biografie per notti di vigilia 1.

Qualcosa è caduto da una tasca con un rumore breve. Guardo attorno e non vedo nulla. Sarà rimbalzato sul pavimento, cerco con gli occhi sul tappeto bianco. Impossibile, non avrebbe fatto rumore, ma potrebbe essere saltato. Le cose hanno una vita interiore che ci è sconosciuta perché siamo disattenti, ne vediamo solo l’utilità e a volte neppure quella appieno. Se vedessimo l’utilità delle cose, il loro servire muto, le rispetteremmo di più, ma se non rispettiamo neppure gli uomini…

Stamattina è già tardi e non ho tempo di cercare, il pensiero chiama all’appello le cose che erano in tasca. Non posso sapere cosa manca perché aggiungo spesso e tolgo poco. Di sicuro non erano monete. Ho acquistato un portamonete da un Bangla a Roma, uno di quelli con la molla fatta da due lamine di acciaio che chiudono la bocca di un piccolo sacchetto di cuoio morbido. Mi piace comprare da chi mercanteggia, c’è un serpeggiare di sorrisi che non conosciamo più nei negozi, un divertirsi reciproco dove la merce diventa un affare ed è un buon affare se entrambi siamo un po’ scontenti e insieme contenti. Mi piace questo modo incerto di comprare dove l’attenzione è assorbita dal dialogo, dal decantare i pregi per giustificare il prezzo e non è il marchio ma la necessità a fare da spinta all’acquisto. In Oriente, in Africa era il modo consueto di comprare ogni cosa e si impara subito come non offendere chi vende, ma a dargli dignità e riceverne. Adesso se entro in un negozio, quasi sempre mi danno del tu e io continuo a dargli del lei. Vedo che la ragazza non capisce cosa voglia questo bacucco che parla come una persona che al più poteva stare nei libri di scuola del liceo, e credo pensi che non ha le idee chiare se rifiuta quello che gli viene proposto ma chiede cose che non ci sono in negozio. Le spiego con pazienza cosa mi serve davvero, le caratteristiche che deve avere, continua a darmi del tu ma non è preparata, non è tra quello che le hanno insegnato. Lei deve vendere e basta. Sotto Natale, poi, non ha tempo. Le vorrei dire che se non ha tempo alla sua età non ha ancora capito nulla della vita ma si spazientisce perché vuole che compri ciò che mi propone e parte del suo stipendio è a percentuale sulle vendite. Saluto e le faccio gli auguri, pensando che in un suk prima di lasciarmi andare via mi avrebbero richiamato tre volte e invece sento il suo commento su chi ha tempo da perdere e non sa quel che vuole. Il fatto è che io so quel che voglio ma non ce l’ha e non mi va bene tutto. Un tempo avrei acquistato comunque, ma quel tempo è finito e le cose devono avere un senso, parlarmi, altrimenti sono solo oggetti. Con l’età si diventa ipocondriaci, esigenti, diversamente allegri, cioè si ride di cose che hanno una storia, una loro realtà assurda, ci si circonda di curiosità nuove e si lascia perdere quello che ormai non dice nulla. Le passioni, ad esempio devono essere compatibili con una storia, con gli ideali che sono rimasti a tenere assieme le emozioni. Ci si racconta meno storie e quelle che nascono dai ricordi si narrano con parole nuove per significato e profondità. I timori sono differenti e la percezione della bellezza è così acuta nei particolari che un ramo che trattiene poche foglie gialle contro il verde, attrae lo sguardo e fa soffermare il passo. Forse per questo quando si capisce di più e diversamente, il mondo che corre attorno si impazientisce, perché sta ancora immagazzinando il sentire a tonnellate, a quintali, mentre con l’acutezza che dona l’avere una storia, bastano i grammi dello sguardo e le connessioni che ogni senso crea dentro di noi tra passato, presente e futuro.

Ai miei collaboratori auguravo di essere innamorati, forse volevo dir loro che era bello essere immersi nella magia che rende diverso il mondo, che piega la realtà verso chi si ama e che insieme acuisce ogni sensazione. Forse volevo dir loro che desiderare e amare sono cose a volte connesse e altre disgiunte, ma che nell’innamoramento diventavano una forza immane che cambiava vite e destini e dava insieme paura e coraggio, ma soprattutto la sublime incoscienza di pensare che il mondo si poteva mutare. Era una forma della passione, un realizzare la sintesi tra spirito e corpo, che dilatava il tempo o lo accorciava secondo il bisogno di essere assieme. E poco contavano gli altri, ma molto si coglieva di ciò che di solito era trascurato, non visto, annusato, sentito. Auguravo, come sempre dovrebbe essere per gli auguri sinceri, ciò che avrei voluto per me.

Intanto sto cercando quello che è caduto e non trovo. L’intelligenza beffarda delle cose che si nascondono è una similitudine dei pensieri che vorrebbero formarsi e che restano imprigionati in qualche neurone che si è otturato. So che il pensiero riuscirà a trovare la sua strada e così ciò che ho perduto salterà fuori, entrambi saranno una piccola sorpresa e una soddisfazione interna. Si vive di poco apparentemente, ma è moltissimo, perché quando si forma qualcosa di nuovo lo è veramente. Un tempo si leggeva, piccolo è bello, era un saggio di uno scrittore svizzero riferito alle imprese, ma in realtà credo parlasse anche dell’uomo e di come esso può trovare la pienezza nell’assaporare pienamente ciò che la quantità nasconde e ottunde. Il nuovo è un insieme di piccoli segnali, di grandi certezze che legano le cose e di grandi dubbi e ignoranze, ma se resta il piacere di guardare e di imparare, allora nuovi circuiti si formano e con un sorriso si assapora questa novità che prima ci era sfuggita.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.