presbiopia

Le cose si sono ricomposte seguendo percorsi che stanno sotto la ragione. Fanno sempre così le cose, hanno una loro intelligenza che non insegna. E invece dovrebbero insegnare, diventare coscienza e prevedibilità possibile, non lasciarci spettatori di quello che pare il mare del caso e poi ficcandoci dentro ad esso.

Non sai nuotare, impara…Come servisse saper nuotare se non hai una direzione. Si resta a galla, ci si salva, ma il posto dove costruire non è il mare del caso, è la terra dove poggi i piedi, dove senti, vedi e prevedi.

Le cose si ricompongono, diventano leggibili, ma passa un sacco di tempo e si accumula dell’altro, che a volte c’entra e a volte è solo conseguenza, finché subentra un po’ di calma.

Si penserà, poi, con malinconica meraviglia, a come eravamo, ma avremmo preferito saperlo allora. Insomma nell’adesso, non ci si vede bene. Forse perché ciò che pare realtà non lo è mai davvero, salvo in momenti particolari e c’è bisogno di quiete che non hai, di distanza per vedere bene e non c’è.

Presbiopia. Era comunque diversa la realtà percepita da quella degli altri. Ciascuno ci aggiungeva di suo, ti mostrava qualcosa che sembrava attraente e si mescolava con te, e così le cose avevano punti di vista. Hai mai provato a farti raccontare una cosa che ricordi bene, che hai vissuto, da un altro che c’era? Ne viene fuori qualcosa di così differente che alla fine non cerchi i fatti ma le cose comuni. Ti sforzi per avere uno straccio di ricordo uguale e non è detto che tu ci riesca.  Eppure le cose erano quelle e se le abbiamo vissute diversamente, certamente non si poteva dire allora. Ti avrebbero preso in giro: ma non vedi, ti avrebbero detto, è evidente… Dimostra tu che l’evidenza non è proprio così evidente e comune.

Forse era l’eccessiva fedeltà a sé che travisava. Le convinzioni costruite con fatica, i desideri spasmodici dell’età che mascheravano i bisogni, le notti insonni, i giorni attoniti, le parole eccessive come i silenzi e le offese. Le rabbie, l’incapacità di capire, la presunzione di sapere, la negazione o l’esasperazione dell’intuito, tutto gonfiato in una lente che avvicinava, selezionava, scartava, teneva da conto fatti, cose e sciocchezze marginali. E ora come si è ricombinato tutto questo nei ricordi?

Mah, se si vuole uscire da quella sensazione d’aver sbagliato troppo spesso un particolare che ha rovinato l’evolvere, bisogna leggere o sentirsi raccontare storie di passioni sconcluse da altri. Ascoltare. Lì c’è un confronto con qualcosa che pare d’aver vissuto anche se non è la stessa cosa. E non è la passione per i fallimenti che ridisegna i terreno dei fatti, delle cose accadute, ma la consapevolezza che altrove è accaduto qualcosa di analogo, un ricordo quasi comune che fa compagnia, che toglie l’onnipotenza, la preveggenza, la forza invincibile della volontà e ci consegna a un limite.

Noi siamo un limite, e quando lo capisci, è una cosa che improvvisamente sembra bella, perché non ti sei adagiato, hai continuato a sbagliare, di poco, di un nonnulla e le cose che già erano incastrate nel reale, non le hai perse. Estrai da un sacco il buono che si è composto per capire quello che si ricompone ora. Nel limite, hai fatto, hai portato avanti senza la vista a fuoco e se resta un dirsi nostalgico per l’età perduta, non è per i momenti mancati, perché capisci che ne verranno altri. E sbaglierai, di poco, ancora, perché è la possibilità che interessa non il percorso che non si è fatto e tantomeno quello che non si farà.

