cominciamento, ma tutto è iniziato nascendo

Abbiamo bisogno di un termine per iniziare il nuovo. Che magari nuovo non è ma è un modo diverso di vedere e vederci. Lo chiamo cominciamento perché è un atto di volontà, un voler vedere, mutare ciò che ci toglie identità. Non è facile. Implica svelamento, ossia vederci come siamo davvero e non sotto innumerevoli croste di abitudini. Neppure le idee che diamo per scontate sono davvero così solide se le esaminiamo, spesso sono convenienze, modi per vivere senza problemi.

Se ci basta, va bene così e si può continuare indefinitamente. Qualcosa ci stupirà, molto meno di quanto vediamo. Qualcosa ci darà emozione, ma molto meno di quello che poteva per le barriere che abbiamo messo dentro. Basta accontentarsi, ovvero farsene una ragione, come se le ragioni fossero un punto di forza e non una resa che continua nel tempo. Le ragioni sono le firme ai nostri armistizi, necessari per non essere travolti da una disfatta, magari utili a riprendere fiato, ma inefficaci per mutare un desiderio, una passione, in vittoria. Nelle vite mettiamo limiti diversi, alcuni, importanti, sono necessari per non offendere gli altri, per conformare le nostre azioni a regole che abbiano un futuro. Altri paletti sono convinzioni religiose, paure e fedeltà che cercano di evitare guai. Ci sono poi convenzioni, comodità, finti principi, convenienze, non poche meschinità che se lette correttamente darebbero il valore reale del nostro io e delle nostre vite. Tutto importante e legittimo, noi siamo quello che scegliamo di essere, ma non raccontiamoci che questo vivere non fa macerie e danni. Non abbiamo forse inventato il male minore e l’accontentarsi, per far diventare una scelta un po’ infingarda una necessità buona e fertile di futuro?
Il fatto è che sappiamo che se non rischiamo non è vero che tutto sarà splendido, che nulla di ciò che facciamo è perfetto e che quel restare sulla strada vecchia, non è avere un passato, una raccolta di successi e fallimenti ma la paura boja di andare in territori sconosciuti dove ci sono altre regole e tutto viene azzerato. C’è chi riesce davvero a cambiare vita e chi lo sogna. Entrambi sono migliori di chi non sogna più.

Dovrei trarre delle conclusioni, propormi qualcosa, faccio entrambe le cose ma riguardano me, le mie paure e il mio coraggio, la capacità di cambiare e l’insofferenza del lasciare che le cose generino una costante malinconia e insoddisfazione. Noi non siamo stati fatti per l’insoddisfazione, l’abbiamo creata giorno dopo giorno allontanando la curva che ci rappresentava da quella che vivevamo. Non siamo stati fatti per essere infelici, nessuna educazione può affermarlo, ma per essere a volte felici, qualche volta soddisfatti, sempre alla ricerca di ciò che corrisponde a noi e ai desideri che conteniamo. Ciò che auguro a me e che riguarda anche voi, è di vedermi come sono e come potrei essere, di avere forza per colmare un divario di fatica perché nulla sarà regalato, di avere il coraggio di lasciare ciò che non fa bene, che tiene legati ed essere felice o infelice ma per mia scelta.
Che il tempo sia buono e il cuore grande. Buon futuro a tutti voi e a me.

viene il nuovo

Viene il nuovo,
che matura nel cuore dell’inverno,
come frutto acerbo della passata stagione.
Viene senza chiedere,
segue occulti sentieri,
e abbiamo bisogno d’auguri,
di frecce nel cielo,
di vividi fuochi per piegare presagi.
Ciò che ancora non è
si fonde con ciò che è già stato,
ma è solo timore del cuore.

Per questo vi auguro amici difficili e sinceri,
hanno anime a cui parlare,
e il loro affetto non ha dubbi.
Vi auguro passioni
che travolgono abitudini,
nel mostrare realtà ardue
ed esaltanti.
Vi auguro passi misurati ed infiniti,
direzioni prese con il cuore,
ritorni senza rimpianti.
Vi auguro simmetrici amori,
dolcezze silenti,
fortuna d’occhi che parlano
e le carezze che sentono.
Vi auguro serenità nel giorno che si farà,
libri che scandaglino il profondo,
pensieri nuovi, mai prima usati,
e inusitato sentire.
Nuove abitudini, vi auguro,
che diano piaceri quieti,
preparino imprese inattese
e diano piacere al vivere.
Per noi vorrei il cuore che vede il mondo,
l’intelligenza che si dona, senza risparmio,
la pace che si conquista assieme.
Che sia un anno possibile,
dove il buono ci faccia bene,
il bene e la giustizia siano di tutti,
senza tema d’essere eque, forti
e nate da buone volontà.
Che ci sia pace, senza sofferenza,
abbracci che cancellano vicendevoli mali e un vento nuovo che percorra il mondo,
a scuotere le bandiere
che sembravano perdute,
ma sono l’anima dell’umanità.

