segni di vita

Crepitano i fuochi di marzo. Mucchi di sterpaglie da cui parte la rinascita, bruciano sulle colline. Sono legni incauti di gemme, che ardono assieme ai tagli d’autunno, che si fondono col marcio che s’era scordato, che cantano in un rumore di schiocchi e ansimi, che soffiano sibili d’umori, finché superato il crinale del primo calore, mormorano, col confuso uniforme di piccole voci delle cose che disfano. Legna attonita nel cambiar di stato, forma, intendimento. Si sarebbe sciolta nella terra e s’inerpica in colonne di fumo verso il cielo. La fiamma generata sospinge, sorregge, mostra nel crepuscolo, il fumo bianco di vapore, fino alla notte. Poi regnerà solo lo sfogonare delle fascine gettate per ultime, col fuoco che pian piano s’ acquieta, borbotta, fino al silenzioso letto di braci, rosso come il cuore della terra che cuoce. C’è ancora un piccolo rumore che permane, d’aria che si sposta e irradia, ma è simile a un vento che pur parla e si confonde con la brezza della notte. E nessuno l’ascolta mentre una forca o un badile disperde la brace. 

Distante chi vede i fuochi capisce che la primavera è annunciata. Lei, di sicuro, ha ordito da tempo, s’è gonfiata sotterra, ha risvegliato orologi di radici, ricominciato a bere liquidi e sali, si è stirata nel buio assoluto e ha capito con i suoi strani sensi, il calore che arriva. Ora ha bisogno di luce, allunga un braccio, una mano che scava, poi rizza le spalle ed inizia una spinta possente incurante del peso, della crosta così dura rispetto alla sua tenerezza bambina. Vincerà.

Lontano dai fuochi, qualcuno si chiede dei presagi, pensa disgiunto, che il cibo porterà bene alle vite. Ma cos’è il suo cibo? Smarrita la fame nell’oscenità della rappresentazione continua di cuochi che non vogliono essere tali, ma bensì capi e creatori. Artisti della serialità che si disfa, sollecitatori di succhi interiori, di sintesi mirabili raccontate, profeti di appagamenti dove il con-vincere è spesso superiore al reale. Consci che nell’artificio, della fama cosa resta se non l’apparenza e l’eccitar dei sensi? Così si muove il gusto che fonde e divide, la vista che s’appaga in geometrie sintoniche di colori (ma diciamocelo, ormai senza fantasia, e sempre uguali dopo la prima sorpresa), e l’odorato, pur in sé sufficiente (ahimè spesso vilipeso dopo la prima ondata di profumo e di calore), araldo contraddetto dal gusto nel discernere il buono dal bello. E tutto questo che c’entra col crescere del grano, con l’erba che ingrasserà animali di pascolo? Chi metterà assieme la semplicità d’una sapienza che ha trasformato l’uomo da raccoglitore senza patria in stanziale geloso di fatica e conoscenza? Nel cibo c’è la certezza della vita, il possesso che sottintende la continuità, in fondo le patrie sono manifestazioni di stagioni favorevoli e di abitudini a mietere e pascolare, di necessità di focolari, di lingue per dirsi e dare nomi alle cose prima che confini, ma la storia è fatta di bulimie più che di necessità soddisfatte.

I fuochi annunciano il tempo del curare se si vorrà raccogliere. Parlano oscuramente a chi non decifra i segni, a chi non legge le faville che seguono l’andar verso. Verso cosa se non noi stessi? Verso chi, se non oltre il limite delle vite che vogliono camminare e sono inchiodate su sedie, metafore di poteri immobili.

I fuochi parlano di fortuna, di correnti che la portano, parlano di cibo ancor vivo, di possibilità che si scontreranno nel caso. Segnano le colline e s’accovacciano nella notte, sono segni che possono diventare porte di significato, curiosità momentanea, ricordi di gesti ormai senza ragione, oppure scrollare di teste che corrono verso altri segni. Sono annunci d’immanenza che comunque avverrà, più forte di chi faticosamente l’interpreta e s’affida a ciò che si è ripetuto. Ma il segno è sempre più inquietante dell’apparenza e quell’oscura radice che preme è perifrasi del profondo che ciascuno contiene. Che rinasce comunque, lo si voglia o meno, in sommesso richiamo di cambiamento. Non ascolta nessuno questa forza, icasticamente rappresentata nei fuochi: ciò che si disfa e sale al cielo, feconda la terra. Così pochi si curano del nuovo che arriva e perdono i significati, eppure basterebbe l’acuta semplicità del connettere la vita col tempo e tutto assumerebbe un senso. 

con stima

La scelta di avere interessi lontani e inutili allo scopo delle “carriere” dona un distacco che permette di assorbire l’amarezza generata dai contrasti aspri con le persone obbligate. E a questo soccorre la disistima che sorpassa il valore, che certamente esiste ma è piccola cosa di fronte al comportamento e così si mette argine alla generosità, si separano i mondi. Questo accade nella vita di ciascuno, a partire dal lavoro dove la stima viene spesso violata e contraddetta in favore di un interesse personale oppure per arroganza o piccineria. Ma la stima è una consapevolezza che investe tutti i rapporti : non stimiamo tutti e di certo veniamo ricambiati. Non occorre neppure farsene una ragione, basta capire che la stima è una costruzione che si riferisce alla persona e non è immediata come la simpatia, l’affinità o un altro moto dell’istinto. La stima la si dà e la si perde, è un sentire dinamico dotato di un consistente intervallo di verifica.