antico amico caro

Abbiamo passato notti a fantasticare su cosa ci sarebbe piaciuto essere e diventare. Essere, in quel momento, che pareva sempre incompleto, essere per riuscire a dar sfogo all’ immensa energia che serpeggiava e ribolliva. Essere, per trovarsi oltre l’ apparenza abbandonata in quelle lunghe chiacchierate. Parlando, comunicavamo davvero perché qualcosa diventava urgente, chiaro e possibile. E prima non lo era. Eravamo dentro la nostra determinazione di essere ossimori felici, grandi e ricchi di indecisioni e sfumature. Perduti in un presente e ansiosi di costruire il futuro, nostro e altrui. Quello era il diventare, il sogno ad occhi aperti che diventava urgente e plausibile. A volte mi tornano a mente quei ragionamenti, quella necessità di essere, ora e domani assieme. Si arrossava il viso, parlando, e la testa ribolliva, e ogni difficoltà sembrava sciogliersi, come cera che spandendosi, ravvivava la fiamma. Dicevo che avrei voluto fare il giornalista e lo scrittore e tu mi parlavi del tuo voler essere un chimico che costruiva nuovi materiali. Facevamo le stesse cose, studiavamo sugli stessi libri e le vite si realizzavano nel giorno ma anche nella prospettiva. Quanto rispetto e consapevolezza avevo per le tue doti, per la rapidità nel capire cose che mi costavano fatica e, credo, lo stesso facessi tu con la mia capacità di mettere assieme cose parallele e apparentemente scombinate. Mi chiedevi il nesso di un accostare ardito e discutevi, come io facevo per quanto riguardava un processo oppure una relazione acido/base al limite della comprensione. E quanto in una definizione di valenza, dalla materia e dai legami trasbordava in quel quotidiano che poco si capiva e in cui eravamo immersi. Chissà se i pesci si chiedono del mare e dei suoi flussi oppure se ne lasciano permeare e si formano in essi secondo natura e attitudine.

Attorno accadeva di tutto, ne eravamo partecipi e discutevamo: si sentiva, la necessità di capire cosa stava nascendo perché in esso saremmo diventati altro,  ma non da soli, in tanti.

Eravamo una somma di desideri e di possibilità che, ci pareva, sarebbero stati la nostra generazione e il mondo. Sapersi generazione comportava una gran quantità di novità comuni, di desideri condivisi, cose da fare, idee da pensare, tanto che quei materiali a cui tu pensavi per me diventavano lo zucchero colorato delle sagre, estruso in lunghi bastoncini colorati. Dolce, fragile e continuo, questo era il futuro che nasceva da un presente fatto di parole, di entusiasmanti fatiche senza orari, di scoperte e necessità di raccontare ciò che accadeva per capirlo. Non è forse questa la comunicazione, il dire profondo che interagisce? Eravamo consci di non sapere, felici di scoprire, di avere sogni e un’ energia che correva l’un l’altro, dappertutto. E c’erano gli amori timidi e forti, le tristezze infinite e le gioie immotivate, c’erano le parole difficili da dire e quelle che uscivano incaute ed erano così enormi che poi ci si doveva abituare alla loro realtà. C’erano i sogni di una generazione colma di rivolta e di voglia di fare, c’era un noi che sperimentavano ovunque e ci pareva che solo così potesse essere.

Che ne abbiamo fatto del nostro diventare? Il tuo più determinato si è realizzato a suo modo, il mio ha trovato strade così tortuose che spesso mi ha fatto pensare d’ essermi smarrito. Certo, non ho realizzato il diventare di allora, ma il noi e l’ essere sono rimasti e con essi la voglia di cambiare. Mi chiedo quanto siamo stati utili alle  nostre vite, alle nostre felicità, e quanto a quelle degli altri. Insomma quanto siamo cresciuti tutti assieme e quanto stiamo meglio. Allora sembrava naturale che i figli potessero avere più desideri dei padri, che ciò che a loro non era stato possibile, si potesse diversamente realizzare. E  ognuno aggiungeva a sé, ma anche ad altri, il nuovo. Certo esistevano le stesse invidie , favoritismi, incapacità glorificate in immeritate posizioni. Ma ci faceva ribrezzo e non volevamo assomigliare a quel familismo che pensava al singolo, che toglieva e diventava ingiustizia da combattere. Eppure assieme al rivoltarsi c’erano attese semplici e conformismi, eravamo la coda staccata della lucertola del romanticismo. Forse era questa vitalità indomabile che spingeva a un diverso comune, al cambiare radicale che i padri non capivano, ma che non li eliminava del tutto e non lo sapevano. Nessuno uccideva i padri e però mettevamo assieme la mediocrità e il sublime che sempre accompagna gli uomini con quel noi che c’è ogni crescita comune, gloriosa di piccole cose e cambiamento.  Oggi ho l’ impressione di un noi frantumato, di una Magna carta fatta coriandoli e gettata al vento. Cos’ è rimasto di tutto questo? E senza voler invadere chi è venuto dopo, c’è ancora la smania di capire dove siamo, in quale mare nuotiamo ed esiste ancora, la più grande cosa, che oltre all’ amicizia, ci siamo scambiati allora: vogliamo ancora capire il mondo per quanto possibile e diventare in esso, magari, a volte, felici?

