il senso del menare il can per l’aia, ovvero Enigma vs Colossus

Difficile e predittivo l’inizio, diceva la mia insegnante di lettere, poi il resto è opera d’artigiani del pensiero logico. Ed io facevo inizi folgoranti, salvo poi seguire le mie fantasie per pagine tortuose. E’ questione di pazienza, le dicevo, se si legge abbastanza magari non si coglie il senso dello svolgimento rispetto al tema, ma quello della testa, sì. ( Non mi pareva vi fosse eccessivo interesse per la mia testa). Mi consolavo, pensando che le migliori cose sono quelle fuori tema e visti gli insuccessi del folgorante, ero passato all’inizio ansante, quello che sembra un cagnone fermo un poco enfisematico, un inizio senza corsa, fatto di pennellate rapide, convulse, come se il passato fosse davvero già avvenuto, mentre chi scrive sa bene che il passato è davvero avvenuto solo quando lo si è scritto, prima è una sequenza di fatti, di frames a cui non essendoci un filo logico (il filo è sempre nel futuro, perché lì si capisce cos’ è accaduto davvero), solo la logica delle parole può dargli un senso. Insomma io scrivevo storie che promettevano molto e poi menavano il can ansante per l’aia. Non mi capiva nessuno, neppure l’insegnante di lettere, che pure mi elargiva bei voti d’incoraggiamento e mi diceva, ma cosa volevi davvero dire? Io facevo il misterioso, alludevo, le parlavo della festa della sera prima e di quella della sera dopo, così lei capiva che ero festaiolo e un pochino m’invidiava, perché diceva, bella età, ma poi i nodi vengono al pettine. 

Ecco questa dei nodi che vengono al pettine mi è sempre parsa una partenza fulminante, per niente scontata, perché per me era il pettine che veniva ai capelli, ammenocché non essere un aspirante milite e mettere il pettine fisso e la testa mobile per pettinarsi. Faccenda questa dei nodi anche un tantino pericolosa, io avevo i capelli ricci e i nodi si scioglievano passandoci le dita aperte, ma forse si trattava di nodi più difficili e dolorosi rispetto ai miei, e se per caso cadevamo nella configurazione topologica gordiana, la cosa diventava critica, un qualsiasi Alessandro il grande, con un colpo di spada scioglieva il nodo, ma si sarebbe fermato a tempo? Ecco, queste cose mica le potevo spiegare alla mia insegnante di lettere, al massimo potevo dirle che il pettine Alessandro non mi piaceva e subire il rischio che ancora una volta lei non capisse nulla di quell’allievo che molto prometteva e nulla manteneva,

Fu così che determinai da allora che in ogni storia che si rispetti, anziché mettere in premessa ciò che poi sarebbe venuto, l’inizio sarebbe stato un parlar d’altro, e che il senso l’avrei criptato e nascosto tra le  frasi del testo successivo. Pezzetti d’una storia che non finiva in un comporre chiuso, ma diveniva una sciarada che continuava a svolgere il suo senso. Devo dire, sommessamente, per chi avesse capito l’andazzo linear circolare dello scrivere, che mica ne posseggo la soluzione, al massimo ne intuisco il divenire. Turing, genio assoluto e co inventore con Newman di Colossus, la macchina per decrittare i codici che i tedeschi creavano con Enigma, mi avrebbe sputtanato in un attimo e m’avrebbe raccontato per filo e per segno la storia, quella che ancora non so come vada a finire, ma la mia insegnante non era Turing, era bella e discuteva volentieri, per questo perdeva il filo del discorso. L’avessero saputo i nazisti, l’avrebbero utilizzata subito, non si sarebbe capiva molto del messaggio, però era un bel vedere. Lei spiegava benissimo, molto e d’altro, ma chi m’affascinava era Gadda, chi volevo essere era Boccaccio, per via degli ormoni giovanili applicati alla letteratura, entrambi mi sembravano perfetti.  Glielo dissi, lei mi rispose che c’erano altre sorprese nella letteratura. Non le credetti che al 78%,  finché non scoprii Calvino. Lui non lo sapeva, ma alla stregua di Borges e della riscrittura del Don Chisciotte, la lezione di “una notte d’inverno un viaggiatore” io l’avevo già svolta, solo che non l’avevano capita.

