Lucrezio Caro: nulla si perde



 

Dunque ogni cosa visibile non perisce del tutto,
poiché una cosa dall’altra la natura ricrea,
e non lascia che alcuna ne nasca se non dalla morte di un’altra

Haud igitur penitus pereunt quaecumque videntur,
quando alit ex alio reficit natura nec ullam
rem gigni patitur nisi morte adiuta aliena

 

Nulla perisce, né le cose, né gli uomini, né i ricordi eppure tutto si dissolve in altro. Cogliere la trasformazione induce un senso del relativo, toglie dall’ immediato. Eppure non solo non impedisce di godere del giorno, della sua felicità fatta di piccole consapevolezze. Ma lo riporta in un tutto. Nulla si perde ma tutto si trasforma e in questo si colgono i contrari: ciò che viene lasciato non si ripresenterà piu, ciò che verrà conterrà un poco di quello che a suo tempo non fu scelto o continuato.

C’è un’ immensa positività nel procedere e un senso della dimensione che non annichilisce, ma dona serenità. Sono ciò che scelgo, ciò che sono stato, ciò che amo. Nulla è perso se sono nel flusso della vita.

 

tre minuti

Chiamato a raccontare in tre minuti cos’è per me la vita, per uno e mezzo stetti in silenzio: bisognava dar tempo alla vita di nascere.

Poi aggiunsi un sospiro, che non era indecisione e neppure stanchezza, ma soffio. Come fa la vita bambina che scherza col sonno del bimbo che dorme ed è comunicazione, aggregazione, dolcezza dell’amor vicino.

Così mezzo minuto lo usai per dire che per costruire qualcosa, vita compresa, bisognava mettere assieme, stabilire una relazione tra diversità apparenti, usare la tenerezza del congiungere con legami forti e deboli.

Lasciai mezzo minuto di silenzio per pensare. Sono lunghi trenta secondi, ma servivano a capire.

Mi restava mezzo minuto, sorrisi prima di concludere, perché era difficile mostrare che viver bene è più che vivere.

E allora dssi che per farlo serviva tentare di realizzare la vita aggregandola con armonia.

E che quando accadeva era un ordine o un disordine comune che faceva scorrere mentre rasserenava.

Forse avevo usato più parole del necessario e il tempo s’era concluso.

La vita perdonerà, perché in realtà non c’era molto da dire, bastava vivere.

era la festa del santo patrono

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Era la festa del santo patrono. Per tutti. I credenti, gli atei, gli innocenti, gli ignavi, i benpensanti, i delinquenti. Per i passanti meno, però si adeguavano. Dalla periferia verso il centro, era un crescendo di esteriorità, di frasi ribadite, di tappeti rossi per la processione, di persone che attendevano. Chi una grazia, chi di farsi vedere, chi di pregare in modo appropriato ed eccezionale. Vicino al portone della chiesa, aperto come mai durante l’anno, sostava la banda. Ottoni, legni e tamburi, colletti slacciati, cappelli per traverso, qualcuno addirittura senza, era il capannello dei bandisti che nell’attesa, parlavano d’altro. Di cose frammischiate, spesso oscene. Le ragazze dei flauti e dei clarinetti erano per loro conto, ogni tanto qualcuno dei giovani s’intrometteva e allora i discorsi deviavano in sfottò. Appena oltre il sagrato, l’aere sacrum dove i ragazzi la sera giocavano a pallone o amoreggiavano sugli scalini bevendo birra, c’erano bar e tavolini pieni di persone. C’erano gelati che gocciolavano troppo presto, scollature interessate, gambe accavallate, bibite e aperitivi che coloravano bicchieri di rosso, verde menta, giallo, arancio. E tra i tavolini, all’ombra di ombrelloni giganteschi, era tutto un chiacchierare senza comunicazione, un ascoltare e dire distratto, poco interessante, ma indispensabile ai vestiti da mostrare, al ruolo da mantenere, ai saluti da ricevere e da dare. Arrivarono per tempo i fabbricieri, con mantelli bianchi e cappelli di velluto cremisi. Poi le confraternite con gli stendardi ricamati. Infine le faglie dei portatori della statua. Gente di commercio, colli taurini di fabbri e macellai, sottili figure di sarti e tabaccai, venditori di spezie e coloniali, vinai, commercianti di tessuti, calzolai. Insomma taglie umane diversissime, dai sottili ai grossi. Alcuni, i portatori, rivestiti di mantelli blu oltremare fino alle caviglie, con calzini bianche che spuntavano dall’orlo per finire dentro a scarpe a punta con la fibbia dorata. Gli altri con mantelli di vario colore che definivano estrazioni e devozioni di cui pochi ricordavano il motivo e la nascita nel tempo.