due giorni a cent’anni

Due giorni e le date si sovrapporranno. Neppure il calendario giuliano e quello gregoriano riusciranno a separarle, cosicché destini differenti si presteranno a essere letti, per l’ennesima volta, attraverso le celebrazioni o l’indifferenza interiore. A poco conta quello che avviene fuori se esso non risuona dentro, se non trova corrispondenza, se il passato non rende attive due funzioni, quella della riflessione su di sé e quella del capire cosa accade del futuro.

Le celebrazioni sono la sublimazione delle speranze deluse. Il contenitore di ciò che avevamo capito e non si è compiuto. E in ogni compiersi c’è l’insufficienza della somma delle realtà, il confluire delle forze che piega i rami dell’albero della storia,ma non lo sradica, lo muta alla nostra vista e percezione e quindi in noi. Per questo, e per chi lo sente come evento della storia a cui appartiene, pensare a ciò che avveniva cent’anni fa allo Smolny, a san Pietroburgo, oppure meditare sulla pace apparente del 22 ottobre nella conca di Tolmino, è materia incandescente e viva. È un guardare dentro a un vulcano che generò passioni, un insieme di braccia che presero e trascinarono la storia altrove. Nulla nasce in un giorno esatto, persino le nascite degli uomini sono convenzioni legali, ma c’è un momento in cui il presente schiocca le dita e diventa lo scollinare delle forze che hanno creato l’evento, allora dilaga la realtà e coinvolge e travolge.

Allo Smolny in una presa di potere che passa attraverso milioni di menti e di braccia, vibra e incalza la certezza che il dopo sarà definitivo e migliore per l’uomo. A Caporetto, il Kobarid di adesso, l’attesa è silente, si muove attraverso gambe e menti che si chiedono cosa sia la guerra, che speranze essa contenga, per chi e per cosa, si muore. In entrambi i casi una rotta d’un argine di certezze con qualcuno che irrompe. A San Pietroburgo, chi irrompe è la speranza di un mutamento radicale della condizione dell’uomo, di una pace nella crescita degli -e dell’uomo- finalmente libero dal bisogno. A Caporetto irrompe la volontà di un esercito avversario che vuole chiudere la partita, ristabilire l’antico ordine violato e chiudere da questo fronte una guerra che sta affamando e dissanguando i popoli dell’impero Austro Ungarico e della Germania.

Mancano due giorni a cent’anni, e se si leggono le cronache di ciò che avviene nei soviet, di come si dispongono le coscienze, le parole determinate che infiammano, mi chiedo dove sarei stato, perché questa è la domanda che pone la storia: dove ci saremmo collocati? E a Kobarid, intruppato al posto di un nonno, l’altro era morto due mesi prima poco distante, come avrei reagito alle interminabili attese di un massacro che si consumavano nelle trincee. Le scelte che ci mettono in situazioni non vissute sono solo in parte ipotetiche perché sono le nostre vite che testimoniano dove saremmo stati. Quello in cui abbiamo creduto, il nostro leggere la storia ci colloca da una parte e la rendono cosa viva, ci fanno interrogare non sul dove ma sul quanto. E ancor oggi nel misurare le speranze deluse, pongono il tema del fallire. Ricordare, celebrare per evidenziare la caduta di un sogno non la sua vacuità. A San Pietroburgo si accendeva una speranza che sovvertiva il mondo, quanto di quella speranza, in altre forme, con altri nomi e parole è ancora presente nel nostro vissuto? Quanto vige la necessità di riconoscere nell’altro diritti eguali, trattamenti dignitosi nel lavoro, opportunità comparabili, vite prive dell’assillo del bisogno materiale? E a Caporetto, in quel disfarsi della grande macelleria e dell’Italia, che trovava se stessa nelle domande, nel perché combattere e per chi, non si faceva forse un’altra Italia che si metteva assieme e rifiutava il prima, ma poi trovava in una linea di difesa i modi per essere finalmente un Paese. Come per il Comunismo bisognerebbe capire quanto c’è di San Pietroburgo nella visione personale del mondo, per l’idea di essere popolo, sarebbe necessario capire dove sia la Caporetto in noi e come essa generi una linea di consapevolezza dell’essere uniti da un destino comune. I fatti non sono mai definitivi, ma la storia e gli uomini sono costruiti dai fatti, dietro ad essi ci sono le idee, e più in basso c’è quel fondo di identità dove l’io si confonde con il noi. Ci sono i bisogni innati, la giustizia che deriva da un processo naturale e da uno di civiltà, c’è tutto questo che viene riassunto nell’appartenere. A un’idea, a un sogno, a una forza comune che evolve e che diventa più grande.

