ancora, prima della notte

Togliendo l’io che resta: una constatazione quasi d’impotenza. Nella stranezza dei discorsi quella prima persona plurale è così ardua per capire quanto e come includa un eguale sentire.

Così mi rivolgo a te che capisci, allora.

Tu che hai disagiate modalità, versi incombusti da bruciare, parole trattenute, pensieri inconsulti di contesto. Tu che sostituisci il gesto e il tatto alla parola e poi metti profumo in un verbo. Tu che hai il soggetto nei piedi e nel cuore, che agiti la testa per scuotere i capelli e tieni in gran conto i riccioli ribelli. Tu che insisti senza dire, che lasci parlare gli occhi, che accarezzi le cose pensando agli amori dispersi nella corsa. Tu che hai colto senza cogliere, trattenuto un respiro che scioglieva l’aria, spartito l’acqua dicendo questa è la mia parte. Tu che non lesini, che giri in tondo per danzare e sposti una sedia senza far rumore. Tu che guardi e pensi altrove, mentre lasci che il tuo corpo splenda alla luce. Tu che righi il vetro come la pelle, che chiudi una porta senza far rumore. Tu che non usi la punteggiatura, che bevi l’aria per unire le parole. Tu che sei attenta all’indolente muovere d’una coccinella, che guardi il gatto e questo abbassa il capo. Tu che conosci la strada tra un letto disfatto allegramente e una sedia con la luce che illumina le spalle. Tu che scrivi sui margini dei libri, che semini aromatiche per i giorni che verranno. Tu che non guardi la scadenza delle tisane e mentre scaldi l’acqua pensi all’ultima birra, all’ultima sigaretta, all’ultima riga letta e piangi di bellezza. Tu che hai aperto il cuore e non l’hai rinchiuso. Tu riconosciti se puoi, se vuoi, ma non importa perché tracce di te sono in ogni sogno, in ogni sguardo attento, in ogni giorno che vuol venire, in ogni passo che trasale l’ombra. Tu, ovunque, ancora, prima della notte.

e più o meno detto in altro modo:

Tu che hai disagiate modalità, versi incombusti da bruciare, parole trattenute, pensieri inconsulti di contesto.

Tu che sostituisci il gesto e il tatto alla parola mentre metti profumo in un verbo.

Tu che hai in gran conto il senso e lasci lo scorrere dai piedi al cuore annodandolo in un pensiero.

Tu che agiti la testa per scuotere i capelli e tieni per te i riccioli ribelli.

Tu che insisti senza dire, che lasci parlare gli occhi, che accarezzi le cose pensando agli amori dispersi nella corsa.

Tu che hai colto senza cogliere, trattenuto un respiro che scioglieva l’aria, spartito l’acqua dicendo questa è la mia parte.

Tu che non lesini, che giri in tondo per danzare e sposti una sedia senza far rumore.

Tu che guardi e pensi altrove, mentre lasci che il tuo corpo splenda alla luce.

Tu che righi il vetro come la pelle, che chiudi una porta senza dire una parola.

Tu che non usi la punteggiatura, che bevi l’aria per unire le parole.

Tu che sei attenta all’indolente ancheggiare d’una coccinella, che guardi il gatto e questo abbassa il capo.

Tu che il mare guarda e si ritrae e poi torna.

Tu che conosci la strada allegra tra un letto disfatto e una sedia con la luce che illumina le spalle.

Tu che scrivi sui margini dei libri, che semini aromatiche per i giorni che verranno e sorridi alla prima foglia.

Tu che non guardi la scadenza delle tisane e mentre scaldi l’acqua pensi all’ultima birra, all’ultima sigaretta, all’ultima riga letta e piangi di bellezza.

Tu che hai aperto il cuore e non l’hai rinchiuso.

Tu riconosciti se puoi, se vuoi, ma non importa perché tracce di te sono in ogni sogno, in ogni sguardo attento, in ogni giorno che vuol venire, in ogni passo che trasale l’ombra.

Tu, ovunque, ancora, prima della notte.

le donne

Hanno ossa cave, come gli uccelli,
le donne,
e gli servono per volare.

Ma hanno anche i passi pesanti del piombo, le donne,

se un cuore non batte ciò sentono.

Così lasciano impronte profonde
anche quando volano,
le donne.

