mare d’inverno

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Anche se mi riempie di bellezza, non riesco più a vedere il mare allo stesso modo.

Come quelli che non mangiano più tonno fresco, spengono il telegiornale all’ora di pranzo e non sopportano di sentirsi raccontare le difficoltà di chi ha.

Penso al freddo, all’acqua che stringe il corpo, al buio, al senso di speranza di chi lo affronta e sta fuggendo da qualcosa che un poco mi riguarda.

Ma c’è un senso di impotenza, di fatalità, che ci allontana e impedisce di vedere il giusto in ciò che accade. E così non vediamo più la pena di chi ci è vicino e nessuno vedrà la nostra. 

 

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Fotografi selvaggi


Utilizza più fonti, ha un metodo e l’ intelligenza attenta e molto selettiva, quasi mono direzionale. Vive in un equilibrio legato da un potente interesse, una passione che ha un terreno sconfinato a disposizione, ovvero la conoscenza. Ed anche se essa è ben delimitata, è profonda, attenta alle implicazioni, penetrante. Ma si guarda poco attorno. Ad esempio, non ha notato che dietro alle cuspidi delle due torrette del municipio c’è un monte innevato e che il profilo dei muri disegna linee nette nel cielo, eppure fa quella strada ogni giorno. Glielo faccio notare, mi guarda sorpreso, incredulo che noti quelle cose.

Scrive e non fotografa, ha una vecchia compatta da 1.5 mp, che usa in viaggio. con parsimonia. Di fatto neppure scrive, pur scrivendo assai. Quando lo fa, c’è un motivo, non un impulso, risponde a un progetto su cui lavora e allora ordina le parole in blocchi compatti di senso. Le sue frasi non hanno aperture, sono fortilizi di tesi le cui mura sono state costruite con cura. Questo esige una buona conoscenza della sintassi e della grammatica, il lessico invece è più povero, anche il periodare è discontinuo e funzionale, fatto di frasi brevi e lunghe alternate.  Le prime sono tesi, le seconde argomentazioni a sostegno e la logica tiene assieme il tutto.

Gli si potrebbe rimproverare una mancanza di fantasia, il vocabolario specialistico, le frasi senza aggettivi, ma non la prenderebbe male, lo considererebbe un complimento. Nel suo lavoro punta al definitivo, all’assoluto, il suo compito è fornire certezze non generare dubbi. Dopo una o più letture, perché ci deve essere chiarezza e fatica nel leggere, devono restare pali appuntiti piantati nella carne.

È divertente e comprensivo, noioso come tutti, ma la sua passione ha una geometria che non consente voli, ancorata sulla terra, come tutte le scienze, compresa l’astrofisica.

Fotografo di tutto, sopratutto particolari, cose che non hanno insieme, volti senza conoscenza, vuoti e pieni senza regola. Gli mostro le foto, gli parlo mentre le passa tra le mani. Osserva che sono mosse, sfuocate, blocchi di colore ed espressioni indefinite, foto di foto. Mi chiede: cos’è? Chi è? Non ho risposte che lo soddisfino. Approfitto della sua cortesia per dargli altro.

Gli spiegò dei fotografi selvaggi, dei miei manoscritti perduti, delle foto rubate che bruciano perché si affievoliscono nel ricordo. Cerco di essere preciso. Ama la precisione. Cerco di parlargli di impressioni. Cos’è per lui l’impressione. Mi guarda strano, non ha sensazioni extrasensoriali, coltiva certezze. Allora continuo sui fotografi selvaggi, ovvero quelli che non hanno velleità di essere buoni fotografi, che sfuocano apposta, che muovono intenzionalmente la macchina, che fotografano sconosciuti e particolari, che non fanno né cronaca né reportage. Fotografi che vogliono trarre senso dalla materia, togliere apparenza. Mi guarda stranito, gli sembra una perdita di tempo, una bizzarria e mi chiede perché e se questi fotografi facciano anche foto comprensibili, giuste di esposizione e di fuoco. Gli dico di sì. Che non c’è un solo senso e parlo della polisemia degli oggetti, della loro fungibilità, e così dei particolari che assurgono ad oggetto pur essendo parte e che questa è una metafora profonda del vivere.