Quando alla alla fine di una lettera si scrive con stima si dovrebbe pensare che quell’atteggiamento non è un obbligo e neppure una forma codificata per finire senza la banalità dei saluti. È un atteggiamento dell’animo che può non condividere, ma riconoscei caratteri positivi dell’altro e ne vede una statura eguale. Non è di necessità un amico ma è un eguale nell’agire, un simile. E questo non si riferisce all’umanità e non è neppure un porsi a qualche altezza vedendo chi ci è accanto, questa sarebbe un’aristocratica coscienza della propria condizione più che un’apertura all’altro. La stima è riferita invece alla dimostrazione del valore. Ovvero tu vali per me per quello che fai e non per quello che dici e questo mi fa pensare che il tuo pensiero coincida con l’azione. Non si stima l’intelligente disonesto, ma chi cerca di tirarsi fuori da una condizione difficile con onestà lo si stima. Quindi in quella stima, che si pone alla fine di un discorso, c’è un’ affinità e un’ eguaglianza nella diversità, per questo non la si dovrebbe disperdere inutilmente, proprio perché è qualcosa che si aggiunge a una relazione. La arricchisce, è la condizione per una sua crescita. Senza stima l’edificio che possiamo costruire sul sentire si sgretolerà e ricostruire una stima violata è sommamente difficile.

modesti silenzi

Rende silenti, raccontare la propria tristezza,

subentra un fastidio per la propria voce,

per le parole che si conficcano nell’aria,

così, per determinazione, si potrebbe narrare la gioia inconsulta, 

le piccole percezioni che riempiono il cuore, 

ma ancora servirebbero troppe usurate parole,

solo eco a chi ascolta.

E ancora il silenzio si farebbe strada, allora

e per respirare assieme si direbbe,

non come si sta, ma come si starebbe.

Quando le parole urgono e non bastano, 

quando trabocca la malinconia, già difendere chi ci è caro

è anch’essa cura.

E i modesti silenzi che contengono la noia di sé, 

piccolo argine all’ingiusta furia d’essere incompresi,

dovrebbero essere, se non capiti,

almeno essere modestamente amati.

Brutta cosa aver troppe parole,

meglio modesti silenzi usati con amore.

come again

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 Dalle orme che scendono declivi dolci di neve, attendo il comparire dei cacciatori di Brueghel. Mi metto in disparte e immagino la fila scompostamente ordinata, le facce rubizze di freddo e fatica, le piccole perle di sudore che ghiacciano nelle barbe. Nei sacchi e a penzoloni, ci sono gli abili trofei e il cibo del giorno dopo, nei volti il sorriso ansioso di casa e calore. Mostrano il ritorno; quello che scava negli occhi dei vicini, rallegra la testa e già immagina e gusta lo sfogonar di fascine per rendere calda la sera e la notte. Tutto avverrà prima del sonno, ma intanto c’è un tornare che prefigura i destini iscritti nelle voglie, nei pensieri non detti. Così, mentre la neve scivola il suo bianco verso l’azzurro e si ostina a catturare la luce per sue recondite notti, mentre il cielo rosseggia e i passi affondano in cerca di ghiaccio, mentre uccelli tracciano il cielo e confondono il nero di gridi, mentre tutto questo e molto d’altro avviene, l’attesa nel pensiero arresta il tempo. Lo seduce, lo porta in alcove dove il calore dei corpi rende infinito l’attimo, lo innalza fino a rompere il fiato e si sospende, là dove c’è attesa d’un dopo che dovrebbe essere un oceano di tenerezza. Là attende o precipita nella realtà, mentre tutto ricomincia a scorrere. Sarà il momento del sopore soddisfatto o del ricordo tralasciato che percuote con i pugni la porta. Là, in una capanna calda dove si compiono i riti quieti dell’essere assieme, ci sarà il ritorno che è immagine di ogni tornare. 