ancora sul dono

Sul dono e su ciò che ne resta

Sul fare o non fare regali a Natale, quanto questi siano un obbligo e quanto un piacere, se essi debbano rispettare i gusti del ricevente o viceversa, se si possa trovare un utile compromesso, se i doni debbano essere misurati sull’importanza, ecc. ecc. ; su questi temi credo che tutti si siano esercitati.

Ho trovato un po’ di chiarezza, dopo anni di insoddisfazioni, che se da un lato ha ristretto i doni a chi conta per me, dall’altro cerca di continuare attraverso il dono un dialogo, un interesse reciproco e profondo.

Hai letto Coriandoli nel deserto di Alessandra Arachi ?

No, di che parla?

E’ una sorta di lettera d’amore molto bella. Tieni te lo regalo.

Ma mi hai già fatto un regalo.

E te ne faccio un altro. Vedrai ti piacerà.

Ma non è che era destinato a qualcun altro e l’aveva già letto ?

Qui il dialogo potrebbe finire, ed è finito, il libro tornare nel sacchetto e una amicizia avere un po’ di sana sospensione per capire ciò che davvero ci tiene uniti. Avevo detto la verità; l’avevo visto in libreria e comprato perché sapevo che di lì a poco ci saremmo incontrati. Una giustificazione non dovuta perché, a volte, bisogna sopportare le distorsioni mentali, le battute infelici, i difetti che emergono, anche negli amici.

E non è una questione di sincerità, o di buona educazione, ma di come ci si pone di fronte a un regalo. Non è necessario contraccambiare, ad esempio, l’imbarazzo non dovrebbe esserci, casomai l’emozione, e allora dovremmo chiederci perché un dono, che non è altro che un dono, dovrebbe generare un’asimmetria? Questo apre un discorso infinito che riguarda ogni rapporto “amorevole”, restiamo al contesto, un dono è un darsi, un’attenzione oggettivata, un reiterato modo di dire che si vuol bene. Se chi lo riceve pensa altro, mette in discussione l’intenzione, abbiamo sbagliato persona, perché anche se fosse un regalo riciclato, il rapporto e il dare non sarebbe sminuito in quanto tra molti si è scelto a chi dare. Questo mi fa pensare che i regali si possono sbagliare, ma bisogna darli alle persone in grado di riceverli. Chi non sente che dietro un dono c’è chi lo fa, oppure lo banalizza, semplicemente non lo merita. E neppure la nostra attenzione sentimentale merita.