Il segreto si nasconde nei dettagli, parimenti al buon diavolo, oppure nella pancia dove sembrano dormire le parole, e il rasoio di Occam serve a far la barba, l’inizio è solo un inizio a cui se ne sovrappone un altro, così in sequenza perché se è vero che se si vuol sapere dove vuole arrivare questo scemo (Totò), ci sarà sempre uno che capisce e dice: ma mi faccia il piacere (idem).

chissà se ho chiuso il gas e altri 100 modi per tornare sui propri passi

In attesa della perfezione d’un recinto, un quadrato di novanta caratteri di larghezza e quaranta cinque righe d’ altezza, torno sui miei passi. Verifico con minuziosa attenzione ciò che non vedo, mi pongo domande urgenti del tipo, ho chiuso il gas? e la porta, ho poi chiuso la porta? Come se dei gesti, delle abitudini, divenissero magia di scongiuro: la sicurezza, il tenere gli affetti, il conservare integro il me, e che per un gesto, di ciò che è, non restasse traccia, perché una vita nuova si fosse rappresa in una fobia che parla d’altro.

Basta scrollare il capo, scavalcare con lo sguardo il momento, per sanare un pentimento e già la vita si ricompone ordinata, come un caleidoscopio in cui, non il disegno ma,  il colore diventa importante. (e qui vorrei che le parole cadenzassero, acquistando il ritmo loro di battuta, staccate ed eguali scendessero nella tua, come nella mia mente)

Trattare le paure con paure più piccine,

scomporle in singole perle, fidando che la collana potrà riprendere splendore,

inseguire l’idea che le cose, come le parole, possan divenire scabre;

non definizioni di vocabolario, ma duri pezzi di bambou pronti all’uso d’astuccio.

Fibra che s’addensa. Non fa così la vita? S’addensa,

in qualche sfera che c’appartiene e non si condivide davvero, se non per lucentezza

e preziosità, sapendone difficile il racconto del suono nel rimbalzare, il suo correre veloce, l’essenza di luce e madreperla dura e fragile,

così che un bicchier d’aceto potrebbe dissiparla per farla definitivamente nostra.

E a che servirebbe allora, aver bevuto l’essenza? se tutto si riduce a fisiologia di desideri, scariche di liquidi ed ormoni,

dov’è la preziosità nostra? Lo dico a te, essenza di conoscenza,

che non sai trattenere e dissipi pensando che sia questo il modo di fuggir la morte che t’ impaurisce,

te che non credi d’essere eterna e percorri di corsa ogni parete di stanza.

Non sono le stanze tue, forse ricordi di ciò che non sei? di ciò che vorresti essere e mortifichi

in tratti ben più semplici di vita?

Mi viene in mente che solo gli scolari negligenti non cessano mai d’essere tali e quella sensazione di colpa per non aver appreso a tempo debito, li accompagna e spinge a sapere e mai accontentarsi. Ed al tempo stesso hanno sensazione che la loro inutile fatica riempia le vite, ma dia loro una continuità che ammette l’eterno. Nel finito l’eterno, nella fobia la paura d’altro, nel tornare sui propri passi il sentore di miele amaro che rivede ciò che è stato, ciò che potrebbe essere, ma non ciò che sarà. La fobia e il vivere disordinato, il desiderio d’ordine, di sequenze accoglienti, di punti fermi e bricole a cui attaccare la propria barca e la prigionia d’un mare dove la terra è sempre in vista.

C’era un inizio fulminante, poi il romanzo m’ha condotto altrove, lo so, lo ricordo eppure non sapere cosa sia stato meglio, mi consente d’andare, d’avere altre possibilità, di mescolare  la permanenza dei sentimenti con la mutevolezza del vivere.

Così mi sovvien l’eterno andare, e la certezza che porta mia è chiusa, che nulla verrà di me sottratto ch’io non voglia, si riposa nella sensazione di pace del riaprirla.

Gesto bello e salvifico del tornare. 

portolano sentimentale

Parlare di solitudine e malinconia è relativamente facile. Sopratutto in questi luoghi si ha la propensione a partecipare (e credo, anche a lenire le proprie malinconie con quelle altrui), a provare empatie che non hanno la verifica dell’incontro e quindi si confinano nell’attenzione momentanea. Sentire ntensi e veloci, in accordo con il mondo che scorre.