 E il nulla. Del nulla che si conosce dell’altro resta il presumere del bene, la gelosia del possesso, la vacuità del tradimento. Restano i passi affondati nella neve e le certezze di un quadro che può racchiudere ogni ritorno e ogni nostra inquieta sera. Resta ciò che si rinnova e par di riconoscere, il tempo dell’andare e quello del tornare sovrapposti di medesime ansie specchiate. Resta, e si fa in ogni attimo che certifica, la coscienza del presente. E si fa con pazienza sospesa dall’indecisione del passo successivo. Si fa perché una traccia è rimasta nella memoria, nella mappa, nella neve, e così resta la conoscenza di un andare che è un saper tornare.

 Dell’altro non si sa nulla o quasi e la sera è il momento in cui tutto sembra più chiaro: basta avere dentro di sé un posto dove tornare che è un luogo in cui sognare, mentre una fascina alza stelle verso il cielo. Basta sapere che ciò che si è cacciato e portiamo con fierezza è parte di noi e che non verrà vilipeso d’indifferenza, che resterà onorato.

 Dell’altro non si sa nulla e di noi poco. Ciò che vogliamo sapere è ciò che misura la voglia di tornare e quella di andare, infinite volte. È ciò che ci tiene prima di volare ed è ogni libertà che sapremo contenere. Dell’altro non si sa nulla e nulla si può dire. Certo non giudicare, ma sentire l’infinita propria pena in lui e ritrarsi impauriti di non poter abbracciare, condividere, assieme lacrimare.

 E di te non so nulla, pensa il cacciatore, ma non saprei che fare con me diviso, eppure mi capisco solo nell’andare. Nell’avere una traccia da seguire e un tempo che permetta di tornare. Questo conosco ed è meno di quanto un altro può sperare.

 Forse per questo siamo propensi a deludere, sia nel dire e dare e sia nel trattenere. Siamo in cerca di noi stessi e ci viene chiesto con insistenza di dare identità. Noi che stiamo tornando con poche certezze e meno verità, stiamo tornando per un poco, e poi la smania ricomincerà nel cercarci altrove, non qua . Come un’abitudine da disfare, un luogo sicuro da vedere con occhi nuovi che non si sapeva di avere. Ecco a che serve tornare: ritrovarsi nuovo nell’amare.

Impronte d’uomini e cani

e discoste, sparse come semina,

zampe di lepri, scoiattoli e fagiani,

e neve che racchiude tracce

e pensieri per tornare: come again,

ogni volta che il gelo scende al cuore

perché senza te non so più stare.

storia potente è il vivere e la vita

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Oltre i vetri case lavate dalla pioggia,

e finestre chiuse per l’acqua di stravento.

Nei minuscoli giardini s’agitano palme

con il loro secco battere di foglie che sembra applauda al tempo.

Ci si stringe attorno, si rinserrano persiane e scuri,

ma non del tutto, restano i pertugi

per occhi curiosi di nuvole tozze e grigie,

e raggi di luce che radono i profili.

Nella vasca dove son nati, due piccoli piccioni,

mescolano le piume infreddoliti, 

mentre la mamma li copre, 

prima l’uno poi l’altro, assieme

e guardo loro

e i rosa e i gialli degli intonaci carichi di pioggia,

come se in essi l’inatteso avesse un senso arcano.

Con noi e senza di noi, muta tutto attorno,

così l’emozione prende e rinserra il cuore come casa,

si chiude nel bene che l’attornia,

si pensa terra fertile di ricordo,

ricettacolo di semi e fiori di campo,

senza necessità d’un nome,

e dentro la sera cala come lacrima,

per dire: ancora di nulla e di tutto m’emoziono.

Storia potente è il vivere e la vita.

 

super stizioni

È come un annodarsi d’intestino, qualcosa che deve sbrogliarsi dentro per lasciar liberi. E bisogna convincersi del disannodare con leggerezza e arguzia acuminata: vedi non è così, non accade ciò di cui hai paura perché è solo (solo?) una paura. Gli specchi non si rompono quasi più, eppure resta un senso di franto che investe l’anima. Il corpo, lo stesso corpo ne è scisso in più parti, come le membra fossero tirate da coppie di buoi in direzioni opposte e il ritrovarsi a pezzi fosse ricomposto con chirurgie maldestre.

Perché ricomporre e non comporre? Cioè accettare il nuovo che si è creato per rifletterci meglio prima di assemblare nuovamente. Gran parte del tempo lo passiamo a ricostruire, come se il prima fosse stato un tempo intrinsecamente felice e solo il perfido aggregarsi di contrarietà ne avesse determinato la fine. Silenziosa o esplosiva. Nel rompere del mito, ovvero in ciò che ci ha contenuto, lo specchio, c’è la rottura del sé: l’identità franta. In un prima, dove eravamo interi e poi invece, divenuti tanti, più piccoli, incoerenti, taglienti alle dita, ma soprattutto allo spirito. E se fosse proprio il frangere che permette la composizione di un sé a dimensione propria? Dai pezzi che riflettono, rifiutando la geometria di linee ritte e portati su più luoghi trovare una immagine che assomiglia. Non quella che tira indietro la pancia, mostra la rotondità delle labbra, scruta le pieghe del volto, indaga quello sconosciuto che sta guardando verso di noi, ma qualcosa di più piccolo, spigoloso e irregolare, frutto di una rottura paradigmatica che genera o rottami incoerenti, oppure l’alterità misconosciuta. Anche la ricomposizione dell’immagine attraverso i pezzi avrebbe una verità ulteriore, ovvero la dimostrazione che non è l’unità il punto di arrivo, ma il suo riconoscimento nella molteplicità. Io sono questo e anche altro, mi riconosco in ciò che vedo di me e la mia sintesi è apprezzare le diversità, farne un poligono di forze che genera equilibri dinamici.