Mi chiede di cose che non capisce e mi accorgo che in realtà rifiuta una perdita di tempo, un lavoro senza utile. Credo sia un grande altruista e che non pensi all’ego se non in termini di una fortissima coscienza di sé, di un dovere da compiere. Mi ascolta, e mi dedica del tempo con cortesia. Gli parlo ancora dei fotografi selvaggi e mi cita Levì Strauss. Sono tristi tropici  da cui non si esce con le parole, tra il mondo della fantasia e il suo mondo c’è un fiume ed entrambi lo guardano, solo che lui cerca di fermarlo per analizzarlo e gli altri ne colgono il movimento e il mistero.

cuore di pezza

Un cuore di pezza, che facilmente s’aggiusta. Ad impunture grosse oppure a serrati punti croce. Un cuore rosso fuoco, morbido al tatto, favorevole alla tenerezza, propiziatorio nel fraintendere, generoso nel darla a bere. Un cuore che si preoccupa dell’altro scegliendo per se solo, che sconta i suoi tradimenti qualche volta verso sera, che trova le sue ragioni e le abbraccia comprensivo. Un cuore che si ripete che la vita è prima di tutto sogno e poi risveglio.

Un cuore autonomo, con sentimenti morbidi, uso all’uso, perché di cuore si vive e prospera. Un cuore che ragiona, confortevole, che scinde mantelli, novello san Martino, ma non scende da cavallo se non c’è motivo. Un cuore che accoglie il razionale, gli riserva il giusto posto a capotavola, si ricorda che rompere è facile, aggiustare difficile, non ferire, impossibile.

Un cuore per l’assedio, la carica e il corpo a corpo, ma anche per l’ozio e la distanza. Un cuore che accolga il nome dell’odio e dell’amore e li distingua bene, ma non dia soverchia importanza. Né all’uno né all’altro. Un cuore che cresca col tempo, che sia portatile e pronto alla bisogna. Un cuore da gettare oltre l’ostacolo per vedere l’effetto che fa.

Un cuore che ben nuota tra i sentimenti, che usa la solitudine come arma, che sa che è cambiato il tempo e dura tutto troppo poco. E allora si fa una ragione prima d’una scelta, perché sa che gli addii sono così frequenti che l’abitudine li rende accettabili. Ma il cuore serve rosso, morbido e presentabile, meglio se con qualche cucitura ben in vista. Serve a far consolare, a rendere definitivo il relativo, eterno il momentaneo, reale l’immaginario. Serve assai un cuore di pezza, peccato che chi lo possiede non lo ceda e chi lo vorrebbe non riesca a costruirlo.

chi è quell’uomo che m’assomiglia?

È giusto si sappia che trattenere la rabbia costa fatica, che restare calmi consuma quantità immani d’energia.

È giusto si sappia che nessuna rinuncia è a basso costo, che la notte o il primo mattino ci sarà un risveglio che porterà il pensiero lì, proprio su quella rinuncia, e farà star male.

È giusto si sappia che per costruire una vita come la vorremmo serve non meno energia che per accendere una stella, ma anche per quello straccio di vita che abbiamo realizzato con fatica serve altrettanta energia e se questa ha un sentimento, è meglio ricordare che è stata irrorata di un amore inverosimile. Senza misura, proprio come gli dei. Quelli del nostro olimpo, perché gli altri dei hanno tutti misura e limite.

Se qualcuno l’avesse raccontato, magari insegnato, quando ancora capivo a malapena, non c’ avrei creduto. Non mi sarebbe parsa una grande impresa vivere, ne avrei visto l’eroicità, non la consuetudine, non le incrostazioni, gli obblighi. Avrei protestato la mia libertà facile, la limpidezza di poche idee che non avevano contrasto apparente, non mi sarei fermato sulle contraddizioni, anzi le avrei sciolte con la lieta spensieratezza e coscienza d’ Alessandro: con un colpo netto. E invece poi quelle contraddizioni si sono rivelate la vera essenza di ciò che stava dentro, quello che protestava la sua umanità vilipesa dalle costrizioni, da idee ricevute e stantie, dalle consuetudini.

