il giorno dopo

il giorno dopo

Se qualcuno mi ha letto sa per cosa ho votato. Serenamente e con convinzione. Non ero tra quelli che votavano no e speravano vincesse il sì, proprio volevo che la Costituzione non fosse cambiata in questo modo. Dovrei pentirmene? Essere triste perché la mia convinzione ha vinto? Non lo sono. Mi preoccupo della situazione politica da molto tempo, non è una novità sapere che il partitismo italiano si è trasformato in altro da quello che c’era al momento del varo della Costituzione. Sono anche conscio della scarsa qualità della classe dirigente italiana, che produce troppe leggi, di poca qualità. Ci sono cerchi ristretti di potere, è stato fatto l’elogio delle oligarchie da Scalfari, ma il metodo di selezione di esse è più la conformità che l’indipendenza dei singoli. Manca un progetto generale che riguardi il futuro collettivo e sembra che il problema stia nella governabilità. No, il problema sta nella gestione del potere e nella risposta che il governo e il parlamento danno ai problemi reali e urgenti. Questo è il prodotto del leaderismo e del piegare i partiti, luogo di discussione di sintesi, ad esso. I partiti dei leader si sono staccati dalle periferie del Paese. Tutte. E queste ricambiano  con una avversione crescente per la politica. Ma i partiti non riformano se stessi, non riformano la gestione del potere che appare smaccatamente sbilanciata verso chi più conta. No, piuttosto chiedono all’elettorato di modificarsi, di cedere quel poco di controllo che ancora possiede. E qui scatta la reazione. Poi le componenti che essa contiene sono differenti, bisogna tener conto che in politica non esistono i vuoti e non esistono azioni prive di una reazione, per cui in un voto che ha un oggetto preciso confluiscono componenti emozionali importanti. Per questo è sempre delicato sollevare emozioni che non si sa bene come controllare. È il caso dell’antipolitica generata dal dileggio nei confronti della casta di cui solo gli altri fanno parte, oppure la personalizzazione di un processo collettivo di formazione delle leggi, che portano sempre a reazioni diverse dall’oggetto su cui si decide.

Oggi ho visto molti commenti sul risultato referendario, ne ho ascoltati tantissimi, poco si parlava dell’oggetto del referendum e del fatto che la Costituzione non muta e del perché non muta. Si parlava dell’incertezza politica, dei riflessi economici del voto, del discorso del premier sulla sconfitta, del partito democratico, delle cattive compagnie di quelli del no, ecc. ecc.
Ci sono quelli che hanno votato sì ma l’hanno fatto per altri motivi che ora recriminano con quelli del no, non ascrivibili alla destra o al m5s. Gli dicono che sono irresponsabili, che non dovevano votare sul quesito referendario ma sul fatto che Renzi si dimetteva. Nessuno del sì, che abbia detto sinora che forse il metodo per riformare la costituzione era sbagliato, che i professoroni forse non erano tutti deficienti, che i gufi magari non erano veloci ma un po’ più saggi visti i risultati, che c’è un modo alternativo al fare politica mettendo alla porta i tuoi compagni di strada se non la pensano come te.
Nessuno che abbia detto che per fare una modifica importante della Costituzione forse serve uno schieramento ampio e non una maggioranza variabile (a dire il vero l’aveva detto anche Renzi in fase costitutiva del Pd, in riferimento alla riforma Prodi sul titolo V, tanto che era stato inserito nella carta dei valori costitutiva del Pd), nessuno che dica bisogna ricucire lo strappo di 7 mesi di campagna elettorale violenta e divisiva, per avere un futuro comune.
Nessuno che si chieda perché Berlusconi, quando la sua riforma costituzionale non dissimile da questa fu bocciata da un referendum, non abbia sentito la necessità di dimettersi. Forse che gli interessi del Paese erano più presenti a Berlusconi? Non credo, però nessuno dice che aver caratterizzato così tanto una campagna referendaria corrispondeva anche a un giudizio non nel merito ma personale. Ecco, io credo che lo statista, soprattutto di sinistra debba avere più a cuore il futuro del Paese che non quello proprio. Soprattutto se è segretario del partito che ha una schiacciante maggioranza alla camera e una possibile maggioranza in senato.
Ho ascoltato il discorso del premier stanotte e non ho sentito un ripensamento di fronte all’esito, ho sentito i ringraziamenti a quelli che hanno condiviso la sua battaglia e il silenzio sui cittadini che hanno pensato altrimenti. Ma un capo di governo con una maggioranza in parlamento rappresenta tutta la nazione, non solo una parte e questo fa lo statista a differenza del presidente pro tempore.
Credo che siamo davanti a una scelta tra chi pensa in modo differente dalla destra e dal m5s, ovvero si riconosce ciò che è avvenuto e cerca di capirne le ragioni e chi invece resta nel suo recriminare. Posso capire che si debba elaborare una sconfitta, ma non è attaccando l’avversario di un giorno che questa diviene una vittoria, anzi il problema è proprio quello di superare la bocciatura cercando nuove soluzioni. Vedremo se sarà così. Non c’è nessun sogno infranto, ma una realtà da gestire e un Paese diviso.

E chi ha condotto il Paese a una scissione tra il chi è con me e il chi è contro di me, dovrebbe rendersi conto che la grandezza è nell’unire non nel dividere.

9 pensieri su “il giorno dopo

  1. Speriamo mai muoia davvero la fenice, sai che triste il mondo.La fenice della sinistra è contenuta in una parte degli uomini e lì cova la speranza di cambiare il mondo.

  2. Questo succede quando si è troppo pieni di sè, e l’ha dimostrato proprio il giorno del referendum quando è andato a votare senza documento….perché tanto è riconoscibile!!!! Ma la legge vale solo per gli altri quindi???? Personalmente non l’avrei fatto votare!

  3. L’ha ribloggato su Omologazione Non Richiestae ha commentato:
    TRE giorni dopo- Condividere un innno alla poltica come mezzo nobile per unire e risolvere i problemi di tutti. Come una carezza ad un sogno che alcuni di noi hanno e spesso non declamano. Come affermazione di merito per una via diversa ( impossibile?) alla ricerca di un modo decente e proficuo di vivere assieme. Molti motivi per ibloggare!

  4. Ciao Enzo, la speranza è parente degli ideali che scaldano il cuore e la mente. Forse per questo non muore d si rinnova. Noi amiamo la fenice Enzo.

  5. ..e invece il loro motto è proprio: “per comandarli, meglio dividerli” …
    Chi ha votato no ha tutelato tutti, soprattutto da chi, dall’altra parte in un futuro (spero mai) l’avrebbe utilizzata a suo comodo.
    Verranno i tempi che la costituzione verrà cambiata ma da persone serie, capaci di uno sguardo che parta dal più debole.

    Ciao Willy
    .marta

  6. Pensiamo le stesse cose Marta, e se credo che per un po’ la minaccia sia sventata penso anche che non bisogna smettere di vigilare. Oggi, più che in passato, visto che i partiti non esistono più ma tutto si concentra sui leader

  7. Devo dire che anche io ho votato un convinto NO, anche se andai alle urne turbato dal fatto che, nel gruppo eterogeneo del No, ci fosse anche quell’ imbroglione del @peppegrillo ( noto falsificatore di firme in Sicilia, a Bologna e forse anche a Roma … su cui indaga la magistratura ), la nefasta fascista @Meloni(e prosciutti), a braccetto con @Casa Pound, ed il @salvini bardato con mutande verdi agghiaccianti !
    No, io ho votato NO, ma uscendo dalla mia sede elettorale … MI SENTII UN VINCITORE ! 😀

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