tre scalini

tre scalini

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Non è il bere ma il luogo. Passati i tempi in cui ci si imbastardiva di chiacchiere e vino, di spritz a cui seguivano prosecchi per poi finire nel rosso, perché il rosso pulisce la bocca e allora mangiamo un’acciughina e poi un bianchetto. Finiti. E se sono finiti bisogna prenderne atto. Anche il camminare adesso è footing o tapis roulant, gente che corre in mutande griffate, ma sempre mutande sono. E sono criceti o topi, similia similiantur, i pod, musica nelle orecchie, telefonino e corsa, prima erano vasche, ragazze, parole buttate da un marciapiede all’altro, allegria, insieme, risate, battute. Basta, finito!

E’ il posto non il bere. E il bel vedere umano e di pietre che fluisce attorno. Pieno di giorno: psicologia e ingegneria alimentano flussi alla Escher. Chissà dove andranno, entreranno, usciranno, ascolteranno, con i patemi d’animo di necessità, le pulsioni di necessità, gli slanci di vita di necessità. Ecchè è una condanna l’università? Poi la sera è diversamente pieno (cioè pieno con diversi, ché mica sono sempre gli stessi), solo perché e’ un bel stare, passare, andare. Credo che passare sotto la porta sia benefico, visto quanti vanno e tornano. Perfino la scalinata del porto ha sempre ragazzi che parlano, amoreggiano, bevono. Eppoi si mischiano con i docenti, con i congressini dove finite le relazioni fa figo bere all’italiana e tutti parlano inglese, ridono e s’annoiano da morire. Si mescolano con i fancazzisti come me che passano, si siedono e fumano mezzi toscani, con i tossici, gli spacciatori (adesso pochi, chissà dove sono finiti), quelli che arrivano in barca remando alla veneta, attraccano e vengono a bere e poi se ne vanno chissà dove, quelli che studiano in disparte e il mondo non esiste, quelli che discutono di fisica e si prendono a male parole sulle baggianate delle pseudoscienze, sullo spiritualismo, sulle religioni, sulla filosofia e trovano un accordo sulla musica, mentre si fanno un rosso e un prosecco, quelli che chiedono quanto costa uno spritz e intanto ti scroccano da fumare, quelli che fumano e non hanno mai da accendere, quelli che si prendono le pizze alla focacceria e il vino al bar, così si spende meno, quelli che sbarcano dal Burchiello e sono rintronati di sole e tompegane e non sanno più dove sono e vagano in gruppo tutti soli, quelli che cercano un ristorante e finiscono dai cinesi, quelli che sono lì per il concerto due ore prima, quelli che le zanzare e ‘sto cazzo di comune che non fa niente, quelli che si fanno la birretta, poi lo sprizzetto, poi il bianchetto, poi il rosso, poi il tramezzino, poi non c’ho fame e mi gira un po’ la testa, quello che vende il pop corn che nessuno compra ed è vestito di bianco come un gelataio, quelli che si sono laureati e cantano dottore dottore del buso del c.., quelli che gli hanno fregato la bici e vengono a vedere  le occasioni al volo, quelli che vorrebbero stare quieti e per i fatti loro e hanno proprio sbagliato posto.

E poi c’è Julija che fa gli esami per fare la psicologa terapeuta e tutti facciamo il tifo per lei, Julija che fa uno spritz buono e carico di bitter che due sarebbero troppi, ma il troppo non stroppia, Julija che parla dell’olio di canapa e dei suoi benefici effetti e tutti capiscono altro, Julija che sorride mentre dà la seconda dose di patatine, Julija che canta ma mai al bar, Julija che viene da distante ed è di casa, Julija che ti chiede come stai e sembra volerlo sapere davvero. Poi sulla terrazzetta ci sono Ale e Moreno, la partita di calcio sul lenzuolo, e tutti a dire e a criticare e magari si tira tardi, fino all’ennesima fumata perché tutto è un’altra storia e anche a parlar di tutto, alla fine poi si chiude e ognuno se ne va.

C’è un mondo in quel posto, che a coglierlo bene ti strappa dai pensieri di prima e di dopo, un mondo durante dove si vive solo lì, perché non si porta via e neppure si toglie, un mondo dove ricevi e dai quello che vuoi, un mondo dove tutti aggiungono e nessuno ha il bandolo del puzzle, perché è nell’aria, nelle pietre, nell’acqua, in quei tre scalini che sono quattro, nelle persone che si fermano e in quelle che passano, nei cani portati a spasso e non hanno voglia e in quelli che corrono sull’argine, nelle biciclette nel canale e in quelle appoggiate ai muretti, nel vociare, nei sorrisi, nei silenzi, nelle lacrime che qualche volta seguono un esame, un amore, un pezzo di vita, come la coda di una nutria che attraversa il fiume, guarda la barca e chi rema e poi se ne va.

8 pensieri su “tre scalini

  1. Ma che bene che hai descritto luogo e …fauna che gira dentro, fuori e nei dintorni di quei 3/4 scalini 🙂
    Par proprio d’esser lì!

    Eggià, com’è cambiato il modo di fare, di bere (sono astemia io, ma gli occhi li uso per osservare 🙂 … ), il modo d’essere ma soprattutto come é preponderante la necessità d’apparire e la condizione di solitudine in cui s’è volontariamente confinato l’uomo moderno e tecnologico…

    Essì, scrivi proprio bene Will, eppoi sei un osservatore acuto, attento e molto obiettivo del mondo e di ciò che ti circonda.
    Ecco: proprio come fosse un fermo immagine, proprio come una bella fotografia, che coglie e trasmette.

    Sereno fine settimana, ciao 🙂

  2. Padova… quella Padova che m’ha visto, bere, piangere, amoreggiare, chiacchierare e annoiarmi, chiacchierare e inveire con le pseudoscienze ma trovarmi d’arrordo sua musica!
    Concordo!!
    Un gran bel dipinto hai compiuto!

  3. Mi hai fatto riflettere Ondina sul fatto che il Portello sia una fotografia, ed hai proprio ragione, è una fotografia in movimento dove non poco passato si mescola con il presente. L’altra sera c’ho incontrato l’amico della adolescenza: “suono dopo i Ragazzi dai capelli verdi a notte fonda”, m’ha detto. E si vedeva che era felice, anche lui sulla zattera, con un vibrato che si inerpicava verso il cielo e i ragazzi sulla scalinata del porto ad applaudire. Una fotografia in cui si sovrappongono generazioni.
    Buon fine settimana a Te 🙂

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