Il mondo virtual-reale è fatto di miliardi di immagini, scritte o fotografate che continuamente rappresentano, narrano storie, mostrano identità subito cancellate dalla successiva. È stata creata la più grande discarica di sé mai inventata nella storia dell’umanità. Frammenti. Simboli che sanciscono inizi e conclusioni continue. Si strappa la fotografia dell’ex amato, la lettera (la mail) a lui indirizzata e guardandosi allo specchio si pretenderebbe di essere uguali, oppure di riconoscere la tristezza in ciò che viene riflesso. È una rappresentazione, una approssimazione del sentire ciò che ci si para davanti, mentre la tristezza sarebbe ben riconoscibile in ciò che strappiamo e cancelliamo. Lì, in quell’immagine protesa c’era già il germe della rottura, cioè una falsa unità, un assomigliare a un’ immagine non propria per accontentare (rendere contento chi si ama).

E se l’immagine non ha più un oggetto a cui rivolgersi perché non dovrebbe riflettere sulla molteplicità e sulla solitudine che accompagna l’uomo? Noi cerchiamo l’unitarietà perché pensiamo che in essa ci sia un ordine di natura, un’innocenza perduta, una pace in cui il conflitto esteriore non ci sia e con esso il conflitto interiore. La notizia cattiva è che quell’unitarietà e quell’ordine non c’è mai stato, la notizia buona è che con fatica ci si può liberare dal conformismo che ci vuole ad immagine di qualcosa che non siamo noi. Pensiamoci in quest’era di falsità globalizzate, lo specchio che si frange è ora l’immagine buttata e in questo noi possiamo vedere la ricerca di ciò che siamo davvero oppure la nostra irrilevanza quando ci mostriamo. E siamo irrilevanti quando non siamo noi stessi, quando l’immagine è quella unitaria di uno specchio che distrattamente non ci trattiene per carenza di dialogo. Gli specchi rotti li abbiamo dentro e su questo possiamo decidere se essere o assomigliare ad altri, se comporre o ricomporre. Un insegnamento viene dal mito, ciò che si rompe non è più come prima, comporta un passo avanti, mai indietro. E l’essere differenti è un male se si è in un mondo in cui tutti si conformano oppure diviene la spinta verso il cammino, la solitudine di chi cerca un luogo in cui riconoscersi.

C’è un mito ulteriore su cui vorrei attirare l’attenzione. Qualche giorno fa parlavo di architettura e di un progetto di una casa che a suo tempo mi colpì, E-1027, di Eileen Gray. L’autrice, che di scomposizioni interiori se ne intendeva e le mostrava nel proprio creare, diceva che in quella casa era possibile trovare la solitudine pur restando tra altri. Provate a pensarci quanto questo archetipo dell’essere soli e socievoli, ci accompagni, come bisogno del comporsi a fronte di una scissione esterna, una sorta di non io obbligato. La stanza tutta per sé di Virginia Woolf, le solitudini dell’uomo senza qualità di Musil, il mondo di Orwell, la musica dal ‘600 in poi, la poesia come liason tra il dentro e l’universale, tra l’additare e il sentire. Insomma c’è un bisogno di essere con sé che si esprime attraverso desideri, e questi sono i pezzi di quell’unitarietà che può essere composta solo accettando che ci siano più immagini, che questa sia la condizione per vedersi davvero. Poi come ci vedono gli altri importerà meno, ma almeno non sarà la costrizione a non assomigliarci.