Allora è giusto si sappia che non nel distruggere se stessi ma nell’assomigliarsi è la fatica. Che il comporre equilibri esige un’infinita dolce pazienza, un’energia che ordina ad una stella d’accendersi nel cuore e nel cervello. Che questo è tutto quello che a volte si potrà offrire e quasi mai verrà compreso.  

corpi contundenti

Distante si vede meglio, ovvero si capisce di più. Un po’ di distacco perdio! Per guardare e guardarsi, per evitare quei dizionari usati come vaso di Pandora, per non scegliere tra le parole quelle immediate e fruste. Ma soprattutto dare un luogo all’offesa, al contrasto, per chiedersi se ciò che lenisce e risana abbia un senso per noi, anzitutto. Se non fosse abusata dai cattolici (e il termine abusato ha una forte connotazione sessuale), ci starebbe la parola misericordia, che è una vicinanza partecipe e un conservare se stessi. Quindi un vicino/distante. Usarsi misericordia, togliersi la colpa, quella che non c’è stata e non ci sarà. Farlo anche quando si usa lo scrivere per sistemare le cose che ci riguardano, guardare/guardarsi con un po’ di distanza.

Vi consiglio, se non l’avete fatto a suo tempo, la lettura di Revolutionary road, perché gli scrittori americani bravi raccontano le crisi come nessuno, per la bellezza dello scrivere e per la capacità di mettere assieme frustrazioni, litigi, parole, attesa indistinta, speranze, quotidiano. Si capisce ancora una volta che siamo microcosmi  ricchi di nane bianche, con la coscienza che viene risucchiata da qualche buco nero. Avevamo una stella nel nostro cielo, ora è una speranza collassata che attira verso la negazione.

Ruota tutto su un equilibrio che ci riguarda profondamente, guardare, meditare, capire attraverso le parole confrontate, ma c’è chi preferisce prendere a pugni il primo che passa. C’è nell’aria un disagio profondo che è colpa, ma di cosa, di che? Ed esprimerlo nell’oscillare tra l’essere commiserati o l’aggredire non è la stessa medaglia? Qui parole come corpi contundenti, e altrove il dire piano, sommesso, del bisogno. D’amore, di tranquillità, di riconoscimento, di allegria, ma soprattutto di rispetto.

Riconoscersi attraverso ciò che si usa insieme. Non cambia la sostanza, solo che si vive meglio senza rabbia e senza colpa, ci si allontana dalla nostra antimateria, dall’annichilimento.

ego ed altri amori


Dominati dall’ego oppure alla ricerca dell’ego, sicuri, insicuri e mai affidabili. Com’erano i tuoi uomini? Quelli che hai amato, quelli che ti hanno amato. E che non sempre sono coincisi. E gli amori sconclusi, asimmetrici, quelli che hanno aperto porte e scavato voragini, e poi, come per magia tutto si è rinchiuso, com’erano? Chi è rimasto dentro, chi ha camminato sopra e avanti?

E com’erano le donne che hai conosciuto? Come ti hanno cercato, tenuto, respinto, amato? Dove finiva la ricerca dell’ego, velato, proposto, sbattuto in faccia, offerto o negato. L’hanno cercato in te, condiviso assieme, oppure accuratamente separato.
Quanta fragilita, fraintendimenti, abbagli dell’intuire, offerte sconsiderate, generosità inverosimili. E riflessioni a posteriori perche cio che è verosimile è logico e non si offre facilmente, ma la logica fa a pugni con l’amore. Quella consueta, almeno.
Cercando di evitare di essere numeri primi, ci si incontra e qui le storie possono iniziare o finire. Ma da allora, comunque,  c’è un prima e c’e un dopo e ognuno scrive il suo, ma prima ci si incontra ed è il momento dell’ego. Della sua epifania.
“Fammi capire, non chi ho davanti e vedo, ma se dovrò subire oppure condividere, se mi verrà chiesto d’essere altro da me. Tu che sai, fammelo sapere, ammaestra per tempo il mio intuito, fallo sbagliare per generosita eccessiva, ma non all’inizio, dopo.”
Bisognerebbe recitare i mantra quando è ora e ad alta voce. Ascoltarsi perche le parole facciano effetto. Sconcertarci perche l’ego emerga e dica qualcosa e poi, prima che l’amore dilaghi, muti i segni delle equazioni, aiuti a decidere se restare o andare, mitigando il fato. Ma in realta non si decide mai nulla, accade e basta. Allora preferisco i generosi agli avari, perche i primi a volte soffrono, sono traditi, ma qualche volta sono felici, i secondi, invece, mai.

