carlo felice

A volte l’aereo arrivava a Cagliari, a volte a Olbia, più raramente ad Alghero. Questioni di orari, tariffe e impegni, la distanza era più o meno la stessa. Poi sempre le stesse cose, il bagaglio, un’auto prenotata da ritirare, il sole che prendeva gli occhi, il pranzo se c’era tempo. A Cagliari, a mezzogiorno, finivo da Balena. Una cosa rapida, da consumare con i pensieri brevi che già puntavano ad altro. Poi la strada. La Carlo Felice. Non so cosa veda chi è nato in Sardegna, se, come mi accade quando torno a casa, esso colga lo scempio delle periferie, il devastare delle villette, la stepposa natura dell’incuria. Non so e ogni volta penso che Renzo Piano con le sue periferie, se non si sbriga a fare, non arriverà a tempo e si perderà memoria del futuro. Cioè chi ha conosciuto il prima non potrà dire che il meglio viene dopo.

Immerso nell’intrico degli svincoli riconoscevo i posti di sosta, alcune singolarità di memoria, i centri commerciali. E i cartelli non ancora perforati dal piombo grosso per cinghiali. Partivo leggero e pensoso, sulla strada che nella mia testa s’ inerpicava anche quando era piana. Andavo al centro e in alto. Andavo verso quel bivio che da un lato portava a Sassari e dall’altro a Nuoro. Io andavo a Nuoro. Per un incontro. Il primo. Poi dentro la Barbagia, ancora più in centro verso Tiana, con la i strascicata, Ovodda, Gavoi, Ollolai, Teti, Austis, in alto, in un silenzio di uccelli, di pecore, di sughere, di auto vuote al limite della strada. E la sera, al termine della giornata, avrei dormito in un luogo, che pur conosciuto, ogni volta mi sembrava nuovo, in un buio inusuale che avvolgeva appena oltre la porta, con rumori freschi, nuovi all’udito, con orari diversi. Qui ho fatto l’esperienza dell’assenza di luce, dello spaesarsi nei luoghi che non si conoscono, della relatività del tempo quando esso non ha riferimenti.

Il giorno successivo ci sarebbe stato ancora il lavoro, il capire, il risolvere, gli incontri con gli amici. Ma questo era altro dall’esperienza dei sensi, dall’emozione che provavo: così carica di contenuto che ormai fa parte di me.

Per questo la Carlo Felice, non è una strada qualunque, ma un luogo che biseca il grande rettangolo dell’isola, che spartisce l’est e l’ovest come un confine. Il moderno dei racconti che mi narravano della transumanza che valicava i monti. L’aspro andare costellato di punti riferimento, di leggende, di paesi, feste, riti. Per me, che arrivavo da lontano, quell’ortogonalità dell’andare, quando potevo farla, mi regalava agli occhi i due mari, le coste diverse, il consumarsi della pietra, il sentire che una radice affonda dove c’è sostanza. Facile dire che ero affascinato dall’arcaico, dalle immutabilità sottostanti, credo si trattasse di una corda profonda che si è attivata di rado e che sempre ha evocato senza dire chiaramente. Come per un barlume o una situazione che si riconosce ma non sembra appartenere a questa vita, a questi ricordi, eppure lo è, solo che è profonda e sghemba rispetto all’usuale, al conosciuto.

Ho vissuto la strada con una concezione diversa dal percorrere, era un arrivare che includeva un ritorno. 

Per questo quando tornavo a prendere un aereo a Cagliari, a Olbia e più di rado ad Alghero, sentivo il saluto. Un gesto tangibile, come raggiungere il cuore con la mano. Si alza l’avambraccio, lo si piega e poi le dita aperte raggiungono il petto. Per saluto, allegria, amore. Per omaggio allo sguardo di chi vede e capisce. 

pasquetta

Pasqua è passata con la particolarità delle feste che hanno significati diversi per ciascuno e che tali si vivono. È cosi nell’anno, siano esse arcaiche e poi religiose, quasi mai civili, le feste avvengono.  E ciascuno le interpreta e le fa passare tra le dita. 