buon natale tutto l’anno

C’è un tempo in cui le promesse, le fanfaluche, le stesse parole vengono a noia, nel senso che non fanno più nessun effetto. Pensate se fosse festa tutto l’anno, dopo una settimana non si saprebbe più che fare, così c’è un bisogno di normalità che investe presente e futuro. Forse è la stanchezza della pandemia ormai declassato e cancellata come notizia, forse la guerra in Ucraina che sembra non riguardare e si riduce a un continuo rifornire e usare armi senza pensare che ci sono ormai centinaia di migliaia di morti. Forse sono i riti della politica che si ripetono, l’eterno congresso del PD, le trasformazioni del M5S, le intemerate di Salvini su provvedimenti che ha approvato e che ora attribuisce ad altri, La Meloni che diventa un gigante della destra che ama la famiglia, la sua, la fine patetica del berlusconismo, ecc.ecc. Tutto annegato tra panettoni e povertà estreme. Ci si abitua a tutto e non è bene, perché il peggio dilaga. Ma questo è un lamento e non produce nulla, non cambia la realtà, che dipende troppo spesso da una lettera di assunzione o di licenziamento, che non muta la perenne perdita di speranza sull’Italia che riguarda i giovani e quelli che a 50 anni devono inventarsi un lavoro. C’è una progressiva perdita di speranza che accompagna la povertà crescente, è un regalo della meritocrazia e del familismo che ha potere e denaro e quando non lo ha prende a calci chi sta peggio. Ma chi si merita davvero di essere povero, di avere fame, di non avere cura né solidarietà? Invece pian piano si fa strada l’idea che chi non arriva ad avere successo ne porti anche la colpa e che il nemico sia quello che ha ancora meno e accetta di tutto per non morire di fame. Avete notato che di dignità si parla sempre meno, che il lavoro come mezzo per avere realizzazione e vita dignitosa non esiste quasi più ma si frammenta in piccole schegge di appartenenza sociale e poi di rifiuto reiterato della realtà ? Nella meritocrazia c’è la competizione non la dignità che rende uguali in partenza e durante la corsa. Ci si accontenta duellando col vuoto di senso, di futuro, di presente, di patria. Casa or è dove si vive e fare lo sguattero a Londra o raccogliere mele in Australia dà una dimensione terribile dell’abbandono, della perdita. Nessuno provvede davvero e non resta che competere. I poveri, i deboli, gli esclusi saranno oggetto di carità, se va bene e la dignità si perde così, pian piano, nella consapevolezza che non siamo comunità ma individui. Terribile vero? Eppure è così e le distanze tra la speranza e la realtà si allungano, questo dovrebbe colmare la politica,, la sinistra in primis, ma anche chiunque pensi davvero che gli uomini valgano qualcosa. E non basta lo dica il Papa, dobbiamo dirlo noi che lo pensiamo. Anche nelle piazze che si riempiono di senza partito e che esprimono questo bisogno di pulizia interiore, di solidarietà, che è festa tutto l’anno quando c’è un noi che difende l’io, quando ci si riconosce e si è contenti di farlo.
Buon Natale agli uomini di buona volontà che di rinascere nella giustizia sociale abbiamo tutti bisogno.

fisiologia del dono

Nella simbologia del dono, quello inatteso acquista un valore particolare e così riceverlo è un doppio piacere. Non so se ci si faccia meno doni di un tempo e se questi arrivino, a volte, con le poste, in questo caso è stato così e già leggere il mittente è stato un piacere, un pensiero d’attenzione.

Non lacero mai la carta dei pacchetti e non per riusarla, ma per tenere assieme la cura di chi l’ha spedito. Ci sono impronte di tenerezza che avvolgono il dono. Per questo serve tempo e scegliere se aprire subito, come fanno i bambini che lasciano all’emozione il compito di decidere oppure prolungare il tempo e cullarsi nei pensiero lasciando che permanga l’impressione della sorpresa. Spesso, se sono da solo, scelgo la curiosità, ma apro con cautela.

Dopo il cartone della scatola spunta un nastro viola, una lettera, un biglietto dipinto e un secondo pacchetto. Prima la lettera che spiega un moto d’animo, poi un biglietto con una poesia sconosciuta e bella, e un disegno stilizzato come ulteriore attenzione: un albero rosso.

In questo degustare, sorrido già da tempo, e il sorriso è fermo sulla soglia delle labbra come sentisse il calore di quanto sta accadendo. Rileggo, mi fermo. Il secondo pacchetto è un misto di curiosità e gratitudine, apro piano e spunta un libro. Un libro ti prende per mano, se chi te lo manda è caro, la mano è quella sua che ti addita cosa è stato importante, un pensiero che si immagina. Il sorriso che dispone da solo le labbra, è lo specchio d’un piacere profondo e d’una comunicazione intensa. Poso il libro e sento la gratitudine del dono che fuga il pensiero che siamo sempre con noi e a volte in attesa che qualcuno ci parli profondamente, allora sgorga la sorpresa e la meraviglia d’essere uomini.

Un libro ti prende per mano, se chi te lo manda è caro, la mano è quella sua che ti addita cosa è stato importante, un pensiero che si immagina. Il sorriso che dispone da solo le labbra, è lo specchio d’un piacere profondo e d’una comunicazione intensa. Poso il libro e sento la gratitudine del dono che fuga il pensiero che siamo sempre con noi e a volte in attesa che qualcuno ci parli profondamente, allora sgorga la sorpresa e la meraviglia d’essere uomini.

biografie per notti di vigilia 1.