Umanità è parola femminile e inclusiva, generante storia, feconda e inesauribile. Umanità era quella che assaltava i palazzi del potere, che dilagava e bivaccava tra ori e lussi inenarrabili pensando alla propria fame trasmessa nei secoli. Umanità era quella che si difendeva sino all’ultimo uomo, che veniva vilipesa da chi era incapace di vederla, che tornava verso valle, lacera, dopo aver lasciato amici, affetti profondi a marcire nel fango. Era la stessa umanità che si ricomponeva dinanzi a un pericolo e nuovamente si riconosceva. Non per la patria e per il re ma per le famiglie, per la possibilità di avere un futuro che non fosse di servaggio. A questo servono le ricorrenze, a misurare il fallimento ovvero ciò che manca al successo, a chiedersi dove siamo adesso perché lo sappiamo dove saremmo stati allora. Servono per capire cosa ci sia ancora dentro di noi del futuro che ci attende e di cui il passato è dimostrazione del suo farsi con gli uomini. Non a caso un centenario di come mutò il mondo viene ridotto a poca cosa, bisogna togliere le punte acuminate alla storia perché non rinascano domande; la manipolazione a cui siamo soggetti è questa: non l’esame dei fatti, delle idee, non lo schierarsi per l’una o per l’altra parte, ma l’indifferenza che renda tutto obsoleto, tutto cosabile ovvero ridotto ad avere e non avere. Quando saremo solo cosa, privi di umanità, cesserà la storia. Sarà indifferente e la passione scomparirà dalle vite. Ma sono sicuro che un’idea, una bandiera comune troverà sempre chi la alza e costringe a prendere coscienza, posizione, insomma essere.

 

Riporto due ignominie di allora, ovvero come l’alto comando italiano di Cadorna cercò di nascondere la propria incapacità e di come, altrettanto maldestramente, il governo Orlando, tentò di correggere. Come a dire che le vite valgono poco solo per chi non vede gli uomini e vale allora come adesso.

Il bollettino censurato su Caporetto:

La mancata resistenza di riparti della II° Armata vilmente ritiratisi senza combattere, o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia. Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti ad impedire all’avversario di penetrare nel sacro suolo della Patria. La nostra linea si ripiega secondo il piano stabilito. I magazzini ed i depositi dei paesi sgombrati sono stati distrutti. Il valore dimostrato dai nostri soldati in tante memorabili battaglie combattute e vinte durante due anni e mezzo di guerra, dà affidamento al Comando Supremo che anche questa volta l’esercito, al quale sono affidati l’onore e la salvezza del Paese, saprà compiere il suo dovere.”

Orlando comprese che al disastro materiale si sarebbe aggiunto quello morale per l’intero esercito e senza conoscere la verità, ben diversa da quella del bollettino, la stessa sera, fece sequestrare i giornali che riportavano il comunicato Cadorna sostituendoli con nuove edizioni nelle quali il bollettino nella sua prima parte veniva ammorbidito come segue:
“La violenza dell’attacco, la deficiente resistenza di alcuni riparti della II° Armata hanno permesso alle forze austro-ungariche di rompere la nostra ala sinistra del Fronte Giulia. Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti ad impedire all’avversario di penetrare il sacro suolo della Patria.”