Col vizio della memoria sovrappongo i piani, confronto le feste. Vivo il presente e ricordo: profumi, fatti. Vedo con stupore e sollievo l’ inconsistenza del molto che m’era sembrato importante, il ripetuto e il voler dare significato a ciò che non l’aveva. M’era sembrato, non era è lo sapevo, ora guardo avanti pensando che il farsi mio e del tempo dovrebbero cercare di coincidere. Sforzatevi un po’ ragazzi. 
Intanto respingo, con accurata energia, la memoria del futuro, il ripetere ciò che è stato compiuto, la cinica prigionia del sapere come va a finire. È un esercizio da levatrice dello stupirsi, un mettere al mondo ciò che esiste e non è esperienza.
È più semplice ripercorrere le stesse strade. Penso.
Non faccio forse lo stesso quando cerco i luoghi miei, ne vedo la persistenza, metto assieme il ricordo e l’attuale e m’accorgo del molto, allora sfuggito, che adesso è lì, a disposizione, e attende d’essere nuovo?
Con la stessa attesa ogni anno spio le nuove gemme sugli alberi violati dal tempo e dall’incuria. 
In curia, ovvero come non prendere l’amore narrato e trasfonderlo nei gesti. Una non piccolo tradire la vita, che paziente propone di continuo nuove strade e ripete un risveglio che non è mai il precedente. la vita come il bimbo che entra nel sonno con timore del buio, ma nel risveglio ha già messo alle spalle il giorno passato e attende molto dal nuovo.
La festa è quel nuovo che ci chiama oppure è noia. Festa è l’epifania del cuore.

il profumo della vigilia

Le finestre al secondo piano sono aperte. Si sente rumore di martelli battuti con ritmata forza e musica orientaleggiante. In quella camera sono nato. Da lì ho sentito la strada, i richiami dei mestieri ambulanti, ho cominciato a conoscere il danzare dell’impalpabile nella lama di luce. Abbiamo abitato a lungo quella casa. Ho visto come l’hanno trasformata, resa attraente e nuova. La scala non ha più i consumati gradini di pietra di Nanto, c’è un ascensore scintillante di cristalli e trasparenza. La soffitta, che per me era il luogo del mistero e del fascino, ora è un sottotetto con due camere e un bagno pieno di luce dall’alto. La camera dove sono nato, è un soggiorno che sfoggia i travi a vista. Sono spariti i giochi di mattoni incastrati del cornicione, il pavimento è una distesa di legno africano. Un tempo c’era tavolato d’abete che odorava di resina e lacca, quando mia madre lo riverniciava. È mutata la destinazione, il contorno e le persone che hanno popolato quella via così centrale e popolare. Oggi questo è un quartiere di negozi, abitazioni di lusso e pochi bambini. Qui mi verrebbe il confronto, ma sono romanticherie dell’età ed è meglio pensare a com’era quella casa nella festa imminente.

Dal mattino della vigilia, le tovaglie buone prendevano il sole, e si mostravano ai vicini per il lustro della casa. Tra le stanze c’era un parlare a voce piana, del giorno dopo, del pranzo da preparare. Si faceva circolare aria per scacciare l’inverno e far entrare il profumo nuovo. Nel cortiletto, ora lastricato di piccole mattonelle di sasso del Piave, tra le pietre di trachite c’era già l’erba e l’albero di pesco era fiorito sfacciatamente, ribadendo la sua indipendenza dall’inverno e da ogni nostra offesa. C’erano i rumori simmetrici dei vicini, le voci che chiamavano in dialetto. Mia madre stirava le camicie bianche per il giorno dopo e nell’aria si spandeva un profumo di amido, vapore e stoffa scaldata. Era la vigilia. I bambini giocavano con meno ardore, stavano più attenti a non rigare di sangue le ginocchia, correvano più piano. Per giorni, nella stanza che ora risuona di martello, avevo dormito con il profumo delle torte margherite cucinate e messe nel fresco vicino alla finestre. Era lo zucchero e la vaniglia, il profumo di farina cotta e spumosa, il rosso d’uovo impastato con lo zucchero che avevo pulito scrupolosamente e laccato dal dito. Era il profumo di quella torta che faceva Pasqua, più delle parole misteriose del prete, ed era qualcosa di tangibile, che riempiva la bocca di sapore denso e dolce, qualcosa di rustico e antico. Era il profumo della primavera imminente, dell’attesa del buono che diveniva presente. Era la casa e insieme il fuori di essa, come se dalle finestre da cui entrava un’aria fresca e pulita uscisse contemporaneamente il profumo di noi, di ciò che era essere assieme. E tutto si incontrasse in un abbraccio.

p.s. della Torta Margherita ho scritto in passato, qui trovate la ricetta:

https://willyco.wordpress.com/2007/11/23/torta-margherita/

ma il profumo sarà il Vostro.