E se il loro udito si riempie dei suoni attorno,
a volte si mescola con la dolcezza dei pensieri,
e allora è musica,
nelle donne.

tra pudore e nudità

Sono talmente tante le ignoranze dell’uno e dell’altro che ci affidiamo a modalità precarie come l’intuito e la speranza.
Dovrebbe esserci una leggerezza pensosa tra noi che fa rifulgere il gioco in cui c’è molto di ciò che si limita, o ancora ascoltare, partecipando, le mutevoli allegrie e tristezze.
La vita arranca e si cela, lascia trapelare ciò che sembra lenire o non causare danno e male e ogni volta che si parla all’altro ci si ferma al limite della luce o della notte.
Il profondo trasloca allora in noi, si chiude in scrigni d’ambra o di cristallo. Vorremmo fossero saggiati dai palmi, percorsi da dita amorose, sentiti nella dolcezza e nell’affilarsi dei limiti, aperti piano e col giusto batticuore.
Senza risparmio di tempo perché la nudità esige l’infinito mentre il pudore s’accontenta dell’attimo e del giorno.

17 agosto 1917

Il 17 agosto era il suo compleanno. 17 anni li aveva lasciati nel secolo precedente e 17 nel nuovo. Era abituato a fare conti, confrontare numeri, vedere i risultati. I numeri erano curiosi a volte, ma non tradivano, si sommavano, sottraevano, dividevano, ma alla fine restava un numero che rappresentava qualcosa di univoco. Un dare e un avere. Lui pensava che doveva ancora avere molto. Aveva persone che amava, due figli, una moglie, un lavoro, una vita da vivere assieme, quindi i conti erano aperti, i numeri dovevano tornare.
Quella notte ci fu il trasferimento che era stato comunicato in giornata. Poche parole in italiano ripetute dagli ufficiali, verso i sotto ufficiali, e poi giù fino alle orecchie dei soldati. Le sue. Tra soldati parlavano in dialetto, il battaglione era stato costituito all’interno di due province vicine. C’erano anche altri che venivano da regioni diverse e parlavano altri dialetti, ma alla fine ci si capiva. Lui era abituato a capire lingue e dialetti differenti, parlava anche la lingua di quelli dell’altra parte dei reticolati, ma non serviva, non c’era molto da dirsi in linea, c’erano solo urli e sfottò. Ed erano meglio i secondi perché significavano quiete.
Venivano da un turno di riposo, dopo essere stati in linea dal 13 maggio al 23 luglio, sempre da quelle parti, ed erano stati dimezzati: 1806 uomini e 36 ufficiali morti. Poche centinaia di metri conquistati, erano passati da quota 224 a quota 247. Numeri che erano piccoli dossi e buche che lì si chiamano doline. Buche in cui si ammucchiavano vivi e morti, pietre e ordini, assalto e fortuna. Numeri. Si contavano muti, la sera, poi c’era la notte per pensare e la speranza che la sera dopo si potesse contare di nuovo.
Chissà cosa pensava ricordando maggio, giugno e luglio. I visi si confondevano, le persone e i fatti, tutto nel rumore degli scoppi, la corsa dell’assalto, l’acquattarsi nella dolina. Fare, sparare, correre e attendere la notte, non pensare, restare vivo.
Nei momenti di quiete ci si aggrappa a quelli certamente vivi, alla famiglia. Contava la famiglia e lui, lui e la famiglia. Vivo.
Durante il riposo e le esercitazioni si formavano gruppi, assonanze sociali, quasi parentele, ma sapevano tutti che erano su un crinale, vivere era questione di attimi, dipendeva da una coincidenza con una pallottola o una scheggia, dalla caduta di quello a fianco, dal caso.
Fino ad agosto riposo, meno di un mese e poi il 17, il giorno del suo compleanno, di nuovo in linea, immersi nel caldo torrido del giorno, con la pietra che si arroventava e lì c’era solo pietra. I pochi alberi erano stati spazzati via dai bombardamenti preventivi, i cespugli bruciati dai lanciafiamme. Pietre a pezzi, sminuzzate, frammiste a metallo di scheggia, reticolati, doline e trincee, teli sbrindellati e la comunanza di essere accalcati gli uni sugli altri. In attesa.
Il tempo si comprime e dilata, lì per giorni si caricava con la molla dell’attesa. Non passava mai ed era sempre corto, immediato.
La notte del 17 era fresca, come tutte le notti, si faceva sentire l’alito del vento del mare di Trieste che s’incanalava tra quelle valli strette, lambiva quei cumuli di pietre.
A luglio, dal colle di Sant’Elia, il mare si vedeva e sembrava così strano che laggiù ci fosse una vita normale, che le persone andassero al lavoro, a casa la sera, dormissero in letti normali, facessero l’amore, bevessero birra fresca nelle osterie e a cena accarezzassero la testa dei figli chiedendogli com’era andata la giornata. Li, anche se non  formalmente, c’era la pace.
Il Papa aveva parlato di inutile strage per tentare di fermare la guerra, non c’era riuscito anche se i re e gli imperatori erano tutti cristiani. Ma poi quelle parole così comprensibili e adatte ai tempi non erano esse stesse una contraddizione: quale strage può essere utile?
Lui non pensava tutte queste cose, la notte del 17 agosto, sentiva che andava in linea, compiva gli anni, e sperava che quella pace poco distante nelle retrovie avrebbe potuto raggiungerla. Contava i giorni in cui restare vivo. Iniziava quella notte l’11.a battaglia dell’Isonzo, un numero palindromo. E bisognava conquistare quota 219 poi quota 246, la dolina della bottiglia.
Ma tutte queste cose non gliele dicevano, quando la molla del tempo si scaricava, usavano parole semplici: baionetta in canna, tutti fuori, all’attacco. Qualcuno gridava Savoia, qualcun altro moriva subito, altri correvano e i feriti urlavano. Col cuore in gola, sparavano e correvano, vivi, finché durava.
Era la notte del 17 agosto, compiva 34 anni, si chiamava Antonio, aveva due figli piccoli e una moglie e li amava tutti.
Restò vivo e li pensò fino al 22 agosto, in quattro giorni morirono tra quota 219 e 246, 1594 soldati e 67 ufficiali. Numeri, ma Lui fu uno di questi e il suo luogo convenzionale di morte fu indicato in quella dolina della bottiglia che ora non c’è in nessuna carta geografica.