E’ facile anche parlare di sesso, di libri, di sport, di cinema, di viaggi: si trasmette un’emozione, si mostra e si condivide. L’impressione è che nello scrivere s’ intinga sempre la penna in qualcosa che s’ è raccolto da qualche parte, un umore metaforico o reale. Raramente è il fiele a parlare, che pure molto dice, ma non qui,  luogo d’ inchiostri leggeri. 

Difficile è parlare della gioia, non del piacere o del godere, ma delle gradazioni del gioire, delle intensità interiori della gioia: cose che permangono e lasciano segni profondi esattamente come il dolore lungo e lieve. Così nelle mie teorie bislacche in questo sentire e capire c’è spazio per la costruzione di sentimenti nuovi. E al dolore come alla gioia, do il compito di mutare davvero chi ne è investito: dialogo con sé più che manifestazione esterna.

Sono sfumature che esplodono dentro (possono esplodere le sfumature o abbiamo sempre bisogno di gusti forti?) e lasciano traccie profonde. 

Solo a volte, con l’attenzione a ritrarsi in fretta, una mano fatta di spirito (qui la parola ha la giusta immaterialità) permette un accesso, una chiave, chiedendo un’attenzione inusuale per condividere.

Condizioni che conosciamo tutti, chi più chi meno restii a lasciare che qualcuno faccia con noi qualche passo nel profondo.

Ma parliamo d’altro, parliamo di noi con la giusta leggerezza.

bradipo

Non partecipo ai concorsi di poesia, né a quelli di fotografia. Non più. Un fotografo, uno di quelli che hanno spopolato per anni in Italia, servendo a pranzo e cena le icone del romanticismo, mi convinse che il mondo girava altrimenti. Ricordo che arrivava un paio d’ore dopo la chiusura dei termini di un concorso annuale importante, ed alla giuria riunita gettava un pacchetto di foto, dicendo: ecco le foto del vincitore. A volte era lui, il vincitore, ma tanto mi bastò per capire.

Credo però che il motivo vero, sia quello che non considero quasi mai le mie cose soddisfacenti o davvero finite, conosco bene i miei limiti e parafrasando Groucho Marx, se vincessi un concorso significherebbe che gli altri erano peggio di me e che concorso sarebbe…

Questa bassa competitività non mi disturba, il mondo è fatto di persone estremamente competitive che fin da piccoli ti chiedono: facciamo una gara? Cerco anche di consolarmi, interpretando Darwin, e sostengo che i miei caratteri recessivi non porteranno alla scomparsa di nessuna specie, anzi, rallentando, ne creeranno una nuova che si concentra sulla propria asticella da superare, anziché sulla gara. Inoltre ho la netta sensazione che se qualcosa ci soddisfa appieno il premio lo abbiamo già ottenuto, se questo non avviene, si pensa: chissà che non se ne accorgano, ma sappiamo bene che il premio non ce lo siamo assegnati.

Tutto congiura a rendermi un osservatore attento ed a farmi pensare che quello che non faccio in modo soddisfacente oggi, ha ancora una chance per essere fatto meglio domani.

Quando si dice la speranza…

l’età dell’immagine

Questione d’attrezzatura e di reticenza, un tempo le foto, si facevano nei momenti memorabili del vivere, il matrimonio, il militare, appena nati, o da vecchi, erano patrimonio di famiglia, un legame di persone più che uno scorrere di tempo. Quasi sempre i visi, le espressioni e le idee che esprimevano, erano così paradigmatici che la giovinezza, la funzione, e l’esserci venivano privati del contesto, per cui non c’era confronto di modi d’essere. Uno non poteva dire: cosa pensavo, chi ero? Perché quando articolava il pensiero era esattamente, o quasi, come nel momento in cui era stato fotografato. Le foto venivano fatte per lasciare una traccia del soggetto, una testimonianza che non si sarebbe perso nel gorgo dell’anonimato: lui, per sé e per gli altri, c’era stato.