Fuori dalla piazza, il traffico man mano si spegneva. Ai limiti del tragitto della processione i vigili in grande uniforme, deviavano auto, pullman e motociclette. Lasciavano passare, a piedi i ciclisti, rispondevano alle domande degli ignari, facevano finta di non sentire i moccoli e le bestemmie di chi si vedeva stravolti i piani, le consegne, gli impegni. Era festa, anche per chi non lo sapeva o voleva. E festa doveva essere, mica ci si poteva sottrarre alla festa del patrono. Era la festa della città, dei suoi appartenenti, di chi aveva fatto la fatica di proteggere quel posto e i suoi abitanti. Così, più distante, verso la periferia, le case inghiottivano un traffico nuovo. Auto e camion ingolfavano le strade che portavano alle circonvallazioni. Non quella vecchia, quella delle mura, ma i nuovi limiti che dividevano la città dalla campagna. Il dentro e il fuori. C’era un silenzio rumoroso, da primo pomeriggio estivo. Le case erano piene di persone. Bambini svegli, vecchi e operai che dormivano approfittando del dopo pranzo abbondante, donne che rassettavano. Non pochi facevano all’amore nel pomeriggio, con i balconi semichiusi, con i rumori che filtravano dall’esterno inondando le case di novità sonore. Impiegati, artigiani, operai, stanze per studenti fuori sede, il tutto in case pastello, con pochissimo verde e alberi spaesati. Una umanità che pure c’era, ed era maggioranza, ma non appariva. Era isolata nelle idee, nelle preferenze, nelle attese. Si trovavano per le scale, nei cortili. Si parlavano per omologhe necessità. Si salutavano, ma la cosa finiva col saluto. C’era un’ attesa differenziata di futuro tra loro e partecipavano in misura diversa alla vita della città, come vi fosse una stratificazione che, se anche era in movimento, aveva velocità e vischiosità diverse e una possibilità di scambio difficile tra strati. In una di quelle stanze uguali e differenti assieme, su un tavolo posto a fianco della finestra piena di luce, c’erano carte. Alcune sparse, altre allineate in pile, a sinistra quelle scritte e a destra quelle bianche. Alcuni fogli erano finiti sul pavimento e rilucevano in una lama di luce, con i caratteri che potevano essere qualsiasi cosa: una lingua antica, disegnini di una mente distratta, frasi sconclusionate oppure ragionamenti affilati e rari. Nella stanza non c’era nessuno. Oltre si sentiva il respiro di una, forse due persone, un parlare fatto di sospiri. L’aria era calda e densa degli odori del pranzo. Un sugo, della carne, un sentore di vino rosso vecchio. Ma ciò che si sarebbe potuto fare, se ci fosse stata una lama gigante e affilatissima, era sezionare quella casa in verticale e scoprire che tra ciò che poteva essere scritto su quelle carte sparse e ciò che accadeva non c’era differenza, ma anzi le carte erano più ricche di racconto, mentre le vite si svolgevano simili, con desideri e voglie sovrapponibili, con stanchezze analoghe, con soluzioni uguali. E allora non si sapeva più bene quale fosse il racconto del passato, addirittura del presente, se c’era così tanta potenza in quei piccoli segni che rilucevano da tracciare finali più ricchi e diversi. Bastava saperli leggere bene e si sarebbe capito il futuro. Mentre questi pensieri si formavano, da fuori si sentiva il rumore del traffico diminuire, e la musica della banda avvicinarsi. Non sarebbe passata sotto quelle finestre, lì eravamo oltre la città vecchia, ma il suono non ci badava e allegramente superava i confini tracciati dal potere degli uomini. Il patrono avrebbe fatto una svolta stretta vicino al fiume e per strade piene di palazzi si sarebbe orientato verso l’altra parte della città che conta, avrebbe ricevuto l’omaggio dai balconi aperti, sarebbero caduti petali di fiori e piccoli coriandoli di carta, anche delle striscioline su cui qualcuno avrebbe scritto innumerevoli volte la grazia da ricevere e l’avrebbe fatta volteggiare nell’aria. Poi sul calpestato, avrebbero agito gli spazzini, ma per un poco la città vecchia sarebbe apparsa colorata più del solito grigiore che la teneva stretta, dai palazzi sarebbe uscito qualcosa che di solito ci si guardava bene uscisse, ovvero una trasgressione all’ordine. Il vecchio ci teneva acché le cose avessero un loro posto, come gli uomini. Il nuovo invece, oltre il fiume e la circonvallazione, non aveva queste tradizioni, erano persone che la città aveva collocato a distanza, forse per questo c’era un’aria di incredulità che serpeggiava. Anche nei confronti delle reali possibilità di avere un santo in comune. Però il suono della banda si spandeva nell’aria e superava i confini del censo e dell’appartenenza e forse faceva piacere a chi era incredulo perché metteva allegria con quei suoni pieni e sempre un po’ stonati generati da prove discontinue, da altri mestieri fatti di giorno e da una passione serale e festiva che faceva tirar fuori musica e armonia da uno strumento. In fondo suonare annullava le distanze, bastava non sbagliare troppo e si aveva la coscienza di aver fatto qualcosa che faceva piacere a sé a agli altri. E se ci fosse stato un osservatore imparziale e attento si sarebbe accorto che il suono penetrava in quell’insieme di cose che accadevano nelle case. Avrebbe sentito il variare dei respiri nell’altra stanza e le cose già scritte, uguali eppure possibili nel loro travolgersi e stravolgersi, si sarebbero, forse, modificate. La vita continuava scorrendo, eppure sembrava procedesse a fiotti, ad accadimenti, solo che quello era un giorno di festa e per un giorno ciò che era scritto poteva coincidere con la vita.