Con i miei auguri e un sorriso.

improperi

IMG_0543

Perché hai creato una sequenza di dolore e l’indifferenza? Perché in noi non è emersa la reciprocità del sentire? Perché ci colpisce poco una tragedia per qualcuno che giudichiamo diverso da noi e siamo affranti da ciò che è nel perimetro del giardino culturale in cui siamo cresciuti?

È naturale tutto ciò: la differenza divide, gli interessi dividono, la parentela si diluisce con la distanza e diventa indifferenza. Che c’entra la cultura?  Siamo naturali e animali raziocinanti, dotati di libero arbitrio, presuntuosi di parole, fugaci di azioni. Ma cos’ è rimasto di duemila anni di storia se tutto assomiglia a ciò che c’era prima? Cos’è mutato se il mezzo è ancora l’annientamento e la servitù dell’avversario per generare sicurezza. E cos’è sicurezza?

La sicurezza è l’intangibilità del mio spirito, della mia dignità, del mio corpo, del mio pensiero. Ma è vero per tutti o solo per me? Appena distante da dove vivo, in una notte priva di luce perché non c’è corrente elettrica e le candele sono buone solo per i cecchini o i droni, in quei luoghi senz’acqua e senza cibo, dove ci ci stringe in cerca di calore, si pensa ad un futuro che racchiuso tra l’alba e il tramonto del giorno successivo, cosa significa la parola sicurezza? Dove nulla è intangibile, cos’è sicurezza? Per 1400 anni abbiamo guerreggiato. Ovunque e dovunque. >E nulla è stato risparmiato. Nulla era sacro e nel tuo nome e si sono perpetrate stragi immani, dall’una e dall’altra parte. È curioso che mentre noi precipitavamo nella notte della cultura, nell’estirpare radici antiche di pensiero per sostituirle con nuove, tra le sabbie dei deserti d’Arabia altri popoli venissero alla luce. Perché le luci non si mischiarono? Devo chiederlo agli uomini, gli dei sono muti, parlano per enigmi e prescrizioni, enunciano domande che diventano obblighi radicali. Dovrei dire alla mia coscienza che la labilità dell’uomo, la sua imprecisione e fallibilità lo salva dalla notte dello spirito, che gli permette di essere relativo e sfuggire alla dittatura sanguinaria degli assoluti. Oggi è giovedì e per alcuni conta molto, per altri nulla, i fatti che accadono però ci riguardano. Anche quando le parole si spengono. Siamo scivolati in un buio che non è notte, è assenza di luce, di proposta, di forza intellettiva e come animali siamo abbacinati dall’istinto. Ma a che serve tutto questo se sappiamo la nostra insicurezza? la nostra debolezza?

Tenebrae, il buio si confonde col silenzio, con l’assenza di parola, di soluzione, di raziocinio. Stamattina c’era chi metteva in discussione il dubbio, ovvero la cultura laica del relativo che ha permesso le libertà nei popoli. Qualcuno sosteneva che l’occidente ha fallito nel cercare di capire l’altro. Se non siamo stati in grado di trasmettere un orizzonte comune di crescita, che resta della luce?

Oggi chi fa sociologia dell’Islam ha scelto un campo fortunato di carriera, ma è da noi che dovrebbe avvenire la ricerca, ovvero cos’è sostenibile nel nostro mondo? E perché questo non è l’orizzonte comune di popoli diversi? Chi è laico queste cose le chiede a se stesso, non ha un dio che risponde, e il cammino della tenebra è un percorso tra uomini, con risposte tra uomini.