Guardo una mia foto da giovane, la barba nera, folta, i capelli ricci, l’espressione, il sorriso è di quegli anni, così diversi e aperti. Forse aperti perché molto sembrava possibile, quasi tutto. Non sono anni confrontabili con gli attuali e non solo per motivi di età, ho la sensazione che il mondo nel frattempo si sia chiuso. O forse sono io che mi chiudo? Il mondo cambia e mi cambia. Mia nonna aveva vissuto in un’epoca in cui era nata l’automobile e l’aereo, con una grande guerra mondiale poi seguita da un’altra ancora più immane, eppure chi non moriva, chi tornava a casa, era, sì, segnato dall’esperienza, però aveva un cielo di stelle fisse che mutava lentamente: il lavoro, la sua organizzazione, gli oggetti, le abitudini, lo stesso svago, lo sport erano delle costanti. Quindi la società rassicurava e permetteva di assimilare, di crescere assieme. La cosa assomigliva al moto lamellare dei liquidi o meglio al Mediterraneo che cambia le sue acque in oltre un secolo e quindi si modifica con lentezza verso l’esterno.

Guardo i calzoni nocciola a zampa d’elefante, li ricordo bene, erano senza tasche, non sapevo dove mettere le cose ed avevo un borsello di pelle che mi sembrava ridicolo, dovevo farmi violenza per portarlo. Anche la camicia a disegni serpeggianti, attillata, la ricordo bene. Nello sguardo c’è il sentore del cambiamento: lo so che il mondo sta mutando, mi sento dentro al flusso e un protagonista. Non è solo questione di moda, noi tutti, ci sentiamo attori di qualcosa che interpretiamo. Interpretare è la parola giusta perché non si capisce bene cosa stia accadendo davvero, ci sono sogni, lotte, consuetudini nuove. Si usa molto la parola rivoluzione, ma ha un significato sociale, si riferisce alle persone e ai rapporti, non agli oggetti. Forse la cosa più innovativa che ho è un’auto, una ‘500, e un calcolatore Texas che riesce a fare calcoli complicati per il regolo. Il resto è consolidato, la tv diventa a colori, ma è più o meno la stessa minestra. Il consumo non è ancora un problema, l’ambiente sì è un problema, ma nessuno se ne accorge che sia una priorità.

A lato c’è, posato, un cappello rosso, texano, che mi ha seguito per moltissimi anni e che anche mio figlio ha poi conosciuto e adoperato, finito non tanti anni fa in una stagione di tuffi e nuotate a Pantelleria. Quel cappello è del ’67, ha un significato di liberazione. L’ho portato nel primo lungo viaggio in auto in centro europa, alla frontiera tedesca mi hanno fermato per un’ora e mezza per capire chi ero davvero. Mi pare una medaglia questo essere oggetto di curiosità, in realtà è espressione di quel vivere in un limite educato, dove la trasgressione non è violenza esplicita, neppure cambiamento radicale o liberazione integrale del corpo e del sé, piuttosto mediazione tra il nuovo di cui mi pare di essere parte e quello che vedo, sento e interpreto, con gli strumenti che ho a disposizione.

La novità vera è che quella foto non è confrontabile con le precedenti, non è una testimonianza per qualcuno, è solamente un immagine, adesso sopravissuta con poche altre. Il vero mutamento di civiltà è la gratuità di quell’immagine, che non ha un fine o un uso, può essere semplicemente una merce di scambio che parla di un momento. Ecco in questo, pur fotografando molto già allora, non riesco a cogliere se non un dato documentale privato, mentre in realtà la rivoluzione è già avvenuta e l’immagine è diventata pubblica, non contestualizzabile nel privato solamente, neppure più proprietà del soggetto. E’ un certain régard sulla realtà, e lo sguardo si sposta dai simboli a ciò che questi significano all’esterno. Da allora, dall’epoca Instamatic e Polaroid, l’immagine diventerà essa stessa civiltà fino al dilagare incivile e ridondante del digitale che esclude il vedere per la gran parte di ciò che fissa e vede, accumula e getta in una fornace archivistica priva di sbocchi. Non è il mezzo sotto accusa, ma manca l’interrogativo sul significato sociale della nuova civiltà dell’immagine, sul suo dirci: cosa, come, a chi serva. E parli del suo utilizzo sociale, di come esso muti e ci muta, come tutta la tecnologia che facilita e non si assorbe, ma ci cambia e riserva ad altri il compito di stabilre cosa e come potremo fare delle nostre vite.