formicai

La città tonante s’è acquattata,
tra vene di luce, dorme avvolta nel suo pelo,
percorre di brividi e di sogni le periferie,
Apre appena gli occhi per accogliere il primo albore della notte,
si muove, s’acquieta e si ritrae in spirali di tepore,
pensa e sogna,
indifferente.
Piccoli fremiti la disturbano:
caduta di nani, altisonanti d’effimero e suoni gracidanti,
allora ascolta distratta, fantasie e l’ uso degli umani.
immagina che nei formicai spezzati
restino memorie d’artificiali cunicoli.
Sorride al pensiero che fornicare è luce in un buio che vuol sentire,
e si chiede perche l’uomo,
al pari degli insetti senza il dono del volo,
costruisca cunicoli e li chiami palazzi.

c’eravamo tanto amati e adesso?

Ogni anno, con le feste torna c’eravamo tanto amati di Ettore Scola. Penso che da qualche parte ci sia un programmista RAI, sfuggito al nuovo renziano e che ha più o meno la mia età. Un “comunista” cinefilo, di quelli diffusi fino agli anni ’80, che erano attenti a ciò che accadeva nella realtà ed erano così audaci da proporre una soluzione alle sue storture. Scomparvero travolti da improvviso successo, alcuni, e da stanchezza immane gli altri, ma non il nostro programmatore cinefilo, che nascosto nel suo lavoro e lo usa subdolamente e cosi tra mille porcheriole  continuerà a mandare questo film finché non si accorgeranno di lui, oppure finché non finirà il suo interlocutore, ovvero la mia generazione. Penso sia il suo memento e la vendetta lanciata contro chi ha sotterrato gioventù, passioni e voglia di cambiare.

Premetto che è un film che mi piace ancora molto, e non è l’unico con un soggetto che ricorda come una generazione conquistò, costruì, sperò, e infine si conformò. Anzi ci fu un filone che produsse letteratura, film, saggi, quadri, statue, musica.e che parlava di speranze perdute.

Però questo film che ho visto tante volte, non riesco più a vederlo, mi fa male.

Mi fa male perché racconta delle speranze deluse, delle lotte apparentemente inutili, dei compromessi pagati con il potere, degli abbagli, della buona fede e di quella cattiva, del fallimento e del successo, insomma della vita e dell’amore che sembrano certezze e spesso non sono tali. Già, vita e amore, cose molto concrete quando si mischiano nel costruire le scelte e che fanno volare ma anche molto sanguinare.

Mi fa male perché mi sembra abbiano vinto gli altri, quelli che sono arrivati dove solo l’io conta e il noi l’hanno perso per strada.

Era davvero tutto finto, tutta illusione? Davvero non c’era differenza tra una parte e l’altra?

Non so se il potere sia triste, so che ha la capacità di rendere tristi, so che la poverta non è  mai felice, so che chi crede in qualcosa di piu grande e lotta per darla a sé e agli altri, è felice. Spegnere le speranze è una colpa contro natura, ma è quello che è accaduto per quelle grandi. Ora restano le piccole speranze rintanate in un io che fatica a diventare noi.

