lettera 6

Caro dottore, vado al nocciolo di quanto ho pensato: non si può conservare immutabile (mi verrebbe da scrivere integro) ciò che abbiamo sentito o sentiamo e che ci spinge a costruire cose importanti o banali, che sono parte necessaria delle nostre vite. I nodi che vorremmo sciogliere, i bivi a cui vorremmo ritornare, per scegliere un’altra strada sono parte di questo nostro costruirci e trovare il modo perché essi diventino forza positiva implica che si riesca davvero a cogliere la ragione di allora. E per farlo dobbiamo fidarci della nostra buona fede. Quando penso alla mia vita, ho un’ immagine ed è quella di un vaso di porcellana. Ne vedo forma e colore e posso maneggiarlo tra le mani apprezzandone la levigatezza, ma so anche che esso contiene ciò che sono e che per estrarne qualcosa di indesiderato, dovrei romperlo. In un certo modo l’ho fatto e poi con pazienza l’ho ricostruito. Questa tecnica Lei la conosce, ma preferisco il suo nome giapponese kintsugi che porta con sé il rispetto sia dell’oggetto che dell’amore che lo lega a chi lo possiede. Ho saldato in oro e ho rimesso all’interno il contenuto, scoprendo non poche incongruenze, ma erano il legante di fatti e di scelte, toglierle avrebbe annullato il senso, non degli errori, ma di pezzi di vita. Non pochi di quei pezzi si nascondono e non vogliono essere ricordati ma so che ci sono e che a suo tempo furono scelte necessarie, controverse, opinabili, forse sbagliate, ma mie.

Non si aggiusta davvero nulla del contenuto caro dottore, ma solo il vaso e forse il suo messaggio era quello di annodare più che sciogliere, passato e presente. Ripensandoci ora mi rendo conto che scendere nel profondo significa anche perdonarsi e portare innanzi ciò che ci sembra importante da vivere.

Credo che non poco di quello che rende incerte le vite si basi sul confronto tra il passato e il presente e che tutto questo vada verso una domanda ovvero, qual è l’impronta che si vorrebbe lasciare nel mondo? Immagino sia accaduto anche a Lei: quali e quanti sogni ha sommato sino a farli diventare materia e poi che opinione ha avuto del segno che essi avevano lasciato? So che non risponderà e i suoi silenzi hanno sempre un valore, comunque dicono. Abbiamo parlato spesso del fallimento, dell’essere a un passo dalla meta e poi vedere che ciò che si è costruito si sgretola. Quando questo avviene, tutto quello che lo ha preceduto non perde concretezza, ma finisce in altre mani. Il fallimento è un proprio sogno realizzato che useranno malamente altri, sino a distruggerlo e dell’impronta che si sarebbe voluta lasciare attraverso esso non resterà nulla. Questo genera il senso della sconfitta e la disperazione che dilaga su altri pezzi della propria storia. Se si usa misericordia (uso questa parola dal vago senso religioso come comprensione e assenza di colpa) nei confronti di se stessi, restano le cose importanti. E’ come se il rasoio di Occam della vita personale tagliasse tutto quello che non è necessario per essere vivi e importanti a se stessi. Ma è anche un passare dalla dimensione che coinvolge altri a quella personale che fa il bilancio con la propria storia. E allora dovrei parlarle della fiducia, del sentirsi traditi, della delusione e di chi ha deluso e delude e se guardo lo specchio, dovrei anche dirle, chi deludo senza pensarci troppo. Quando sono venuto da lei evidentemente c’erano due motivi, non avevo le idee chiare e volevo reimpostare la vita senza ripetere errori recenti o più lontani. Non pensavo troppo alle ragioni ma molto agli effetti, la domanda era: perché sono così come sono?

Questa sarà la riflessione della prossima lettera, ma un accenno vorrei farlo perché si lega a quanto sopra ho pensato sulla vita, gli errori e i suo dipanarsi. Parlare di fiducia significa mettere in campo un rapporto profondo anche con se stessi: ricostruire il vaso e mettere un titolo a qualcosa di complesso che è volontà, bisogno, ricordo. La delusione innesca tutto questo dopo aver distrutto. Ha toccato molto di sensibile ma lascia qualcosa, spesso molto, di integro in noi. Forse il suo mestiere sarebbe far venire alla luce quell’integrità che è ciò che ci riconcilia nel profondo.