Non voglio la precarietà di ciò che guardo da distante, non voglio che essa entri nel mondo, che sia condizione di guerra e di morte, e se non voglio questo, devo guardarla, percepirla come tenebra dell’essere e dello spirito. Angoscia che esige un assestamento in me. Perché non posso essere al sicuro se non affronto il cammino verso una soluzione.

Non ho sicurezza e neppure ricette, so che una guerra non verrebbe vinta dai civili, ma dai militari. So che il percorso è lungo, comunque, e che ci sono ragioni dentro la nostra società, la nostra cultura ed economia che dividono, so che non c’è nessuna soluzione buonista nel senso che un buon sentimento resta chiuso dentro una testa e che accanto al contingente c’è la sua proiezione nel tempo. So che esiste un noi fatto di convinzioni difficili da ricondurre all’umanità dell’uno. So tutte queste cose e non chiedo ragione se non a me stesso sapendo la mia piccolezza, l’inermità, lo sgomento. Questa è la solitudine, restare nella notte soli e trovare le ragioni che mi riguardano.

Me lo ripeto: le ragioni che mi riguardano. E so che saranno fallaci, parziali, ma non ho altro. Solo questo per affrontare la notte.

l’altro sé

20150902_144547

Ci sono momenti, e pure altri. E così potrebbe finire il racconto della vita riservata.

Oppure con molte parole precise e circostanziate, potrebbe iniziare il racconto della vita apparentemente trasparente. Una narrazione molto presente a sé, meticolosa, dettagliata, ricca di riferimenti comuni in cui chiunque possa almeno un po’ riconoscersi.

Bella, ma non sarebbe la realtà perché non direbbe cosa si seppellisce tra le frasi, nel contesto della passione, nel significato di quelle parole così precise e insieme doppie nell’oscillare tra ciò che si vorrebbe e ciò che è stato.

Quando scrivo è come parlassi di un’altra persona… 

Credo sia il modo giusto per dire la verità e non perché quella persona sia terza rispetto a noi ma perché è noi, liberata da una convenzione ad essere.

Nell’espressione, che è titolo e suggestione di racconto, una stanza tutta per sé, c’è la chiave della prigionia dell’essere nel posto giusto eppure del non esserci totalmente. Un ossimoro dettato dall’esaurimento di una spinta ad andare. Non a caso gli amori sconclusi sembrano il luogo della felicità possibile e non stata, mentre l’apparentemente reale mostra un suo vincolo immane di obblighi, di ripetitività, di consuetudini e apparenze in grado di far desiderare altro. Fortemente e radicalmente. Quell’altra persona appunto, che si compie nell’atto del descrivere/descriversi.

Partire dalla propria imperfezione, considerare che la purezza è un’astrazione scomoda in quanto precettiva, giudicante, generatrice di quella parte così umana e al tempo stesso inutile, se non produttrice del cambiamento, che è la colpa. Se non c’è innocenza non c’è colpa non redimibile, ma soprattutto non c’è un’ attribuzione ai surrogati, del compito di lenire il bisogno d’amore connaturato con l’uomo. 

È come parlassi di un’altra persona riassume l’esperienza passata, la contemplazione del presente, l’essere prigionieri d’un possibile non stato che estrae da noi ciò che siamo davvero. Cioè impossibili. Acutamente e indicibilmente impossibili nell’assomigliare ad altri. Colpiti dall’insufficienza dell’essere sovrapponibili, e neppure somiglianti.

Parlare d’altri in prima persona è parlare di sé, in modo libero, senza il ruolo assegnato, senza la necessità impellente di precisarsi. Una sorta di contemplazione di ciò che è ora, subito, adesso, nel percepito. Non è la verità totale, nel senso che non esclude le alternative, non raggruppa le nostre molteplicità, ma descrive una presenza anche quando lo travisa nel godere masochistico dell’assenza. Si permea della negazione d’un futuro, almeno per un poco, perché più acuta dev’essere la percezione di ciò che manca e più forte la dimensione dell’immensità del sentire, dell’aver unicamente provato. Dell’essere altrimenti dalla banalità del ripetersi quotidiano.

Se si nega la purezza come dimensione dell’esistere, si apre una pagina su cui scrivere. Possiamo scrivere ciò che accade oppure ciò che ci accade. E ci accadrà per la natura divina e umana che si mescola nel nostro daimon e non per fato.