buon ferragosto

 


Ieri c’è stato un pullulare di arrivi. Era la seconda ondata di furbi, quelli che avevano evitato le code del sabato e della notte di venerdì e si sono ficcati in quella della domenica. In questi giorni l’altopiano moltiplica per nove gli abitanti. I ristoranti sono zeppi e fanno i doppi turni, le strade dei centri dei sette comuni si riempiono di persone che si trascinano da un negozio a una gelateria e poi a un tavolino per arrivare a pranzo o cena.
Il turismo è invecchiato, i giovani non amano le camminate da malga a cima a malga, così arrivano i proprietari delle case costruite negli anni del miracolo economico veneto ormai anziani e il turismo di prossimità che cerca refrigerio rispetto alle temperature asfissianti di pianura. Qui il benessere è stato ostentazione e incentivo a un costruire privo di criteri e di cultura locale. La tradizione era logica, forte e povera, con una lingua propria e incomprensibile che non aveva nulla di altoatesino o austriaco, era il costruire di chi lavorava e non poteva rappresentare le icone dei cittadini di pianura che confondevano l’ altopiano con le Dolomiti o il cadorino. E i locali hanno aiutato ad estraniare il territorio nel riprodurre case tutte uguali e fuori della tradizione del posto, anzi, e se ci sono comuni che hanno oltre l’80% di seconde case un motivo c’è ed è evidente: l’interesse e l’arricchimento facile. Ne hanno usufruito tutti, costruttori, commercianti, artigiani, professionisti, agricoltori, alberghi e ristoranti, ecc.ecc. finché si è creato un clima di separazione basato sul solo interesse tra chi risiede e chi dovrebbe venire in vacanza ed è sempre più di passaggio. Innumerevoli case non si aprono più perché i figli hanno altre destinazioni e gusti rispetto ai padri e se devono ostentare qualcosa lo fanno altrove. Così i cartelli di vendesi si mostrano sui balconi di legno, sui legni tagliati alla tirolese e pur con un’ attività di acquisto favorita dai prezzi abbordabili, fanno fatica ad essere tolti. Quindi il futuro di questi luoghi, anche a causa del clima, sarà diverso e dovrebbe essere nella testa di chi ha capacità di intuire il futuro e potere per propiziarlo, mettere in atto ciò che serve a salvare l’antico e rendere più innovativo il nuovo. Cose difficili perché hanno bisogno di tempo e di discussioni che rompano luoghi comuni e abitudini facili, ma si potrebbe fare.
Intanto i vigili impazziscono per l’afflusso di auto e si celebra l’orgia lipidica di ferragosto. Ieri per i sentieri un po’ erti non c’era quasi nessuno, a parte le auto che devono dimostrare perché si acquista un fuoristrada per muoversi in città e i quad, l’equivalente delle moto d’acqua, questi sì con giovani pieni d’ansia di sgommare in salita, ma tutto sommato erano pochi e appena fuori dalle strade forestali correvano gli gnomi. Capire il cambiamento dovrebbe essere il tema di questo pezzo di mondo che si autocelebra, ma non intellige, non produce novità che renda le crisi davvero semplici. Sembra che tutto si riduca all’equazione: chi possiede, ha futuro e invece proprio questa equazione viene messa in crisi non dall’etica o dalla morale, magari fosse così, ma dalla stessa economia che divora il mondo e  che ha bisogno di acquirenti per le merci e di denaro da trasformare in spazzatura.
Qui ancora la natura e il dialogo con essa possono fare la differenza e trasformare i luoghi di brevi vacanze in posti in cui vivere. C’è molto verde e aria buona fuori dalle strade. Stasera faranno i fuochi per deliziare gli spiriti e cacciare i demoni che affollano le strade. Buon ferragosto.