Circolò anche un’altra stesura, che era nefanda per il morale e all’opposto della verità, apparve nelle edizioni di alcuni giornali della provincia o fu fatta circolare, ciclostilata, o addirittura scritta a mano:
“Per la forte pressione dell’avversario, ma più ancora per l’ignobile tradimento di alcuni riparti della II° Armata e più precisamente delle brigate Roma, Pesaro, Foggia e Elba, il nemico ha potuto invadere il sacro suolo della Patria. Che Dio e la Patria li maledicano e il fango e la vergogna li coprano in eterno”.

Di questo testo misterioso non si conosce la mano, ma di certo era ancora una volta lontano dagli uomini e vicino al potere.

il diritto a una storia

Quattro mesi fa, per il mio compleanno, ho raccolto una serie di scritti che avevo pubblicato su questo blog e ne ho fatto un libretto, senza velleità letterarie, da regalare agli amici. Era un riassumere impressioni e ricordi, neppure i più rilevanti, ma quelli che avevano a che fare con alcune parti della mia storia. Bisogna insistere su questa parola: storia perché vita spesso si riempie di connotazioni esterne, quasi un subire ciò che accade anziché esserne protagonista. Per mia fortuna ho conosciuto non poche persone portatrici coscienti della propria storia e non occorreva andare a chissà quali celebrità, anzi, erano persone singolari che sceglievano e conducevano una storia che assomigliasse a loro. Per quanto possibile. Non accade così a tutti in amore, ad esempio, dove le scelte diventano futuro, dove ci si radica dentro per decidere e alla fine quello che ne esce coinvolge non poco le vite. Quindi il creare la propria storia è di tutti e la scelta è tra il lasciarsi decidere da altri oppure procedere in proprio. Questo conta poco per la felicità, per il successo, ma un merito ce l’ha, ovvero quello di avere una storia. Riflettevo su questo dopo aver legato un commento a quanto scrivo con un pensare alla mia storia. Il commento, riferito a quel libretto, parlava di una malinconia soffusa. Poi i termini si attenuano, la malinconia può diventare gentile, pensierosa, contorta, leggera. Insomma gli aggettivi rifuggono dagli ossimori che invece esprimono bene le dualità che possediamo e che il mondo esterno tende a semplificare. Mi sono chiesto, ma la mia, seppure aggettivata, è una storia malinconica? È il dis farsi delle cose che prevale? Oppure il senso dell’incompiutezza che impedisce di accogliere il momento? E in questo analizzare sono giunto a una conclusione che ha tutti i pregi del dubbio: la mia storia è fatta di momenti malinconici e di scelte dovute, di allegrie inconsulte e di gioie meritate, di errori madornali e di intuizioni felici, di permanenze fortissime e di oblii misericordiosi. E potrei continuare parlando della ricerca della leggerezza, della fortuna della memoria, dell’intuizione e dell’analisi di quanto si vede in uno sguardo largo. Potrei dire delle insoddisfazioni e dei fallimenti, ma questo offuscherebbe il molto che mi è stato dato, le esperienze scelte, le radicalità e le mediazioni costruite. Insomma ne verrebbe fuori una storia parziale, questa sì immeritata. Quindi rassicuro me stesso: la mia storia non è malinconica, ha l’allegria e l’ironia che l’accompagna, cerca la felicità anche quando si rende conto che essa è transitoria e difficile, persegue la leggerezza e l’inutile mentre si dà da fare con la concretezza e la dura lezione del reale. Nessuno di noi, penso, si merita una storia parziale, ha la propria. E in qualsiasi momento di quel lasso di tempo in cui siamo senzienti, e che chiamiamo vita, può decidere, fare, prendere una strada anziché un’altra, sapendo che può costruire qualcosa che nessun altro potrà fare e che lo riguarda così da vicino che è meglio gli assomigli. Ecco, questa è la propria storia e in fondo possiede tutti gli aggettivi e non merita giudizi, ma solo allegra consapevolezza d’aver vissuto e voler vivere.

cosa manca?