Comunque quell’altra persona siamo noi per davvero.

a difesa della confusione

IMG_4920

Le situazioni confuse pare generino infelicità, ma non subito, verso la fine, quando l’ordine reclama ascolto.

All’inizio tutto era chiaro: desideri, prospettive, attese. Poi il vivere s’è ingarbugliato in qualche laccio ben visibile, ma non sembrava così importante. E neppure urgente. Adesso per liberarsi dovrà decidere qualcosa.

Sarà comunque qualcosa che toglie, insomma una piccola o grande infelicità.

Poi ci si ricorderà della confusione perché nel suo periodo sospeso, ci sono non poche grandi e improvvise felicità. 

Ma dopo, e a collo torto, perché ci si riposa nell’ordine e si ha tempo di pensare. Quel pensiero un po’ stanco del miles che ha bisogno di deporre le armi. O quello del bimbo la sera, quando si getta tra le braccia ordinate del sonno.

L’ordine non è mai felice, al più è calmo. Non è neppure sereno e adopera una innocenza che non possiede. 

Chi conosce l’andare delle cose, sostiene che le felicità nate dalla confusione sono transitorie e fugaci.

Ma non sono sempre così, le felicità?

parlami d’amore mariù

In questa notte che spinge sui vetri, che volteggia col vento. In questo silenzio di parole gonfie di buio, di sogni interrotti, di piccole luci accese su comodini carichi di libri, parlami d’amore mariù. Parla con le parole umide di te, con l’accento che ti piace, con le sintassi frenate, gli aggettivi arditi, i silenzi eloquenti.

Parlami della mia vita, incagliata tra scogli ,che attende la marea, del tuo orizzonte che mi cerca, del tuo navigare insicuro e fidente. Parlami del mare e del salso che bagna i capelli, dell’odore forte d’estate che s’appiccica alla pelle. Parlami dei salti temporali, delle primavere passate, di scrosci d’acqua costellati di risate, del piacere d’allungare il corpo nel letto e dei sogni sognati.

Sosta un poco presso il mio cuore e perdona ogni striscio sul vetro, la tazzina versata, le parole troppo usate in cerca di significato. E perdona quel dire sconclusionato che gridava alla luce d’ essere presente, lì in quel momento, tra noi.

E ancora parlami d’amore mariù e poi fammi dire delle nuvole bianche che non vedo nel cielo. E sorridi, come sai fare tu, senza un .motivo apparente, perché la realtà non è mai come appare, eppure l’abbiamo dentro, mariù, anche se non coincide mai con le ore. Sempre in ritardo sul tempo e sempre in anticipo nell’attesa. Parlami  sempre d’amore mariù, e tieni stretto ogni pensiero che non dico. Leggimi a fondo e poi raccontami, che mi piace sentire la tua voce che mi spiega nella notte. Che dice e poi si ferma, che s’assopisce parlando con i sogni, e poi si gira, s’avvolge e si sveglia e mi guarda.

Parlami sempre del tuo amore mariù, con la voce bassa che risuona nelle giornate che attendono, nelle sere che verranno, nei sogni che stentano, eppure si fan largo, aspettando d’essere capiti.

Se ti viene, usa con me l’entusiasmo della pazienza che capisce, prendimi d’assedio con le braccia, estrai il dolore dell’assenza dalle parole. E dai silenzi, soprattutto. 

E col tuo sorriso dammi dimensione delle cose. Io ricambierò come so, come imparo, come viene, mariù.

 

sciupafimmine

Aveva la libertà. Che le bastava per due. E nessuno che chiamasse per dirle a cosa stava pensando o dove si trovava. Quello era un altro dei suoi trucchetti preferiti.

“Sì.”  Gli piaceva pensare di essere all’origine di tutto.

L.A. Kennedy : Stati di grazia

Chi parla è una delle amanti deluse e ancora innamorate di un dongiovanni da strapazzo. Uno sciupafimmine privo dello slancio luciferino dell’ hidalgo e senza altro progetto che il proprio narcisismo numerico. Un uomo, ma potrebbe essere una donna, che dissemina vuoto perché incapace di contenere amore e di restituirlo. E ciò non significa che non venga generato amore, ma esso è al tempo stesso vero e monco, asincrono, destinato ad essere dissipato per mancanza di incontro.