l’inverno del nostro scontento

Le foglie si accumulano sui chiusini, per fortuna piove poco. La città è meno pulita, segno di un’incuria comune che ormai non protesta più ma accetta lo stato di fatto. In questi anni la distanza tra ciò che fa l’amministrare pubblico, la politica, e la risposta ai bisogni si è allargato a dismisura e ciò che sta in mezzo è stato riempito dall’indifferenza reciproca. Tanti piccoli segni fanno una prova enorme di una a-sintonia tra  sentire e risposte. Si è relativizzata così la possibilità del sistema rappresentativo democratico di essere la risposta ai bisogni e alla tutela del bene comune. Lo smottamento è iniziato da molto tempo. La dialettica tra bisogni e risposte è insita nell’amministrare, ma ad un certo punto è cominciata ad affievolirsi la speranza di trovare un accordo, forse perché la verità non solo ha smesso di essere detta ma è stata sostituita dalla narrazione che tratta un po’ tutti da deficienti raccontando di qualcosa che i fatti contraddicono. Posso dire che la città è più pulita di Roma, ad esempio, ma questo non mi consola se vedo che con un po’ di pioggia le pozzanghere diventano laghi, se lo sporco si istituzionalizza, se si sta comunque degradando un modo di procedere che rendeva la città più bella e accogliente, non sto meglio. E sopratutto non mi fa stare meglio pensare che altri stanno peggio. Però si accetta e si cancellano i problemi. Ma questa acquiescenza non è a costo zero, ci sono segnali preoccupanti: se la politica si distacca dal cittadino questo si distacca dalla politica, immagina una sua narrazione dove le cose complesse diventano semplici, dove il bisogno immediato dev’essere soddisfatto perché manca la prospettiva di futuro.

Un tempo i partiti erano portatori di un progetto di futuro, avevano una platea a cui si rivolgevano, attraverso i programmi mettevano in correlazione le vite con ciò che pensavano di fare. Erano cose semplici: il lavoro retribuito equamente, la legalità come regola comune, la tutela della libertà individuale e collettiva, la possibilità reale di una crescita che riguardava tutti e l’individuo. Insomma un futuro che comprendeva le possibilità che già c’erano nel presente. Poi c’è stato uno snaturamento, non solo italiano ma almeno europeo. Le socialdemocrazie hanno scelto il neo liberismo come dottrina economica, la globalizzazione ha via via distrutto posti di lavoro in occidente creando un flusso di tecnologie in cambio di merci, il lavoro è diventato occupazione, la finanza ha preso il posto della generazione del profitto attraverso la produzione di beni, il divario tra la classe media e l’1% della popolazione che è proprietaria di più di metà di tutto ciò che vediamo è cresciuto inverosimilmente. Si sono perduti i regolatori politici nei confronti dell’economia. In tutto questo si è finto di privilegiare l’individuo, raccontandogli che poteva raggiungere qualsiasi obiettivo, purché staccasse i suoi bisogni da quelli degli altri. Si è generata una solitudine progressiva che non solo ha alimentato un disagio personale crescente di fronte al divario tra desideri e soddisfazione, ma li ha scissi da una soluzione collettiva.

Solo che adesso è entrato in discussione anche il neo liberismo e quindi la narrazione non sa più cosa narrare di nuovo e di collettivo, ma torna su se stessa, ricorda il passato e alza muri, mette dazi, impone regole che riguardano un solo paese ma hanno effetti su tutti gli altri. E questo verbo si rivolge al popolo sovrano raccontandogli che la soluzione dei problemi comuni si trova nelle protezioni nazionali, nell’isolamento dal mondo, nella applicazione di regole che valgono solo per loro, i cittadini, che sinora hanno subito la tirannia dei bisogni degli altri. Trump è l’epigono di questo sistema di chiusura nei confini che però ha effetti immediati nel resto del mondo. La sicurezza mondiale si è retta su equilibri difficili che ammettevano guerre indirette, atrocità e rapine nei confronti dei più deboli, ma scongiurava il confronto diretto, toglieva il mondo dalla possibilità della guerra totale. Ora per atti concreti si rimettono in moto confronti che causeranno infinite sofferenze. Un esempio l’abbiamo vicino a casa, in quel bacino mediterraneo dove confrontando la situazione attuale rispetto a quella di 10 anni fa, si vedono instabilità, guerre in atto, paesi scissi, la presenza di un terrorismo endemico che trabocca in Europa e che rappresenta il sintomo, non la natura del male. La parte nord, di cui fa parte l’Italia è sinora moderatamente stabile, ma non esiste una politica comune di pacificazione, una operosità dell’agire che faccia comprendere ai popoli i vantaggi dell’essere assieme in pace piuttosto che combattersi. Cosa significherà portare a Gerusalemme l’ambasciatore USA? Il riconoscimento che questa è la capitale di uno stato e la sede di una religione prevalente, un disastro dal punto di vista della possibile coesistenza di fedi e popoli portatori di diritti almeno equivalenti. E sfugge che anche in occidente, in Italia, che ciò che rendeva possibile una idea di pace comune, ovvero le libertà individuali e collettive, diventano sempre meno importanti per l’esercizio della sovranità collettiva, per stabilire forme opportune di governo. Si baratta cioè la libertà, pensando erroneamente che essa sia comunque data, con l’idea di un governo autoritario che porti alla soluzione dei problemi e risponda ai bisogni dei cittadini. Insomma abbiamo le condizioni perché Trump non sia una risposta stravagante e transitoria ma diventi l’idea che chiudersi nei confini ed esercitare la forza con una visione solo locale e non di equilibrio collettivo, sia la risposta al disagio collettivo delle classi medie del paese.