 

2001

Quello precedente era il 2 millesimo post su wordpress. Non è stato difficile scriverli, è stato lungo. A volte faticoso. Mi sono accorto, ma io sono un po’ lento, che da tempo il linguaggio vorrebbe essere più fluido. Liquido, come direbbe Bauman, in sintonia con me stesso e con il mondo. Se penso allo scarnificare le parole praticato prima, oppure al loro rigonfiarle d’aggettivi ventosi poi, o ancora al suono cercato assieme al ritmo, posso dire che un po’ di sperimentazione l’ho fatta. Ma nello scrivere pubblico ognuno sperimenta sé stesso, cerca qualcosa in più, foss’ anche l’apparire ortografico e lessicale, più curato di quello che solitamente offre al proprio silenzioso scrivere. O anche solo il rileggersi e correggere, cosa che magari spesso non si fa. Anche fossero queste lezioni a sé nell’apparire, ci sarebbe un educarsi. Quindi questa è una scuola che riguarda chi scrive e la sua cercata verità; e che, indipendentemente dagli obbiettivi, dai risultati, dalla soddisfazione che ne trae, è qualcosa in più rispetto al non provare, al non dire per timidezza, al limitarsi perché qualcuno un giorno, secondo parametri oscuri, decise che lui, proprio lui, non era portato, non scriveva bene. Se la realtà è una dura maestra, la memoria, lo sguardo, la fantasia, il dubbio, non sono da meno. Non c’è nulla da mostrare, ma molto da vedere, e in questo mostrarsi ci si mette in gioco. Così per il 2 millesimo post, m’ è venuta l’idea di fluidificare la lingua, di cominciare ad inventarne una di personale da usare talvolta per me. Uno scrivere privato per capire dove s’inceppano le parole e dove il suono diventa significato. Il gramelot esiste da sempre, non solo in teatro, è un linguaggio da bambini oppure da kabbalisti esoterici. Però entrambi credono nella magia delle parole e amano il mistero e quindi s’assomigliano. Bisogna essere un po’ apprendisti e credere nella magia per pensare che le parole abbiano la vita che ciascuno gli dà.