L’oggi si specchia esattamente come il ieri nel narrare storie comuni. Non c’è esemplificazione, riconoscimento casomai. Mancano gli eroi e le eroine palesi. L’amore è silente come la disperazione. Però muta la modalità : la dimensione virtuale crea il reale, l’incontro materiale che non ha seguito progettuale. Il materialismo percettivo è divenuto cultura e quindi cognizione del rapporto. In fondo messo il bimbo davanti alla vetrina dalla quale può estrarre i giocattoli desiderati, esso fa i conti con la propria solitudine, prigioniero dell’assuefazione e libero dal desiderio.

Nel farsi amoroso dell’attrazione c’è un punto in cui tutto può accadere, è il crinale su cui si può camminare pericolosamente oppure scivolare verso l’esperienza. Il vissuto assunto come dimensione educativa della persona non educa la coppia. E l’esperienza diviene passato nell’uno, ferita nell’altro. Nel lasciare c’è una responsabilità enorme, ciò non significa l’indissolubilità, il per sempre, ma l’accettazione del dolore proprio e dell’altro. E infatti in ciò che virtualmente si genera dal reale, la fuga, scivola nella rappresentazione, nell’immateriale. La crudeltà immane dell’sms, la cancellazione di un numero telefonico, lo spiegare avvitato su di sé perché comunque lo star bene implica il sacrificio dell’altro, assunto come via d’uscita. Badate bene che non c’è giudizio morale in tutto questo. Da sempre gli amori si sono generati e consumati, ciò che è sempre stato difficile è il progetto connesso all’amore, il riconoscimento della sua fallibilità, il feed back continuo, e anche il vederne il fallimento. Come dire che mai come ora è facile innamorarsi e al tempo stesso, difficile gestire le conseguenze dell’innamoramento. Forse per questo c’è una proposizione della leggerezza  sentimentale perenne, come se la vita fosse il passare da un eccitamento ad uno stato di normalità e poi al successivo.

Come riempire il vuoto che l’assenza di progetti comuni genera è difficile pensarlo, di sicuro il virtuale è un luogo lenitivo, però quanto esso possa prefigurare una nuova grammatica dei sentimenti non riesco a capirlo.

Come per il dongiovanni della Kennedy, che per le proprie conquiste ha bisogno di sentirsi all’origine del tutto,  spesso non c’è neppure la narrazione di un Leporello che enumera e vanta i successi del proprio padrone, ma solo la disperata solitudine di un collezionista distratto. Ho la sensazione che non è questo il porto a cui approdare, e che la navigazione continui tra passato, presente e futuro, per ora senza una bussola che non sia il culto del sé e la sofferenza lasciata alle spalle. Perché forse è bene dirlo, la sofferenza assieme al dispiacere genera anche la sensazione di essere vivi e questa sembra sia diventata una necessità non solo in amore.

tre variazioni sull’otto marzo

prima variazione:

Si può essere commossi e calmi? Sì, se ciò che si è subito si è talmente commisto alla vita da diventare permanente parte di essa.

Con voce commossa e calma, enuncia lo stalking subito per sei anni, le minacce fisiche, le percosse, il pericolo di morte. E accanto a questa condizione assurda del vivere, enumera le denunce, la diffidenza incontrata, i tentativi di dissuaderla dalle querele, l’atteggiamento e l’insensibilità incontrate, essi stessi percossa e violenza, nel capire più l’aggressore che l’aggredito. Una parola pesante emerge tra le altre, la connivenza dell’istituzione che rende compatibile socialmente l’abuso, che diventa parte della violenza. Poi il racconto continua con il positivo incontrato, le persone sensibili delle associazioni di aiuto contro la violenza, un graduato di polizia che capisce e chiede scusa a nome dello stato. Il narrare è sereno, ma non scompare del tutto la piega amara della voce, delle parole. Poi, l’epilogo, che non è tale, verrà col processo dopo sei anni di sofferenza. Ma non ci sarà processo, perché nel frattempo il persecutore è morto. Tutto derubricato quindi? Finito? No, perché la vittima per fortuna è viva, ma deve ricostruirsi, inglobare la violenza subita in una visione positiva di se stessa, terapie per riaprirsi alla speranza, al rapporto con gli altri.