Proviamo a riassumere il presente offerto dalla politica nazionalistica: lasciare che ci si scanni a livello regionale purché sia fuori del nostro territorio, accettare che ci siano meno libertà purché venga una risposta ai problemi economici, trasformare gli individui in massa di individualità che non hanno un futuro comune ma un presente competitivo in cui qualcuno potrà eccellere e gli altri comunque trasferiranno i loro bisogni su chi ha meno di loro. Comunque limitare le possibilità di essere portatori di cultura tra le culture, di meticciare i saperi, facendo una narrazione di un’identità presunta, immaginata, che corrisponde a un mondo mai esistito.  L’Europa è zoppa e inerme di fronte a questa ondata di nazionalismi perché ha fondato la sua unità solo sull’economia e non sull’unione dei popoli, e quindi è investita dall’idea che le patrie non siano il luogo di partenza, ma quello di arrivo e che bastino trattati di libero scambio per avere una proposta verso il mondo che renda veri i principi su cui si è fondata la tolleranza e la democrazia rappresentativa. Questa è un’Europa non autorevole perché scissa, dove neppure i più avvertiti riescono a trovare una sintesi che permetta processi di speranza collettiva. Resta l’euro, ma senza una comprensione comune che è solo un mezzo per andare verso l’unità politica è una moneta debole, un oggetto in cui c’è più un simbolo che una realtà. E bisogna pur dire che l’Italia, aldilà delle parole altisonanti e vuote, non ha avuto una funzione positiva in tutto questo scivolare verso il basso ventre delle paure. Di fatto la sinistra si è acconciata su teorie che la snaturavano, e lo stesso Renzi, che si è mosso come un elemento di evidente acquiescenza al neo liberismo in cambio di un rinnovato protagonismo della politica, fallisce doppiamente sia nella risposta ai bisogni che nell’essere guida di una reinterpretazione del primato della politica. Con Trump e con la May si supera la globalizzazione e si mette in moto un nuovo ordine mondiale dove conta solo la forza. Quanta forza possa mettere in campo un Paese diviso e incerto, ma soprattutto senza fiducia nella politica, come il nostro, lascio a voi che leggete, giudicare.

Eppure ci sono segnali di un risveglio delle coscienze, non pochi comprendono che se si è chiuso il ‘900, secolo di totalitarismi ed enormi lutti, ciò che si apre è la necessità di reinterpretare il legame tra politica e bisogni, di passare dalla narrazione alla verità che include soluzioni, magari difficili, ma perseguibili. Sanders negli USA, aveva indicato una strada che i giovani avevano compreso, in Francia accade qualcosa di analogo, anche in Grecia e Spagna comunque ci sono segni forti di una necessità di percorrere strade nuove che mettano assieme anziché dividere, e che riscoprono i bisogni comuni come somma di necessità individuali. Sono segni e idee affidate sopratutto ai giovani, a quelli che non hanno le tare di una stagione ricca di ideologismi, ma che sono in grado di esercitare la critica a partire dalla loro condizione. Per questo quel 40% di disoccupazione giovanile è un bisogno di lavoro che solo in chi lo prova può generare una idea nuova di società e di presenza delle persone e dei diritti in essa. Confido nei giovani perché essi hanno un bisogno di libertà ben differente da quello di chi ha avuto potere sinora, penso che ancora una volta le rivoluzioni sono un atteggiamento di cambiamento che nasce in chi non ha più nulla da perdere in un presente che lo conculca, ma ha ancora la forza di immaginare un futuro diverso che lo riguarda.  

In fondo è ancora la lotta tra chi vuol tenersi tutto e chi ha poco o nulla, tra il conservatorismo che torna sempre indietro e il cambiamento che per essere positivo non può che andare avanti.

Le foglie ostruiscono i chiusini, ci sono larghe pozzanghere e il cielo è grigio, ma un’idea di bene comune sposta le foglie quando sa che non può evitare la pioggia, si prende cura di ciò che accadrà perché il presente non gli piace.