Cosa manca,

qual’è il puntello su cui si è costruito ed ora è assente?

Fuori ci sarà la sera dentro la luce gialla,

tra strade che si vuotano, il perplesso cuore chiede,

chi è l’impostore

e quale l’impostura?

la nuova casa sul colle


Dietro un acero, grande, forte di chiome, spunta il becco di una gru. C’è una grande casa sul colle, antica di pietre squadrate, con prati e bosco attorno,  i suoi  muri si stanno prolungando e occuperanno l’‘intera sommità del colle. L’acero la nasconde e lascia vedere le montagne più distanti coperte di boschi. Forse faranno un b&b oppure venderanno appartamenti con magnifica vista sull’altopiano. Questi luoghi in cui ci sono solo seconde case, si riempiono per poche settimane d’estate e d’inverno, poi passano la mano ai solitari, a chi fugge dalla città in cerca di qualcosa che non è meglio precisato.
Sono ancora località di vacanza ma forse sarebbe ora diventassero luoghi di residenza. Chi un tempo ha costruito qui una parte del suo essere importante, è ormai vecchio e i figli hanno altre mete di vacanza. Se venisse perseguita una politica del risiedere e non il taglieggiamento dell’occasionale forse un futuro ci sarebbe. Invece sempre più case restano chiuse e i cartelli che vendono sono ad ogni passo. Non possiamo esigere la saggezza da chi specula sul presente però quando guardo  il cielo, i boschi attorno, le montagne che contengono tutti i silenzi mi chiedo se tutto questo e quella nuvola che ora s’illumina nel tramonto possano essere solo una speculazione oppure se troveranno sempre occhi in grado di vederli e cuori che s’allargano nell’accoglierli stupiti di tanta gratuita meraviglia .

felici di non negare la felicità

 

Una generazione dopo l’altra porta il peso delle vite e delle guerre, di quelle vissute vicino a noi e di quelle distanti in cui l’indifferenza ha generato l’oblio prima che accadesse.

Come nel piccolo, così grande delle vite, un amore porta le unghiate di ciò che l’ha preceduto.

Qual è stata la nostra fortuna? E come l’abbiamo usata?

E quella nuova, perché l’abbiamo negata?

Non farsi sopraffare dal passato, dalla sua assoluta relatività che fa perdere la visione dell’insieme, del nostro posto nel tempo comune e nell’universo. Attorno e dentro, schegge di realtà che non meritano mai la disperazione perenne degli errori, che si negano il nuovo nel nome di una visione stereotipata di ciò che è stato. Hanno agito innumerevoli forze e si è creduto di cavalcarle indomiti e nuovi, dovremmo ammettere di non aver capito e che l’errore è nato da questo.

 

Dovremmo dirci che non capiremo ancora e che, senza doveri, sbaglieremo liberi, felici di non negarci nuove felicità.

 

 

marciapiedi puliti e monetine

Un africano, giovane, alto e magro,  sta spazzando il marciapiede in via di Torpignattara. Un cartello dice che è volontario e chiede, se si vuole, una monetina.
Sembra che dietro ci sia un racket che risponde a un problema, la pulizia dei marciapiedi, e raccoglie elemosine. È triste pensare che la pubblica amministrazione non arrivi dove arriva la zona grigia della legalità. Che la stessa amministrazione crei problemi che forse avrebbero soluzioni transitorie e di educazione  prima che di tecnica. Le regole imprigionano l’azione e sono contro l’uomo quando non vedono i suoi problemi. Non voglio dire che ci devono essere trattamenti diversi ma se il lavoro di pulizia a offerta libera lo facesse una onlus, dovrebbe avere i dipendenti in regola, la scopa ergonomica, la paletta approvata da qualche ente di sicurezza. Lo sta facendo qualcun altro, singolo o associato, in modo “abusivo” e irregolare però il marciapiedi adesso  è pulito.
Forse siamo finiti nel paradosso di Buridano e da un lato c’è la legalità e dall’altro i problemi che le persone vivono ogni giorno e non si risolvono. Quando lo Stato non affronta qualcosa accade e una crepa nell’ordinato vivere si allarga.
Più avanti, due negozianti sono usciti con le scope e raccolgono lattine, carte e mozziconi lasciati dall’incuria della notte, il pulito contagia e questa è una buona notizia, magari col tempo ne arriveranno altre.

ripensando a lettera a una professoressa

Qualche giorno fa era il 50°anniversario della pubblicazione del libro dei ragazzi di Barbiana: Lettera a una professoressa. C’era molta forza nelle parole di quello scritto e fece cambiare modo di vedere di una intera generazione perché interpretava con pensieri semplici quello che era sotto gli occhi di tutti.