Era solo una foto sopravissuta, non aveva altri significati, i colori tendono tutti all’ocra e al marrone, solo il cappello rosso sta a fianco come un punto fermo di pensiero.

il senso del limite

 

Nella mia cucina, sopra il lavello, c’è una lavagna di ardesia, ricavata da una di quelle lavagne da scuola, grandi, con la cornice di legno, che stavano su muri bianchi con fasce di colore ad olio. L’ho recuperata da una vecchia aula, d’una scuola in disfacimento, tantissimi anni fa.

Sulla lavagna si accumulano parole, quelle che in qualche momento m’ hanno colpito, qualche simbolo. Mi piace il tratto grosso del gesso, il colore grasso e pieno, il suo sgranarsi e rigarsi con gli spruzzi dell’acqua, vedere le parole che si decompongono e formano nuovi segni.

Il senso del limite è più o meno al centro, verso il basso. Scritto con gesso azzurro, interpolato a frasi che si sono sovrapposte. Il senso del limite non è un baluardo, si è mescolato ad altre idee, quindi non è un programma, ma una consapevolezza che si fa ragione. Un mantra per riflettere su dove sto andando, cosa faccio, quanta gentilezza metto nel vivere.

dovrei

Dovremmo lasciar svolgere le nostre vite, ascoltare il buono che ne viene,

parlare anche con il silenzio, e pensare con forza a chi si vuol bene,

togliere ogni consuetudine che divenga falsità,

astenersi dai luoghi comuni perché il cuore trovi parole nuove, inusate, assieme a musiche senza tempo,

riconoscere la propria e l’altrui unicità, far leggerezza di sé e accettare di sparire quand’è ora,

essere malinconici e cercare le emozioni lievi per riempirsi la vita,

non aver fretta d’essere ascoltati con l’attenzione che vorremmo,

accettare di essere sorpresi, capiti,

ascoltare il corpo quando parla. 

invidia e fascinazione

Tra le poche cose che resistono alla fascinazione, l’invidia eccelle. Anzi diciamo pure che l’invidia resiste a tutto. Anche alle passioni oltre che alla norma. L’invidioso instaura il dialogo, lo provoca, ma nel dialogo non si parla dell’oggetto comune, perché ciascuno parla di una sua visione dell’oggetto, solo che l’invidioso, nel mentre ne parla, lo distrugge. Prima dentro di sé e poi esternamente, finché l’invidioso viene talmente attratto dalla distruzione dell’oggetto invidiato da non volerlo più, se non scomparso; così smarrisce ogni contatto con il reale, e naturalmente con la sua relativizzazione. L’invidia altera quindi talmente tanto la comunicazione da chiuderla, pur mantenendola aperta. Ascolta solo se stessa, e della comunicazione prende ciò che le serve per il suo scopo, ovvero la distruzione del positivo dell’immagine dell’oggetto desiderato. Quindi l’invidia è una passione negativa nel suo tendere all’assoluto del possesso, nel suo pervadere interamente chi la prova e nel brucialo come nelle passioni positive, ma, al contrario di queste, si chiude in sé e si autodivora.

L’invidia ha nella mia immaginazione lo stesso color rosso della passione, me ne sono chiesto spesso il perché, dovrei vederla nera, ma il nero è riservato all’odio come altra faccia dell’amore, l’invidia si dibatte nel proprio sangue, forse per questo la vedo rossa.

Perché la ritengo impermeabile alla fascinazione? Perché la fascinazione è parte dell’oggetto che l’invidia vuole distruggere, e solo esercitando una sua impermeabilità non  può essere convinta a salvarlo, a vederlo diversamente, ad apprezzarne la verità, ad accettarne la vita.