facili rinunce

Dei tanti che con me fan uso di pazienza,
e che grato ricambio esercitando silenzio e stravaganza,
preferirei rinunciare a chi mi spiega ciò che ho detto
presentandolo come pensier proprio.
Nelle originali fesserie so provveder a me stesso.

l’imprecisione dell’amore

Non lo dicevi con le labbra,
ma nei tuoi gesti l’imprecisione era confinata,
perduta in antiche severità
e poi scordata.
E così il muovere ritmico e attento delle dita,
che poteva essere quello di una sarta, di un geografo,
d’una orologiaia, di un calligrafo,
portava con sé piccoli segmenti di tempo,
stringeva con gentilezze sconosciute ai dinamometri,
ed era ciò che serviva: né più né meno.
Così, da ogni lavoro finito, emergeva una linea,
la stessa del palmo, credo,
che congiungeva di senso, la fine all’inizio.
Ed era la linea della vita,
non delle vite, ché quelle stavano,
colorate e vivaci, nei tuoi pensieri
a tacere e dire assieme,
riservando un colore ad ogni cosa,
ma con una leggerezza così sottile
da innamorare il filo che annodava le possibilità.
Ed ecco cos’era il connubio tra ciò che merita l’esattezza
e la gloria d’ogni impreciso, fidente, amore.

felici di non negare la felicità

 

Una generazione dopo l’altra porta il peso delle vite e delle guerre, di quelle vissute vicino a noi e di quelle distanti in cui l’indifferenza ha generato l’oblio prima che accadesse.

Come nel piccolo, così grande delle vite, un amore porta le unghiate di ciò che l’ha preceduto.

Qual è stata la nostra fortuna? E come l’abbiamo usata?

E quella nuova, perché l’abbiamo negata?

Non farsi sopraffare dal passato, dalla sua assoluta relatività che fa perdere la visione dell’insieme, del nostro posto nel tempo comune e nell’universo. Attorno e dentro, schegge di realtà che non meritano mai la disperazione perenne degli errori, che si negano il nuovo nel nome di una visione stereotipata di ciò che è stato. Hanno agito innumerevoli forze e si è creduto di cavalcarle indomiti e nuovi, dovremmo ammettere di non aver capito e che l’errore è nato da questo.

 

Dovremmo dirci che non capiremo ancora e che, senza doveri, sbaglieremo liberi, felici di non negarci nuove felicità.