Mi pare che quello che non mi piace, sia il prodotto di quelle disillusioni, che la mia generazione abbia trasmesso la propria sconfitta e che così oltre a far vincere i furbi intelligenti abbia reso più difficile l’amore. Ma tutto questo è preistoria, contatto fisico, speranze comuni, attese, lotte, che nel virtuale si chiudono con un mi piace, oppure con uno scontro che si cancella con il successivo. Non so come sarà  il noi al tempo del virtuale e dell’adesso, non so piu che dimensione abbia il futuro che si racconta con i tweet. Non lo so e anche se tutto questo non c’era quando il film fu girato, anche allora si chiudeva con una disillusione triste. Un sentire che conosco ed è forse per questo che non riesco a vedere più il film per intero.

P.s. La canzone partigiana del film era davvero bella e pure la cantammo spesso, solo che non era partigiana ed era nata molto dopo in occasione del film, ma si poteva credere ci fosse continuità e che non fosse davvero finita un’epoca.

gennaio

Lo immagino la mattina di capodanno. Col cappotto lungo e la lobbia grigio scura messa un po’ sulle tre quarti. La sciarpa chiara, il sorriso che si accenna appena. L’ho colto nascosto negli occhi quando ci parlavamo, segno d’una ironia che non l’ha mai abbandonato. Eppure la vita non è stata tenera con lui, chissà come l’ha elaborata, fatta propria tra necessità e volontà. Torniamo alla mattina di capodanno. È tornato tardi e ha dormito ben oltre gli orari consueti. L’ha svegliato sua mamma col caffè. Era una consuetudine di casa che ho conosciuto bene, chi si svegliava per primo preparava il caffè per sé e gli altri. Si è alzato con calma, si è vestito con cura. In una fotografia ha la sciarpa allungata sul cappotto aperto. Si è messo una camicia bianca e una cravatta scura intonata al principe di Galles. Ama quella stoffa, il colore chiaro e le sue geometrie, la morbidezza della lana fine. Presto uscirà per incontrare gli amici, intanto parla con sua madre. È magro, mangia senza ingordigia, assapora, beve poco. Per raggiungere la piazza dell’incontro percorre strade che, pur molto mutate, percorro e amo da sempre. Si troveranno davanti a un caffè che esiste ancora e poi cominceranno a parlare e scherzare. Sono pochi e giovani, non amano le grandi compagnie, hanno fidanzate che andranno a trovare nel pomeriggio, lavori molto diversi, ma tutti in città. Si sono conosciuti per affinità e luoghi di crescita. Capisco che di quel mondo si è persa memoria perché non ho traccia di abitudini se non in qualche parola che riemerge e che non ha un oggetto tangibile da descrivere. Però ho percezione di quel mondo attraverso qualche vecchia fotografia. Devo stare attento perché quelle immagini sono statiche nell’apparenza, bloccano un momento, cosicché devo intuire ciò che sta sotto, metterlo assieme agli indizi che si sono accumulati nell’esperienza di vivere senza troppi ricordi espliciti. 

La giornata è particolare e con un aperitivo scherzano e parlano del presente e del futuro, c’è la speranza di tempi buoni, comunque migliori. Hanno un lavoro, lui un amore. Gli anni sono sconosciuti ed esplorabili, ricchi di fascino, impervi alla fretta e piegati dalla tenacia. Ha bellezza attorno e in sé e molta voglia di vivere. Pazienza e responsabilità, possiede entrambe e non teme la fatica.

Mi piace pensarlo così,  nel suo sorriso accennato, nel cappello che alza con due dita e da cui sfuggono i capelli chiari e fini che si intravvedono sulla nuca, sopra la sciarpa. Lo penso nei tratti delicati del viso e nelle mani belle e proporzionate, che non gesticolano ma che accompagnano le parole che aprono l’anno. È giovane, pensa che è bello vivere e questo gli muove il sorriso.

dormire sottocoperta

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Caro Cavaliere,

il tempo passa, o almeno passa quello cronologico che, come ci ricordavano i greci, divora cio che crea. Non passa il tempo delle occasioni, il kairos, ma quella è un’altra storia.