E così la fascinazione, nella sua modalità positiva dell’attrarre-essere attratti e quindi di comunicazione intima, è soccombente e non diviene un’arte del comunicare insinuante e fragile, gioco ammaliatore, sottile, biunivoco dove esiste una gara che viene vinta nell’esercizio critico e nella crescita di sé, anzi la fascinazione viene semplicemente usata, gettata nella fornace delle prove che giustificano la morte dell’oggetto di desiderio.  La prepotenza ammaliatrice di don Giovanni non potrebbe esercitarsi contro la donna invidiosa, Jago non è preso dal fascino della potenza vittoriosa di Venezia perché questa coincide con Otello, Caino, pur avendo notevoli doglianze da fare per la natura matrigna e per il mancato favore della divinità, non porta le sue ragioni, semplicemente risolve il problema alla radice, ovvero lo elimina. L’invidia distrugge l’invidioso, gli toglie l’allegria, la positività, lo marchia escludendolo dalla fascinazione, e con questo lo esclude (si autoesclude) dalla possibilità di essere felicemente attratto. 

E’ chiara una mia valutazione positiva del ruolo della fascinazione nei rapporti interpersonali, e anche con se stessi, ma di questo ci sarà modo di parlare.

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le calorie non sono serie

Le calorie non sono serie, si comportano malamente, si accumulano silenziose e non rispettano quel bacucco del metabolismo che, pure rimbambito dagli anni, dovrebbe essere atteso nei suoi tempi.

Le calorie si nascondono e si accumulano nei posti dove non dovrebbero, in realtà sono paleo umane, hanno una memoria fossile e, per uomini o donne, il loro ideale è la venere mediterranea del paleolitico, ovvero fianchi taglia 42 e tetteculocoscie taglia 84.

Le calorie sono simili ai nostri gusti, addensano le loro voglie nelle cose buone e rarefano in quelle insipide o repellenti. Amano gli olii, gli zuccheri, le creme e se ne cospargono abbondantemente sui loro corpi tondi, fanno finta di lasciare i loro eccessi su carta paglia mentre si offrono baciose ed unte alle nostre bocche, e sono vogliose dei nostri angoli proibiti; li raggiungono con una velocità impressionante ed appena giunte, arrotondano, colmano gli avvallamenti, promanano.

Le calorie non sono oneste nella loro aggressività, sono ingiuste e contraddittorie. Negano la fisica e la termodinamica: con un etto accumulano un chilo. Non sono eque verso i nostri corpi, perché si pigiano in spazi così piccoli da sembrare inesistenti e poi si espandono dentro di noi. E mentre noi fatichiamo a tener in moto il metabolismo a loro basta essere guardate che già fanno effetto.

Mentre io pratico il fitness, loro praticano il fatness, ed allora le odio le calorie e quando sentono che le odio, allora mi amano, mi saltano addosso, mi tolgono il tempo per riprendermi, parlano suadenti, minimizzano, finché si fanno nuovamente desiderare ed allora mi dico: che sarà, per una volta lasciamole entrare.

E da quel momento non se ne vanno più.

scosso

Ci pensavo stamattina durante l’ultima scossetta, 3.5 Richter, una sciocchezza, ma gustata in bagno. Nei giorni scorsi, un po’ ridendo, mi chiedevo com’era la fuga come si è, in quei momenti quotidiani, naturalmente per sdrammatizzare. Qui anche se scuote bene siamo distanti dall’epicentro e dai disastri veri. Però…

Però l’insicurezza che sta instillando questo terremoto tocca ben altro. Ridimensiona tutto, consegna ad una dimensione del non prevedibile cose a cui non eravamo più abituati. Il vivere quotidiano ad esempio. La natura, nome un po’ degradato a ubbia dei verdi, riprende il suo posto splendente, che non è fatto solo di tramonti, mari e montagne scintillanti, ma di forza e imprevedibilità. Quello che viene detto è l’imprevedibile, nell’alzare dotto delle mani testimoni del non sapere. L’esattezza della fisica, l’ascendere inesausto matematico, la tangibilità dei prodotti delle reazioni chimiche ci hanno abituato a considerare ciò che non è impresa risolutiva a breve della mente, come materiale di serie b ed invece ci si accorge che, mentre si sono fatti passi enormi nell’infinitamente piccolo, che tra gli astri si snocciola una teoria al mese, basta scendere di una decina di chilometri e non sappiamo più nulla, i modelli predittivi fanno ridere gli scommettitori del superenalotto, la capacità di descrivere rientra nel pressapoco.