Come me, per l’appunto.

calura

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Questo sole, di noi indifferente,

mentre dìsseca piante e arroventa aria,

si mostra alla sua estate.

Come da bambini cerchiamo pozze d’ombra,

portici, bocche di cantine, 

aria antica e fresca che solletica la pelle.

Non abbiamo più la freschezza delle giovani estati,

l’acqua guasta del fiume,

il pavoneggiar di spruzzi il nuoto,

mostrar l’ardire nell’attraversare.

Ci muoviamo poco,

confinati nel fresco di condizionati luoghi,

usciamo il necessario, 

e anche l’anima ne risente

perché il coraggio di mostrarsi ormai s’è sciolto.

È questa, in fondo, la nostra calura

che sbiadisce i colori del presente,

e fa ondeggiare, in indistinta nebbia,

il pensiero di futuro.

 

mishima

Mishima rappresentava una continuazione del fascismo e del nazionalismo. Così ce l’avevano rappresentato. Chissà se quelli che stroncavano persone e libri, leggevano poi davvero i libri di cui parlavano oppure guardavano solo le vite. L’ideologia era anche questo: da quello che dici e fai nasce un giudizio sulla tua opera. Nella politica militante, che conforma le vite ad un ideale, il bianco e il nero non mutano colore anche quando trattano tra loro per necessità o per generare il possibile. Allora, parlo di un’epoca in cui non c’erano troppe confusioni, tutto veniva più facile. Celine era fascista, ma scriveva bene, anche Pound era fascista e antisemita ed era nonostante un grande poeta. Heidegger era un filosofo importante ed era pure lui nazista e così Richard Strauss che pure era un grande musicista. Si scartava e basta. Con l’ideologia la parte scelta diventava consustanziale al genio, lo accresceva o sminuiva. Dimenticava l’ideologia, ma non era una discolpa, che chi vive nel pensiero è presbite del reale, spesso insensibile agli altri, perso alla capacità di sentire chi frequenta i propri simili, come se cogliere i moti dell’anima, il dolori di alcuni lo mettesse oltre la morale, e, per lui, i rapporti umani fossero cosa noiosa di regole sociali.

L’errore s’annida nell’uomo e nello scegliere il giusto si sottovaluta ciò che davvero lo è. Accade a tutti ma all’uomo di genio non si perdona. Così accadde a Mishima, che pur essendo da tutt’altra parte continuo a leggere.

« La vita umana è breve, ma io vorrei vivere per sempre » biglietto d’addio prima del suicidio rituale del 25 novembre 1970 (seppuku) effettuato durante l’occupazione simbolica del ministero della difesa giapponese e dopo aver arringato soldati distratti e vocianti.

miles

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Noi così pieni d’amore e di disperazioni, di baratri nelle coscienze, di icone e santi laici.

Noi così pieni di sentimenti fatti di silenzi, di forza e di fragilità, di battaglie perdute e di speranze.