In fondo pur misurando le nostre vite su anni passati e attese future, di ciò che facciamo vorremmo restasse memoria. È il passato, il già fatto. Hai mai pensato che il passato è a suo modo un succedaneo dell’ immortalita, a noi concesso assieme ai figli,  e alla memoria per pensare che siamo e nulla finisce mai davvero, ma tutto inizia sempre. Però le vite che divaricano costantemente da noi, dai nostri desideri, ci raccontano altro, fatichiamo a tenere una loro oscura coerenza, e questa fatica è il presente e il futuro.

Possiamo conservare un’alta considerazione degli altri (cosa assai difficile) ma con noi stessi non bariamo. Parecchi anni or sono, questi giorni li usavo per riflettere sul tempo, quello passato e quello futuro, facevo il punto sulle cose fatte, quelle da fare, i propositi di mutamento, lo star bene da perseguire. Questo contraddiceva i fatti: a fine anno si lavorava di piu, c’era una specie di eroismo sciocco nel lavorare quando gli altri erano in festa. Ci misi tempo ad accorgermi che non avevo nulla da dimostrare e che non serviva essere riconosciuti come sempre disponibili, che era un esercizio perverso di conformismo a un ruolo.

Te ne parlo perche allora cominciai a rovesciare parametri, avrei dovuto rovesciare tavoli e invece pensai che eravamo noi da cambiare prima di quello che stava attorno. Il tempo sembrava passato e comunque fuggente, sapevo che non sarebbe mai finita questa impresa, e neppure riconosciuta da altri che noi stessi, ma ne valeva la pena. Non c’è nulla di elegiaco in tutto ciò, nelle vite ci stanno molti successi noti solo a noi e molti fallimenti che vengono percepiti in modo diverso. Dipende, in fondo è un nostro segreto. Magari si capisce che essendo altri forse si sarebbe stati migliori, ma di sicuro si sarebbe stati diversi. Ed essere diversi era un violentare le possibilita, cambiare era una faccenda nostra.  Se ci conformavamo a noi stessi, ci sarebbero state molte difficoltà, e qualche felicita immotivata, inattesa e possibile, ma conformarsi agli altri era una violenza e comportava comunque l’infelicita e l’estraniamento da sé.

Nei molti mestieri che ho fatto ho trovato soluzioni economiche al vivere, in cio che non era mestiere ho trovato la soddisfazione d’essere vivo. Credo che questo sentire sia molto diffuso, che praticare la propria diversita trovando una misura di se stessi, sia un lusso che ci si deve permettere. È una fatica, ma ne vale la pena, anche se comunicarlo nella sua preziosita è difficile, sembra un esercizio vano se non viene colto nella dimensione vera che ci riguarda. Credo che questa incomunicabilita e la ricerca d’elezione di chi puo capire sia un tratto dell’età. Una solitudine accettata.

Non è strano, ma un po’ singolare che tu abbia fatto studi che in una certa misura ho fatto anch’io, che tu abbia praticato, e pratichi, un mestiere che ho fatto anch’io. E pure mi piaceva. Poi le congiuzioni astrali che noi adeguatamente manipoliamo hanno deciso diversamente. Non mi spiace, anzi, devo confessare che sono responsabile di ogni cosa che mi riguardi. Cosi ho imparato che c’è molta soddisfazione nel tentare qualcosa di nuovo piuttosto che praticare la sicurezza del conosciuto. Era un modo come un altro per dedicarsi all’ inutile e vedere se esso era proprio tale. Questa potrebbe essere una delle definizioni della speranza, non credi? Come trarre una rispondenza a se da cio che non è importante come economico ma come pensiero, idea da seguire. Credo sia per questo che non faccio piu bilanci, stabilisco obbiettivi, perché la speranza non li tollera, li considera delle gabbie, non guarda al passato perché numerare ciò che non è  andato sovrasta sempre quello che si è realizzato. E questo paralizza, impoverisce. So che non è il tuo caso, che utilizzi cio che sai per aggiungere conoscenza, ma credimi, apprendere non ha un buon oroscopo da tempo, si preferisce cio che è finalizzato, ci si specializza restringendo il campo perche questo è cio che serve. Apprendere l’apparentemente inutile per il piacere di farlo è cosa da sognatori, da romantici perditempo.