volevo fare l’architetto

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Volevo fare l’architetto. O almeno mi pareva. Guardavo volumi di fotografie alla biblioteca americana, cercavo di decifrare il senso dei costruttori di grattacieli, mi perdevo nelle planimetrie delle ville sull’acqua o inerpicate tra le rocce, scrutavo la logica del deserto oltre le finestre immense tra piscine proiettate verso un nulla apparente fatto di sfere di rovi e yucche. Poi c’erano i nordici con quel rigore delle linee dritte che rendeva rettilinee ed essenziali persino le curve. Mi innamoravo di Alvar Aalto, del suo affermare il rapporto tra natura e costruire, riassunto nel dire che per raggiungere il lavoro un uomo avrebbe dovuto ogni mattina attraversare una foresta. Mi affascinava il legno piegato, i vetri soffiati e ancor più fusi in uno spessore che era esso stesso identità, essere essenziale. Vedevo un’opulenza scacciata fuori dalle vite che sembravano ricche di pensieri necessari, di parole rade e definitive. Non era questo un ritorno all’innocenza dopo tanta sovrastruttura, lo spigolo vivo contro l’arrotondarsi infinito del neogotico così simile al piegarsi delle vite alla conformità? E l’architettura non era insieme la medietà e quindi un mascherarsi dietro luoghi comuni oppure il grido che s’inerpicava verso il cielo? Superfici incapaci di essenza e di lucore che si opponevano a nuovi ardimenti in cerca di cuori nascosti nell’apparente materia. C’era una razionalità e una rivoluzione permanente in questa lotta.  Ma anche tutta la materialità dei sentimenti che si esprime nel groviglio del confronto, che è anzitutto misura di sé, del proprio passato e ancor più del proprio futuro. Coglievo una dimensione etica del costruire, della pietra e del legno come perifrasi del corpo, riassunti nella possibilità di essere soli e liberi anche nell’abitare. C’era un esempio di questo realizzare, trasfuso nella E-1027 di Eileen Gray, e a dimostrazione che nulla di alto può essere mai neutro, quella villa aveva generato un groviglio di sentimenti da parte di chi doveva esserne il mentore, Le Corbusier. Attrazione, sfida, gelosia, amore per l’immagine che non era più sua. Chissà. Comunque Le Corbusier che non trovò di meglio che invidiare lei e ironizzarne il corpo sulle pareti che inopinatamente affrescò. Ma da quei luoghi non riuscì più a staccarsi, lasciando un segno di 15 metri quadrati, come a riassumersi e a contrapporsi nell’essenzialità del cabanon. L’ opera dove era il fuori ad irrompere nel corpo, e la vita riprendeva il suo volo perché non era più ancorata se non al minimo. Immaginavo che il riassunto dell’architettura fosse lì, una sorta di cabala dove la parola era l’oggetto stesso. E che essa fosse dentro e fuori di sé in un tutt’uno che prefigurava l’equilibrio dell’innocenza finalmente posta innanzi, dove doveva essere. E quell’equilibrio non era regalato ma era una lotta verso un vecchio che complicava, occultava ciò che davvero eravamo. Intanto attorno il mondo sferragliava, si preparava a un balzo verso il presunto buono, finalmente nudo d’orpelli che ne avevano invischiato il passo. Guardavo l’architettura e pensavo che in essa c’era sintesi rivoluzionaria oppure discarica del consunto passato. Era in quelle linee che il mondo poteva essere ridisegnato differente e a misura di relazione, ma anche soli e liberi come diceva Eileen Gray. Questa unione tra l’occhio e il vedere che annodava il pensiero, la mano, che necessitava solo di matite molto morbide, le gomme rifiutate perché le idee germinavano nell’errore, tutto questo mi pareva un bagaglio così sufficiente per viaggiare che al più avrei unito una macchina fotografica per prendere appunti, per scavare particolari, per annotare l’esistente reinterpretandolo. Reinterpretandomi. Mi immaginavo di fare l’architetto e avevo 20 anni, mi sbagliavo perché la vita andò altrove.

rapaci di città

Se un falchetto, o una poiana, o un astore, alle 18 di questa sera, facesse il suo mestiere, noterebbe movimenti piccoli, insignificanti come prede. Non vedrebbe la colomba che ha rifatto il nido tra le mie aromatiche perché coperta dal telo messo sulle piante. Non vedrebbe le persone che camminano sotto i portici e si affrettano nel freddo verso qualcosa che li attende. Forse noterebbe i piccioni che si sono stretti in un angolo calduccio tra il tetto e il camino che fuma. Anzi li deve proprio vedere perché nei giorni scorsi nel vicolo c’erano mucchietti di piume, ma adesso è buio e il loro grigio si stempera con la pietra.

Continuerebbe a volteggiare scrutando nell’alito della case e delle vie che illuminano il cielo, e avvertirebbe il freddo gelido che costringe a volare più in fretta, costretto a rifiutare le correnti che intorpidiscono i muscoli, in cerca di quel cibo che per lui è sopravvivenza.