Qualcosa è caduto da una tasca con un rumore breve. Guardo attorno e non vedo nulla. Sarà rimbalzato sul pavimento, cerco con gli occhi sul tappeto bianco. Impossibile, non avrebbe fatto rumore, ma potrebbe essere saltato. Le cose hanno una vita interiore che ci è sconosciuta perché siamo disattenti, ne vediamo solo l’utilità e a volte neppure quella appieno. Se vedessimo l’utilità delle cose, il loro servire muto, le rispetteremmo di più, ma se non rispettiamo neppure gli uomini…

Stamattina è già tardi e non ho tempo di cercare, il pensiero chiama all’appello le cose che erano in tasca. Non posso sapere cosa manca perché aggiungo spesso e tolgo poco. Di sicuro non erano monete. Ho acquistato un portamonete da un Bangla a Roma, uno di quelli con la molla fatta da due lamine di acciaio che chiudono la bocca di un piccolo sacchetto di cuoio morbido. Mi piace comprare da chi mercanteggia, c’è un serpeggiare di sorrisi che non conosciamo più nei negozi, un divertirsi reciproco dove la merce diventa un affare ed è un buon affare se entrambi siamo un po’ scontenti e insieme contenti. Mi piace questo modo incerto di comprare dove l’attenzione è assorbita dal dialogo, dal decantare i pregi per giustificare il prezzo e non è il marchio ma la necessità a fare da spinta all’acquisto. In Oriente, in Africa era il modo consueto di comprare ogni cosa e si impara subito come non offendere chi vende, ma a dargli dignità e riceverne. Adesso se entro in un negozio, quasi sempre mi danno del tu e io continuo a dargli del lei. Vedo che la ragazza non capisce cosa voglia questo bacucco che parla come una persona che al più poteva stare nei libri di scuola del liceo, e credo pensi che non ha le idee chiare se rifiuta quello che gli viene proposto ma chiede cose che non ci sono in negozio. Le spiego con pazienza cosa mi serve davvero, le caratteristiche che deve avere, continua a darmi del tu ma non è preparata, non è tra quello che le hanno insegnato. Lei deve vendere e basta. Sotto Natale, poi, non ha tempo. Le vorrei dire che se non ha tempo alla sua età non ha ancora capito nulla della vita ma si spazientisce perché vuole che compri ciò che mi propone e parte del suo stipendio è a percentuale sulle vendite. Saluto e le faccio gli auguri, pensando che in un suk prima di lasciarmi andare via mi avrebbero richiamato tre volte e invece sento il suo commento su chi ha tempo da perdere e non sa quel che vuole. Il fatto è che io so quel che voglio ma non ce l’ha e non mi va bene tutto. Un tempo avrei acquistato comunque, ma quel tempo è finito e le cose devono avere un senso, parlarmi, altrimenti sono solo oggetti. Con l’età si diventa ipocondriaci, esigenti, diversamente allegri, cioè si ride di cose che hanno una storia, una loro realtà assurda, ci si circonda di curiosità nuove e si lascia perdere quello che ormai non dice nulla. Le passioni, ad esempio devono essere compatibili con una storia, con gli ideali che sono rimasti a tenere assieme le emozioni. Ci si racconta meno storie e quelle che nascono dai ricordi si narrano con parole nuove per significato e profondità. I timori sono differenti e la percezione della bellezza è così acuta nei particolari che un ramo che trattiene poche foglie gialle contro il verde, attrae lo sguardo e fa soffermare il passo. Forse per questo quando si capisce di più e diversamente, il mondo che corre attorno si impazientisce, perché sta ancora immagazzinando il sentire a tonnellate, a quintali, mentre con l’acutezza che dona l’avere una storia, bastano i grammi dello sguardo e le connessioni che ogni senso crea dentro di noi tra passato, presente e futuro.

Ai miei collaboratori auguravo di essere innamorati, forse volevo dir loro che era bello essere immersi nella magia che rende diverso il mondo, che piega la realtà verso chi si ama e che insieme acuisce ogni sensazione. Forse volevo dir loro che desiderare e amare sono cose a volte connesse e altre disgiunte, ma che nell’innamoramento diventavano una forza immane che cambiava vite e destini e dava insieme paura e coraggio, ma soprattutto la sublime incoscienza di pensare che il mondo si poteva mutare. Era una forma della passione, un realizzare la sintesi tra spirito e corpo, che dilatava il tempo o lo accorciava secondo il bisogno di essere assieme. E poco contavano gli altri, ma molto si coglieva di ciò che di solito era trascurato, non visto, annusato, sentito. Auguravo, come sempre dovrebbe essere per gli auguri sinceri, ciò che avrei voluto per me.