Strano, le grandi intuizioni vengono spesso da una conoscenza diffusa, da un saper vedere il lato oscuro della luna, ossia dal superare il sogno non dall’eliminarlo. Il nuovo, si direbbe, viene anche da sognatori perditempo. Attorno vedo vite che scartano come un cavallo negli scacchi nel tentativo di sorprendere, ma la scacchiera è quella e si gioca in molti, solo che alcuni rispettano le regole e altri rispettano se stessi. Ecco che torna il riportarsi a sé. Vorrei condividere questa sensazione per capire meglio la mia nozione di tempo: allora non dicevo che pensavo al futuro, proprio perché ero fradicio di passato. Di quello che ricordavo e di quello che rimuovevo. E ciò che rimuovevo era, ed è, un amico beffardo che agisce nell’ombra. Quando confrontavo risultati e attese era già tardi oppure sempre troppo presto. Mentre percepivo che la vita non era esitare sulla soglia.

Visto che abbiamo età confrontabili devo dire che siamo stati per alcuni versi fortunati di vivere nel tempo di passaggio tra un prima consolidato e un poi più liquido, non perché sia scomparsa la fortuna ma perché è più difficile ora lasciare le poche sicurezze e immergersi in noi. Non penso a come eravamo, ma a come potremmo essere se si volesse. Questo ha avuto effetti nella mia tolleranza verso le compagnie prive di senso, m’annoio sempre più nell’eterno, sicuro, riandare dei racconti. Nella infinita sequela delle gesta dei figli, in ciò che è mancato tra coppie o nell’infanzia, nei rimbrotti di antiche ferite mai chiuse e nell’ilarità dei fatti depurati dai contesti. Ciò che manca in questo raccontare è stato male interpretato? Esattamente come ciò che c’è e che serve a reggere, tener su le storie come un intimo  che fa apparire ciò che non è più o non è mai stato. E così emergono gli amori stabili, ma anche le insicurezze, da mille particolari di paure e di carenze ben celate, di scelte malferme. È andata così, tanto vale farne un racconto celebrativo che addolcisca il presente. Viene espunto l’avventato che aveva prodotto disastri, le tristezze profonde e irreparabili, i motivi veri che avevano condotto alle scelte ritirate precipitosamente, e mi sembra, e sembrava,  una vita blanda, densa di miele che, come i dolcetti turchi aggredisce il gusto, e poi si inghiotte in fretta cercando il pistacchio o la mandorla avvolta in tanta copertura di dolcezza. Il “segreto” è piu vero e interessante, è quello che fa capolino, che scappa nel detto, richiamando l’attenzione annoiata. Cerco quello perché per il resto sembra che le vite spesso si siano già svolte nella parte importante mentre il futuro è lì davanti a noi, apparentemente intonso, ma già gravido dei se, dei ma, delle convenzioni del passato. Mi sembrava, e sembra, un dormire sottocoperta, cullati dal muover di marea e un voler scordare d’essere attaccati alla banchina, mentre il nostro destino è il viaggio.  

Se mi perdevo a leggere questo nei racconti già sentiti come non potevo farlo con il me stesso che conosceva, col mio passato che sapeva come le cose erano andate, cosa mostravo e cosa celavo. Devo ringraziare tutti quelli che mi hanno spinto verso me , e a mollare gli ormeggi in quell’ oceano senza tempo che abbiamo dentro. Mi piacerebbe ci incontrassimo per caso per parlare dei futuri, sarebbe per me bello. Chissà se accadrà.

Il caso sappiamo che ha bisogno d’aiuto, caro Bruno, per lasciare che il racconto si dipani e l’ascolto lo segua, e anche solo per aprire al futuro possibile ovvero a quello che ciascuno di noi porta con sé e non vuol prendere in mano.

È l’augurio che faccio a te e a quelli che con pazienza hanno seguito il disordinato svolgersi dei pensieri: cerchiamo di assomigliarci perché nessuno è come noi.

Con i miei auguri

Willy

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