 

 

l’ordine il disordine

I palazzi dell’europa dell’est, anche quelli in piccole città, avevano un rigore di linee precise e di progetti acquarellati. Erano privi della sezione aurea dell’Alberti, ma mandavano un senso di solida sicurezza. Questi palazzi avevano alte finestre per raccogliere tutta la luce disponibile, simmetrie di porte che si muovevano da un asse centrale, colori bianchi o al più in quelle tinte pastello senza ardimento che spesso si vedono niei paesi del nord, con le finestre segnate in un diverso colore che seguiva le modanature, le grottesche, le finte colonne, i cornicioni. L’effetto degli accostamenti di colore era moderatamente leggero, come se chi minuziosamente aveva curato l’esecuzione dovesse dominare anche i pensieri riposanti e futili per una corrispondenza ordinata tra interiore ed esteriore.  Così anche l’asimmetria era ordinata e voluta per comunicare il senso di attesa del compimento. Una sua pcertezza.

Questi palazzi sembravano fatti per durare e per convenientemente rappresentare un potere intramontabile. Il potere pensa spesso di non passare e forse per questo genera un eterno presente e trascura il futuro, lasciando che questo si crei da solo e spesso per contrasto pensando di poterlo imbrigliare nel rigore di una linea, di una parola, di un gesto inequivocabile. Lasciamoglielo credere perché nulla è più apparentemente solido e precario come il potere e l’ordine mentale che esso genera.

Così mi accadeva di osservare anche altrove, in Cina ad esempio, o in medio oriente, o nelle architetture civili del Corno d’Africa, o in sud america, ovunque, indipendentemente dalla ricchezza del Paese, che si ripetevano le modalità del costruire e il senso di ordine che la simmetria comunica, statuendo il controllo e quindi il potere di chi la genera.

Così pensavo che fare ordine è un affidarsi e un riposo interiore, e che per farlo bisogna avere anzitutto cognizione delle cose e assegnare loro un’importanza. Il pensiero sotteso alla legge che si esprimeva in qualsiasi asylum era che l’ordine fa bene e che messo a posto il mondo tutto il resto doveva muoversi di conseguenza. Questo pensava il potere e moltissimi con esso, tanto che si riposavano nel fare ordine, nel tenere le cose secondo giuste sequenze.

Lo vedevo nei palazzi e mi sembrava collegato ad una necessità di sicurezza interiore da soddisfare. Però sapevo anche che l’universo, pur avendo equazioni a loro modo molto imbriglianti e ordinate, si ostinava a rappresentare qualcosa che si espandeva, che era insofferente dei limiti, che non tollerava la staticità e la sicurezza, ma praticava il movimento e l’insicurezza.

Mi sembrava fossimo accoccolati nel grembo della galassia, e guardando ciò che si espandeva, ai nostri occhi c’era un nero solcato da lampi di energia, a volte luminosa ma altrettanto spesso oscura. E solo la poesia con il suo disordine del sentire, con la violenza della verità poteva assomigliare ad una equazione che descriveva un fenomeno visto e ancor più percepito. Solo che la poesia la sentivano tutti, non solo gli osservatori ricchi di scienza e se risuonava in maniera differente, in ciascuno, il risultato non cambiava: sotto l’ordine c’era un vulcano pronto ad eruttare verso il cielo l’immenso contenuto dei desideri, delle aspettative e della realtà percepita e di quella voluta.

E così pensavo che quei palazzi erano belli, ma monotoni come l’utile che senza l’inutile e la sua fantasia renderebbe grigia ogni ora.

 

archi ribassati

Spiegava l’evidenza, ovvero che un arco ribassato, una volta senza l’ausilio della cuspide gotica, premeva sulle spalle di appoggio. Il ponte della Costituzione a Venezia è un po’ così e magari se le rive non tengono tutta quella spinta, oppure s’allontanano perché annoiate dai tanti piedi distratti, alla fine cadrà in acqua. Sarebbe una logica conclusione all’imperizia e all’incuria, al mercantilismo con cui il bello è diventato bazar, consumo di pietre per piedi trascinati, confusione di economie tra chi risiede e chi viene, prende e se ne va.

Intanto, pensucchiando, era diventata notte e nella via dov’ero nato, gli archi ribassati dei portici che vedevo erano chiusi da solide barre di antico ferro, stanco persino di ruggine e delle mani che si erano appese per dondolarsi come scimmie, per tirarsi su, per dimostrare che anche da piccoli si riusciva ad essere forti quando non esistevano palestre e gli esercizi ginnici erano in aule polverose vicino ai banchi. Ovvero, esistevano le palestre ed erano un retaggio ottocentesco, forgiavano ginnasti e spadaccini oppure pugili che avevano giri e parole loro. Ma erano guardati con quel giudizio imbecille che li apprezzava solo quando combattevano oppure conquistavano medaglie, per il resto erano persone a parte, confinate in circoli dove era meglio non andare, frequentare, parlare.