Si può essere commossi e calmi nella voce e trasmettere, proprio attraverso la calma, il carico di dolore in atto e trascorso. Questo insegna, fa riflettere, rende lampante l’inadeguatezza delle parole di legge e dei comportamenti che esse generano. Non si tratta solo di sentirsi in colpa in quanto genere. A che serve la colpa se non è accompagnata dal suo superamento? Bisogna essere consapevoli, e questo riguarda tutti, che la violenza è tra noi e che, se non la vogliamo, bisogna, non solo emettere leggi, ma fare in modo che essa non sia accolta, giustificata, relativizzata, messa in conto come danno collaterale. Non c’è nessuna guerra in atto tra i sessi, c’è solo una questione di rapporti ed eguaglianza che dev’essere modificata nella cultura, nella percezione. A partire dalla mia cultura, dal mio intendere la presenza femminile ovunque nella società.

seconda variazione:

La ragazza ha meno di vent’anni. Stringe tra le dita un mazzetto di mimosa molto sciupato. Eppure se potesse liscerebbe gli steli, gonfierebbe i fiori sino a renderli turgidi come appena colti. Lo ripara dalla pioggia con una mano mentre cammina veloce senza ombrello. Potrebbe metterlo nello zainetto, ma si sciuperebbe ancora di più. Rivolge i fiori verso il basso per far scorrere la pioggia, ma ogni tanto li rialza per controllare se si riprendono. Di certo l’ha ricevuto da una persona per lei importante. E ha collegato la giornata con una festa che la riguarda e un atto di affetto. Forse d’amore.

Si vive anche di simboli e di gentilezza, almeno per una giornata. Ci penso poco a questo. Mi ha sempre infastidito l’insistenza avida dei fiorai, l’attenzione pelosa del donare obbligato dal conformismo che si chiude in un giorno. E al pari m’ infastidiva l’ignoranza liberatoria delle pizzerie, dei night a spettacolo invertito nel genere. Anche la risata grassa e ricca di doppi sensi mi dispiaceva perché ad essa corrispondeva quella maschile. Mi sembrava mettere assieme la parte bassa della libertà. Eppure anche in questo c’era un passo avanti, una liberazione d’accatto era sempre meglio del bigottismo precedente.

Un fiore, anche virtuale, tutto l’anno per ripristinare la mimosa sciupata. Ogni giorno, la predisposizione a dare gesti di cura. Anche un abbraccio può servire. Un abbraccio lungo, caldo e silenzioso. Ricco di sottointesi e appena colto dall’albero del bene reciproco.

terza variazione:

Li ho visti l’altra sera a Gazebo, ripresi e commentati con la levità empatica dei conduttori che mette in luce, non l’immagine di rapina del fotoreporter, ma una quotidianità assurda, sofferente. Sono le donne e i bambini al confine con la Macedonia. Passano la giornata in fila per un panino e una bottiglietta d’acqua, attendono che qualcuno possa passare. Inermi tra gli inermi. Donne avvolte in lunghi abiti neri oppure con gonne corte colorate, che stanno e altre arrivano, si sistemano in tende fragili, estive. Tutti nella stessa condizione, pur venendo da diverse esperienze di rapporti familiari, di vita e di prospettive.

Non credo che oggi abbiano distribuito mimosa nel campo, sarebbero bastati i panini con un minor tempo d’attesa. Chissà se per loro prima esisteva un otto marzo, comunque non credo ci pensino ora. Non loro, non i tre milioni di profughi in Turchia, in maggioranza donne e bambini. Non il milione e mezzo stipato in Libano (ma forse quelli stanno meglio che con Erdogan). Non gli oltre 350.000 somali in un unico campo di tende a Dadaab in Kenia. Non l’indeterminato numero alle soglie del Sahara o sulle coste libiche. In maggioranza sono donne e bambini che attendono e mostrano la nostra vergogna.