Noi così pieni di senso del limite, di rivoluzionarie gentilezze, di stanchezze immani, di parole piene d’ amore.

Noi così pieni di sogni e di certezze, di dubbi e di voglia di capire.

Noi che quando vinciamo ci chiediamo come sta chi perde.

Noi che ogni volta che cadiamo diciamo come da piccoli: fatto niente e riprendiamo a correre.

Noi che contiamo le cicatrici e guardandole ci sembran belle perché, ogni volta, gli occhi e il cuore si sono riempiti di sangue, lacrime e sorrisi.

luci di notte

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Inquietano le luci della veglia, la notte dovrebbe ospitare il sonno.

Tornano a mente luoghi in cui le notti si sono consumate senza riposo. Corridoi con piccole luci, sale vuote illuminate da neon impietosi, finestre aperte sul buio denso che inghiottiva la luce.

E da qualche parte c’era chi vegliava.

La veglia è altra cosa da chi non dorme indagando un piacere, oppure mete fatte di piccole eternità.

Svegli e diversi, inseguendo qualcosa che sembra appartenerci oppure appare poco distante da noi. Veglie con gli occhi che si chiudono, e si lasciano andare al sonno e altri che si costringono attraverso singulti di realtà ad esserci. Oltre la stanchezza, oltre il pensiero di sé.

Così tra tante notti consuete, ci sono notti gioiose e altre che scrivono pagine di pensieri con inchiostri intinti di buio.

Allora c’è un demone che non s’acquieta: nella pagina si confondono le righe, la lucidità perduta insegue un pensiero che s’avvita. Sembra chiudersi il sonno nei grigi orizzonti, nelle spirali che perdono sbocchi. Forse allora non bisognerebbe respingere il sonno che porta con sé il sogno…

Il sogno, bestia d’ altre realtà vorrebbe donarle, renderle vive. Anche quando porta a spasso per sentieri su cui i passi non piegano l’erba, quando apre stanze dense del colore che abbiamo dentro, quando affretta la luce pur contenendone una propria. Vorremmo sogni normali quando l’eccezione ci viene donata.

Ma anche i santi sognano e i loro sogni mostrano solo i desideri d’una vita che non li contiene.

unter den linden

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Al profumo dei tigli corrisponde una serenità inespressa, una luce verde che si fa strada tra le foglie, la necessità lieve del camminare lento e del guardar vedendo. Dentro e fuori.

Non esiste un’ essenza di tiglio che conservi tutto ciò, è necessario viverla questa stagione e ricordarla poi, se si vorrà, con qualche tisana d’inverno.

O, ancora, conservarne il ritmo vitale nell’andare lento sotto altri alberi che raccontino, evochino, ciò che è stato e ciò che si ripeterà.

C’è un passato che non muta nei lunghi viali di città. Le forme geometriche nelle vite acquietano. Il sapere che domani le cose saranno ancora al loro posto aiuta ad affrontare la notte.

E’ un senso del trascorrere che sta tra la nostalgia e la sicurezza d’un futuro.

C’è circolarità nel tempo. Accadrà di nuovo, troveremo tracce di noi nelle cose, ci sarà qualcosa che manca e qualcosa di possibile.

Un anno in più. Uno dei tanti.

terrazze

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Col sole e il caldo, terrazze si sono popolate. Ombrelloni, tavoli, pompeiane rinnovate, lettini. Chi prende il sole, chi conversa e mangia di notte, chi cura le piante. Un bisogno di luce e calore in attesa di vacanze ancora distanti. Si aprono porte e finestre, le persone rendono le abitudini, valori. E le voci sommesse di notte, raccontano storie intime, proiezioni di quotidiano consumato. Subito, senza pensarci troppo, vivere. Come il sole di giorno, anche la notte.

Le terrazze sono il luogo raccolto dove, come da bambini, basta nascondere gli occhi tra le dita per essere invisibili.