Fotografi selvaggi

Fotografi selvaggi


Utilizza più fonti, ha un metodo e l’ intelligenza attenta e molto selettiva, quasi mono direzionale. Vive in un equilibrio legato da un potente interesse, una passione che ha un terreno sconfinato a disposizione, ovvero la conoscenza. Ed anche se essa è ben delimitata, è profonda, attenta alle implicazioni, penetrante. Ma si guarda poco attorno. Ad esempio, non ha notato che dietro alle cuspidi delle due torrette del municipio c’è un monte innevato e che il profilo dei muri disegna linee nette nel cielo, eppure fa quella strada ogni giorno. Glielo faccio notare, mi guarda sorpreso, incredulo che noti quelle cose.

Scrive e non fotografa, ha una vecchia compatta da 1.5 mp, che usa in viaggio. con parsimonia. Di fatto neppure scrive, pur scrivendo assai. Quando lo fa, c’è un motivo, non un impulso, risponde a un progetto su cui lavora e allora ordina le parole in blocchi compatti di senso. Le sue frasi non hanno aperture, sono fortilizi di tesi le cui mura sono state costruite con cura. Questo esige una buona conoscenza della sintassi e della grammatica, il lessico invece è più povero, anche il periodare è discontinuo e funzionale, fatto di frasi brevi e lunghe alternate.  Le prime sono tesi, le seconde argomentazioni a sostegno e la logica tiene assieme il tutto.

Gli si potrebbe rimproverare una mancanza di fantasia, il vocabolario specialistico, le frasi senza aggettivi, ma non la prenderebbe male, lo considererebbe un complimento. Nel suo lavoro punta al definitivo, all’assoluto, il suo compito è fornire certezze non generare dubbi. Dopo una o più letture, perché ci deve essere chiarezza e fatica nel leggere, devono restare pali appuntiti piantati nella carne.

È divertente e comprensivo, noioso come tutti, ma la sua passione ha una geometria che non consente voli, ancorata sulla terra, come tutte le scienze, compresa l’astrofisica.

Fotografo di tutto, sopratutto particolari, cose che non hanno insieme, volti senza conoscenza, vuoti e pieni senza regola. Gli mostro le foto, gli parlo mentre le passa tra le mani. Osserva che sono mosse, sfuocate, blocchi di colore ed espressioni indefinite, foto di foto. Mi chiede: cos’è? Chi è? Non ho risposte che lo soddisfino. Approfitto della sua cortesia per dargli altro.

Gli spiegò dei fotografi selvaggi, dei miei manoscritti perduti, delle foto rubate che bruciano perché si affievoliscono nel ricordo. Cerco di essere preciso. Ama la precisione. Cerco di parlargli di impressioni. Cos’è per lui l’impressione. Mi guarda strano, non ha sensazioni extrasensoriali, coltiva certezze. Allora continuo sui fotografi selvaggi, ovvero quelli che non hanno velleità di essere buoni fotografi, che sfuocano apposta, che muovono intenzionalmente la macchina, che fotografano sconosciuti e particolari, che non fanno né cronaca né reportage. Fotografi che vogliono trarre senso dalla materia, togliere apparenza. Mi guarda stranito, gli sembra una perdita di tempo, una bizzarria e mi chiede perché e se questi fotografi facciano anche foto comprensibili, giuste di esposizione e di fuoco. Gli dico di sì. Che non c’è un solo senso e parlo della polisemia degli oggetti, della loro fungibilità, e così dei particolari che assurgono ad oggetto pur essendo parte e che questa è una metafora profonda del vivere.

Mi chiede di cose che non capisce e mi accorgo che in realtà rifiuta una perdita di tempo, un lavoro senza utile. Credo sia un grande altruista e che non pensi all’ego se non in termini di una fortissima coscienza di sé, di un dovere da compiere. Mi ascolta, e mi dedica del tempo con cortesia. Gli parlo ancora dei fotografi selvaggi e mi cita Levì Strauss. Sono tristi tropici  da cui non si esce con le parole, tra il mondo della fantasia e il suo mondo c’è un fiume ed entrambi lo guardano, solo che lui cerca di fermarlo per analizzarlo e gli altri ne colgono il movimento e il mistero.

2 pensieri su “Fotografi selvaggi

  1. Buongiorno.
    Dal mio personalissimo punto di vista:
    cosa è la fotografia (o una qualsiasi passione) senza fantasia, senza spontaneità, senza svolazzi, ingabbiata, soffocata dalla tecnica e dalla precisione e “trattenuta” senza un po’ di sana impulsività?
    Se troppo rigida e ingessata, non è passione.
    Se si razionalizza troppo, non è passione.

    Non conosco il tipo, quindi la mia è solo un’impressione, ma mi si permetta di dire che a pelle non mi piace chi fa le cose solo per un tornaconto (di qualsiasi tipo) o vantaggio personale, senza gratuità e non per il semplice piacere, desiderio, voglia di farle.
    E poi ….perdita di tempo? Perché? In funzione di cosa? Della produttività? Del tornaconto di cui sopra?
    E se anche le sue amicizie fossero scelte col criterio del tornaconto (anche fosse solo quello dell’immagine…)??

    Altro pensiero e parere personale:
    non è che il tipo ha paura di lasciarsi andare e di ….perdersi?
    Temo che purtroppo nel frattempo e di sicuro lui si possa perdere qualche sana occasione di arricchimento personale.

    Alla prossima, Will, buona giornata
    con un sorriso
    Ondina 🙂

  2. Se troppo rigida e ingessata, non è passione.
    Se si razionalizza troppo, non è passione.
    Ho ripreso la tua frase perché mi pare perfetta per descrivere cosa non è una passione. Il mio interlocutore è uomo di scienza, ha passione per il suo lavoro, scrive trattati che leggono i suoi studenti e i suoi colleghi studiosi. Non manca di spirito e di voglia di sapere, anzi, ma i suoi interessi prevalgono. Di sicuro ha una visione del mondo basata sul concreto. Per questo con le mie stravaganze gli debbo sembrare strano.
    Buona giornata Ondina, qui c’è il sole. 🙂

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