Intanto sto cercando quello che è caduto e non trovo. L’intelligenza beffarda delle cose che si nascondono è una similitudine dei pensieri che vorrebbero formarsi e che restano imprigionati in qualche neurone che si è otturato. So che il pensiero riuscirà a trovare la sua strada e così ciò che ho perduto salterà fuori, entrambi saranno una piccola sorpresa e una soddisfazione interna. Si vive di poco apparentemente, ma è moltissimo, perché quando si forma qualcosa di nuovo lo è veramente. Un tempo si leggeva, piccolo è bello, era un saggio di uno scrittore svizzero riferito alle imprese, ma in realtà credo parlasse anche dell’uomo e di come esso può trovare la pienezza nell’assaporare pienamente ciò che la quantità nasconde e ottunde. Il nuovo è un insieme di piccoli segnali, di grandi certezze che legano le cose e di grandi dubbi e ignoranze, ma se resta il piacere di guardare e di imparare, allora nuovi circuiti si formano e con un sorriso si assapora questa novità che prima ci era sfuggita.

qualsiasi cosa pensi

Da qualche giorno ho una urgenza di scrivere, sono inizi di pensieri da sviluppare, cose che si svolgono nei particolari che vedo, nella mia testa, in quel momento che ha durate sue, e che precede il sonno. Riempio pagine di appunti, cerco significati, misuro coincidenze. Il che non basta per considerare che si possa passare all’atto pratico e sensato di mettere in fila i pensieri. Sono porte che si aprono, necessità di mettere ordine.

Ad esempio se penso al Natale lo sento come una nascita che mi riguarda, un guardare in avanti che chiede un nuovo modo di vedere il mondo. Si sono accumulate tali e tante delusioni in questi anni che l’essere parte di una comunità divenuta sempre più indifferente, ha fatto smarrire il senso del procedere nell’umanità collettiva. Come si è uomini tra gli uomini?

Certo, la caduta dei miti, delle ideologie, ci ha lasciato soli. Uso il plurale perché penso ai molti che hanno speso le loro vite cercando di realizzare una piccola parte di utopia, senza interesse venale ma per una passione che spingeva verso l’eguaglianza, il giusto, il vero. Non posso pensare a quelle vite come inutili perché scomparire be la speranza, ovvero il motivo per resistere a tutto quello che mina la sopravvivenza del bello, dell’equo, della vita stessa. Quindi penso che chi ha vissuto parecchio, ha fatto esperienza di sé e del mondo e ancora crede nell’uomo debba raccogliere la piccola luce che possiede, quella grande di chi l’ha preceduto, è guardare con nuovi occhi se stesso e il mondo.

Nascere ora è questo essere nuovi perché muta la percezione, il sentire, il fare la nostra piccola realtà. Penso che la sera I pensieri che si accumulano e che urgono, debbano contenere la nostra giornata che seguirà. Il nostro nuovo farsi e fare è ciò che con pazienza, altri hanno fatto di loro stessi prima. Senza raccontarci storie, mettendo al bando inanità e tristezze, riprendere il nostro posto, con ciò che pensiamo nella realtà.

una corsa verso l’indeterminato

Tre ragazzi seduti sulle scale si alzano a fatica per lasciar passare. Neppure alzano gli occhi, uno mormora un “buonasera”, si sostano appena e proseguono le chat sugli smart phone. Sono annoiati più che infastiditi dal passaggio, si risiedono. È un condominio modesto, abitato da pensionati e da persone che un tempo avevano un reddito medio, tutti ora vivono dei risparmi passati, di lavoro e pensioni, rispettando il minimo di festa. Un eterno presente costellato di ricordi, rimuginati in qualche angolo di casa, poltrone, tv da risintonizzare, ninnoli, storie importanti in più lingue. Quando i libri erano molto più che una merce, ci sarebbe stata una miniera di fatti ed emozioni da raccontare, ora ascoltano se stessi. I ragazzi sulle scale sono saliti su un treno di tempo che corre verso l’indeterminato. Tirano avanti, fumano, fanno le cose che tutti i ragazzi fanno, anche i Bangla che sono ovunque nel quartiere. Uno di l’ora, un giovane bengalese nato in Italia, ne ha tratto un film e una serie Netflix, belli per la dolcezza del sentire e colmi di una normalità che mescola l’età con la difficoltà di avere un lavoro che non sia occasionale.