Uso una parola cara ai greci (e molto a me): meccanica. L’ordinato svolgersi del moto, il confronto e la composizione delle forze, ché sempre queste hanno un ordine e qualcosa a cui rispondere che a noi qui sfugge. Bene, in questa parola sta anche il terremoto, i disastri delle nostre, piccole cose, inadatte all’eccezionale, l’economia fatta, banalmente, sempre di un prevedibile andamento senza intoppi che non siano i mercati, la vita quotidiana assuefatta al controllo del futuro e non all’indecisione. In questo sta il timore controllato che mi assale. Mi hanno abituato a considerare la scienza come unica risposta al mondo, l’uso dei suoi proodotti e della tecnologia per convincere il succedere degli eventi, delle ore, delle abitudini, ad accadere davvero. Ed ora?

Capisco che esiste un ossimoro della scienza che imprigiona le menti, quando questa viene intesa come solutore e non spiegazione del reale. Che la scienza tratta del reale, ovvero di ciò che accade e lo spiega quando può. Troppa fiducia viene riposta da chi attende una risposta, nelle capacità risolutive di persone, magari distanti migliaia di chilometri, ed esiste una profonda, enorme differenza tra chi studia un fenomeno, ci ragiona sopra, emette delle teorie le verifica o falsifica, trae delle conclusioni sulla ripetitività e chi invece quel fenomeno lo vive e lo considera negativo nel ripetersi e vorrebbe una parola che dicesse basta. Una parola in sé salvifica ed autorevole per riportare a sé il controllo del suo destino. Sappiamo di non sapere, ma quanto ce ne rendiamo conto? In fondo il mondo è fatto di scorciatoie, di risultati che poggiano su giacimenti di numeri. Nel fare c’era la comprensione del risolvere un problema, trasformare e portare ad un ordine maggiore, trasferibile nelle vicinanze, ma c’era anche il limite, si sapeva dove si poteva arrivare, ora tutto si nasconde in una complicazione che si esaurisce nell’uso nella prigione dell’uso e nella sua accelerazione. Compro qualcosa che mi permette di fare un sacco di cose, la cui esattezza non posso verificare perché tutte poggiano su uno strato di algoritmi. Io parlo con un’interfaccia, credo, penso, che sapere come muovermi con essa sia conoscere il mezzo, con il terremoto non ho interfaccia, vado alla ragione che non capisco e ne provo paura, anche se non sono minacciato direttamente la minaccia dell’inconoscibile emerge.

La parola scossa di per sé contiene lo stupefacere dell’inatteso, sommuove e mi mette di fronte a me stesso, alla mia dimensione. Non mi sento piccolo, mi sento fragile e incapace di previsione e controllo. Mi oppongo alla scossa, non oscillo con essa, l’esorcizzo quando la rappresento come il gigante in giardino, ne cerco un lato non offensivo, esperienziale senza danni, so bene che sono alla sua mercè, qualcosa di oscuro, non prevedibile, che non si capisce bene nella dinamica, può disporre di me e la scossa sarà un’occasione per vedere diversamente il mondo se mi risparmierà. Me e il mio mondo. 

Sono scosso, ovvero senza cavaliere, come nel palio di Siena e corro e rincorro, senza paura, qualcosa che non capisco, ma so che con lo scemare dello sciame sismico, tutto tornerà come prima ed il conto sarà solo tra danni e ricostruzione. Invece proprio la scienza, adesso negletta dall’assenza di effetti, mi riporterebbe al fare, quello che capisce, che è fatto di messa in sicurezza, di mani di muratori, di materiali e ferri correttamente applicati, di pesi, norme e precauzioni. Il risultato di questo riconciliarmi, sarebbe che alla fine oscillerei con la scossa, ne porterei il timore, ma la paura non investirebbe il mio mondo fatto di interno ed esterno, finalmente ricomposti nel vedere.

E se parlo di vedere, parlo di ciò che vedo nel presente e nel futuro, come conseguenza di un modo di vivere dove l’economia si scuote e si orienta come gli uomini al possibile ed al compatibile con la natura.

Vorrei che le scosse non fossero inutili, ecco!