Qui il genere scompare: quante donne che festeggiano l’otto marzo pensano che l’esodo dev’essere un problema che si risolve in occidente? Penso alle donne perché gli uomini su questo hanno gesti sbrigativi, considerano che i danni collaterali fanno parte della realtà. Poi si sa, che i maschi se la cavano, anche quando emigrano. Anche nel morire se la cavano, ma le donne come fanno a tenere a bada la paura e il dolore per i propri figli, per sé, per i compagni? Come ricostruiranno le culture, i nuclei di relazione, l’amore se non viene loro permesso di avere un futuro? La mia amica danese mi dice che in Danimarca non si festeggia l’otto marzo perché i diritti delle donne sono una cosa normale. Ma per chi valgono i diritti basilari? Quelli semplici, da cultura laica o religiosa: accoglienza, rispetto, eguaglianza, sono per noi e basta? Si è parlato molto a lungo di radici culturali da inserire nella costituzione europea. Questi diritti erano ricompresi, a partire dalle radici cristiane. Che fine hanno fatto alla prova dei fatti? Sparito tutto. Forse anche per questo l’otto marzo non è proprio solo una festa commerciale.

dance me

Cercare di guardare, vedere l’altro lato, soffermarsi, trarre qualche possibilità interpretativa. Richiamo l’attenzione: qualche possibilità interpretativa. Tre parole ipotetiche che limitano l’assoluto. Questo è il regno del dubbio. Ha bisogno di gambe forte, di piedi ben piantati, di alcuni principi, molta auto ironia. Alt. Basta.

Dicono che raramente si arrivi a sfruttare il 20% del potenziale del cervello, non so cosa contenga l’80%, ma di sicuro già in quel 20 c’è una differenza importante sull’uso, ovvero cosa si collega e come.

Esemplifico mettendo i piedi sulla tavola: se cosifico i sentimenti quel 20% razionalizza e relativizza, riporta a schemi conosciuti, evita l’errore successivo reiterando la conclusione negativa del precedente. E allora? Ho usato il mio 20%, per creare il nuovo oppure per ossificare il vecchio?

Che sia per questo che non mi affeziono agli assoluti e al per sempre, ma li considero un lavoro lieto e faticoso e non di rado pure pesantuccio? Il collegare dinamico è per me fondamentale, di fatto una continua rielaborazione del passato nel laboratorio del presente, ma con una sua relativizzazione. E qui il sentiero è davvero stretto, l’orlo è quello del vulcano: si sente il calore infernale dell’abisso, ma anche la vertigine, eppure non è data altra strada che il procedere. Guardare innanzi, vedendo il presente e l’altro lato delle cose, esercizio di realtà, ventipercento da connettere secondo nuove sinapsi, e accettare che il pensiero ci metta in crisi.

Esemplifico ulteriormente: un principio mi fornisce sicurezza interpretativa, so dov’è il giusto e ciò che non lo è.

Bene, accettata l’etica, riesco a togliere il giudizio e vedere dove ciò che non è giusto m’assomiglia?  Perché se in questo esercizio metto l’autoironia, riesco a cogliere ciò che è nuovo nell’ingiusto e che mi riguarda. Basti pensare ai luoghi comuni oppure al non sono razzista, ma… Queste zone grigie sono me e rappresentano il limite di ciò che davvero penso di essere. Ovvero penso di essere migliore di ciò che sono in realtà e per risolvere le mie contraddizioni ho un bivio: o le accetto oppure le affronto. Il diavolo è seduto dove si divaricano le strade e aspetta sorridente. Io sono il diavolo e la cosa mi può rendere pure allegro, ma basta saperlo che l’indecisione occultata di scelta è il mio modo di vedermi migliore.

Connettere il 20% in modo nuovo, sembrerà strano ma lo si può fare ad ogni età, in ogni condizione. Si può affrontare il titanico sforzo di mettere assieme ragione, sentimento, realtà, sogno, passione, incoerenza, limite con l’allegra presunzione di voler vivere diversamente. Di essere differenti, non per partito preso o insicurezza, ma per consapevolezza. E soprattutto evitando di cosare le persone e noi stessi: non siamo cosa. Non accettiamo di essere ridotti a oggetto, numero, entità marginale, ma 20% in divenire. E anche se quel 20 in realtà è 5, non importa, chi può misurare la nostra capacità di essere davvero altro.