L’ascensore sociale non funziona più, anche se qui la spinta a vivere con una prospettiva supera l’uggia del sentirsi oggetto da usare. Vite normali, senza i risultati attesi e poi senza attesa. Eppure attorno c’è un brulicare di negozietti, di piccolo commercio che apre e chiude. Tutti vendono le stesse cose cinesi o vietnamite, tutti non hanno orari.

Quando esistevano le classi sociali che distingueva o secondo aspettative, reddito, lavoro, la differenza era netta. Anche nei pensieri oltre che nelle scelte. Ora esistono i poveri, gli impoveriti, i precari, gli isolati dalla società, ma non contano e quindi sembra non abbiano un pensiero comune. Sono isolati in monadi e lo strumento di primo approccio sociale è il silenzio o la carità. La società dei due terzi si è trasformata nella società del 50%, metà viene tutelata e metà è precaria e invisibile. La solidarietà che si esercita è una toppa su un vestito liso che non copre più, che non muta la situazione. Sarebbe complicato descrivere qualche scenario a cui dovrebbe corrispondere coscienza e cambiamento, ma così non va perché il futuro è risucchiato dal presente.

Il governo, dopo aver molto promesso in campagna elettorale, allarga le braccia e premia chi già è tutelato. Non si sente reazione forte, ma cova l’indifferenza che muta in rabbia. Inane è inefficace nella protesta, se non in piccole parti della politica. Si fatica a descrivere ciò che può accadere perché ad ogni privazione, caduta di reddito viene proposta una giustificazione. Le Cassandre non sono amate da nessuno, neppure dai poveri, ed è difficile parlare di futuro tacendo la crescita delle diseguaglianze e della precarietà.
Oggi si pensa al Natale ma la povertà e la precarietà dura tutto l’anno e quello che emerge non riguarda i ristoranti, le località di villeggiatura, ma un sistema che non regge più, che si fonda sul nero, che non guarda a ciò che produce e neppure ai bisogni di chi lavora. Ci saranno i ricchi e i miseri, dove ricco significa garantito da chi ha il potere e il come non importa, basta essere solvibili economicamente e socialmente. E voi vi aspettate che questa società aspetti il Natale serenamente, senza covare uova di serpente? Pensateci e pensiamoci, sapendo che sarà un cammino lungo verso il cambiamento della società, ma bisogna uscire da una dissipazio che toglie speranza e solo consuma, cose e vite.

il tango del tempo

Per scoppi, come se nel ventre oscuro s’accumulasse un’infinita bolla che deve uscire, così lo specchio nero del mondo sale. Per vie oscure sublima in rocce polite, in creste taglienti, il mondo ci attraversa lo sguardo e l’anima, è indifferente, guarda sé, neutrino che segue un pensiero senza limite. Non si cura, non ascolta se non per sue vie che radicano infinite, che non fanno domande, non si voltano e procedono mentre attendono un passo da noi, indecisi su dove andare.

Mai è il suo nome mentre interroghiamo il caso, seguiamo la possibilità e la chiamiamo speranza. Mentre parliamo al suo posto, mettiamo in bocca le battute al mondo e attendiamo parli, finché il silenzio diventa insopportabile e allora di nuovo la parola, la nostra, riempie un luogo, risuona nelle nostre orecchie. Miracolosa la parola fino a un nuovo silenzio, fino ad un’abitudine interrogante che tace e rapprende il poco che resta nell’aria e in noi.
Così il silenzio accompagna a lungo e quando trasuda in timore significa che non è finito a tempo debito per carenza di ascolto, di empatia.

Il tempo non ha debiti, casomai crediti e chiede conto mentre, in disparte, s’accumula il non fatto o ciò che dev’essere ripensato e ripreso nell’ interminabile gioco dove ciò che si scarta è sempre maggiore di ciò che si sceglie e però, il tralasciato, non scompare, sta quieto in attesa.