Si disse che diceva quello che molti pensavano eppure non dicevano. Dovrebbe essere naturale ma non è così e non si sa per quale vergogna si occulti l’evidenza. Non sto parlando di verità profonde, ma di ciò che si vede e del perché lo si dia per scontato contribuendo così in modo determinante a non cambiare le cose che non vanno.  Siamo attorniati di banalità, di modi di dire e non c’è alcun pudore nel ripeterli, ma se qualcuno mette in relazione l’ingiustizia con qualche pratica sociale, con l’agire di chi ha potere, spesso subentra l’imbarazzo. Sono i momenti in cui la parola, così abusata, distorta, inoculata nelle teste fino a condizionarne il vedere diventa fastidiosa. Controcorrente rispetto ad una immagine in cui il positivo deve prevalere anche se viene solo raccontato e non praticato.

Lettera a una professoressa parlava della parola, della scuola, della società e metteva tutto in modo così consequenziale e logico che chi leggeva capiva la ragione della sua posizione sociale. Inutile dire che quel libro divenne il testo su cui si fondò una rivoluzione della scuola che da  verticale voleva essere orizzontale.  Pier Paolo Pasolini lo definì il libro più bello dei miei tempi e forse è inutile chiosare questa affermazione se non dicendo che in esso c’era molta verità.

Don Milani collegava la parola, il suo significato, alla diseguaglianza, all’ingiustizia, alla sopraffazione sociale. Pensava che la scuola avrebbe dovuto essere lo strumento per la comprensione e per l’inclusione.

La scuola non come riproduttrice ma come generatrice di una nuova società che cambiava partendo dalla comprensione della sua condizione. Non esistevano i bocciati nella scuola di Barbiana, esisteva un sapere che interconnetteva le acquisizioni dotte con quelle popolari. Il teorema di Pitagora non cessava di esistere, ma diventava un modo per misurare la realtà. Lavorare sulla parola significava darle peso, significato e nobiltà. Si poneva il problema più arduo per chi capisce ovvero la semplicità in modo che ciò che si era acquisito fosse disponibile a tutti. Così i maestri erano intercambiabili e chi capiva spiegava. Questo è stato il procedere della storia sociale dell’umanità dove il sapere si è trasmesso per verifica del reale e ha generato lavoro, cambiamento dell’ambiente, cibo, rispetto. Il sapere esoterico, iniziatico ha alimentato la credenza ossia la risposta con parole incomprensibili all’incomprensibile. Il contrario della scienza, la base per il potere.

Barbiana e i suoi ragazzi erano una congiunzione favorevole degli astri, del caso che aveva portato un prete scomodo in un posto impossibile. Ma era un buon maestro per chi stava attorno a quella pieve, e con i suoi scritti, parlava al mondo. Raccontava l’evidenza e lo diceva con la cognizione delle parole che hanno significato e così mostravano una verità e una realtà.

Si potrà dire che non era l’unica verità, ma la realtà coincideva con il vissuto.

Pilato chiede a Gesù: Cos’è la verità? È una domanda fatta da un procuratore, da una persona che conosce la legge e giudica, ma diviene un pensiero a voce alta e si allontana senza attendere la risposta. Eppure avrebbe a disposizione un Rabbi, un conoscitore delle scritture, un maestro. Pilato si allontana perché sa che la verità è personale e che poi, quando diviene patrimonio di molti diventa eversiva, cambia l’ordine delle cose, dice ciò che è giusto e ciò che non lo è, e costringe l’uomo a scegliere. Meglio il relativismo che lascia tutto come sta. Don Milani chiedeva di capire, riflettere e scegliere. Non gli andava il relativismo ed era un Maestro.

