non è necessario investigare ma è sufficiente ascoltare.

Un’infinita varietà dell’ascoltare ciò che quella parola dice e soprattutto, include. Perché l’amore unisce e include e solo questo può essere nella sua felice assurdità.

Esisterà allora una sua corretta ortoepia del dire e del sentire? Ci sarà modo di porre i giusti accenti e così compiere il piccolo miracolo che chi dice e ascolta siano per un infinito momento coincidenti?

La risposta è positiva se ami e non ti porrai problemi perché sai che solo questa è la corretta pronuncia dell’amore.