Seguirebbe, forse speranzoso, le scie rosse e bianche che escono dalla città, le auto, gli autobus, i tram incolonnati e fermi. Non vedrebbe le persone chiuse negli abitacoli, ma sentirebbe il brusio di telefonate, di autoradio, di messaggi scambiati. E nel suo cervello di rapace scarterebbe il tutto giudicandolo inutile e non conforme a sé.  A lui servono animali teneri, col sangue caldo e la corsa breve, gli servono per vivere, non sono nemici, non prova astio nei loro confronti, sono cose. Quindi non capirebbe le parole concitate scambiate per telefono, non avvertirebbe i silenzi come minaccia. Neppure attenderebbe guardando nervosamente lo scorrere del tempo. Non avrebbe un desiderio che si scioglie in riso, e neppure un bisogno insoddisfatto. Semplicemente scandirebbe le ore con la vita. E se come adesso, sapesse che parlo di lui, e del suo vivere, se non lo minaccio, gli sarei indifferente: un animale troppo grosso per essere cacciato.

I rapaci vagano sulla città con cerchi lenti, dormono nei campanili e inseguono il cibo che vive tra vicoli e cortili. Al contrario dei gabbiani, sono solitari, non camminano e non s’accontentano e hanno piccoli nei nidi. La notte quando spesso gridano tra i tetti penso che vogliano farsi coraggio perché vedono cose che noi non vediamo e i loro sogni sono brevi.

un vecchio signore di provincia

Un vecchio signore di provincia. Ecco quello che sono.

Mi piace la parola signore, come molte altre me l’ha insegnata mia nonna, prima in dialetto, sior, e poi in italiano. E aggiungeva la e finale per dare il giusto tono a ciò che evocava. Quella e metteva assieme il rispetto e la gentilezza, dovuti anzitutto agli altri, sennò che sior sarissito, uno de quei che gà solo più schei de i altri, ma no i xe siori dentro. E così insieme evocava il tratto un po’ distante che si doveva acquisire per chi cerca di capire gli altri ed è cosciente d’essere uomo.

Così questa ed altre parole fondamentali sono cresciute con me, si sono radicate nei significati, divenendo quasi ideogrammi di vita, sigilli per racchiudere contenuti ed esprimerli. Se gioventù sapesse e vecchiezza potesse, me lo ripete spesso un quasi coetaneo che guarda le cose con più distacco di me e ha un concetto del tempo più concreto del mio. S’approfitta, non di rado, della sua prima qualità e io ascolto e poi faccio a mio modo. Come sempre ho fatto. Come si fa ad essere vecchi? Mia madre a 92 anni non lo era e tantomeno mia nonna, entrambe avevano molto da fare con la vita, trafficavano con essa e le davano l’impressione che essa avesse il predominio nella cronologia degli anni, ma non era così.

Sempre mia nonna, mi insegnò che lo scorrere, il lasciar perdere si diceva transete in dialetto e non aveva una sola parola che lo traducesse in italiano, perché era un atteggiamento che faceva parte della nostra cultura nei confronti della vita. Poi scoprii che era venuto direttamente dal latino transeat e che aveva attraversato i secoli e le invasioni, annichilamenti di civiltà, le rovine domestiche sino a definire un modo di vedere nei confronti della vita e del tempo. Passa e scorre. Transete. Non badarci troppo. 

Ho tenuto lo scorre perché il flusso avvolge come un abbraccio e fa sentire chi è davvero vicino. Non è facile condividere in un flusso. Bisogna parlarsi nel movimento, lasciarsi intuire, avere tempi coordinati. Chi corre troppo si perde e chi rallenta per suo conto è impossibile aspettarlo, ma se la fortuna assiste una vena di un flusso ne incontra altre di simili. Con loro riesce a parlare, il che significa condividere la sostanza delle cose: quelle preziose, quelle a cui si tiene davvero. E che poi, a ben rifletterci, si racchiudono in poche parole. Ciascuna così densa di significato da essere un contenitore e ciascuna contenente molta ricchezza di umanità per riconoscersi. Questo non ha tempo, ma spera solo nell’occasione di trovare chi può capire, perché in un flusso bisogna rispettare per amare chi è vicino ed avere lo stesso tempo, e viceversa. Cosa non facile, ma possibile.

Per descrivere ciò che ho attorno, ho a disposizione un lessico che si è costruito deponendosi negli anni, come quelle rocce limose che solidificandosi mettono in mostra diversi colori delle stagioni passate. Anche per questo c’è una parola della mia lingua materna che mi assiste ed è ponà. Parola che dice l’accoccolarsi nella cuccia, l’appoggiarsi a un sostegno comodo, ma anche e soprattutto il depositarsi. E quando ne chiedevo ragione a mia nonna, lei mi spiegava che come il mare lentamente deposita cose poco consistenti sulla riva sino a farne un terreno solido al camminare, così le cose, con dolcezza, si depositano dentro di noi e diventano ciò su cui troveremo sostegno.

Sono un vecchio uomo di provincia, che lavora il necessario per dirsi che sa far qualcosa e che sta tra libri e altre cose poco utili. Uno che si arrabatta col tempo, che lascia depositare le parole e ne tiene alcune come importanti per davvero. E quest’ultima frase potrebbe essere il curriculum a cui tengo.