Mi chiedo perché non esistano oggi i buoni maestri, perché si sia affievolita la volontà di spiegare l’evidenza. Forse perché nessuno li ascolta? Se così fosse questa generazione sarebbe perduta e la speranza dovrebbe passare al futuro.

Lettera a una professoressa insegnava che la pazienza che subisce non è una virtù, ed è un insegnamento che non ha perso neppure un atomo del suo valore.

 

 

 

 

 

la parte del lupo

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Questa notte i lupi, un piccolo branco, hanno ucciso e divorato un asinello. I cavalli sono scappati lontano nel pascolo alto. Gli allevatori ne parlavano preoccupati. L’anno scorso l’orso, quest’anno i lupi. Avrei voluto dirgli che abbiamo i cinghiali in città e che nessuno se ne preoccupa se non ci sbatte contro con l’auto, ma si continua a pensare che sia colpa di altri e non delle nostre abitudini. Ma erano davvero preoccupati e sono stato zitto. In fondo sono loro le sentinelle di un mutamento che si fa evidente, continuano a produrre formaggio, a falciare i prati ma sentono che le cose mutano e che lasciano traccia nelle persone prima che nell’economia.

In questo primo aprile la temperatura più alta, inquieta tutti, anche se è bello star fuori. È stato un inverno molto mite e breve, le piogge mancano da tempo e la neve, salvo le cime più alte, è già sparita. Il clima sta cambiando.

Lontano, ma qui tutto è connesso, Trump, il presidente degli Stati Uniti, ha dato via libera all’uso delle centrali a carbone, all’estrazione di combustibili fossili per energia e ha disconosciuto gli accordi, già blandi e insufficienti, sul clima. Un paio di mesi fa, un grande quotidiano statunitense si chiedeva come mai senatori e deputati repubblicani, in grado di interpretare i dati sul riscaldamento climatico, poi sostenessero la sua inesistenza o marginalità. Eppure erano laureati nelle università da cui provenivano gli stessi studi, sono le fucine dei premi Nobel, a cui magari contribuivano come ex allievi. La risposta era il prevalere dell’interesse immediato su quello collettivo e futuro. Ci sono state grandi e continue scoperte scientifiche, ma hanno riguardato campi che poco c’entrano con l’ambiente, però si è generato un clima positivistico che ha portato a sopravvalutare le possibilità che ha la scienza di metterci una toppa a qualsiasi comportamento reiterato e dissennato. E sono gli stessi inascoltati scienziati a dirlo. Il pianeta non ha mai avuto così tanti abitanti umani e soprattutto non ha mai sopportato così tante alterazioni prodotte scientemente per solo interesse economico. È come se la specie perseguisse un fine di inversione della propria conservazione, magari non l’autodistruzione ma un riassestamento in negativo del suo rapporto col mondo. Siamo in tanti e mai stati così fragili. Dipendiamo in misura così pervasiva dalle tecnologie basate sull’energia che mezza giornata di black out scatena il panico, la violenza, l’incapacità di avere regole comuni di solidarietà. È accaduto qualche anno fa a New York quando le centrali per 6 ore non hanno fornito energia. Quindi basta poco e i telefonini non funzionano più, mancano le comunicazioni e improvvisamente siamo di fronte alla nostra inermità, incapaci di calcolo, di usare un attrezzo più complicato di un martello.

La terra provvederà da sola ad aggiustare i guai, magari a favore di altre specie, però nel frattempo la domanda che mi faccio è perché non cresca la consapevolezza che ciò che accade appartiene alle politiche e ai comportamenti. Questo impero del presente che distrugge pezzi di futuro non riguarda forse i nostri figli, i nipoti, ma anche noi stessi visto che tutto accelera? Si accumula una colpa immane fatta di tante piccole viltà e grandi egoismi ma se noi non vogliamo salvarci perché impedirlo agli altri.

I lupi uccidono per fame, non i propri simili, percorrono il territorio in cerca di un equilibrio che li mantenga in vita. E loro sarebbero il pericolo? Mentre guardavo la polizia provinciale che percorreva la capezzagna e si fermava a parlare con i piccoli crocchi di persone preoccupate, pensavo che mi dispiaceva per l’asinello ma stavo dalla parte del lupo.

Ma questo non l’ho detto stamattina.