rendo grazie

Ogni giorno che ci è stato dato, 

ogni momento che abbiamo donato,

ogni pensiero ricevuto,

ogni notte rischiarata,

ogni figura che ora è voce, 

ogni possibilità che diventa amore,

ogni refolo d’aria fresca nella notte.

ogni pietra seduta, calpestata, sconnessa e consumata,

ogni bellezza che è stata donata,

ogni attenzione che ci ha visto e si è soffermata,

ogni rimorso ch’è stato consolato,

ogni attesa in cui qualcuno è arrivato,

ogni solitudine cercata,

ogni pensiero che ha capito, 

ogni telefono cancellato,

ogni auto partita senza i pensieri che ha portato, 

ogni nube mutata nell’acqua che ha ristorato,

ogni persona che ha visto come eravamo e ci ha parlato,

ogni metà verso cui si è camminato,

ogni sogno, tenerezza e confidenza che in noi hanno creduto,

ogni stagione che sorridendo la seguente ci ha donato,

ogni volta che abbiamo guardato l’acqua e meditato,

ogni sosta in cui abbiamo ricordato che altra vita avevamo sognato

mentre vivere e amare ci ha sorpresi,
resi forti, accolti e accompagnati,

e ogni volta ancor più ci ha insegnato a capire che siamo vita,

indefinitamente e pienamente vita, per ogni attimo,
ogni giorno e notte, sempre. 

A tutto questo e molto altro rendo grazie.

una infinita bolla

Per scoppi, come se nel ventre oscuro dell’anima di pietra e fuoco, s’accumulasse un’infinita bolla. Così lo specchio nero del mondo da lì sale, per vie oscure, sublima in rocce polite, in creste taglienti, e il mondo ci attraversa e guarda sé, neutrino che segue un pensiero senza limite. E non si cura, non ascolta se non per sue vie che radicano infinite, che non fanno domande, non si voltano e procedono mentre attendono un passo.

Mai è il suo nome mentre interroghiamo il caso, seguiamo la possibilità e la chiamiamo speranza. Mentre parliamo al suo posto, mettiamo in bocca le battute al mondo e aspettiamo parli mentre il silenzio diventa insopportabile e allora di nuovo la parola, la nostra, riempie un luogo, risuona nelle nostre orecchie. Miracolosa la parola fino a un nuovo silenzio, fino ad un’abitudine interrogante che tace e rapprende il poco che resta nell’aria e in noi.
Così il silenzio accompagna a lungo e poi quando trasuda non finisce a tempo debito. Il tempo non ha debiti, casomai crediti e chiede conto mentre in disparte s’accumula il non fatto o ciò che dev’essere ripensato e ripreso in un interminabile gioco dove ciò che si scarta è sempre maggiore di ciò che si sceglie e però non scompare, ma sta quieto, in attesa. Di grandi coni d’infiniti grani è fatto ciò che resta in disparte. Ne vidi di enormi nei porti, si stagliavano contro il cielo, limitati solo dalla gravità e dall’attrito tra particelle. Poteva essere grano o zolfo, e allora il colore giallo riempiva l’aria d’indebita allegria, oppure era carbone lucente e grasso che assommava al vento polvere e piccoli mulinelli, tingendo cupo il cuore. Altrove erano minerali di ferro, rame e manganese che beffardi riflettevano la luce in caleidoscopi rivolti al cielo, o ancora coni di rottami tagliati da trance impietose, ridotti a parvenza di ciò che erano stati funzionanti, ma ancora vivi nelle tracce dei colori che li avevano vestiti. Erano arlecchini di passato, e mentori e presaghi, indicavano. E quei coni enormi nati da benne indifferenti, erano acquattati in attesa d’un nuovo essere.

Così è il tempo che non si compie, che non ha un fine e una linea: granuli e gravità che rotolano in nuovi equilibri e levigano le forme. Capsule d’attesa in un porto e possibilità scartate prima che divengano rimpianti.

Così il cuore che è un cono che si staglia verso il cielo e ha innumeri grani che danzano nel silenzio d’una musica d’attesa.

il tango del silenzio

Perché ora ti fidi, hai detto che non finiresti più.

Forse era la sfrontatezza sicura di chi attende,

o la luce che sorride dell’ignota possibilità

e del segreto d’una scaramanzia in attesa d’avverare.

Allora, nel suo fidarsi, il corpo s’è disteso:

dismessa l’arroganza il seno

il viso interrogava in attesa d’espressione,

e intanto, in un silenzio sorridente, hai porto la guancia,

perché era ora d’andare.

E di scoprire almeno il poco e l’importante

di ciò che s’era trascurato nel mettere da parte.

rimase l’aria sospesa

Di tutte le parole che avremmo potuto trovare rimase la semplicità e il silenzio,

il pudore che frena la bocca prima delle mani.

Rimase l’aria sospesa ad attendere paziente,

e guardandoci negli occhi si riempì ciò che non voleva dire.

Cercavamo motivi di scherzo, allora,

perifrasi d’amore che colmassero lo stupore del cuore.

Questo sentire nuovo,

che metteva ali all’ essere,

nel suo ignoto scuotere non aveva un fine,

si scioglieva, sì, con noi, pozza di cera travolta dalla luce,

eravamo

e ciò bastava tanto da non poter di più.

Tutto questo l’abbiamo gettato?

Un angolo di cuore, non di ricordo, attende:

una mano in forma di bacio, di carezza, di tocco gentile,

che lo porti a scorrere,

e vedere, e sentire

ciò che già abbiamo sentito e visto.

E renda nuovo ciò che ora non basta,

innocente il vivere e ciò che non lo è più:

eccolo di nuovo essere lo stupore del cuore.

paesaggi

il peso

scrivere con malinconia

l’ultima pioggia d’agosto

Verrà l’ultima pioggia d’agosto, asciugherà l’aria, schiaccerà rivoli di polvere nel ferro grigio dei tombini, dalle pareti delle case solleverà l’odore di calcina mescolandolo con l’acuto ozono dei fulmini vicini.

Verrà l’ultima pioggia d’agosto, scriverà sulla sabbia con lettere cerchiate, consumerà i castelli dei bambini che il mare aveva risparmiato, mostrerà infinite bolle nelle pozzanghere ai rifugiati sotto i cornicioni.

Verrà l’ultima pioggia d’agosto per confondere il caldo dei telegiornali, toglierà ai giorni il ripetere attonito dei mattini, farà scordare l’abbraccio dell’estate, porterà il desiderio dell’azzurro oltre nubi gonfie di grigio, attiverà speranze di fresco, ricaccerà gli alpinisti nei rifugi.

Verrà l’ultima pioggia d’agosto a promettere frescure serali e sole ardito il giorno, verrà a raccontarci l’estate, la breve malinconia dei distacchi, appiccicherà gli occhi e le magliette sulla pelle, farà sorridere i ragazzi e i vecchi, spazzerà le menti dai pensieri grevi di calura.

Verrà l’ultima pioggia d’agosto a distruggere il profumo dei capelli e della pelle arroventata, fermerà le bici nei garage, nasconderà i bikini in vestiti di cotone, libererà la spiaggia dall’odore delle creme, chiuderà gli ombrelloni in file piene d’attese.

Verrà l’ultima pioggia d’agosto a liberare le notti al sonno, mostrerà la città fuori stagione, solleverà telefonini per raccogliere stupori, colorerà i tuoi occhi e neppure t’accorgerai che il mio sguardo sotto la pioggia bagna la pelle.

viva San Marco

dire è non dire

parlami d’amore mariù