cinema italia

cinema italia

Non riuscivo più a riconoscere l’edificio, come se la memoria mi tradisse e le cose non fossero dove dovevano essere. Poi ho visto il cartello in cantiere: lo stabile era un fabbricato residenziale in trasformazione. Allora ho capito.

Di certo hanno parlato a lungo con i preti, il cinema Italia era loro. Immagino le trattative, prima in canonica, poi in quegli studi bellissimi, dietro al duomo, con i libri rilegati di rosso, e l’odore di legno vecchio, ma le pareti candide e luminose. Non più quel ristagnare d’aliti di digestioni difficili, ma i veri manager della proprietà. Colloqui circospetti, molti sorrisi, un parlare per cerchi concentrici e alla fine il prezzo: quasi immodificabile e niente di conveniente davvero, ma se piaceva per la posizione e il vicolo tranquillo, ci doveva pur essere un giusto vantaggio per chi vendeva. Queste trattative le conosco per cognizione diretta, sono simpatiche, lunghe e affidabili, se si conclude sono cari, ma senza bidoni.

Comunque chi ha comprato c’ha visto oltre quel cinema strano, chiuso da 40 anni, e ha intuito uno spazio che prima non esisteva. Sì perché il cinema Italia, era tutto fuorché un immobile normale. Neppure un cinema era, così stretto e lungo e multisala senza saperlo, ante litteram. La sala era divisa in due dalle colonne centrali e le file di sedie di legno erano al più 8 per fila, per 12-13 file. Otto da una parte e otto dall’altra, con due schermi affiancati sul muro di fondo. Si vedeva lo stesso film in entrambi, con un leggerissimo sfasamento e qualche particolarità. Non si potevano vedere film in cinemascope perché gli schermi erano troppo piccoli, però lì passavano tutti i classici, nonché i generi (telefono bianchi, western, noir francesi, cicli austriaci, ecc. ecc.) fatti tra le due guerre e i prodotti delle cinematografie squattrinate del sud america. Il biglietto era differenziato, a sinistra costava il doppio, perché il proiettore era solo da quella parte e si vedeva bene, a destra si vedeva la stessa immagine con un gioco di specchi, solo che per strada perdeva definizione e impaccava il colore. Se si pensa che allora al cinema si poteva fumare e a destra andavano i più poveri, il film, da quella parte, era immerso in un alone azzurrognolo da nazionali e alfa e il pavimento ricoperto di bucce di arachidi e di semi di zucca. Con l’altra particolarità che il suono veniva solo da sinistra e questo aumentava l’effetto di stranezza perché si sentiva con un solo orecchio. Ed era tutto un crocchiare di piedi, un guardare di sguincio, con quelli che chiedevano: cossa galo dito (cos’ha detto), al vicino e gli altri che zittivano, assieme a chi rideva o parlava d’altro, insomma una baldoria. Non c’era molto da vedere, si andava al cinema Italia perché era caldo d’inverno e per fare casino. Già il nome prefigurava un giudizio sul Paese, ma noi non lo sapevamo ed erano 50 lire ben spese la domenica pomeriggio, giorno in cui realizzava il tutto esaurito. Era un cinema di poveri in un quartiere di poveri, il prete regalava i biglietti per i ragazzi più devoti, ma regalava anche il pane e il fruttino alle quattro del pomeriggio agli altri. Insomma una sua funzione l’aveva, sia il prete che il cinema: definiva un’appartenenza a un luogo, anche se era un luogo povero e molti di quelli che ci abitavano avrebbero voluto star meglio. 

Adesso ci ricaveranno una casa da ricchi o un paio di appartamenti. Però mi piacerebbe che i muri che si sono imbevuti di tutta quella umanità, di tutte quelle immagini, conservassero ancora qualcosa e che magari nel silenzio del vicolo, la sera, ci fosse qualche crocchiare di piedi, il resto della voce di John Wayne, qualche risata soffocata, lo sguardo di Jean Gabin. E chi ci abiterà, allora chiedesse a chi sta vicino: cossa gheto dito, ma non per far paura, solo perché buttare via tutto è sempre una perdita.

7 pensieri su “cinema italia

  1. Avevo quasi 14 anni quando sono andata per la prima volta in un cinema _vero_ e in città.

    Prima ci si andava solo all’oratorio, di domenica pomeriggio verso le 15, dopo essere stata con i miei fratelli a recitare il rosario in chiesa.
    O così o …così, alternative allora non ce n’erano e guai a …svicolare chè si sarebbe saputo subito, in un paesino di quattro anime 😦

    Grazie per avermi fatto tornare alla mente quei momenti lontani, Will!
    Bella settimana, un sorriso
    ciao

  2. Il cinema io l’ho respirato con il latte materno,ma non all’oratorio. Chissà che non sia un’istintiva avversione a ogni forma obbligata. Comunque il post è bello e porta a riflettere su ben altro. Bianca 2007

  3. e tu pensa che ai miei tempi ci facevano lezione all’università. ma non io, che ero dell’altro corso di altre lettere.

  4. Facevano lezioni al cinema excelsior, altro cinema della mia infanzia. L’Italia era un cinemino era fuori d’ogni norma, impossibile farlo diventare un’aula.

  5. Per me l’andare al cinema è iniziato a 14 anni, quando la mia famiglia si è trasferita a Roma.
    Ricordo l’eccitazione per la scelta tra tutte quelle sale e film.
    Prima, seconda,terza visione.
    Vado spesso al cinema, ma in quegli anni molto di più. Due, tre volte a settimana.
    Sono passati parecchi anni da allora, ma rimane immutato per me l’incanto di quando in sala cala il buio.
    Mi siedo e non converso quasi mai prima dell’inizio del film.
    Mi raccolgo e aspetto.
    Aspetto in silenzio che arrivi il buio.
    In quel momento lascio tutto il resto fuori,
    ed è bello.

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