Di grandi coni d’infiniti grani è fatto ciò che resta in disparte. Ne vidi di enormi nei porti, si stagliavano contro il cielo, limitati solo dalla gravità e dall’attrito tra particelle. Potevano essere zolfo, e allora il colore giallo riempiva l’aria d’indebita allegria, oppure erano carbone lucente e grasso che assommava all’aria, polvere e piccoli mulinelli, che tingevano cupi il cuore, o erano minerali di ferro, rame e manganese che beffardi riflettevano la luce in caleidoscopi rivolti al cielo,  o ancora coni di rottami tagliati da trance impietose, ridotti a parvenza di ciò che erano stati funzionanti, ma ancora vivi nelle tracce dei colori che li avevano vestiti. Erano arlecchini di passato, e mentori e presaghi, indicavano ciò che il desiderio sarebbe diventato.

Quei coni enormi, nati da benne indifferenti, erano acquattati in attesa d’un nuovo essere. Così è il tempo che non si compie, che non ha fine e linea di percorso: è granuli e gravità che rotola in nuovi equilibri e leviga le forme. Capsule d’attesa in un porto e possibilità scartate prima che divengano rimpianti.

Anche il cuore è un cono che si staglia verso il cielo e ha innumeri grani che danzano nel silenzio d’una musica d’attesa: un tango per il tempo che promette, accenna e non si compie.

il tango del tempo

Perché ora ti fidi, hai detto che non finiresti più.

Forse era la sfrontatezza sicura di chi attende,

o la luce che sorride dell’ignota possibilità

e del segreto d’una scaramanzia in attesa d’avverare.

Allora, nel suo fidarsi, il corpo s’è disteso: 

dismessa l’arroganza il seno 

il viso interrogava in attesa d’espressione,

e intanto, in un silenzio sorridente, hai porto la guancia,

perché era ora d’andare.

E di scoprire almeno il poco e l’importante

di ciò che s’era trascurato nel mettere da parte.

oggi è l’anniversario dei morti sul lavoro alla Tyssen

Oggi è l’ anniversario dei morti nella fonderia della Tyssen di Torino. È stata definita una tragedia. Lo è stata certamente per i loro familiari, per chi ogni giorno rischia la vita nel luogo di lavoro, per chi non può fare a meno di continuare a lavorare in condizioni precarie e malsane.

Ascoltando la voce di due donne, l’ una moglie e l’ altra madre di due operai morti bruciati, ho pensato al fatto che questo dolore per loro non ha fine. Ho pensato a una giovane amica che si occupa di trovare lavoro a chi non ce l’ ha, ai compagni del sindacato che fanno fatica a far capire che lavorare non deve uccidere. Ho pensato alla Fornero che non sapeva cosa volesse dire stare su un tetto con il mal di schiena a 60 anni e forse nessuno lo sa in parlamento, a chi si alza all’ alba o va a letto a quell’ ora per lavorare. Sono gli stessi che lavorando restano poveri, non riescono ad arrivare alla fine del mese e non pensano più alla pensione. Ho pensato alle fabbriche che ho visto, agli operai che ho conosciuto e all’ inquinamento che c’era ed è tornato nei luoghi di lavoro. Ho pensato che è cambiato poco, quasi nulla e che spesso ora si sta peggio, tanto che un buon padrone è quello che paga a fine mese non quello che ti dà un lavoro dignitoso.
È triste questa Italia dove qualcuno si può vantare della precarietà generata dal job act e dalle tante leggi che favoriscono chi ha il potere di dare un lavoro ma non chi lo compie. Ho pensato a cos’è oggi il lavoro, alla sua funzione, alle sacche di privilegio che si sono allargate e a chi paga le pensioni a chi ha lavorato. Ho pensato a tutti questi anni inutili in cui i diritti si sono affievoliti e non hanno fermato l’emorragia di giovani che vanno  all’estero e non hanno creato nuovi posti di lavoro sani e stabili, con nuove competenze.

Nei notiziari si enumerano i posti di lavoro che crescono, non si parla di come si lavora e comunque in questa corsa si tace di quelli perduti e del lavoro sottopagato

È  triste pensarlo in questo giorno che ricorda chi è morto perché hanno risparmiato sulle manutenzioni alla Tyssen e che altrove ancora accade perché questa indifferenza verso che lavora non è mutata e questo Paese ancora attende un piano che ne definisca la crescita e nel quale chi lavora e chi trae profitto da quel lavoro siano davvero alla pari.