Così ricordando, scorrevo, quegli archi tenuti da sbarre malfidenti, che poggiavano su pilastri di diversa dimensione. Alcuni tozzi e massicci, sembravano fatti per sorreggere l’intera casa. E anche se non era vero, se ne atteggiavano e avevano intonaci strani, riccioluti in punte aguzze di malta grigia, forse per impedire che le persone s’appoggiassero. Pensavo che i proprietari avessero pensieri grevi e che pur costretti a un pubblico portico volessero difendere la proprietà oltremisura, per cui un povero non potesse riposare nell’ombra, non ci fossero questuanti davanti casa che togliessero decoro e infastidissero i visitatori, fosse precluso il sostare che cerca un muro a cui posare la schiena o la spalla. Precauzioni inutili perché il lezzo greve della pescheria poco distante, toglieva ogni aspirazione di nobiltà acquisita a quelle case e quella strada, pur con i suoi palazzi nobiliari, i merli ghibellini, le porte alte e i legni pregiati dei portoni, era pur sempre terra di botteghe e d’artigiani e il fabbro, che aveva la fucina davanti alla mia casa, forse era stato quello che aveva battuto quelle barre per gli archi, aveva forgiato catene per tenere insieme pareti perimetrali stanche e non aveva badato al fortore della pescheria che s’appiccicava ai mattoni, li permeava d’estate di una patina di decomposizione organica, confondeva spazzatura e portici come accadeva nelle vie medievali, in attesa che una folata di vento ripulisse le narici prima che l’aria, no, batteva, lavorava, scherzava col vicino commerciante, salutava le signore e si schermiva della sua canottiera blu che portava in estate e inverno, ridendo, cantando e facendo.

Altri archi erano su colonne più sottili, su capitelli recuperati da scavi che si distinguevano proprio per le loro diversità. Sembravano poco preoccupati di spinta e peso, quei contrafforti esili, che avevano una eleganza da ballerini consumati, tangheri, come si diceva storpiando e sorridendo dell’andatura un po’ claudicante del ballerino di tango che spazza la pista col passo strascinato prima d’ essere richiesto. Leggeri e pieni d’anni, incoscienti, reggevano pesi e sostenevano. Mi chiedevo nei pensieri oziosi di calura, cosa tenesse davvero quel marmo, se non vi fosse una convenzione tra cose che alla fine, cooperando, mostrasse non la realtà ma l’apparenza, ovvero se il tenere o meno fosse altrove e quegli archi con quelle sbarre, adesso davvero necessarie, non si reggessero da soli, per cui l’appoggiarsi fosse carezza al marmo, bacio affettuoso e non peso. Un affetto per tutti gli anni passati assieme, per la vicinanza che ingentiliva e rendeva lieve l’arco di mattoni con l’ormai inutile chiave di volta, come accade alle coppie dove lei fornisce a lui quel supporto di leggiadria che lo illumina e gli raddrizza le spalle, ne rende interessante il viso e la figura, perché assieme stanno bene e si vede.

Così la via correva nella notte, tra odori intensi e silenzi di mura che trattenevano il respiro di chi passava. Mi sembrava che in quella via ci fosse più aria quand’ero piccolo, che gli odori non entrassero nelle case, ma scivolassero via come ombre sui muri. Che quegli archi fossero occasione di gioco, d’ombra e sosta per chi passava, che le grate delle cantine alitassero sempre quel misto di fresco e muffe di cose dimenticate ma non buttate. Osservando le superfici, passavo i polpastrelli su granulosità che erano lisciate dall’uso, dalla consuetudine che hanno i bambini di toccare. Come se essi sapessero che c’è una memoria del tatto e che quella resta a lungo pur estraniandosi dal luogo, e c’era il ferro rugoso, la pietra d’Istria che si sfaldava piano, il sasso liscio che parlava con il palmo. E c’erano quegli archi che incorniciavano il cielo sopra le case, e bisognava essere piccoli, per vedere il cielo, piccoli di statura e grandi di semplice sentire.