Le auguro una buona serata.

9 pensieri su “lettera 6

  1. Ogni scelta forse comporta un lasciare qualcosa di sé e di altri che hanno costituito il vaso e ancora lo costituiscono …Fondere e fondersi è possibile solo in parte . Si lasciano parti che potrebbero generare altra inquietudine.
    La similitudine del vaso non quello di Pandora mi pareva adatta diversi anni anni fa.
    Ora mi rappresento più in un albero le cui parti si sono formate .
    È armonia l’insieme ? Credo di sì …Non ho perso le radici il fusto resta sghembo non nodoso . I rami si sono allargati e alzati , le fronde non nascondono le parti legnose .
    Volevo essere una quercia credo di essere diventata un salice piangente .
    Le opere d’arte o d’altro genere possono essere trafugate … Io resto l’artigiana o l’artista anche se danneggiata e delusa .
    Posso essere comunque soddisfatta ?
    Tu che ne pensi… Ho pure smesso di andare dalla dottoressa di fiducia . Forse perché lei chiedeva a me perché ero lì .
    Mi piace comunque fare una bella chiacchierata.
    Willy ti ho letto volentieri , c’è sempre da approfondire gentilmente con te . Questo è il bello .
    La delicatezza forse unisce un po’ di talento ,di predisposizione , di impegno , di. “esercizio” …Grazie e Dolce notte 🙋

  2. Mi piace molto l’idea dell’albero, ha radici e si alimenta nel profondo. Mi racconterai delle opere d’arte anche se è vero che un’artista ha l’arte in sé. Ciò che ti fa bene è bene Francesca e ti ringrazio per le belle parole. Hai ragione ci vuole qualcosa che unisca e metta assieme, la delicatezza fa bene.
    Dolce notte a te 🤗

  3. Leggo con interesse le tue lettere al dottore. Non aggiungono niente solo perché sto da quest’altro lato della barricata e non mi sembra opportuno.
    Grazie comunque, ci vuole coraggio a esporsi così. E poi scrivi molto bene, questo mi sembra che te l’abbia già detto 🙂

  4. Ti ringrazio. In questa parola ci sono molti pensieri e dialoghi e penso che le barricate diventino panchine su cui sedersi e parlare mentre si guarda un indeterminato punto. Spesso scrivo tra le righe ciò che vorrei fosse un tentativo di comunicazione, questa volta ho scelto di essere più diretto. Confesso che mi arrabatto nella possibilità reale di raggiungere chiarezza e di condividerla, ma con chi? Eppoi a chi interesserebbe? Come vedi le difficoltà non mancano. Ripeto il grazie per la tua bella attenzione e per il molto che sollevi quando ti leggo. 🤗

  5. Beh, forse barricata non è proprio la parola giusta per indicare un luogo, in questo caso il mio. Però neanche panchina va bene :), diciamo il luogo della vicinanza.
    Purtroppo in questo mondo per farsi capire bisogna parlare, farsi ascoltare (il silenzio nessuno più lo capisce); quindi fai bene a farlo, poi .. come diceva bene Altan in una sua vignetta, più
    o meno: in riva al fiume bisogna aspettare l’amico, non più il nemico 🙂

  6. Barricata a me evoca il popolo che per lieto sentire il giusto, si ribella e s’oppone, ma anche è il nome di un’osteria dove non credo abbiano resistito oltre il primo litro. Che tu sia analista o paziente credo a volte importi poco, nel senso che la comunicazione è un procedere nella conoscenza e nella vicinanza. Quello che più manca, e non parlo di un mio bisogno bizzarro, è la conoscenza profonda che possa essere scambiata perché interessante a chi ascolta oltreché a chi parla. Bella l’immagine del fiume, vi ho visto un solitario nuotatore con la sua calottina azzurra, felice di vivere.

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